«La strada larga gli aveva promesso di non chiedergli nulla. Soltanto dopo Arel comprese che intendeva prendersi tutto.»
Quando Lyra partì per la Città luminosa, lasciò ad Arel una pietra bianca e una promessa.
«Ci incontreremo davanti alla porta orientale il primo giorno d’autunno.»
«Potremmo partire insieme.»
«Potremmo», rispose lei. «Ma tu continui a dire che non sei pronto.»
Arel aveva una bottega, una madre anziana e quattro campi affidati alle sue cure. Aveva anche paura dei monti. Gli sembravano denti cresciuti sul margine del mondo.
«Partirò fra un mese.»
Lyra lo baciò sulla fronte. «Allora ti aspetterò.»
Un mese divenne tre. La madre morì in primavera. I campi furono venduti. Arel chiuse la bottega e arrivò al bivio all’inizio dell’estate, con un cavallo carico di bauli.
Due archi segnavano l’ingresso delle strade.
Sopra il primo era inciso: CHI VUOLE VIVERE, PASSI.
Era così stretto che Arel avrebbe dovuto lasciare il cavallo e togliersi lo zaino.
Il secondo era largo quanto la piazza del villaggio. Un viale lastricato correva tra alberi in fiore. Sull’arco si leggeva: OGNI DESIDERIO TROVA LA SUA VIA.
Un uomo vestito d’azzurro lo accolse con un inchino.
«La strada larga conduce alla Città luminosa?» domandò Arel.
«Tutte le strade conducono dove il viaggiatore desidera.»
«Quanto tempo richiede?»
«Nessuno conta i giorni quando cammina senza fatica.»
Arel guardò l’apertura stretta. Dall’altra parte saliva un sentiero di pietre. Una donna anziana trascinava un carretto e nessuno l’aiutava.
Pensò ai bauli, al cavallo e al denaro guadagnato in una vita.
Scelse la strada larga.
⁂
Per i primi giorni fu felice.
Le locande non chiedevano denaro. I letti avevano lenzuola pulite. Ogni sera i tavoli offrivano i piatti preferiti dei viaggiatori. Quando Arel pensava alle focacce di sua madre, una cameriera gliene portava una ancora calda.
La strada attraversava prati nei quali era sempre primavera. L’aria profumava di tiglio e pane. I rami si piegavano per offrire frutti maturi. Non pioveva mai.
Arel conobbe decine di persone dirette alla Città luminosa. Nessuno sapeva da quanto tempo fosse in viaggio.
«Tre settimane», diceva una donna.
Il marito la correggeva. «Siamo partiti otto anni fa.»
Poi ridevano entrambi, come se la differenza non avesse importanza.
Arel continuò. A ogni locanda gli veniva chiesto di lasciare qualcosa perché i cavalli potessero riposare. Prima un attrezzo, poi un libro, infine una fotografia. In cambio riceveva oggetti più belli, ma il giorno seguente non ricordava perché li avesse desiderati.
La pietra bianca di Lyra restava nella tasca interna del mantello. Di notte si scaldava.
Un pomeriggio Arel vide il bivio.
I due archi erano davanti a lui come il giorno della partenza.
L’uomo vestito d’azzurro lo accolse con lo stesso inchino.
«Ho camminato in cerchio», disse Arel.
«Hai camminato senza soffrire.»
«Non sono arrivato.»
«Arrivare è una preoccupazione di chi non sa godersi il viaggio.»
Arel si voltò. Dietro di lui, il viale scompariva tra gli alberi. Vide i viaggiatori ridere davanti alle locande. Alcuni avevano capelli bianchi che nelle fotografie conservate portavano ancora scuri.
«Come ti chiami?» domandò all’uomo.
«Vaelor.»
«Da quanto sorvegli questa strada?»
«Da quando ho capito che il dolore è inutile.»
Vaelor gli raccontò che da ragazzo aveva seguito il padre lungo la via stretta. L’uomo gli negava acqua e riposo, chiamando virtù ogni crudeltà. Quando la sorella di Vaelor si ammalò, il padre rifiutò di fermarsi: sosteneva che la sofferenza avrebbe purificato entrambi. La ragazza morì tra le sue braccia.
Vaelor aveva ricevuto il male da un uomo che usava il bene come una frusta. Da allora aveva deciso che nessuno avrebbe più sofferto sulle strade. Aveva creato un cammino senza fame, freddo o perdita. Poco alla volta aveva smesso di distinguere il sollievo dalla prigionia.
«Puoi restare», disse. «Dimenticherai la donna che ti aspetta. Non sentirai più la sua mancanza.»
«È questo che offri? Non la felicità, ma l’assenza della nostalgia?»
«Sono la stessa cosa.»
Arel strinse la pietra. «No.»
Attraversò l’arco stretto.

⁂
Il cavallo non passava. Arel lo liberò dalla sella e lo lasciò nel prato.
Il primo baule conteneva gli abiti migliori. Il secondo gli attrezzi della bottega. Il terzo le stoviglie di sua madre. Provò a spingerli attraverso l’arco, ma la pietra si restrinse.
«Non posso abbandonare tutto», disse.
La vecchia con il carretto era ancora sul sentiero. Sembrava non fosse trascorso un solo giorno.
«Allora porta ciò che riesci», rispose.
Arel scelse un martello, una coperta, un pane e la pietra bianca. Quando passò, l’arco gli sfiorò le spalle.
Aiutò la vecchia a spingere il carretto. Si chiamava Nemea e trasportava semi verso un paese bruciato.
«Potremmo lasciarne metà», disse Arel durante la salita.
«Potremmo.»
«Perché non lo facciamo?»
«Perché dall’altra parte ci sono bambini che devono mangiare il prossimo inverno.»
La risposta non aveva eroismo. Nemea la pronunciò asciugandosi il naso con la manica.
Camminarono per tre giorni. Il sentiero attraversava rocce color rame, cespugli di timo e gole nelle quali il vento produceva un suono simile a un coro lontano. Di notte il cielo pareva così vicino che Arel temeva di urtarlo alzandosi.
Al quarto giorno trovarono un uomo ferito. Arel voleva arrivare alla città prima dell’autunno. Si fermò ugualmente.
Al sesto ripararono il tetto di una casa.
Al nono divisero il pane con una famiglia in viaggio nella direzione opposta.
Ogni sosta gli sembrava un tradimento verso Lyra. Eppure la pietra nella tasca diventava più calda.
Quando raggiunsero il villaggio bruciato, i bambini corsero incontro a Nemea. Arel rimase il tempo necessario per riparare un aratro. Usò il martello salvato dal baule.
«Sei in ritardo», disse la vecchia quando ripartì.
«Lo so.»
«Ti dispiace esserti fermato?»
Arel guardò i semi affidati alla terra nera. «Sì. E lo rifarei.»
Nemea sorrise. «Allora la strada ti sta portando da qualche parte.»
Oltre il villaggio il sentiero entrava nella gola delle Voci. Le rocce ripetevano i pensieri che i viaggiatori non pronunciavano. Arel udì la propria voce sussurrargli che Lyra si era già sposata, che ogni sosta era stata inutile e che gli uomini generosi arrivano sempre dopo coloro che pensano soltanto a sé.
Nemea gli aveva regalato un sacchetto di semi. Il peso era quasi nullo, ma nella gola diventò insopportabile. A ogni passo Arel vedeva il baule degli abiti, il cavallo e la bottega perduta.
Incontrò un ragazzo fermo davanti a una fenditura. Si chiamava Teren e non riusciva ad attraversarla perché portava sulle spalle il padre malato.
«Aspetteremo che qualcuno torni con una corda», disse Arel.
«Nessuno torna indietro su questa strada», rispose Teren.
Arel guardò il cielo. Mancavano forse quattro giorni all’autunno. Tolse la coperta dallo zaino, la strappò in strisce e costruì un’imbracatura. Impiegarono tutto il pomeriggio per passare il vecchio oltre la fenditura.
Durante la notte l’uomo ebbe la febbre. Arel rimase sveglio con Teren e gli bagnò la fronte. Le Voci continuavano a ripetere che Lyra non lo avrebbe aspettato.
«Chi è?» domandò il ragazzo.
«Una donna alla quale ho promesso di arrivare.»
«Allora vai. Resto io con mio padre.»
Arel si alzò. Fece alcuni passi. Il vecchio cominciò a tremare e Teren lo chiamò con una voce ancora infantile.
Arel tornò accanto al fuoco.
«Perché?» chiese il ragazzo.
«Perché se Lyra mi ama soltanto quando abbandono chi ha bisogno, non è da lei che sto andando.»
Al mattino la febbre scese. Teren gli restituì le strisce della coperta, ma Arel ne lasciò metà al padre.
«La strada ti toglie tutto», disse il ragazzo.
«No. Mi costringe a decidere che cosa voglio farne.»
Più avanti, la gola gli mostrò un’ultima visione. Arel arrivava puntuale alla porta orientale, ricco e ben vestito. Lyra gli chiedeva che cosa avesse visto durante il viaggio. Lui non aveva nulla da raccontare.
La voce cessò.
Quando uscì dalla gola, il sacchetto dei semi gli parve leggero.
⁂
Poco prima del passo più alto, Arel incontrò di nuovo Vaelor.
Non portava più l’abito azzurro. Era scalzo e aveva il volto scavato.
«La strada larga sta morendo», disse. «Da quando sei uscito, altri hanno cominciato a ricordare.»
Dietro di lui avanzavano persone confuse. Alcune erano molto vecchie. Altre stringevano oggetti dei quali non conoscevano più il significato.
«Portali con te», ordinò Vaelor.
«Non posso portarli tutti.»
«Allora ammetti che la strada stretta è crudele.»
Arel osservò il sentiero. Oltre il passo si vedevano torri chiare, ancora lontane. L’autunno era vicino. Se avesse aiutato i viaggiatori, avrebbe perduto l’appuntamento con Lyra.
«Non posso portarli», ripeté. «Posso camminare con loro.»
Divise il gruppo in coppie. Insegnò a usare corde e bastoni. Chiese ai più forti di sostenere i deboli. Quando un uomo cadde, non lo sollevò da solo: fece inginocchiare gli altri e insieme costruirono una barella.
Vaelor li seguiva in silenzio.
Quella sera si fermarono sotto una parete che conservava il calore del sole. Arel preparò una zuppa con erbe amare. Nessuno parlò della città. Ascoltarono il vento nelle gole e il crepitio dei rami.
Vaelor sedeva lontano.
Arel gli portò una scodella.
«Non voglio la tua pietà.»
«È zuppa.»
«Dopo ciò che ho fatto?»
«Dopo ciò che hai fatto dovrai aiutare queste persone a ricordare i propri nomi. La zuppa viene prima.»
Vaelor prese la scodella. Le mani gli tremavano.
«Mia sorella si chiamava Elya», disse.
Era la prima cosa vera che pronunciava da molti anni.

⁂
Raggiunsero la Città luminosa il terzo giorno d’autunno.
La porta orientale era chiusa. Sul piazzale non c’era nessuno.
Arel si sedette davanti alle mura. Aveva perduto il cavallo, i bauli, il denaro e la promessa di arrivare in tempo. La pietra bianca era ancora nella tasca, ma ormai non emanava calore.
«Forse non ti aspettava davvero», disse Vaelor.
Arel non rispose.
Al tramonto la porta si aprì. Lyra uscì portando un mantello verde. Aveva i capelli più corti e una cicatrice lungo il collo.
«Sei in ritardo», disse.
«Sì.»
«Due giorni.»
«Ho impiegato molto più di due giorni.»
Lyra guardò le persone dietro di lui. «Lo vedo.»
Arel le porse la pietra. «Se non vuoi più mantenerla, capirò.»
Lei chiuse le dita intorno alla sua mano senza prendere la pietra.
«Ti avevo promesso che ti avrei aspettato davanti alla porta il primo giorno d’autunno. Non avevo detto che me ne sarei andata il secondo.»
Arel rise. Poi pianse contro la sua spalla.
La Città luminosa non era fatta d’oro. Le strade avevano fango, le case richiedevano riparazioni e gli ospedali erano pieni. La luce proveniva dalle finestre accese per chi arrivava tardi.
Vaelor rimase fuori dalle mura per tutta la notte.
La mattina Arel lo trovò davanti alla porta stretta dei pellegrini.
«Conduce dentro?» domandò Vaelor.
«Sì.»
«Perché è così piccola?»
Arel guardò il vecchio abito azzurro che l’uomo teneva ancora sulle braccia.
«Forse hai portato qualcosa che non passa.»
Vaelor lasciò cadere l’abito.
Entrò.
Molti anni dopo Arel tornò al bivio insieme a Lyra. La strada larga era coperta d’erba. L’arco stretto, invece, era diventato ancora più piccolo.
«Prima o poi nessuno riuscirà ad attraversarlo», disse Arel.
Lyra si chinò e passò.
«Oppure», rispose dall’altra parte, «prima o poi capiremo quanto poco serve davvero portare con noi.»
Arel posò a terra il proprio bagaglio.
Poi la seguì.

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?