«Selene aveva trascorso la vita a riparare anime incrinate. Soltanto Coren le mostrò che alcune crepe servivano a far entrare la luce.»
Ogni bambino di Lyth riceveva un’anima di cristallo sette giorni dopo la nascita.
I genitori la portavano alla Casa limpida, dove i maestri la collocavano nel petto attraverso un taglio sottile. Le anime pazienti erano azzurre. Quelle coraggiose avevano riflessi rossi. Le più rare contenevano una luce bianca e venivano destinate al governo.
Le anime incrinate scendevano invece nel laboratorio sotterraneo.
Selene lavorava laggiù da quando aveva memoria.
Il suo compito consisteva nel saldare le fratture con argento caldo. Le anime arrivavano dentro scatole numerate. Nessun nome. Nessun volto. Se la riparazione falliva, venivano fuse e trasformate in vetri per le finestre pubbliche.
«Anche l’imperfezione deve servire alla città», diceva il maestro Ivar.
Una sera portarono una scatola senza numero.
Dentro c’era un’anima trasparente, spezzata in sette punti. Al centro pulsava una macchia scura.
Selene la sfiorò con le pinze.
Il laboratorio scomparve.
Vide un ragazzo inginocchiato davanti a un soldato ferito. Il ragazzo si chiamava Coren. Lo seppe come si conosce il proprio nome. Gli ordinavano di lasciare morire l’uomo, ma lui cercava di fermare il sangue.
Poi apparve Ivar. Posò una lama luminosa sul petto di Coren e gli spezzò l’anima.
Selene lasciò cadere le pinze.
Il cristallo emise sette note, una per ogni frattura.
«Che cosa hai visto?» domandò Ivar alle sue spalle.
«Nulla.»
Una crepa apparve sulla parete del laboratorio.
Nella città delle anime limpide, persino i muri riconoscevano le menzogne.
Ivar chiuse la scatola. «Questa non va riparata. Domani la fonderemo.»
«Perché?»
«Appartiene a un uomo incapace di obbedire.»
«Ho visto compassione.»
«Hai visto debolezza travestita da virtù.»
Quando Ivar se ne andò, Selene riaprì la scatola.
La macchia scura pulsò ancora.
Questa volta pronunciò il suo nome.

⁂
Coren era rinchiuso nella torre degli Opachi.
Selene non era mai salita in superficie di notte. Lyth le apparve come una coppa di vetro posata sotto le stelle. Ponti trasparenti collegavano le case. Dai petti delle persone filtravano colori ordinati. Nessuna luce tremava.
La torre, invece, era buia.
Selene usò la chiave di Ivar e trovò Coren nella cella più alta. Senza anima, il ragazzo respirava ma non provava fame, paura o dolore. Sedeva contro il muro con gli occhi aperti.
«Coren?»
Lui la guardò. «È il mio nome?»
«Sì.»
«Il maestro dice che non ne ho bisogno.»
Selene aprì la scatola. Le sette note riempirono la cella.
Coren portò una mano al petto.
«Conosco quel suono.»
«Posso provare a ripararla.»
«E se fallisci?»
«La distruggeranno comunque.»
«Non parlavo dell’anima.»
Selene comprese che, anche senza cristallo, qualcosa in lui continuava a preoccuparsi per lei.
Lo condusse nel laboratorio attraverso i condotti dell’aria. Lavorò fino all’alba. Ogni volta che versava argento, una frattura si chiudeva e un ricordo passava nelle sue mani.
Vide Coren bambino dividere il pane con una mendicante. Vide il padre rimproverarlo perché si lasciava commuovere troppo facilmente. Vide i soldati ordinargli di incendiare una casa nella quale si nascondevano ribelli e bambini.
Coren aveva abbassato la torcia.
Per questo Ivar aveva spezzato la sua anima.
«La macchia scura non è un difetto», disse Selene. «È un ricordo sigillato.»
Coren sedeva sul tavolo, pallido. «Quale?»
Lei toccò il centro del cristallo.
Vide una stanza piena di culle. Ivar ordinava ai tecnici di sostituire le anime irregolari con copie docili. Migliaia di bambini crescevano con desideri scelti dalla città.
Coren aveva scoperto tutto.
La porta del laboratorio si aprì.
Ivar entrò con le guardie.
«Sapevo che la curiosità ti avrebbe tradita», disse.
Selene nascose l’anima dietro la schiena.
«Perché gli hai fatto questo?»
«Perché una città non sopravvive se ogni uomo obbedisce alla propria compassione.»
«Una città così sopravvive. Ma non vive.»
Ivar ordinò alle guardie di prendere Coren.
Selene gettò a terra una fiala d’argento. Il metallo si diffuse come uno specchio. Le guardie videro riflesse le proprie anime: opache, piene di tagli nascosti. Esitarono.
Selene e Coren fuggirono nei condotti.
I condotti attraversavano il quartiere delle Culle, dove le anime venivano assegnate ai neonati. Da una grata Selene vide decine di madri in attesa. I tecnici passavano fra i letti con vassoi di cristalli identici.
Coren indicò una donna che stringeva un bambino al petto. «Lei sa che cosa stanno facendo?»
«Le dicono che scelgono l’anima più adatta.»
«E tu lo credevi?»
Selene avrebbe voluto difendersi. «Non ero mai salita qui.»
«Ma riparavi ciò che scendeva.»
La frase le fece più male di un’accusa gridata. Aveva obbedito senza domandare da dove provenissero le crepe. La propria innocenza dipendeva dall’aver mantenuto lo sguardo sul tavolo.
In una stanza laterale trovarono anime scartate. Alcune appartenevano a bambini giudicati troppo curiosi, altre troppo sensibili. Selene aprì gli armadi. Migliaia di note musicali riempirono il condotto.
I tecnici si voltarono.
Coren avrebbe potuto fuggire. Rientrò invece nella stanza e rovesciò i vassoi delle copie docili. I cristalli si mescolarono sul pavimento.
«Adesso non sapranno quale mettere», disse.
«Ci prenderanno.»
«Allora corriamo meglio.»
Selene si sorprese a ridere mentre le guardie li inseguivano. Era una sensazione disordinata, inutile e viva.
Raggiunsero una scala che saliva verso la superficie. Prima di seguirlo, Selene guardò le anime scartate. Non poteva portarle tutte.
Attivò il sistema di consegna. Le scatole partirono lungo i tubi verso le famiglie alle quali erano state sottratte. Non sapeva quali conseguenze avrebbe prodotto quel gesto. Per la prima volta compì una scelta senza la garanzia di poterla riparare.
⁂
Si rifugiarono nella serra abbandonata sopra il quartiere orientale.
Lì crescevano piante che nessuno coltivava più, perché avevano forme irregolari. Felci con foglie diseguali, rose senza spine e alberi piegati dalla ricerca della luce. Il vetro rotto del tetto lasciava entrare la pioggia.
Selene accese un piccolo fuoco. Coren osservò la propria anima dentro la scatola.
«Se me la restituisci, ricorderò tutto?»
«Sì.»
«Anche la paura?»
«Soprattutto quella.»
Coren prese la scatola. «Mio padre diceva che la compassione è una porta lasciata aperta ai ladri.»
«Aveva sofferto?»
«Da ragazzo accolse un viaggiatore. Quello gli rubò il raccolto. Da allora chiuse la porta anche quando fuori c’erano bambini.»
«E tu?»
«Io continuavo ad aprirla di nascosto.»
Selene osservò la pioggia scendere attraverso il tetto rotto. «Forse passiamo la vita a decidere se la ferita ricevuta debba diventare una legge per gli altri.»
Coren le restituì la scatola. «Tu quale legge hai ricevuto?»
«Che essere perfetta significa non aver bisogno di nessuno.»
«È una legge triste.»
«La sto infrangendo.»
Lui le porse la tazza vuota. «Allora ho bisogno di un’altra tisana terribile.»
Selene ne preparò una ancora peggiore.
Lui rimase in silenzio.
Selene preparò una tisana con foglie raccolte nella serra. Non era brava. La bevanda risultò amara e Coren fece una smorfia.
«Questa è la prima cosa che sento da giorni», disse.
«Il disgusto?»
«La gratitudine di non doverne bere un’altra.»
Risero piano. La pioggia ticchettava sui vetri con lo stesso ritmo delle sette note.
«Tu che anima hai?» domandò Coren.
Selene indicò il proprio petto. Una luce bianca brillava sotto la pelle.
«Perfetta.»
«Sei felice?»
Nessuno glielo aveva mai chiesto.
«Sono utile.»
«Non è la stessa cosa.»
Selene guardò le rose senza spine. Aveva sempre creduto che il valore di una cosa dipendesse dalla funzione assegnata. Coren, privo persino dell’anima, riusciva a vederla come una persona.
«Restituirmela ti costerà qualcosa?» chiese lui.
Selene non rispose.
Per completare la saldatura serviva un frammento di cristallo perfetto. Il suo.
⁂
All’alba le guardie circondarono la serra.
Ivar entrò da solo. Portava la lama luminosa.
«Consegnami l’anima», disse. «Dimenticherò ciò che hai fatto.»
«Come hai dimenticato ciò che hanno fatto a te?»
Il maestro si fermò.
Selene aveva visto anche i suoi ricordi, nascosti nell’argento degli strumenti. Ivar era nato con un’anima sensibilissima. Da bambino sentiva il dolore degli altri come proprio. Il padre, comandante della città, lo portava alle esecuzioni per indurirlo. Quando Ivar piangeva, gli spezzava un piccolo frammento d’anima.
«La compassione mi rendeva schiavo», disse Ivar.
«Tuo padre ti ha ferito perché non sopportava ciò che sentivi. Tu hai costruito una città in cui nessuno possa ricordarglielo.»
«Ho eliminato il caos.»
«Hai trasmesso la sua paura a ogni bambino.»
Ivar sollevò la lama. Coren si mise davanti a Selene benché fosse ancora senz’anima.
«Vedi?» disse lei. «Non sei riuscito a togliere ciò che rende umano un uomo.»
Ivar colpì.
Selene aprì la scatola e infilò la mano nel proprio petto. Il dolore fu bianco, assoluto. Estrasse una scheggia dalla sua anima e la posò nella settima frattura di quella di Coren.
Le note esplosero insieme.
La luce attraversò la serra, le strade e la Casa limpida. Ogni abitante vide per un istante ciò che era stato tolto alla propria anima: paure, desideri, compassione, rabbia, capacità di dire no.
Coren ricevette il cristallo nel petto. Cadde in ginocchio, travolto dai ricordi.
Ivar lasciò la lama.
La sua anima, quasi interamente vuota, apparve sotto la tunica.
Selene avrebbe potuto spezzarla. Invece gli offrì la scheggia rimasta sul palmo.
«Non posso ripararti senza il tuo consenso.»
Ivar guardò le guardie. Molte piangevano. Dalla città saliva un suono immenso di vetro incrinato.
«Mi farà sentire tutto?»
«Sì.»
«Allora non la voglio.»
Fuggì attraverso la porta laterale. Nessuno lo inseguì.

⁂
Lyth non crollò.
Per alcune settimane regnò la confusione. I soldati discussero gli ordini. I giudici ammisero dubbi. I bambini piansero senza che nessuno tentasse di correggerli. Molte finestre pubbliche si spezzarono, liberando i resti delle anime fuse.
Selene chiuse il laboratorio.
La sua anima non era più perfetta. Nel punto da cui aveva estratto la scheggia rimaneva un vuoto. Quando era stanca, la luce le tremava nel petto.
Coren la aiutò a trasformare la serra in una casa per le anime ferite. Non le riparavano tutte. Alcune persone desideravano soltanto comprendere le proprie crepe. Altre sceglievano di conservarle.
Un giorno arrivò una scatola senza numero. Dentro c’era una scheggia quasi trasparente e un biglietto.
NON SONO ANCORA PRONTO. MA NON L’HO DISTRUTTA.
Selene riconobbe la luce di Ivar. Mise la scatola sullo scaffale più alto.
La sera lei e Coren sedevano sotto il tetto riparato. La città brillava in centinaia di colori disuguali. Nessuna anima era più destinata a un mestiere alla nascita.
«Ti penti?» domandò Coren, sfiorando il vuoto luminoso nel petto di Selene.
«Ogni tanto.»
«È una risposta poco eroica.»
«È quella vera.»
Lui appoggiò la fronte alla sua.
Le loro anime emisero due note diverse.
Non erano perfettamente accordate.
Proprio per questo, insieme, producevano musica.

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?