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Auguri

Perchè le ricorrenze colpiscono a tradimento.

Il telefono iniziò a trillare presto quel giorno, tanto che lui, pur essendone felice, lo mise da parte, per potersi godere almeno la mattinata, intenzionato a rispondere a tutti più tardi, probabilmente dopo pranzo.

Verso le 10, suonò di nuovo. Vide chi era e rispose.

«Ciao, buongiorno. Volevo farti gli auguri…». La voce era chiara, argentina, e piena di un certo buon umore.

Si aspettava quella chiamata. Nel rispetto delle forme, lei era sempre stata eccezionalmente brava, davvero impeccabile, soprattutto irreprensibile.

Attese qualche istante prima di replicare.

Con voce pacata rispose, scandendo lentamente ogni parola: «Grazie. Mi fa piacere che tu mi abbia chiamato. Anche se credo di dovertene dispensare per il futuro.»

Lei non disse nulla, probabilmente si stava scocciando e indignando per quella mancanza di buon senso di lui di entrare nel merito delle situazioni quando si sarebbe potuto sbrigare la faccenda come una convenienza solo formale.

Ma ormai le formalità erano state rotte. Quando le persone giocano a far finta di niente, se una delle due si stanca e smette di giocare, purtroppo non si può ricominciare. 

Lei però negli altri giochi non era brava, per cui – cadute le formalità dentro alle quali si svolgeva gran parte della sua vita – non sapeva davvero che cosa dire.

Lui impietoso lasciò trascorrere questi lunghi istanti di imbarazzo, poi riprese.

«Credo che la mia venuta al mondo sia stata solo una disgrazia per te.»

«Sì è vero abbiamo tre magnifici figli, ma se tu non li avessi avuti con me li avresti fatti con qualcun altro che sarebbe stato molto meglio di me. E magari ugualmente io…»

Lei continuava a tacere, probabilmente dentro di lei stava montando pian piano una arrabbiatura, sia per i modi di lui, sia per quello che andava dicendo. La cosa che desiderava di più al mondo, subito dopo non aver mai avuto il proposito di fare quella telefonata, che ormai però aveva fatto, sarebbe stato riattaccare prima possibile ma, ancora una volta, sentiva che sarebbe stato sconveniente. Inoltre, nutriva un minimo di curiosità per quello che lui avrebbe detto, anche se era convinta che non sarebbe stato niente di piacevole, anzi.

«Io non ce l’ho con te, non posseggo un grammo di rancore nei tuoi confronti» riprese, dopo averle lasciato la possibilità di replicare, sapendo che tanto non avrebbe replicato nulla ma si sarebbe solo torturata non sapendo cosa dire o fare.

«Anzi, mi sento addirittura in colpa quando ti vedo ridotta così…»

Lei si offese profondamente, al sentirsi compatita e disprezzata, ma ancora non disse nulla.

Lui riprese «Io so che tu mi disprezzi. Sì è vero, mi vuoi anche bene, ci tieni a me, vuoi conservare i famosi “buoni rapporti”. Ma nel tuo intimo il disprezzo per me è profondo. Lo vedo da come mi guardi, dalle parole che scegli, da come mi scansi. E, ti stupirai, lo vedo anche da come gli altri, tutti gli altri, i diversi da te, tutti coloro che non sono te, mi apprezzano, mi stimano, mi cercano. Loro mi pagano per starli ad ascoltare, tu mi avresti potuto avere, mi avevi, del tutto gratuitamente e mi hai ripudiato».

A quel punto lei non potè più trattenersi e, con la voce piena di risentimento e con la rabbia che stava montando dentro di lei, esclamò scandalizzata «Ma no!». La sua ira non era tanto per i contenuti poco piacevoli di quella conversazione, ma per come lui fosse così incapace di restare nelle convenienze, e, in definitiva, di stare al mondo come fanno tutti, tutti gli altri, tutti quelli con cui lei parlava tutti i giorni senza risentirne, come se tutto fosse più facile. Non le interessava quello che lui andava dicendo, era più che altro scandalizzata dalla sua impertinenza «Io lo chiamo per fargli gli auguri e lui mi apre un discorso del genere» pensava. «Tra l’altro, tra poco devo andarmene ad un incontro». Non vedeva l’ora che il suo pistolotto finisse per poterlo dimenticare e lasciare che il suo mondo tornasse quello di cinque minuti prima, quando non aveva ancora, disgraziatamente, preso in mano il telefono. Naturalmente, si era già fatta la nota mentale di non chiamarlo più, anche per questo non capiva né giustificata la sua insistenza. Avrebbe voluto dirgli che aveva capito, ma sentiva che non sarebbe servito a nulla.

Lui riprese, come se lei non avesse detto niente.

«E sai cos’è strano? Che io mi sento, e mi sentirò sempre in colpa, per come sei diventata.»

Lei si spaventò, pensando «Oddio, che cosa mi dirà adesso?». Si predispose a starlo a sentire chiudendo quanto più possibile le orecchie dell’anima, senza ascoltarlo davvero; sapendo che avrebbe detto cose estremamente sgradevoli su di lei si decise a non credere a quello che lui avrebbe detto ancora prima che cominciasse a dirlo.

«So che con le mie manchevolezze, i miei limiti, le mie inadeguatezze, la mia finitezza, come uomo e come marito, ti ho fatto soffrire»

«Ma il punto non è questo, anche tu mi hai fatto soffrire, ovviamente, perché nelle relazioni, nei rapporti umani, se sono autentici si soffre anche, perché ognuno di noi è un impasto inscindibile di male e bene…»

Stava andando anche meglio del previsto, pensò lei. Forse finisce così, sul filosofico, e mi sono preoccupata per niente.

Rinfrancata, disse «È vero…»

Lui si fermò alcuni istanti, come per darle modo di continuare ad aggiungere qualcosa, anche se sapeva, in fondo, che quella era una conversazione che lui le stava infliggendo, lei la stava subendo e non aveva affatto voglia di parteciparvi. Sebbene lui non lo stesse facendo per cattiveria, anzi fosse spiacevole in ugual modo, se non ancora di più, per lui stesso, ma solo perché non riusciva più a sopportare che i loro rapporti, un tempo di amore forte e profondo, scivolassero via quotidianamente sul terreno untuoso delle convenzioni, come quelli tra due conoscenti, in una superficie che non aveva significato e di cui non riusciva a cogliere il senso, finendo per preferire una serie di spiacevoli verità a quel girargli intorno in cui si riducevano da tempo ad essere i rapporti tra loro.

«Non è dunque solo questione della sofferenza che ti ho cagionato, ma di come ti ho fatto diventare»

Si fermò qualche istante, poi precisò «O comunque non ho evitato che diventassi»

«Avevo promesso di prendermi cura di te, di renderti felice, di amarti. Di mettere il tuo bene sopra il mio e non l’ho fatto o se l’ho fatto non ci sono riuscito. Vederti così…»

Lei si spazientì e gridò «Sì ma così cosa?». 

Era in collera, indignata, scandalizzata e in ritardo per tutti i suoi appuntamenti della giornata, quegli appuntamenti di lavoro con cui ormai si riempiva la vita dopo la cessazioetro,ne, anni addi di quella familiare. Lo rimproverava per quella pesantissima conversazione, anche se sentiva che lui non la stava conducendo con lo scopo di offenderla, perché comunque se ne sentiva offesa, la riteneva gravemente inopportuna, fuori luogo, nel momento sbagliato, insomma quella conversazione la stava traumatizzando come se avesse aperto la porta di un bagno creduto libero solo per trovarvi dentro un uomo nudo seduto sulla tazza.

Ugualmente, quella porta non aveva la capacità di richiuderla, così come non riusciva a sottrarsi a quella conversazione. Una parte di sé le diceva che per quanto fosse scandalizzata, incollerita, disturbata, avrebbe dovuto, doveva ascoltare.

«È un po’ difficile da spiegare. Seguimi un attimo. Tu sei un’isterica e un’egoista, sei disinteressata ad una connessione autentica con le persone, non hai un obiettivo nella vita e navighi a vista, limitandoti per lo più ad evitare le scocciature. Non sei sincera, ma usi la sincerità come scudo per fare quello che ti pare senza curarti se ciò ferisce o meno il cuore degli altri, delle persone che ti vogliono, o vorrebbero volerti, bene. Sei presuntuosa e credi che il tuo punto di vista sulle cose e sulle vicende sia l’unico, o comunque il migliore, possibile.»

Lei non ebbe la forza di replicare. Avrebbe dovuto metter giù, ma per qualche strana ragione non se la sentiva, voleva ormai bersi quel calice fino alla fine. Magari forse anche solo per avere il diritto di arrabbiarsi definitivamente con lui per questo sgarbo intollerabile e regolare di conseguenza tutti i suoi rapporti futuri sempre con lui. 

«Ma in questo, in fondo, non c’è nulla di male. E sai perché? Perché ognuno di noi alla fine è così. Ognuno di noi a volte è egoista, presuntuoso, iracondo, presuntuoso, chiuso in se stesso, isterico.»

Lei sentiva che questa considerazione, che in apparenza sminuiva tutto, era – all’esatto opposto – solo la rincorsa che lui stava prendendo per dare la mazzata più grande.

«Il punto è che tu hai preso tutte queste cose e li hai fatti diventare il tuo sistema di vita. Mentre le altre persone sbagliano, chiedono scusa e ripartono, tu credi che l’egoismo, la presunzione, l’isterismo siano un sistema di vita, a tal punto che quando non sono isterico come te ad esempio con i nostri figli me lo rimproveri, mi rimproveri con tutta la tua convinzione di non essere deteriore come te»

«Non sei più capace di vedere la bellezza ed hai elevato la bruttezza, la divisione, la separazione a sistema di vita»

Lei lo ascoltava ma non era sicura di capire, pensava alla sua vita fatta di bei vestiti, aperitivi, fotografie, strette di mano, complimenti da sconosciuti, inchini e non era più sicura di come avrebbe dovuto guardare ad essa, da quale punto di vista. Fino a poco prima, tutte quelle cose le riempivano l’esistenza, ma ora, se avesse ragione lui, che cosa avrebbe dovuto pensarne? Era inviperita con lui per averle fatto questi discorsi, oltre che con lei stessa per averli ascoltati e in qualche modo interiorizzati.

Al tempo stesso si sentiva, nonostante tutto, in torto. Lui le stava dicendo tutto questo gentilmente, come un padre riprende un figlio che sta sbagliando, mentre lei, l’ultima volta che si erano sentiti per i figli, gli aveva mangiato la faccia e aveva litigato. Solo lei aveva litigato, lui in verità era rimasto calmo ad ascoltarla.

Si stava vendicando ora per allora? No, non c’era cattiveria nella sua voce, anzi si vedeva che quel discorso era penoso anche per lui.

Rimasero in silenzio. Lui ogni volta si fermava per darle la possibilità di replicare, anche se sapeva che lei probabilmente non lo avrebbe fatto.

Riprese «Tu non ti confronti più con me, ti ritieni completa, finita, indipendente, non bisognosa di relazione, di aiuto. Questo è il tuo più grande fallimento, ed è al tempo stesso il mio più grande fallimento perché di questo la colpa è mia. Se non sono riuscito a farmi riguardare come una guida, ad essere per te quella guida di cui ogni volta che ti sento mi rendo conto tu hai disperato bisogno, evidentemente è stato per colpa mia.»

Lei disse «Ma cosa c’entra..?» Senza che si capisse se stava parlando di sé, di lui o di cosa altro. Voleva rincuorare se stessa o lui con quella frase, o voleva semplicemente dire che non condivideva nulla di quello che lui aveva detto? Forse non lo sapeva neanche lei.

Poi lui disse «Io ti ho dato tutto quello che potevo. Con i miei limiti e i miei difetti, certo, ma tutto quello che avevo di buono nella mia vita l’ho condiviso con te»

Lei capì che non stava rimproverando lei, ma cercava di lenire il suo stesso senso di colpa per non essere stato quel buon marito che avrebbe voluto essere con lei. Pur restando scandalizzata e irritata, di fronte alla sincerità di cuore di lui, si acquietò un poco.

Lui si fece trasognante e commentò «Amare immensamente una persona e smettere completamente di farlo sono due facce della stessa follia…»

«Comunque grazie per gli auguri. Adesso vado, buona giornata. Ricordati una cosa, l’egoismo non è una conquista, ma il segno di una malattia. Sono sicuro che un giorno riuscirai a tornare a vedere la bellezza. E non c’è nessuna gloria in una donna che non riesce a tenere unita una famiglia, proprio nessuna, come in un uomo – e ora sto parlando di me – che non riesce a difenderla.»

 

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