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Partire, morire.

Ti saluto, devo partire per il Donbass.

Mi ero arruolato nell’esercito italiano per godere di una tessera sconti del 10% sulle gomme da masticare e condurre finalmente veicoli diesel targati con il verso di Fonzie, ma ora la guerra é stata dichiarata e non posso più tirarmi indietro.

Come i Francesi di Napoleone, come i Tedeschi di Hitler, gli Italiani di Mussolini, andrò verso il grande oriente solo per godere per qualche istante di quella temporaneità, di quella mortalità che gli dei invidiano agli uomini, proprio come la notte, quell’unica notte, di Achille con Briseide.

Altrimenti non si spiega questo ricorrente fluire verso la terra dell’Aurora che, poco dopo il tuo arrivo, ti risbatte indietro, con il grande dono del presente e con la sensazione, dopo quella implacabile risacca, di non appartenere più a niente, di non esser più da nessuna parte, perché ci sono posti e parti che vivono solo per alcuni attimi e chissà, chissà se adesso ci sono ancora, adesso che scavano per te una buca di nostalgia infinita, e ti ci buttano dentro, per quell’aria che solo là hai potuto prendere, che quella di qui é diversa, sempre utile ma meno preziosa.

Non so quando ritornerò, ma non importa.

Quando Ulisse scese nell’Ade per chiedere al grande indovino Tiresia se e in qual giorno avrebbe fatto ritorno, si sentì molto giustamente domandare «Ma non hai capito che é il viaggio che ti tiene in vita?»

Non è importante quando si ritorna, ma con quanti segreti disvelati si rimette piede a casa.

Uno di questi spero sia la risposta alla mia ormai risalente domanda: ma perché le donne dell’Est scazzano sempre le scarpe?

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