storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Il giardino dove fiorivano le scelte

Il giardino dove fiorivano le scelte

«Il giardino gli mostrava tutte le vite che avrebbe potuto vivere. Nessuna, però, poteva scegliere ancora.»

Erian trovò il giardino seguendo una farfalla che aveva il volto di Lysa sulle ali.

La vide nel cortile della locanda, il giorno dopo aver ricevuto la lettera con cui lei annunciava il proprio matrimonio. La farfalla si posò sul bicchiere, aprì le ali e mostrò gli occhi grigi della donna che Erian aveva amato senza trovare il coraggio di dirglielo.

Poi volò verso le colline.

Erian la seguì fino a un monastero abbandonato. Dietro l’abside cresceva un muro di rose nere. La farfalla attraversò i rami. Quando Erian li separò, trovò un cancello.

Oltre si stendeva un giardino impossibile.

I fiori avevano colori che cambiavano mentre li guardava. Alcuni producevano voci. Altri contenevano minuscole stanze visibili tra i petali. Sentieri di ghiaia bianca si dividevano e tornavano a incontrarsi senza obbedire alla distanza.

Un vecchio in abito verde annaffiava una fila di gigli.

«Sei arrivato tardi», disse.

«Mi aspettavi?»

«Il giardino aspetta chiunque pronunci troppe volte le parole se avessi.»

Il vecchio si chiamava Azor. Gli mostrò un fiore azzurro cresciuto ai piedi di un mandorlo.

«Questo è il giorno in cui non hai chiesto a Lysa di restare.»

Erian si inginocchiò. Nel centro del fiore vide se stesso correre verso la stazione, fermare la carrozza e dichiararsi. Lysa scendeva. Lo baciava sotto la pioggia.

«È accaduto?»

«Avrebbe potuto.»

«Posso entrare?»

Azor sorrise. «Tutti possono.»

erian davanti al fiore azzurro

⁂

Il fiore si aprì intorno a Erian.

Si ritrovò in una casa affacciata sul mare. Lysa preparava il caffè. Portava una camicia di lui e aveva i capelli spettinati.

«Finalmente ti sei svegliato», disse.

Erian conosceva quella cucina pur non essendoci mai stato. Sapeva dove erano le tazze e quale asse del pavimento scricchiolava. Sul tavolo c’erano lettere firmate da entrambi. Alle pareti, fotografie di viaggi mai compiuti.

Lysa lo baciò.

Per tre giorni Erian visse la vita desiderata. Passeggiarono sulla spiaggia, discussero per una finestra lasciata aperta, cenarono con amici che lui non aveva mai conosciuto. Ogni dettaglio era credibile, persino le piccole irritazioni.

La quarta sera Erian le chiese: «Che cosa desideri fare domani?»

Lysa rimase immobile.

«Quello che desideri tu.»

«E tu?»

«Quello che desideri tu.»

Erian provò altre domande. Lysa sapeva raccontare il passato alternativo, ma non riusciva a immaginare qualcosa che il fiore non contenesse. Era perfetta e priva di futuro.

Quella notte Erian sentì grattare dietro le pareti. Strappò la carta e trovò radici azzurre. La casa intera cresceva dentro il fiore.

«Vieni con me», disse a Lysa.

Lei lo seguì fino alla porta. Quando Erian l’aprì, oltre c’era il giardino.

Lysa non riuscì ad attraversare.

«Se esci, io smetterò di esistere.»

«Tu non sei lei.»

«Sono tutto ciò che avresti potuto avere.»

Erian pianse. «Ma non puoi scegliere me.»

Attraversò la soglia.

Il fiore azzurro si chiuse. Dentro, Lysa continuò a battere sul vetro dei petali.

Azor stava potando una siepe.

«Molti impiegano anni ad accorgersene», disse.

«Liberala.»

«Non è prigioniera. È una possibilità.»

«Soffre.»

«Perché tu le hai dato abbastanza vita da soffrire.»

Erian tentò di strappare il fiore. Le radici gli avvolsero il polso e gli mostrarono altre vite: Lysa infelice con lui, Lysa morta giovane, Lysa madre dei suoi figli, Lysa che lo tradiva, Lysa che pregava accanto al suo letto.

Tutte erano possibili. Nessuna era vera.

Una radice lo trascinò dentro un secondo fiore.

Questa volta Erian aveva raggiunto la carrozza, ma Lysa gli aveva detto di no. Lo aveva fatto con dolcezza, spiegando di considerarlo un amico. Nella vita contenuta dal fiore, Erian era tornato a casa umiliato e aveva smesso di fidarsi di chiunque. Anni dopo era diventato un uomo duro, capace di ferire per primo.

Nel terzo fiore non aveva mai conosciuto Lysa. Aveva sposato una fornaia e sembrava felice. Erian osservò quella famiglia durante una cena. Desiderò rimanere, benché non conoscesse i nomi dei bambini.

Nel quarto era partito da solo per il mare. Nel quinto era diventato sacerdote. Nel sesto moriva giovane per salvare uno sconosciuto.

Quando riemerse, non sapeva più quale volto gli appartenesse.

Azor lo aspettava.

«Capisci adesso?» disse. «Non esiste una persona. Esiste soltanto il risultato delle circostanze.»

«Allora nessuno è responsabile.»

«La responsabilità è il nome che diamo a una strada dopo aver dimenticato tutte le altre.»

Erian guardò le mani. In ogni vita avevano compiuto gesti diversi. Eppure, dentro ciascun fiore, arrivava un momento nel quale poteva riconoscere la paura e scegliere se servirla.

«Le circostanze preparano la domanda», disse. «Non pronunciano la risposta.»

Azor si irrigidì. «Sono parole che usano i fortunati.»

«No. Sono parole che mi impediscono di accusare Lysa per una vita che non le ho mai chiesto di vivere.»

Il fiore azzurro emise un piccolo suono, come un vetro sfiorato.

⁂

Erian cercò l’uscita, ma i sentieri cambiavano.

Incontrò altre persone intrappolate. Un soldato viveva dentro il giorno in cui aveva rifiutato la guerra. Una madre cullava un figlio mai nato. Un uomo anziano sedeva davanti a cento versioni della stessa porta.

Erian parlò con loro. Il soldato sapeva che nella vita reale aveva incendiato un villaggio. Nel fiore era diventato un contadino buono e nessuno lo accusava.

«Se esco, tornerò a essere un assassino», disse.

«Tornerai a essere l’uomo che ha ucciso», rispose Erian. «Non è necessariamente tutto ciò che potrai essere.»

«Le famiglie mi perdoneranno?»

«Forse no.»

«Allora perché uscire?»

Erian non aveva una risposta consolante. «Perché qui il tuo bene non aiuta nessuno e il tuo rimorso non ripara nulla.»

La madre col figlio mai nato rifiutò persino di ascoltarlo. Erian si sedette accanto a lei. Il bambino dormiva, perfetto e immutabile. Dopo molte ore la donna domandò se, fuori dal fiore, avrebbe dimenticato il peso del suo corpo.

«Non lo so.»

«Tu non sai quasi niente.»

«È per questo che devo tornare nel presente.»

La donna rise piano. Fu il primo suono non previsto dal fiore.

«Perché li trattieni?» domandò ad Azor.

«Offro loro ciò che il mondo ha negato.»

«Offri una vita che non può cambiare.»

Il giardiniere lo condusse sotto un albero carico di frutti trasparenti. Nel tronco era inciso un nome: MIREN.

«Mia madre», disse.

Azor era nato durante una carestia. Ogni giorno Miren gli raccontava la vita che avrebbe avuto senza di lui: un matrimonio ricco, viaggi, una casa in città. Quando il bambino commetteva un errore, la madre gli mostrava quanto più felice sarebbe stata scegliendo di abbandonarlo.

Azor crebbe convinto di essere la scelta sbagliata di qualcun altro. Quando trovò il giardino, entrò in una possibilità nella quale la madre non lo aveva mai concepito. La vide felice.

«Sono uscito per concedere a tutti la stessa misericordia», disse.

«Quella visione ti ha ferito.»

«Mi ha mostrato la verità.»

«Ti ha mostrato una possibilità. Sei tu che hai deciso di usarla come una condanna.»

Azor strinse le cesoie. «Tu sei stato codardo con Lysa. Non dare la colpa al giardino.»

«Non lo faccio.»

Erian pronunciò quelle parole con fatica. Per anni aveva accusato la propria infanzia, la timidezza, il padre severo e il momento sbagliato. Tutte cose vere. Nessuna aveva mosso le sue gambe quando la carrozza di Lysa era partita.

«Ho avuto paura e ho scelto di tacere», disse. «Quella scelta mi appartiene. Proprio per questo posso sceglierne un’altra.»

Sul sentiero comparve una porta di legno.

Erian fece per raggiungerla, poi udì le persone dentro i fiori.

Poteva uscire. Per liberare gli altri avrebbe dovuto rinunciare all’unica possibilità in cui Lysa lo amava.

Tornò al fiore azzurro.

⁂

Sedette accanto ad Azor e divise con lui una mela trasparente. Aveva sapore di pioggia.

Per qualche minuto non discussero. Il giardino respirava intorno a loro. Migliaia di petali si aprivano e chiudevano come palpebre.

«La odiavi?» domandò Erian.

«Mia madre?»

«Sì.»

«Volevo che mi scegliesse almeno una volta.»

«Forse non ne era capace.»

Azor fissò il frutto. «Questo non cambia ciò che mi ha fatto.»

«No. Ma può cambiare ciò che tu fai adesso.»

Erian prese le cesoie. Azor non lo fermò subito.

«Se tagli la radice principale», disse infine, «perderai ogni vita con Lysa.»

«Anche quelle infelici?»

«Tutte.»

«Mi resterà quella che lei ha scelto.»

«Ha scelto un altro uomo.»

«Allora dovrò rispettarla.»

Azor gli si gettò addosso. Lottarono tra le rose nere. Il giardiniere colpiva con la disperazione di un bambino che proteggeva l’unico luogo in cui il dolore sembrava avere un senso.

Erian riuscì a raggiungere la radice. Era grossa quanto un tronco e conteneva volti, case, figli, vittorie e amori mai vissuti.

Azor sollevò una pietra.

Erian gli porse le cesoie.

«Fallo tu.»

«Perché?»

«Perché il giardino è nato dalla scelta che tua madre non ha fatto. Deve finire con una scelta tua.»

Azor guardò l’albero di Miren. Nei frutti sua madre sorrideva dentro una vita senza di lui.

Lasciò cadere la pietra.

Tagliarono insieme.

erian e azor tagliano la radice

⁂

I fiori si aprirono tutti nello stesso momento.

Le possibilità salirono nel cielo come farfalle. Per qualche istante il monastero fu circondato da migliaia di vite luminose. Poi svanirono.

Le persone intrappolate riapparvero sui sentieri. Alcune erano invecchiate. Altre avevano trascorso nel giardino soltanto un’ora. Nessuno poteva recuperare il tempo perduto.

Azor rimase davanti all’albero ormai spoglio.

«Che cosa sarò senza questo luogo?»

Erian guardò la porta di legno. «Qualcuno che deve ancora scegliere.»

Uscirono insieme.

Erian tornò in città il giorno delle nozze di Lysa. Avrebbe potuto restare lontano. Entrò invece nella chiesa e si sedette in fondo.

Quando Lysa lo vide, si avvicinò.

«Credevo che non saresti venuto.»

«Anch’io.»

«Stai bene?»

Erian pensò alla casa sul mare. «Non ancora. Ma voglio augurarti una vita che possa sorprenderti.»

Lysa lo abbracciò. Non era l’abbraccio del fiore. Era più breve, più incerto e infinitamente più prezioso perché apparteneva a lei.

Azor si stabilì nel monastero. Non coltivò più possibilità. Piantò alberi da frutto veri, che potevano ammalarsi, crescere storti o non dare raccolto.

Anni dopo Erian tornò con una donna conosciuta lungo la strada e con una bambina addormentata sulle spalle.

«È la vita giusta?» domandò Azor.

Erian osservò la compagna discutere con la bambina, che non voleva essere messa a letto.

«Non lo so.»

«Allora come fai a essere felice?»

«Perché non devo confrontarla con tutte le altre.»

Nel vecchio giardino cresceva un solo fiore azzurro.

Non mostrava alcuna vita alternativa. Rifletteva soltanto il cielo presente.

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