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Dimmi almeno che.

Lui la ascoltava da quasi un’ora.
Non ascoltava, però, le sue parole, che in una donna sono sempre poco importanti, ascoltava proprio lei. La guardava, la sentiva, ne percepiva i movimenti, i giochetti che faceva coi capelli, toccandosi il viso, mentre parlava di cose di nessuna rilevanza. In questo modo, sentiva quello che voleva dire veramente, di cui in effetti nelle parole, che erano solo un riempitivo, non c’era alcuna traccia.
Era il loro primo incontro, lei stava finendo di parlare di come si gestisce un lavoro come il suo, di quanto sia impegnativo, di come sia difficile attendere contemporaneamente a una famiglia e, infine, conciliare il lavoro e i figli.
Lui la lasciò terminare tranquillamente e, sebbene questo argomento non fosse stato formalmente toccato nemmeno con una parola, diede la risposta corretta, come se per un’ora si fosse parlato solo di quello e non di altro:
– «Senti… Anche a me tu piaci come donna. Mi piacerebbe, diciamo, passare del tempo con te, però sono un po’ in imbarazzo per la tua situazione. Mi riferisco ovviamente al fatto» – continuò dolcemente, sorridendo e guardandola negli occhi – «al fatto che sei sposata, hai un marito e soprattutto un figlio piccolo. In generale, penso che non ci sia niente di male se un uomo e una donna passano del tempo piacevolmente insieme, ma nel tuo caso, e ti prego di credermi che non è un giudizio, credo che forse potresti pensare più alla tua famiglia, stare con tuo marito e con tuo figlio. A parte questo, che potrebbe al limite essere anche una cosa che riguarda solo te, non mi va di mettermi in mezzo quando c’è già un rapporto in essere, peraltro con un ragazzino piccolo, non mi sembra… giusto.»
Lei era rimasta sorpresa per la puntualità di lui di intervenire e replicare su un argomento che era evidente tra loro, anche se nessuno ne aveva minimamente parlato. Aveva aperto leggermente la bocca, come se volesse dire qualcosa ma non sapesse ancora bene cosa aggiungere.
Lo lasciò finire, abbassò gli occhi leggermente. Poi venne il turno di lei di stupire lui.
Sorrise e gli disse, molto laconicamente:
«Non ti preoccupare per quello. Scopo già con un altro…»
Lui si illuminò e, subito dopo, si concesse di riderle in faccia guardandola dritto negli occhi. Anche lei sorrise partecipando della sua ilarità.
Era ormai come una partita di calcio dove non era successo niente per 85 minuti e negli ultimi 5 invece c’erano stati infiniti colpi di scena.
«E pensare che siamo stati un’ora a parlare della vita in generale» disse lui, tanto per fare una battuta.
Poi si fece riflessivo e rimase in silenzio per un po’.
Da quello stato, poco dopo, si fece trasognante e disse:
«Va bene io ci vengo con te, ma tu devi pensare a tornare con tuo marito.»
– «Scusa, ma a te cosa interessa? Soprattutto non sai niente di quello che c’è o non c’è tra noi, di come mi ha fatto sentire e dei miei sentimenti per lui e soprattutto per l’altro.»
Lui la guardò a lungo senza dire niente, con dolcezza. Poi disse:
– «Ti stupiresti di quante cose so a riguardo. Non conosco te, ma conosco un po’ le donne, so come vanno generalmente queste cose, al netto delle particolarità che ci sono in ognuna.»
Poi continuò: «Il fatto è che se entriamo in intimità, se mi stai simpatica, come in effetti mi stai, non mi va di raccontarti delle frottole, di non essere autentico con te. Io penso davvero che potresti essere molto più felice con tuo marito che con un altro. Anche se pensi di non amare più tuo marito e di amare un altro. Quindi non mi va di dirti che fai bene a separarti, di incoraggiarti, di darti delle ragioni che non hai. Non hai alcuna colpa ai miei occhi, ma questo non significa che tu stia facendo qualcosa che sia buono per la tua felicità.»
Lei sorrise e proruppe dicendo «Sì ma davvero che cosa puoi saperne tu di mio marito, di quello che mi ha fatto, dei motivi per cui adesso il mi cuore prova quello che prova?»
«Tuo marito» replicò lui con calma «ha probabilmente una sola colpa: quella di essere un marito. Per tutto il resto sarà un uomo come tanti, con alcune cose a posto e altre meno a posto, che a volte è in grado di fare cose belle e altre volte diventa egoista, narcisista, stupido, infantile… Esattamente come tutti».
Lei lo ascoltava. Si era fatta trasognante, come se lui le avesse fatto intravedere un angolo visuale con cui guardare alla sua vita al quale non aveva mai pensato prima d’ora.
«Sei diverso…» gli disse. Era un po’ a disagio, ma era contenta di avere trovato una persona che le diceva cose differenti da quelle che le venivano dette da tutte le altre con cui parlava.
«Non credo che tu possa mai cambiare idea» precisò lui «È molto difficile che una donna possa cambiare opinione e, quando ha deciso di commettere un errore, allora è impossibile».
A quel punto, l’ilarità era scesa su di loro.
Lui la guardò trattenendo una risata, lei scoppiò a ridere e lo abbracciò. Aveva trovato un amico ma soprattutto un punto di vista. E per qualche momento fu dimentica di tutti i suoi problemi.

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La casa

La casa, una villetta grassa di cemento ad un solo piano, si intravedeva all’interno di un folto giardino, cui si accedeva da un’imponente cancellata in ferro nero, cinta da due risalenti colonne in muratura, vestigia di una bellezza che un tempo doveva aver ammantato quei luoghi, che invece ora apparivano trascurati, declinati come nel piano di un sogno.
L’edificio era adombrato da alberi secolari e un’edera verde scuro ne copriva buona parte della facciata anteriore. Tutto era così calmo e sereno che quella casa pareva dormire, come se, anziché un’intrusa, fosse la beneamata figlia di tutta la fitta ed eterogenea vegetazione circostante, che la cullava in un abbraccio placido e tenero principiato decenni fa.
Una volta dentro al perimetro, venne assalito dall’odore dolciastro dei fiori della striscia nell’orto poco distante, che gli ricordarono come proprio tutte le creature cerchino amore, cerchino altri da loro, cerchino vita per fare altra vita.

Giunse di fronte al portone di legno, di fianco al quale c’era un campanello. Suonò, si produsse un suono argentino. Poco dopo, una donna di oltre sessant’anni accorsa ad aprire lo fece accomodare nell’angusto e poco illuminato vestibolo, dicendogli di togliersi le scarpe per poi attraversare quella porta, che gli andava frattanto indicando con un cenno del capo.
Lasciando fuori le scarpe, entrò nella stanza.
Senza fretta si spogliò completamente e si sdraiò sul lettino, coprendosi col lenzuolo.
Non c’era ancora nessuno.
La massaggiatrice arrivò dopo qualche minuto.
Era un’occidentale. Aveva due magnifici occhi azzurri che teneva sottotraccia, rendendoli così ancora più belli.
«Posso scoprire il seno, se vuoi» – disse – «ma non faccio altro»
Lui rimase immobile sotto la coperta e, un po’ impacciato, annuì sbattendo gli occhi.
Lei si tolse la maglia e infilò la mano sotto al lenzuolo.
«Che lavoro fai?» – gli chiese lei, come se col palmo stesse cingendo il calice di un aperitivo.
«Tra poco si metterà in bocca una sigaretta e con la sinistra si metterà a guardare il telefono» pensò lui.
Poi rispose – «Insegno Storia all’Università»
«Ah davvero? Io ho due master in Storia. Mi sono laureata in Filosofia, ma la mia passione è sempre stata la Storia»
Lui si illuminò. La guardò con fare interrogativo, lei fece un largo sorriso e disse, come condividendo una sua riflessione – «In una donna, la bellezza qualche volta, sia pur raramente, viene perdonata. L’intelligenza mai.»
Poi continuò – «Viviamo in un mondo maschilista e patriarcale»
Lui si rabbuiò. Pensava che stesse iniziando il solito pistolotto femminista sulle donne represse dai maschi.
Invece lei poi continuò – «E lo sai, caro il mio professore, chi sono le più maschiliste di tutti? Sono le altre donne… Se c’è qualcuno che non vuole il successo e l’affermazione delle donne, sono le donne stesse.»
Lui era sempre più genuinamente interessato.
Lei continuò «Tutti dicono che bisognerebbe che le donne governassero il mondo. All’esatto opposto, io penso che la cosa migliore sarebbe che il mondo riuscisse a renderle innocue. Tutti i più grandi macelli, specialmente a livello familiare, oggi sono combinati dalle donne.»
A quel punto, lui cominciò a pensare che tutto questo bel discorso facesse parte del servizio offerto dal centro massaggi della casa: «Massaggi maschilisti per consolare uccelli tristi maltrattati dalle femministe» pensò – «Dev’essere certamente così.»
«Dove hai studiato cara?» disse all’improvviso con voce un po’ artificiale, come se stesse tenendo una delle sue sessioni di esame.
Lei gli rispose, indicando sedi e docenti.
«E, vediamo… Cosa pensi della Rivoluzione francese?» – chiese lui.
«Cosa vuoi, mio bel professore» – risposte lei, sorridendo e continuando sempre a fare il suo lavoro – «È molto semplice, nonostante tutto. Alla fine ogni forma di Stato ha cambiato solo motivazioni per continuare a fare le stesse cose che facevano le forme di organizzazione politica di prima. Oggi viviamo in una Repubblica, ma paghiamo le tasse sugli immobili come le pagavamo al tempo in cui tutto era del re e ogni cosa era solo una sua concessione. Anzi, considerato che siamo in una specie di socialdemocrazia, in proporzione paghiamo molto di più.»
«In Italia non ci sono mai state rivoluzioni perché noi siamo troppo intelligenti per non capire che chi promuove cambiamenti in politica non vuole mai una soluzione per tutti, ma vuole solo ottenere qualcosa per lui e per il suo seguito. Inoltre, sappiamo che comunque le cose non cambieranno. Hai sicuramente letto o comunque conosci il Gattopardo: bisogna che tutto cambi perché ogni cosa rimanga come prima…» – sorrise di nuovo, un po’ affannata, poi riprese – «Quello che cambia però è il materiale umano, che diventa sempre più scarso: proprio come nella previsione del gattopardo, i felini lasciano spazio ai canidi, ai coyote, alle jene. E adesso, come sembrano nobili quei coyote e quelle jene di poco fa a confronto delle specie che abbiamo ora…»
Non era un servizio del centro, lei era vera.
Era autentica, per quanto originale, incredibile, curiosa. Ma tutto ciò altro non faceva che renderla ancor più interessante.
Lui a quel punto si arrese e si incaricò gli occhi di farglielo sapere, sottomettendosi e accettandola, aprendosi a lei. Non per nobiltà o altro del genere, ma solo per amicizia. Riconobbe in lei, per quanto strana fosse la situazione in cui si trovavano entrambi, e per quanto l’avesse incontrata solo una manciata di minuti prima, una delle quattro o cinque persone al mondo con cui si sarebbe potuto connettere veramente, in un universo di rapporti artificiali e, di conseguenza, superficiali.
La calma della casa, del giardino, la lenta ostinazione dei fiori, che aveva visto e sentito dal di fuori, adesso erano finalmente entrate anche in lui.
Lei lo guardò e sorrise, con quella particolare soddisfazione mista a rimpianto che manifesta chi vince spesso, ma non sa, o non può sapere, cosa farsene, poi, di quelle vittorie.
«Vedi professore» – continuò, apprezzando la sua apertura verso di lei, ma percependo la sua persistente curiosità – «una donna ha sempre una spiegazione eccellente per ognuno dei suoi macelli.»
– «Per questo, io non ti spiegherò proprio niente, non ti darò quelle spiegazioni che vorresti e che non servirebbero proprio a niente»
Lui si fece paonazzo e disse «Scusami ora!»
– «Che c’è?» ribatté lei.
– «Vorrei concludere, adesso!»
Lei soffocò una risata e smise di parlare.
Il viso di lei si era coperto di chiazze rosse, lui non capiva se era per la fatica o per essersi, almeno un po’, emozionata come si era emozionato lui.
Lui pensò a quando avrebbe raccontato, con affettata noncuranza e ostentata indifferenza, alla sua ex moglie che fuori città avevano aperto un nuovo centro massaggi, solo per sentirla moraleggiare, mettere in discussione la rispettabilità di quelle povere donne che ci lavoravano e finire poi per compatirle, come al solito, dall’alto in basso.
Pregustò quel momento, in cui avrebbe riso di cuore dentro di sé, e ne fu felice.

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Il ritorno.

«Ogni cosa ha il suo perché, ogni anima il suo per chi

Stava infilando la chiave nella serratura dell’autorimessa al pianterreno quando si sentì chiamare.
«Sei… tu?»
L’aveva riconosciuto, anche dopo tutti quegli anni, anche così, di spalle, senza nemmeno avergli potuto vedere il viso.
Anche lui seppe subito chi aveva parlato e, abbassata la mano che reggeva la chiave, rinunciando per il momento ad aprire, si girò lentamente verso di lei. La guardava dolcemente, senza dire nulla, sorridendo, con il capo leggermente abbassato verso di lei. L’aveva sentita anche prima che lo chiamasse, aveva sentito il suo sguardo su di lui, come si sente battere il sole anche senza guardarlo, anche perché ogni cosa, in quella casa, in quella città, gli parlava di lei. Anche se erano passati più di vent’anni, incontrarla non fu niente cui non fosse preparato, avendola sempre pensata, sia quando era stato lontano, sia, a maggior ragione, da quando era tornato.
Per questo la guardava come se fossero passati appena due minuti, e non invece così tanti anni, da quando l’aveva vista l’ultima volta, con la tranquillità di chi non aveva, nonostante tutto, mai perso una connessione.
Lei lo intuì e si fece inquieta e incredula per qualche istante, di quella inquietudine che ti coglie quando ti trovi di fronte ad una situazione strana ma che, per qualche strana ragione, hai sempre immaginato e persino saputo che, nonostante tutto, sarebbe stata così.
Si mise a ridere e disse «Sai cos’è ho fatto poco fa? Ho chiamato mia cugina per farle gli auguri di compleanno, solo che lei li ha compiuti sei mesi fa…» e continuò a ridere di se stessa, della situazione, del fatto che non trovasse altro di cui parlargli rispetto a questo.
Lui le si avvicinò unendosi con un sorriso alla sua ilarità, senza dire ancora niente ma guardandola ammirato. Sapeva che una donna può qualche volta anche stare zitta, ma mai quando non c’è davvero niente da dire.
«Ma come ho fatto a sbagliare così tanto? Eppure ero sicura… Ma che cose che combino» diceva, sempre guardandolo in faccia, ricambiata.
Lui non pronunciava parola, continuava solo a tenere i suoi occhi dentro quelli di lei, con estrema calma.
Sorrise ancora e le disse «Sei bellissima». E lo intendeva veramente.
Era l’unica cosa che importasse, l’unica che lei voleva davvero sentir risuonare da quando lo aveva visto, aveva capito che era lui e così si era subito messa a ripassare mentalmente il modo in cui si era lavata, profumata, vestita, acconciata il mattino, durante la giornata, poi di nuovo indietro, fino all’ultimo appuntamento dalla parrucchiera, fino all’ultima uscita per acquistare dei vestiti.
Le sue prime due parole erano perfette, ma d’altra parte come avrebbe potuto essere diversamente? Non era mai stata connessa con una persona così come con lui, l’unica cosa che c’era stata in mezzo a loro era il tempo, era la vita, erano le cose… Ma in fondo aveva sempre saputo che questa loro connessione non sarebbe mai venuta meno, perché apparteneva ad un piano diverso da quello che si era posto in mezzo tra di loro.
Lui continuava a guardarla e ad ascoltarla, tranquillo, soddisfatto, per nulla irrequieto. Solo non sapeva se chiederle un appuntamento per la sera. Stare con lei era tutto quell che aveva sempre desiderato, ma in qualche modo era sempre comunque stato con lei anche tutti questi anni in cui non si erano visti per cui si chiedeva che differenza avrebbe fatto vederla quella sera, stare con lei davvero, nello stesso posto fisico e non solo con il cuore, senza riuscire a darsi una risposta, anzi sentendo che una risposta probabilmente non c’era, perché forse non avrebbe fatto differenza. Questa considerazione un po’ lo smarriva, come se tutta la sua vita, il suo rapporto con lei fosse da guardare, allora, da un punto di vista diverso da quello dal quale lo aveva sempre guardato.
Perché le cose erano andate così? Ma poi in fondo era così importante questa domanda, poteva avere anche solo un minimo senso? «Forse, forse… » – pensava lui, tanto per pensare a qualcos’altro – « le cose erano andate così perché anche noi non arrivassimo mai alla delusione, alla frustrazione, all’allontanamento. E poi le bugie, i sotterfugi, le cose non dette, i tradimenti.» «Forse» – si concedeva persino di pensare – «non viverlo è stato l’unico modo per consentire a questo amore di vivere per sempre. Ma se così fosse, allora che senso avrebbe tutto, che senso avrebbero l’amore, la vita?»
«In fondo l’ho amata così tanto, che non avrei potuto sopportare un tradimento da lei» continuava a pensare – «I tradimenti si sopportano dalle mogli che si prendono così, un po’ per caso, non dalle moglie ch si amano davvero, da quelle che ti amano davvero».
Gli venne in mente quel che gli disse una volta una sua amica dopo avergli confessato che tradiva il marito. A lui che gliene chiedeva ragione, dal momento che avevano una bella famiglia, era fondamentalmente un bel matrimonio, lei aveva risposto solo «leggerezze».
Ma in fondo non era questo, lui era sicuro che lei non l’avrebbe mai tradito, che questa sicurezza non significasse impossibilità non aveva alcun senso, non aveva alcuna importanza.
All’improvviso si incupì. Forse non aveva vissuto la vita con lei, la sua vera vita, per paura, semplicemente per paura di vivere. La vecchia voglia di stare nell’ovatta, dove non si vive, non si rischia e quindi è molto più difficile soffrire.
«Ho vissuto infelice perché costava meno» pensò.
E si velò di malinconia.
Lei subito se ne avvide. Smise lentamente di parlare, pronunciando solo le ultime parole necessarie per finire il discorso che stava facendo. Poi gli scostò un ciuffo di capelli che gli era dondolato sulla faccia, abbassò la mano. Lui teneva le mani in tasca, così per pigrizia. Lei infilò la sua destra nella tasca di lui e strinse forte una delle sua mani.
«Ti va di prenderci un caffè stasera?» le chiese, riconnesso, rasserenato, ricentrato, ritornato sulla terra. Poi aggiunse, guardandola intensamente negli occhi «Devo parlarti di quanto sei bella, perché secondo me tu non lo sai bene…».
Lei sorrise con tutto il viso e diventò così ancora più bella.

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Il re ghiottone.

Ascolta.

Questa é la vicenda di un sovrano, re crudele di una terra lontana.

Il nome di quella landa potrà essere disvelato forse solo dal vento che, proprio ora, sibila, si lamenta e s’ostina tra le sue torri.

Ghiotto di storie, forse ancor più di Shahriyār, quel monarca invia tutte le notti le sue guardie in Europa.

Le manda alla ricerca di coloro che sono dotate del solo ed unico potere inestinguibile dell’affabulazione: le donne.

Quei gendarmi che vengono da lontano si acquattano così, calando piano con la mano le spade perché non cozzino col terreno,
ed iniziano ad ascoltare sotto le case.

Se non è altro che silenzio quel che odono, subito si alzano e, pagando con altrettanto silenzio, si raccolgono lungo le mura della casa successiva, prestano l’orecchio, tentano di udire.

Quando sentono una donna che parla, si fermano.

Analizzano durata e contenuti di tutti i discorsi, elaborano, valutano, quantificano.

Devi sapere, infatti, che questi gendarmi non sono appuntati, brigadieri o marescialli dei carabinieri.

Sono truppe istruite.

Sì, sanno usare la spada, ma il re ha messo loro in mano anche tanti libri, li ha spediti all’università.

Sono la guardia personale di un re avido di racconti.

Quando trovano la donna giusta, la rapiscono.

Ma, a differenza di quello che fecero i Romani, che delle Sabine avevano bisogno soprattutto dell’utero, l’organo che le guardie del re sequestrano é il cervello.

Usando un’antichissima alchimia del ferro e dell’oro, estraggono il cervello e lasciano qua il corpo delle donne che, grazie alla potenza di quegli incantesimi, continua a vivere.

Solo così il sovrano crudele può pascersi ogni sera col racconto di una storia diversa, cullato dai pensieri acuti, divertenti, vibranti, sfiziosi, creativi e stimolanti di milioni di cerebri femminili ben nutriti ed oliati.

Intanto, anche i corpi rimasti in Europa continuano a parlare e noi li possiamo udire pronunciare frasi come:

– «sono una donna solare»
– «regala la tua assenza a chi non dà valore alla tua presenza»
– «per fortuna, ho finalmente [dopo il quarto divorzio] incontrato una persona magnifica»
– «sono fatta di ciò che ami, più l’acciaio»
– «gettami tra i lupi, diventerò capobranco»
– «non sono impegnata sono impegnativa»
– «mi piacciono le sorprese»
– «ho divorziato perché con mio marito a parte quattro figli non avevo alcun interesse in comune»
– «ogni tanto bisogna ricordare che l’aborto è un diritto!»
– «e i preti pedofili?»
– «se per avere una cosa la devo chiedere, allora non la voglio più»
– «mi iscrivo a psicologia»

Negli occhi di chi ascolta quei corpi c’è tanta nostalgia e una domanda: dov’é finito il cervello che prima ci stava?

Ma, caro lettore, solo io, e ora anche te, sappiamo la verità: lo ha preso il re di Solaria!

E nemmeno Astolfo ormai potrebbe più andarlo a riprendere.

Non lo dire a nessuno!

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Fare l’amore con un cervello di 20cm.

La storia di oggi é una fiaba cyberpunk in cui un vibratore sviluppa una propria mente autonoma, solo che, anziché divenire intelligente e assumere la supremazia della razza umana, come ogni macchina che si rispetti, diviene al contrario tutto scemo, tanto che inizia a chiedere alla sua padrona «ti é piaciuto?» dopo ogni utilizzo.

Lei tuttavia lo ama troppo per rassegnarsi al fatto che lui, bravissimo sino a poco tempo prima, sia diventato adesso un co@@@@ne qualsiasi, quindi lo porta da tutti i più bravi riparatori che tuttavia, una volta ascoltata la descrizione del problema, smontatone l’involucro esterno e provato ad agire su alcuni componenti, scuotono la testa in segno di rassegnazione.

Lei però ancora lo ama così tanto, con tutta la potenza del sole, e non lo vuole perdere.

Così lo iscrive al webinar di seduzione di un mental coach, solo che così lui diventa ancora più cretino e si rifiuta persino di vibrare, se prima non lo porti a cena fuori.

Un giorno addirittura lei scopre che lui la tradisce!

Rientrando prima dal lavoro, si accorge che lui non è in casa, uscendo fuori preoccupata a cercarlo lo scorge da una finestra intento a darsi da fare con la vicina.

Così irrompe a casa di lei, lo afferra, lo estrae, lo riporta a casa, lo mette sul divano e gli chiede che giustificazioni ha per un comportamento del genere.
Lui tace per alcuni lunghi istanti e poi risponde: – «Guarda che io non ho fatto assolutamente niente, nego tutto, non ero io, sono stato qui tutta sera, mi avrai confuso con un altro!»

A quel punto lei capisce che lui è tornato ad essere intelligente, scoppia a piangere, lo abbraccia, singhiozza e grida:

  • «NON LITIGHIAMO MAI PIÙ!»

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Situazione sentimentale.

Ieri sera sono uscito con una.

Dopo cena, ci siamo fermati per una lunga chiacchierata in auto, di notte, i vetri appannati cogl’aliti caldi delle nostre parole.

C’era tanta sintonia tra noi, così mi sono avvicinato, l’ho baciata. Lei non si è ritratta, mi ha accolto, immobile, lieta.

Senza dire nulla, siamo andati dietro.

Carezzavo le cosce tornite scoperte dal vestito.

Sino a che, prendendo di nuovo coraggio, le ho messo una mano là in mezzo. Sentii un rumore insolito, come di chi accartoccia un foglio per buttarlo via.

La guardai senza dire nulla, lei mi sorrise come per dire «continua».

In quei momenti, tra uomini e donne usano gli sguardi, non le parole.

Continuai a fissarla, così lei rise, mi prese la mano e me la rimise là.

Sentii una resistenza, una durezza inconsueta, per un sol attimo inorridii e pensai «non é che é un..?». Sbiancai. Lei, anche alla luce della luna, lo vide e scoppiò a ridere. Lentamente, con la sua mano, prese la mia e me la riportò, ancora una volta, là.

Quindi sollevò le mutande e me la infilò sotto.

Qualcosa di rigido, freddo, inanimato fu contro le mie dita. La fissai con occhi pieni di scandalo, interrogativi, lei sorrise di nuovo divertita.

Strinsi la presa, ritrassi la mano, la portai alla luce e vidi che tra le mie dita c’era una busta.

Era una bolletta del gas.

Lei si volse al vetro, vergò col dito una scritta:

«NON
APRITE
QUELLA
PATTA 💗»

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Un seme.

«Le strade non portano a nessuna meta; tutte terminano in noi.» (Josè Hierro, Con le pietre, con il vento)

Aveva 50 anni. Un lavoro comune, che finiva alle cinque del pomeriggio ogni giorno. Separata, due figli ormai già grandi che non stavano più con nessuno dei due genitori. Quando pensava ai suoi figli bambini, le pareva che quei momenti appartenessero alla vita di un’altra, che quella vita familiare di allora fosse come un gioiello precipitato in un pozzo per colpa di mani maldestre.

Anche quella sera, come tanti mercoledì, era andata all’Angelo.

Prima di uscire si era guardata allo specchio, non per controllare il trucco, o, in generale, l’aspetto, che era una cosa che non voleva in fondo nemmeno vedere, anzi un ostacolo per poter vedere la vera se stessa, ma appunto cercando, come ogni giorno, di andare più a fondo, come se lo specchio fosse stato magico, tale da consentirle di capire chi fosse lei davvero… E non solo ora, ma chi fosse mai stata in passato, cosa fosse diventata ora e magari persino come mai. Da quelle stanche autoispezioni, cui si dava senza convinzione come una donna ad un uomo che non ama, usciva ogni volta indebolita e leggermente frustrata, rimandando sempre a un domani il momento in cui avrebbe potuto prendere vera coscienza di sé.

Prendeva gli uomini così, come si stacca un frutto dalla pianta appena è maturo, pronto per essere consumato, e con soddisfazione ci se lo ficca in bocca. A fare l’amore, andava sempre a casa loro. Aveva cura di sparire prima dell’alba, come i sogni migliori, senza nascondersi in fondo, ma anche senza lasciar tanto modo a nessuno di poterla rintracciare. Non era per far del male a loro che scappava, ma per non soffrire lei.

La strada è una tangente del mistero, una oscura retta che va da te all’infinito. L’Angelo stava sulla strada e la strada, quel mercoledì sera, le portò lui.

Aveva una faccia da bambino, pulita, ingenua, anche se doveva avere ormai passato i quarant’anni. La camicia era fresca, nonostante fosse ormai trascorsa quasi tutta la giornata, e il suo sguardo si posava su di lei con una delicatezza che le sembrava di non aver mai sperimentato prima.

Lo scelse con leggerezza e curiosità, senza poter immaginare che cosa ne sarebbe venuto dopo.

Dopo l’amore, anziché andarsene ad aprirsi una birra o girarsi dall’altra parte, lui andò verso di lei nel letto e la abbracciò.

La teneva stretta e lei si era inquietata, addirittura si sentiva angustiata e per un attimo pensò addirittura di essersi portata a letto uno squilibrato.

Ma non era così ansiosa e, poco dopo, si addormentò, stretta tra le braccia di lui.

Sognò un cane nero.

Questo animale la cercava, correva festoso in continuazione verso di lei, ma lei fuggiva, aveva paura, ma non di essere morsa, perché si vedeva benissimo che il cane era docile, aveva buone intenzioni e voleva solo giocare. Quando il cane si era fatto più vicino, lei gli aveva anche sferrato, con dolore, un paio di calci, per difendersi, ma lui continuava a inseguirla, a volerla raggiungere, ad andare verso di lei, per quanto lei continuasse a calciarlo e a malmenarlo…

Lei però continuava a malmenarlo e a gridargli contro, angustiata «Non è per far del male a te, ma perché ho paura io!».

Si svegliò all’improvviso, con il cuore inquieto.

Nel frattempo, si era addormentato anche lui. O forse faceva finta.

Lei scrutava il suo viso nella penombra alla ricerca di un segno, nella linea della bocca di lui sembrava tratteggiato un sorriso, ma non si sarebbe potuto dire con certezza.

Ogni volta che lei si muoveva, lui la rincalzava con le sue braccia, stringendola affettuosamente ancora più a sé, come se avesse paura che lei andasse via…

Lui aprì gli occhi. La guardava felice, aspettandosi altrettanto da lei, ma lei trovava quella felicità oscena e fuori posto, loro erano lì solo per divertirsi, per passarsi il tempo, che cosa c’era da essere così giulivi, così luminosi? Erano momenti da trascorrere di nascosto, con gli occhi bassi, senza cercarsi, come fanno due mentre commettono una rapina o un altro misfatto cui sono costretti dalla sorte ma di cui non sono orgogliosi e che, già mentre lo stanno compiendo, desiderano iniziare a dimenticare. Era, quella sua felicità, certamente un sentimento un atteggiamento mal riposto. Lei era sempre più insofferente alla radiosità di lui, provava un fastidio profondo, ma non riusciva, tuttavia, ad andarsene, cosa che avrebbe potuto fare benissimo, se avesse voluto, con una scusa qualsiasi. Ad un certo punto, iniziò a guardarlo preoccupata e indagatrice, come se avesse capito che lui sapeva qualcosa, anche se ancora non sapeva cosa. Il sentimento di contraddittorietà lascio allora pian piano il posto ad una curiosità sempre più forte, più che il disgusto ormai era maggiore la voglia di capire le … “ragioni” del cuore di lui, di come potesse guardare alla loro situazione in modo così diverso da lei, che di situazioni simili ne aveva vissute centinaia, ormai, e tutte allo stesso identico modo rassegnato, sconfitto, vinto e disilluso di chi va spigolando un po’ di amore, un po’ di sesso, tra le infinite pieghe delle vita.

Si trovò disarmata. Fu tentata di andarsene, del resto era già ormai venuta l’ora in cui lo faceva, ma era talmente incuriosita dalla diversità di lui che non avrebbe potuto. Stava immobile, ma solo perché presa da due forze uguali e contrarie: una la spingeva a continuare a scrutarlo, a cercare di capirlo, l’altra ad andarsene, a tornare nella sua vita di prima, non particolarmente bella o eccitante, ma sicura, tranquilla. Una vita che scorreva come un fiume che non cambia mai il proprio letto e ripete tutti i giorni, tutti i momenti, sempre la stessa canzone.

Dalla finestra penetrava la prima luce del mattino e il viso di lui era più chiaro. Continuava a cingerla con le braccia, sembrava stupidamente soddisfatto.

Lei si alzò. Prese una penna dalla borsetta, un pezzo di carta su cui vergò qualcosa prima di infilarlo dentro ad uno dei libri che lui aveva sul comodino.

Si vestì, andò in bagno e si guardò di nuovo allo specchio, questa volta ancora con più insistenza, come per cogliere i segni di un cambiamento, di qualcosa di diverso che magari c’era in lei rispetto all’ultima volta che si era guardata. Non riuscì a scorgere nulla, ma si scostò dallo specchio sorridendo stancamente, con la curiosità ancora dentro di lei per quella notte diversa.

Prese le sue cose e, facendo piano, senza svegliarlo, aprì la porta e uscì.

Il sole era un disco rosso sulla linea dell’orizzonte che lei, per quella mattina, giudicò un po’ troppo timido. Se avesse potuto, avrebbe voluto dirgli di sbrigarsi, di non tenerla tanto lunga, di uscire, splendere e illuminare tutto, senza aspettare oltre…

Infilò la chiave nella macchina, mise in moto e cominciò a guidare lentamente, in modo automatico, tenendo lo sguardo calmo sulle cose lontane.

Si accorse che stava sbagliando di nuovo e ne era felice. Poi quasi senza accorgersene pensò «Ha ragione lui, non bisogna mai rimandare quando c’è da fare una carezza».

Sorrise.

Un seme era stato piantato nel suo cuore. Nei giorni a venire avrebbe scoperto che cosa ne sarebbe nato.

Decise di non parlarne con nessuno, perché niente tiene caldo come un nuovo segreto ben custodito.

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The splitter – 2 – La ferita eterna.

Per conquistare il cuore di una donna, cosa c’è di meglio di un cavallo?

É ben dotato, é un animale e ti può portare dove vuoi – soddisfacendo, a ben guardare, proprio tutte le esigenze di ogni femmina: accoppiarsi, prendersi cura di un essere innocente, viaggiare.

Perciò il dio Crono, quando volle conquistare Filira, anziché fare un webinar di seduzione, si trasformò in un equino.

Filira, dea dell’acqua, del vento, del cielo, dei prati e dei fiori, fece quello che credette suo dovere, prima ancora che piacere, e si unì lesta a Crono – la terra del resto non potrebbe rifiutare la pioggia che cade.

Questi inganni, però, non sono senza conseguenze: il figlio che nacque da quella copula era sì uomo, ma solo per metà; per l’altra metà era un cavallo.

Al piccolo centauro, gli amorevoli genitori imposero il nome di Chirone.

Chirone, una volta cresciuto, divenne un grande saggio, un maestro, un educatore.

Ti ricordi Achille? Il suo personal trainer, medico e counselor fu proprio Chirone. É stato Chirone a praticargli il biohacking per farlo correre più veloce. Insomma, dietro al successo di un uomo, nell’antichità, non c’era una donna, ma un centauro.

Ma come aveva fatto Chirone a diventare così bravo nell’aiutare gli altri?

Chirone aveva un amico, Eracle.

Un giorno Eracle era entrato in guerra con i centauri e ne aveva uccisi diversi, così i superstiti avevano cercato riparo a casa di Chirone.

Eracle, nel tentativo di colpire quei centauri suoi nemici, scoccò una freccia avvelenata che, per errore, si conficcò nel ginocchio del suo sodale Chirone.

Chirone così, per mano di un amico, riportò una ferita che non avrebbe mai più potuto chiudersi del tutto e lo avrebbe accompagnato per il resto dell’eternità.

Quella ferita, che lo teneva nel dolore, lo sprofondò nella disperazione più cupa, nella depressione e nella sofferenza, ma fu solo grazie a quella ferita che poté diventare compassionevole, buono e saggio e riuscire così a prendersi cura in modo molto efficace degli altri.

Anche lo Splitter sa bene che, se può adesso comprendere le altre persone, fare loro compagnia nelle loro stesse emozioni, finendo per aiutarle davvero a transitare nei periodi più complicati delle loro vite, traghettandoli con cura verso qualcosa di diverso, é solo perché anche il suo cuore, un giorno, é stato trafitto da una spada, che gli ha aperto una ferita che gli sarà compagna per il resto della sua vita.

Non sono, infatti, i nostri meriti, non la nostra bravura, non i nostri studi, non i riconoscimenti che ci rendono in grado di aiutare gli altri, ma le nostre ferite.

Ed é la nostra debolezza, non la nostra forza, che ci tiene sulla terra e ci consente di guardare gli altri con compassione, senza giudizio, finendo per stare loro accanto in modo autentico.

Ognuno di noi ha delle ferite che non si chiuderanno mai, ferite che lo hanno reso diverso, probabilmente più umano.

E che cosa vuol dire essere umano, nella sua essenza?

Essere umano, se lo riduci all’essenziale, significa essere mortale, in contrapposizione agli dei, che sono immortali.

Ma l’immortalità non è sempre meglio dell’essere mortale. Gli dèi invidiarono quell’unica notte che Achille e Briseide trascorrono insieme, proprio perché unica e irripetibile.

Come é andata a finire la storia di Chirone?

La ferita gli faceva male e, con quel dolore, lo aveva reso più umano. Vuoi per far cessare il dolore, vuoi per essere umano del tutto, Chirone si era scoperto a desiderare – lui che era immortale, in quanto figlio di due divinità – di poter morire.

Chirone allora incontra Prometeo, al quale la mortalità era stata inflitta come punizione dagli dèi per avere aiutato gli uomini e gli propone uno scambio: tu dai a me la mortalità che per te è una pena, ma per me la salvezza, e io sono a te la mia immortalità, così che tu possa tornare immortale, appunto, com’eri prima.

Prometeo accetta, così Chirone diventa finalmente mortale.

Ma Zeus, il padre di tutti gli dei, impietosito dalla vita di Chirone e dalle sue tante opere buone, decide di ridargli quell’immortalità cui lui aveva rinunciato.

Ancora oggi, gli abitanti del cono Sud del mondo possono vederlo, alzando lo sguardo, nel loro cielo, dove Chirone vive in eterno trasformato nella costellazione del Centauro.

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Onde – parte 2/2

la parte 1 puoi leggerla qui

 

**3**

 

Mentre un paio di agenti annoiati gironzolavano con calma per casa, lungo il giardino e la costa del lago, alla svogliata ricerca di qualche indizio o segno utile per ricostruire l’accaduto, decise di salire al piano di sopra.

Là c’era il suo laboratorio, quello dove lei costruiva bambole di pezza, che poi regalava, vendeva ai mercatini o ad alcuni appassionati del genere ben selezionati nel corso degli anni.

Lui non entrava mai in quella stanza: per tacito accordo tra loro, quello era uno spazio, una bolla solo sua, dove lei andava quando aveva bisogno di stare un po’ da sola.

Decine di occhi femminili spalancati si fissarono attoniti su di lui.

C’erano bambole dappertutto, sugli scaffali, per terra, sulle sedie. Si avvicinò al tavolo di lavoro e, per vedere meglio, e raccogliere i pensieri, decise di sedersi qualche istante.

Sul piano ristava ancora una bambola in corso di costruzione, lasciata a metà, senza gli occhi, senza il vestitino. Aveva scarpine nere di plastica che odoravano di vernice fresca.

Davanti a quel manufatto incompleto, ebbe dapprincipio una sensazione strana, poi, immaginandosi lei che vi si applicava, che la pensava, progettava, infine realizzava, venne sopraffatto con sgomento dalla considerazione per cui sua moglie aveva evidentemente una vita propria, totalmente distinta dalla sua, di cui lui non sapeva niente.

Essa – soprattutto – aveva chiaramente dei suoi sentimenti, dei gusti, delle preferenze, dei desideri, delle manie, magari persino delle piccole nevrosi di cui lui non sapeva nulla, a cui lui non aveva mai pensato, cui non aveva mai prestato attenzione, ma che esistevano, facevano parte di lei. Forse erano la vera lei e lui non l’aveva mai conosciuta.

Lei dunque – che ora non si sapeva nemmeno più bene dove fosse, cosa le fosse capitato – era una persona, con le sue emozioni, i suoi gusti, un suo colore preferito col quale pescava, magari, i bottoni da mettere come occhi alle sue bambole…

Si accorse che non aveva mai pensato a sua moglie come ad una persona, ad una cosa che vive, si evolve, muta, commette errori. In quel medesimo istante considerò ancora, e una folata di vento freddo gli accarezzò la schiena, che a quel punto poteva essere accaduto di tutto.

Lei era *viva*, aveva una *sua* vita: poteva anche esser fuggita con un altro uomo.

 

Erano trascorsi solo pochi istanti da quella scoperta, quando si sentì bussare alla porta della studiolo: lui si scosse e si alzò, rispondendo frattanto «Sí?».

Aprì la porta. Uno dei due agenti aveva in mano un oggetto. Glielo avvicinò chiedendogli «È di sua moglie?»

Era il suo fermaglio. Annuì e chiese «Dove l’avete trovato?»

– «Galleggiava vicino alla punta del pontile»

 

**4**

 

Erano passati sei mesi. La moglie non era più tornata, né avevano trovato il corpo, pur avendo scandagliato tutto il lago e i luoghi circostanti.

Il giorno della scomparsa, dopo il ritrovamento del suo fermaglio, avevano chiamato i sommozzatori. Lui aveva guardato con curiosità quegli uomini con le tute nere, le bombole e i loro arnesi immergersi nel loro lago alla vana ricerca di lei. Si abbandonavano con dolcezza a quelle acque che, poche ore prima, potevano averla inghiottita, lasciandosi a loro volta inghiottire lentamente, ma con gesti sicuri e determinati. Per tutta la notte, sentì lo sciacquío dei sommozzatori che entravano e uscivano, camminavano lungo la costa con i bastoni, ficcandoli nella melma alla ricerca di qualcosa.

Le ricerche erano continuate per alcuni giorni, poi erano state via via ridotte, sino ad essere abbandonate del tutto.

Lui allora aveva preso una decisione, strana innanzitutto per lui stesso. Era andato in paese, aveva acquistato l’attrezzatura adatta, si era fatto impartire alcune lezioni da un esperto e aveva iniziato ad immergersi anch’esso, tutti i giorni, con le bombole.

Nuotava verso il fondo, tentando di illuminare quello strano universo acquatico con una lampada, che spargeva un’inutile aurea tutt’intorno, come un lampione assiso nella nebbia.

Si immergeva ogni giorno e restava per lungo tempo sott’acqua, non si sa bene ormai a cercare cosa.

 

Quel giorno, come tutti gli altri, aveva percorso il pontile fino alla scaletta, si era infilato l’attrezzatura e si era concesso timidamente alle acque del lago, come se temesse di indispettirle.

Si diresse verso il fondo, reggendo la lampada.

Man mano che andava più in basso, gli sembrava di avvicinarsi a lei. Era come se ne sentisse la presenza.

Gli vennero alla mente alcune occasioni del passato, momenti della loro vita in comune, in cui lei gli aveva parlato, lo aveva guardato, ora con uno sguardo che chiedeva una cosa, ora con un altro sguardo che ne chiedeva un’altra.

Ed era come se soltanto adesso lui capisse quello che lei gli aveva detto, anni prima, e il modo in cui, sempre anni addietro, lo aveva guardato.

All’improvviso, laggiù, da solo, avvolto dall’acqua e dal silenzio, si rese conto di non averla mai ascoltata.

Non si era mai connesso davvero con lei, non si era mai chiesto, col cuore, che cosa provasse veramente, come si sentisse. Lei era stata per lui solo un suo pubblico, uno specchio di lui, un mare che accoglieva il fiume del suo esibizionismo, del suo egocentrismo. Nel loro matrimonio, esisteva solo lui, di cui lei era un’appendice, che doveva semmai solo ringraziare per il privilegio di essere stata ammessa a vivere al suo cospetto.

Nel centro del suo petto, allora nutrito e sorretto dalla respirazione meccanica delle bombole, provó una sensazione di contrizione, di angustia, di rimpianto e di vergogna.

Proseguì verso il fondo.

Urtò contro qualcosa. Si mise seduto. Reggeva la lampada, che a sua volta lo ricambiava racchiudendolo in un bagliore verdastro.

Lei gli mancava così tanto ora.

– «Dove sei?» chiese mentalmente, come se lei potesse sentirlo e persino rispondergli.

Possibile – si chiedeva – che, sotto tutta quella noia, quell’incapacità di sentire ancora qualcosa, quella sensazione perenne di futilità, che provavo ogni volta che la guardavo, io la amassi, la amassi davvero? O che, se non la amavo allora, la ami solo adesso, ora, ora che lei non c’è più, anzi forse nemmeno è più?

 

Erano le otto di sera. Fuori faceva già buio. Decine di metri sott’acqua, in una bolla di nebbia color acqua sporca, gli sembrava che lei fosse là con lui. Ne sentiva la presenza attraverso la mancanza, era per questo che si era spinto là, in quel non-luogo, fatto di acqua scura, poca luce ben sfocata, silenzio, lontananza di lui, assenza di lei.

Ad un tratto, ebbe compassione della moglie, sperò sinceramente che fosse ancora viva, da qualche parte, a vivere una vita autentica, da sola o con un uomo che le volesse bene.

Subito dopo, ebbe compassione di se stesso, dei suoi errori, dei suoi limiti, delle sue manchevolezze, della vita di prima e del suo cuore arido e indurito.

Si sentì allora più leggero.

Volse il capo verso l’alto, come per vedere la superficie, che tuttavia era troppo lontana. La muta di gomma lo avvolgeva premurosa come un guanto, gli strumenti di respirazione, con la loro illusione di controllo, lo consolavano.

Si volse verso l’orologio che portava al polso sinistro, con il grande quadrante e le spesse lancette che camminavano tranquille.

Ristette per qualche istante a seguirne il movimento poi, lentamente, attento a non offendere niente e nessuno, cominciò a risalire.

 

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Onde – parte 1/2

**1**



Il pontile di legno chiaro levigato davanti casa, simile a un gigantesco osso di seppia, si stendeva come il palmo di una mano benevola sulle acque oleose del lago, quasi avesse a calmarle e contenerle.

Pressoché ogni mattina, quando la notte e i suoi sogni ancora non lo avevano completamente lasciato, lui, camminando a piedi nudi sul ghiaino, lo raggiungeva e, dopo averlo percorso, scendeva accortamente l’angusta scaletta posta al termine e s’immergeva.

Quel giorno, tuttavia, si era fatto tardi, per cui si fece una doccia veloce in casa e, dopo averla salutata, si diresse verso il lavoro.

Andandosene, lui l’aveva guardata con un sofferente senso di futilità, come chiedendosi cosa ci facesse ancora in quella casa con lei, dopo tanti anni, dopo che la vita, il lavoro, il *non si sa in fondo bene cosa*, li aveva allontanati così tanto l’uno dall’altro. Lei non solo aveva capito il significato dello sguardo di lui, visto tante, troppe altre volte, ma lo aveva persino ricambiato.

Entrambi continuavano a rimandare il momento in cui avrebbero dovuto parlare della loro insoddisfazione, inadeguatezza, infelicità e dell’incapacità di poter continuare a stare dentro al loro matrimonio. Non c’era ormai tenerezza tra loro, solo una consuetudine, fatta di ricordi, che però più che scaldare il cuore accendeva invece la tristezza per il confronto tra la felicità del passato e il vuoto del presente.

Lui aveva pensato tante volte a come avrebbe potuto riprendere in mano il suo matrimonio, faceva mille ipotesi, alcune delle quali lo commuovevano persino, ma non tanto per il bene che ciò avrebbe fatto a lei, alla moglie, quanto per la bontà che lui avrebbe dimostrato al mondo di possedere. Si commuoveva così per se stesso, per come avrebbe manifestato agli altri tutta la sua profonda bontà d’animo, e si dispiaceva che, di quella bontà, al momento peraltro completamente immaginaria, non vi fosse già qualche, altrettanto commosso, spettatore…

Faceva tutti questi pensieri «benevoli», ma la realtà era che, di mettersi a lavorare davvero sul suo matrimonio, sul suo rapporto con lei, non aveva voglia, né propensione. Ci pensava solo per ripulirsi la coscienza e poter dire un domani, quando il momento della rottura sarebbe arrivato, che lui quella stessa rottura «non la voleva davvero» e fino all’ultimo ci aveva… provato. Si riservava il diritto di uscire pulito da un fallimento che sentiva arrivare ogni giorno di più, come in fondo fanno tanti.

Peraltro, lui era piuttosto convinto di quello che oggi pensano quasi tutti: «*quando non ci sono più i sentimenti non c’è più niente da fare*». Con questo luogo comune tanto diffuso, quanto infondato, si accompagnano al cimitero molte unioni oggigiorno.

Lei, del resto, era sulla stessa linea. Risuonavano insieme e la musica era quella di due persone che, senza dirselo esplicitamente, si stavano preparando a ripiegarsi ciascuna su se stessa, senza più fiducia nell’altro, senza speranze, anzi con uno sguardo sempre più puntato sui rimpianti, che, quando si deve dare la colpa ad un altro delle proprie inadeguatezze, sono sempre preziosi, anzi indispensabili.

Era come se la loro felicità di un tempo fosse, un giorno in cui erano stati particolarmente poco accorti nel sorvegliarla, fuggita e caduta in fondo al lago, dov’era ormai tenuta cattiva da un’enorme massa d’acqua, grigia e impenetrabile come le loro anime.



**2**



Fu solo alla sera che rincasò. Le ruote della macchina, rotolando sul viale di accesso, pestavano dispettose e prepotenti la ghiaia, facendola di quando in quando schizzar via con un sordo crepitìo.

Le luci della casa erano gialle, accese e si rispecchiavano sulle acque.

Quando fu più vicino, notò che la porta d’ingresso era spalancata, ma la costa e il pontile erano deserti.

Fermò l’auto, scese, poi la chiuse col telecomando quando già stava camminando per entrare.

L’ingresso dava su un ampio spazio adibito a soggiorno e cucina. La televisione era accesa, ma non c’era nessuno.

Stanco, si sedette sul divano e si tolse le scarpe, felice di quei pochi istanti di solitudine inaspettati. Si assopì.

Quando si svegliò, erano le dieci di sera. Non c’era ancora nessuno intorno a lui. Andò a vedere in bagno, in cantina, nel garage. Fece due volte il giro intorno a casa, ma sua moglie non si trovava da nessuna parte.

Fece per chiamare il cellulare di lei, lo sentì squillare dentro casa. Andò a prenderlo e notò che c’erano altre chiamate non risposte a partire dalle ore 18 circa. Pensò che dovesse essersi allontanata più o meno a quell’ora e poi… che il cellulare lo dimenticava sempre.

Si sedette di nuovo sul divano e iniziò a passare in rassegna le possibili ipotesi, sia nel caso in cui la sua assenza fosse volontaria, cosa via via sempre meno probabile, sia nel caso in cui fosse accaduto qualcosa di imprevisto.

In quest’ultimo caso, si chiedeva quell’ipotetico imprevisto nel corso di cosa potesse essere accaduto: magari era uscita per la spesa dimenticando la porta aperta e poi non era riuscita, per qualche ragione sempre da cercar di capire, a rientrare? Oppure era venuta una vicina ad invitarla per qualcosa, un aperitivo, qualcosa da cucinare insieme: quindi o si trovava ancora via – improbabile, visto l’orario – oppure di nuovo un imprevisto sulla strada – quale? – del ritorno.

Non era preoccupato. Anzi. Non solo stava benissimo da solo, ma quella situazione lo aveva portato a fantasticare sul momento in cui *lui* stesso l’avrebbe ritrovata e riportata a casa. Magari – pensava – era successo davvero qualche cosa di grosso e allora quando la ritroverò arriveranno anche la polizia e i giornalisti e vorranno entrambi intervistarmi, i primi per le ricerche, certo, i secondi per la cronaca. Si guardò in basso per vedere com’era vestito e si preoccupò dell’abito che avrebbe potuto indossare per tale evenienza: non troppo elegante, che in fondo non c’era niente da festeggiare, anzi più qualcosa di sport casual, come di chi ha trascorso diverse ore a marciare nei boschi in cerca della persona amata che vi si è smarrita…

Mentre andava così fantasticando, guardò l’orologio. Era l’una di notte. Solo a quel punto, come un bambino che si spaventa durante un gioco, capì che poteva esserle davvero successo qualcosa di brutto, iniziò a preoccuparsi e decise di telefonare alla polizia.

la seconda ed ultima parte venerdì prossimo – iscriviti al blog per non perderla

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