«Non devi perdonare nessuno. Devi soltanto sapere che cosa c’è.»
Romanzo breve in dieci puntate — prima parte.
§ 1
La lettera arrivò un martedì mattina, insieme alla bolletta del gas e a un dépliant di una pizzeria che Tommaso non aveva mai ordinato.
La busta era color avorio. In alto a sinistra c’era scritto Studio Solignani. Sotto, in caratteri più piccoli, comparivano un indirizzo e un numero di telefono.

Tommaso la lasciò sul mobile dell’ingresso per quasi un’ora.
Si preparò il caffè. Aprì il frigorifero senza avere fame. Guardò due volte il telefono. Elena gli aveva mandato la fotografia di una tazza sbeccata che il gatto aveva fatto cadere durante la notte. Lui rispose con una faccina che rideva. Poi tornò nell’ingresso.
La busta era ancora lì.
Aveva capito prima di aprirla.
Non avrebbe saputo spiegare come. Forse per quella carta troppo seria. Forse perché, da bambino, aveva imparato a riconoscere le notizie cattive dalla cura con cui gli adulti le confezionavano.
Strappò un lato con l’indice.
La lettera era breve. Lo invitava a presentarsi presso lo studio per comunicazioni relative alla successione del signor Arturo Valenti. L’appuntamento era fissato per il venerdì seguente alle dieci. In caso di impossibilità, avrebbe dovuto telefonare.
Tommaso lesse il nome del padre una sola volta. Ripiegò il foglio lungo la piega originale e lo rimise nella busta.
Sentì una pressione dietro lo sterno. Non era dolore. Era qualcosa di più vecchio e meno preciso, come una mano chiusa che non aveva mai deciso se colpire o trattenere.
Chiamò Elena.
«È morto.»
Dall’altra parte ci fu silenzio. Elena non gli chiese chi.
«Quando?»
«Non lo dice.»
«Devi andare?»
Tommaso guardò la finestra. Sul vetro, il cielo chiaro aveva il colore dell’acqua sporca.
«Non devo fare niente.»
«Hai appena detto che ti ha scritto uno studio.»
«Posso non presentarmi.»
Elena inspirò piano. Lo faceva quando avrebbe voluto contraddirlo ma cercava una strada che non sembrasse una spinta.
«Certo che puoi.»
«Non mi interessa quello che ha lasciato.»
«Va bene.»
«Non voglio i suoi soldi.»
«Va bene anche questo.»
Tommaso si irritò.
«Potresti dire qualcosa di diverso?»
«Se vuoi posso dirti che venerdì alle dieci sarai in quello studio.»
«E perché dovrei?»
«Perché hai già letto la lettera tre volte mentre parliamo.»
Tommaso abbassò gli occhi. La busta era aperta sul tavolo. Non ricordava di avere estratto di nuovo il foglio.
Elena aggiunse: «Non devi perdonare nessuno. Devi soltanto sapere che cosa c’è.»
Lui chiuse la chiamata promettendo che ci avrebbe pensato. Alle dieci e venti telefonò allo studio per confermare l’appuntamento.
§ 2
Il venerdì pioveva appena. Non abbastanza da aprire l’ombrello, abbastanza da lasciare sui cappotti una peluria scura.
Lo Studio Solignani occupava il primo piano di un edificio antico, in una città che Tommaso conosceva soltanto per una stazione ferroviaria e per un ospedale visto da lontano. Il portone era pesante. Nell’androne odorava di pietra bagnata e cera per pavimenti.
Al citofono rispose una voce femminile.
«Terzo pulsante, poi a destra.»
Tommaso salì una scala larga. Ogni pianerottolo aveva una finestra alta e un vaso con una pianta che sembrava sopravvivere per educazione.
L’assistente si chiamava Livia. Aveva capelli neri raccolti con una matita e un modo di guardare che dava l’impressione di aver già compreso la frase prima che l’altro la finisse.
«Il signor Valenti?»
Tommaso annuì.
«Può lasciarmi il cappotto. L’avvocato la aspetta.»
«Preferisco tenerlo.»
Livia non insistette. Gli indicò una porta socchiusa.
L’uomo dietro la scrivania si alzò. Non indossava la toga, naturalmente, ma Tommaso aveva sempre immaginato gli avvocati con qualcosa di nero sulle spalle. Quello portava una camicia azzurra e occhiali con una montatura sottile.
«Sono Tiziano. Grazie di essere venuto.»
Tommaso strinse la mano senza rispondere.
Sul tavolo non c’erano pile di fascicoli. Solo una cartellina grigia e una chiave con un disco di ottone. Sul disco era inciso il numero 17.
L’avvocato gli fece cenno di sedersi.
«Suo padre è morto ventidue giorni fa.»
Tommaso guardò la chiave.
«Di cosa?»
«Un infarto. Era solo, ma sembra che non abbia sofferto a lungo.»
«Non era una domanda importante.»
L’avvocato non reagì. Aprì la cartellina.
«Non ci sono beni immobili da trasferire. La casa in cui viveva era in affitto. Il conto corrente è servito quasi interamente per le spese degli ultimi mesi e per il funerale.»
«Gliel’ho detto al telefono. Non voglio niente.»
«Non me lo aveva detto al telefono.»
Tommaso si accorse di avere confuso quella conversazione con una delle molte avute nella propria testa.
«Lo dico adesso.»
«Capisco. Ma suo padre non mi ha incaricato di consegnarle denaro.»
L’avvocato fece scivolare la chiave verso di lui.
«Ha lasciato un oggetto in deposito in un’autorimessa. Il canone è pagato fino alla fine di marzo. Ha sei mesi dalla data del decesso per ritirarlo. Dopo, il gestore potrà liberare il locale e disporre del contenuto secondo l’accordo firmato.»
Tommaso non toccò la chiave.
«Che oggetto?»
«Una motocicletta.»
Per la prima volta da quando era entrato, qualcosa gli sfuggì dal viso. Non seppe se fosse sorpresa o un principio di riso.
«Mio padre non sapeva lasciare nemmeno un numero di telefono, però ha lasciato una moto.»
«Mi ha chiesto di non spiegarle niente.»
«Comodo.»
«Mi ha chiesto di consegnarle la chiave e una seconda busta. Il resto, ha scritto, deve deciderlo lei.»
Livia bussò ed entrò con due bicchieri d’acqua. Posò il primo davanti a Tommaso. Mentre sistemava il secondo, gli rivolse un’occhiata breve. Non era pietà. Sembrava piuttosto il riconoscimento silenzioso di chi ha già visto persone ricevere oggetti più pesanti di quanto apparissero.
L’avvocato estrasse dalla cartellina una busta gialla. Sul davanti c’era il nome di Tommaso scritto a mano.
La grafia era inclinata, larga, irregolare. Tommaso la riconobbe e provò un disgusto improvviso. Gli tornò in mente una cartolina ricevuta quando aveva otto anni, con un faro disegnato e tre righe che sua madre aveva letto ad alta voce prima di strapparla.
Tuo padre pensa che bastino due parole per cancellare quello che ha fatto.
La frase di lei era rimasta. Le parole della cartolina no.
«Non la voglio.»
«Può lasciarla qui.»
«La butti.»
«Non posso decidere io.»
«Allora la conservi con la moto.»
L’avvocato richiuse la cartellina. «È già stata conservata con la moto per quasi un anno. Suo padre me l’ha portata quando ha capito che la sua salute non gli avrebbe permesso di guidare ancora. Poi ha cambiato idea e ha voluto che gliela consegnassi io.»
Tommaso guardò di nuovo il proprio nome.
«Le ha raccontato perché non ci parlavamo?»
«Mi ha raccontato la sua versione.»
«Naturalmente.»
«E mi ha chiesto di non riferirgliela.»
«Ancora più comodo.»
«Forse.» L’avvocato si appoggiò allo schienale. «Oppure sapeva che qualunque cosa detta da lui sarebbe arrivata a lei già sospetta.»
Tommaso si alzò.
«Quindi devo andare in questo garage, prendere la motocicletta e basta.»
«Può anche rinunciare. Ma prima le consiglio di vederla.»
«È un consiglio legale?»
«No. Quelli li metto per iscritto e li faccio pagare.»
Livia, dalla stanza accanto, soffocò un colpo di tosse che poteva essere una risata.
Tommaso prese la chiave. Lasciò la busta sulla scrivania, arrivò alla porta, poi tornò indietro e infilò anche quella nella tasca interna del cappotto.
«Dove si trova?»
L’avvocato gli consegnò un foglio con un indirizzo.
«Il custode si chiama Nello. Sa che potrebbe arrivare.»
Tommaso piegò il foglio.
«Mio padre era convinto che sarei venuto?»
«Suo padre era convinto che almeno una volta nella vita lei avrebbe scelto senza chiedere il permesso al proprio rancore.»
Tommaso sentì il sangue salire al viso.
L’avvocato aggiunse, con voce più bassa: «Sono parole sue, non mie.»
Fuori, la pioggia aveva smesso. Tommaso rimase sotto il portico con la chiave nel pugno. Il disco di ottone gli lasciò nella pelle il numero 17 rovesciato.
§ 3
Elena gli disse che non poteva accompagnarlo.
Non lo disse come una scusa. Posò sul tavolo la borsa del computer, si tolse le scarpe e si sedette di fronte a lui.
«Lunedì comincia la verifica contabile. Se sparisco per due giorni mi trovano e mi murano dentro l’ufficio.»
Tommaso aveva steso sul tavolo la chiave, l’indirizzo del garage e la busta ancora chiusa.
«Non ti ho chiesto di venire.»
«Lo so.»
«Allora perché ti giustifichi?»
«Perché una parte di te sperava che lo proponessi.»
Lui prese la busta e la rigirò tra le dita.
«Non so nemmeno se parte.»
«La moto?»
«No, mio padre.»
Elena aspettò.
Tommaso scosse la testa. «Lascia perdere.»
«Quando vai?»
«Domani.»
«Chiamami quando arrivi.»
«Se è un ferro vecchio la lascio lì.»
«Chiamami anche se la lasci lì.»
«Potrei venderla.»
«Chiamami anche se la vendi.»
Tommaso aprì la bocca, poi la richiuse.
Elena allungò una mano sopra il tavolo. Non prese la sua. Posò soltanto due dita sulla busta.
«E questa?»
«Non la apro.»
«Va bene.»
«Potresti smetterla di dirmi che va bene?»
«No. È il mio modo di lasciarti libero senza lasciarti solo.»
Quella notte Tommaso dormì male. Sognò il padre senza vederlo. C’era soltanto il rumore di un motore dietro una porta, sempre più lontano ogni volta che lui cercava la maniglia.
§ 4
L’autorimessa si trovava ai margini di una città piatta, oltre una fila di capannoni con le insegne scolorite. Era un edificio basso di mattoni, diviso in venti porte verdi. Davanti all’ufficio, un uomo con una tuta blu stava versando segatura su una macchia d’olio.
«Nello?»
L’uomo sollevò la testa. Aveva baffi bianchi e sopracciglia che sembravano appartenere a una persona più severa.
«Tu sei il ragazzo.»
Tommaso aveva quarant’anni. Nessuno lo chiamava ragazzo da tempo.
«Sono Tommaso Valenti.»
Nello lasciò il sacco di segatura. Si pulì le mani sui fianchi e lo studiò in silenzio.
«Hai la sua fronte.»
«Ho la chiave del diciassette.»
«Ce l’ho anch’io.»
«Allora poteva aprire lei.»
«Potevo. Ma Arturo ha pagato perché nessuno lo facesse.»
Camminarono lungo il corridoio tra le porte. Nello non fece altre domande. Davanti al numero 17 estrasse un mazzo di chiavi, ne scelse una e si fermò.
«Apri tu.»
Tommaso inserì la propria chiave. La serratura oppose resistenza, poi scattò con un rumore secco.
La porta basculante salì lentamente. Dapprima apparvero due ruote sottili. Poi i cilindri sporgenti, il serbatoio lungo, il manubrio largo.
La Moto Guzzi era rossa e nera. Il rosso non era acceso: aveva la profondità del vino visto contro il sole. Sul serbatoio, l’aquila dorata era consumata ai bordi. La sella mostrava una cucitura rifatta a mano. Le cromature non brillavano, ma erano pulite. Ogni cavo correva al proprio posto. Ogni vite sembrava essere stata toccata il giorno prima.

Tommaso restò sulla soglia.
Da bambino aveva visto quella moto soltanto due volte. La prima nel cortile della casa in cui vivevano tutti e tre. Il padre lo aveva fatto sedere sul serbatoio e gli aveva detto di tenere il manubrio. Tommaso ricordava le proprie mani piccole sulle manopole e il petto di Arturo dietro la schiena.
La seconda volta la moto era sotto casa della nonna. Sua madre aveva chiuso le tende e gli aveva ordinato di non affacciarsi.
«È una V7 Special del settantuno,» disse Nello. «Settecentocinquanta. Tuo padre la chiamava la Rossa, anche se di rosso ormai è rimasto quello che ha deciso lei.»
Tommaso entrò.
Sul pavimento c’erano una pompa, una tanica vuota, una borsa di cuoio e un casco nero. Appesa in basso al telaio, vicino alla pedana sinistra, c’era una piccola campana di ottone. Oscillò quando Tommaso sfiorò la sella e produsse un tintinnio quasi ridicolo.
«Cos’è?»
«La campanella.»
«Questo lo vedo.»
«I motociclisti dicono che tiene lontani i guai della strada. Ma deve essere regalata. Se te la compri da solo non vale.»
«E chi gliel’aveva regalata?»
Nello lo guardò. «Non me l’ha mai detto.»
Tommaso si chinò. La campana era graffiata e annerita nella parte rivolta verso l’asfalto. Sotto aveva incise due iniziali: A.V.
«L’ha fatta incidere.»
«Forse.»
Nello prese la borsa di cuoio e la aprì. Dentro c’erano guanti, candele, una chiave per le ruote, lampadine, filo metallico, fusibili e un panno arrotolato.
«Batteria nuova. Carburatori puliti. Olio cambiato sei mesi fa. Io la mettevo in moto una volta ogni due settimane.»
«Perché?»
«Perché me l’ha chiesto.»
«Pagava anche questo?»
Nello si raddrizzò. «Tuo padre pagava quello che doveva.»
Tommaso riconobbe nella frase un rimprovero e provò la vecchia irritazione.
«Con me no.»
Nello prese il casco dal gancio. «Io custodisco garage, non famiglie.»
Gli porse il casco e uscì. «La benzina basta fino al primo distributore. Se vuoi sentire come gira, la chiave è sul cruscotto.»
Tommaso rimase solo.
La busta gialla era ancora nella tasca del cappotto. La tirò fuori. Il proprio nome, scritto da Arturo, gli sembrò più grande di prima.
La appoggiò sulla sella senza aprirla.
Girò la chiave. Una luce rossa si accese nel piccolo quadro. Tirò l’aria, cercò il pulsante di avviamento e lo premette.
Il motore fece due giri pesanti. Al terzo si accese.
La moto si inclinò appena verso destra per la coppia dell’albero. Il suono riempì il garage, rimbalzò sul soffitto e tornò indietro più profondo. Non era un rumore uniforme. Dentro c’erano colpi, respiri, ferraglia, una specie di pazienza animale.
Tommaso tolse subito la mano.
Il motore continuò a battere.
La campanella tremava sotto il telaio, troppo piccola per essere udita.
Eppure lui la sentì.

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