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Onde – parte 1/2

La storia di una scomparsa, raccontata dall’acqua.

**1**



Il pontile di legno chiaro levigato davanti casa, simile a un gigantesco osso di seppia, si stendeva come il palmo di una mano benevola sulle acque oleose del lago, quasi avesse a calmarle e contenerle.

Pressoché ogni mattina, quando la notte e i suoi sogni ancora non lo avevano completamente lasciato, lui, camminando a piedi nudi sul ghiaino, lo raggiungeva e, dopo averlo percorso, scendeva accortamente l’angusta scaletta posta al termine e s’immergeva.

Quel giorno, tuttavia, si era fatto tardi, per cui si fece una doccia veloce in casa e, dopo averla salutata, si diresse verso il lavoro.

Andandosene, lui l’aveva guardata con un sofferente senso di futilità, come chiedendosi cosa ci facesse ancora in quella casa con lei, dopo tanti anni, dopo che la vita, il lavoro, il *non si sa in fondo bene cosa*, li aveva allontanati così tanto l’uno dall’altro. Lei non solo aveva capito il significato dello sguardo di lui, visto tante, troppe altre volte, ma lo aveva persino ricambiato.

Entrambi continuavano a rimandare il momento in cui avrebbero dovuto parlare della loro insoddisfazione, inadeguatezza, infelicità e dell’incapacità di poter continuare a stare dentro al loro matrimonio. Non c’era ormai tenerezza tra loro, solo una consuetudine, fatta di ricordi, che però più che scaldare il cuore accendeva invece la tristezza per il confronto tra la felicità del passato e il vuoto del presente.

Lui aveva pensato tante volte a come avrebbe potuto riprendere in mano il suo matrimonio, faceva mille ipotesi, alcune delle quali lo commuovevano persino, ma non tanto per il bene che ciò avrebbe fatto a lei, alla moglie, quanto per la bontà che lui avrebbe dimostrato al mondo di possedere. Si commuoveva così per se stesso, per come avrebbe manifestato agli altri tutta la sua profonda bontà d’animo, e si dispiaceva che, di quella bontà, al momento peraltro completamente immaginaria, non vi fosse già qualche, altrettanto commosso, spettatore…

Faceva tutti questi pensieri «benevoli», ma la realtà era che, di mettersi a lavorare davvero sul suo matrimonio, sul suo rapporto con lei, non aveva voglia, né propensione. Ci pensava solo per ripulirsi la coscienza e poter dire un domani, quando il momento della rottura sarebbe arrivato, che lui quella stessa rottura «non la voleva davvero» e fino all’ultimo ci aveva… provato. Si riservava il diritto di uscire pulito da un fallimento che sentiva arrivare ogni giorno di più, come in fondo fanno tanti.

Peraltro, lui era piuttosto convinto di quello che oggi pensano quasi tutti: «*quando non ci sono più i sentimenti non c’è più niente da fare*». Con questo luogo comune tanto diffuso, quanto infondato, si accompagnano al cimitero molte unioni oggigiorno.

Lei, del resto, era sulla stessa linea. Risuonavano insieme e la musica era quella di due persone che, senza dirselo esplicitamente, si stavano preparando a ripiegarsi ciascuna su se stessa, senza più fiducia nell’altro, senza speranze, anzi con uno sguardo sempre più puntato sui rimpianti, che, quando si deve dare la colpa ad un altro delle proprie inadeguatezze, sono sempre preziosi, anzi indispensabili.

Era come se la loro felicità di un tempo fosse, un giorno in cui erano stati particolarmente poco accorti nel sorvegliarla, fuggita e caduta in fondo al lago, dov’era ormai tenuta cattiva da un’enorme massa d’acqua, grigia e impenetrabile come le loro anime.



**2**



Fu solo alla sera che rincasò. Le ruote della macchina, rotolando sul viale di accesso, pestavano dispettose e prepotenti la ghiaia, facendola di quando in quando schizzar via con un sordo crepitìo.

Le luci della casa erano gialle, accese e si rispecchiavano sulle acque.

Quando fu più vicino, notò che la porta d’ingresso era spalancata, ma la costa e il pontile erano deserti.

Fermò l’auto, scese, poi la chiuse col telecomando quando già stava camminando per entrare.

L’ingresso dava su un ampio spazio adibito a soggiorno e cucina. La televisione era accesa, ma non c’era nessuno.

Stanco, si sedette sul divano e si tolse le scarpe, felice di quei pochi istanti di solitudine inaspettati. Si assopì.

Quando si svegliò, erano le dieci di sera. Non c’era ancora nessuno intorno a lui. Andò a vedere in bagno, in cantina, nel garage. Fece due volte il giro intorno a casa, ma sua moglie non si trovava da nessuna parte.

Fece per chiamare il cellulare di lei, lo sentì squillare dentro casa. Andò a prenderlo e notò che c’erano altre chiamate non risposte a partire dalle ore 18 circa. Pensò che dovesse essersi allontanata più o meno a quell’ora e poi… che il cellulare lo dimenticava sempre.

Si sedette di nuovo sul divano e iniziò a passare in rassegna le possibili ipotesi, sia nel caso in cui la sua assenza fosse volontaria, cosa via via sempre meno probabile, sia nel caso in cui fosse accaduto qualcosa di imprevisto.

In quest’ultimo caso, si chiedeva quell’ipotetico imprevisto nel corso di cosa potesse essere accaduto: magari era uscita per la spesa dimenticando la porta aperta e poi non era riuscita, per qualche ragione sempre da cercar di capire, a rientrare? Oppure era venuta una vicina ad invitarla per qualcosa, un aperitivo, qualcosa da cucinare insieme: quindi o si trovava ancora via – improbabile, visto l’orario – oppure di nuovo un imprevisto sulla strada – quale? – del ritorno.

Non era preoccupato. Anzi. Non solo stava benissimo da solo, ma quella situazione lo aveva portato a fantasticare sul momento in cui *lui* stesso l’avrebbe ritrovata e riportata a casa. Magari – pensava – era successo davvero qualche cosa di grosso e allora quando la ritroverò arriveranno anche la polizia e i giornalisti e vorranno entrambi intervistarmi, i primi per le ricerche, certo, i secondi per la cronaca. Si guardò in basso per vedere com’era vestito e si preoccupò dell’abito che avrebbe potuto indossare per tale evenienza: non troppo elegante, che in fondo non c’era niente da festeggiare, anzi più qualcosa di sport casual, come di chi ha trascorso diverse ore a marciare nei boschi in cerca della persona amata che vi si è smarrita…

Mentre andava così fantasticando, guardò l’orologio. Era l’una di notte. Solo a quel punto, come un bambino che si spaventa durante un gioco, capì che poteva esserle davvero successo qualcosa di brutto, iniziò a preoccuparsi e decise di telefonare alla polizia.

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