storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

Iscriviti al blog







Unisciti a 47 altri iscritti

Ci vediamo lungo la strada – 2. La moto di Arturo

Ci vediamo lungo la strada – 2. La moto di Arturo

«La moto non chiedeva fiducia: chiedeva attenzione. Era diverso.»

Romanzo breve in dieci puntate — seconda parte.

§ 5

Nello gli trovò una giacca di pelle usata e gli disse che poteva pagarla un’altra volta.

Tommaso pagò subito.

Lasciò l’auto nel cortile dell’autorimessa. Disse che sarebbe tornato entro sera, dopo avere portato la moto da un meccanico nella propria città. Nello annuì come si annuisce a una bugia detta senza cattive intenzioni.

Prima di partire, Tommaso chiamò Elena.

«Sono arrivato.»

«E com’è?»

«Vecchia.»

«La moto o la situazione?»

«Tutte e due.»

«Parte?»

Tommaso guardò il bicilindrico trasversale scuotere piano il telaio.

«Sì.»

«E tu?»

«Io cosa?»

«Parti?»

Lui avrebbe voluto rispondere che sarebbe tornato direttamente a casa. Invece infilò un guanto.

«Faccio un giro.»

«Chiamami dopo.»

«Non aspettarmi per cena.»

«Non lo faccio mai quando dici così.»

Tommaso mise il telefono nella tasca interna della giacca. La busta gialla entrò nell’altra.

La prima marcia si innestò con un colpo. Nello gli aprì il cancello. Quando Tommaso passò, alzò una mano ma non sorrise.

La Moto Guzzi entrò nella strada come se l’avesse percorsa il giorno prima.

All’inizio Tommaso guidò con le spalle rigide. Il manubrio gli sembrava largo, i freni lenti, il cambio ruvido. A ogni curva aspettava che qualcosa cedesse. Dopo pochi chilometri capì che la moto non chiedeva fiducia: chiedeva attenzione. Era diverso.

Attraversò la periferia. I capannoni lasciarono spazio a case basse, campi e filari. L’aria entrava dalla visiera sollevata e portava odore di terra bagnata.

Al primo distributore fece il pieno. Un uomo che stava lavando il parabrezza di un furgone si voltò due volte.

«Bella bestia.»

Tommaso finse di non sentire.

Ripartì.

Trenta chilometri più avanti vide l’insegna di un bar. Sopra il tetto girava un gallo rosso ritagliato nella lamiera.

Tommaso aveva freddo alle dita. Entrò.

Dietro il banco, una donna stava asciugando tazze. C’erano tre uomini seduti vicino a una stufa e un ragazzo che giocava a una macchina mangiasoldi.

«Un caffè.»

La donna posò la tazza sul piattino. Poi guardò oltre la vetrina.

«Quella è la Rossa di Arturo.»

Il cucchiaino urtò il bordo della tazza.

Uno degli uomini vicino alla stufa si voltò. «Arturo Valenti?»

Tommaso sentì il disgusto risalire, netto come acido.

«Era di mio padre.»

La donna smise di asciugare.

«Tu sei Tommaso.»

Non era una domanda.

Lui lasciò due monete sul banco.

«Quanto le devo?»

«Il caffè te lo offre la casa.»

«Preferisco pagare.»

«Arturo diceva lo stesso.»

Tommaso spinse le monete verso di lei.

«Non mi interessa che cosa diceva.»

Nel bar calò un silenzio senza ostilità. La donna raccolse le monete.

«Come vuoi.»

L’uomo accanto alla stufa si alzò. Aveva un berretto di lana e mani enormi.

«Mi dispiace per lui.»

Tommaso non rispose.

«Una volta mi ha portato a casa da qui che non riuscivo a stare in piedi. Mi ha legato al suo giubbotto con una cintura perché non cadessi.»

Gli altri risero piano.

«E il giorno dopo?» chiese la barista.

«Il giorno dopo mi ha riportato qui a prendere la macchina e mi ha fatto pagare due colazioni.»

«Tre,» disse un altro.

«Due.»

«Tre. Una se l’è mangiata lui.»

Le risate crebbero. Tommaso si sentì circondato da un’intimità che non gli apparteneva. Quegli sconosciuti possedevano gesti, battute e mattine di suo padre che a lui erano state negate. O che lui aveva rifiutato. Non voleva ancora distinguere.

Uscì senza salutare.

Mentre infilava il casco, la barista aprì la porta.

«Tommaso.»

Lui si voltò.

«Tuo padre si sedeva sempre là.» Indicò il tavolo più lontano dalla stufa. «Non perché fosse triste. Diceva che da quel posto vedeva la strada.»

Tommaso abbassò la visiera.

Partì troppo in fretta. La ruota posteriore scivolò per un istante sulla ghiaia, poi riprese aderenza.

Per dieci chilometri continuò a pensare che quelle persone si erano sbagliate.

L’uomo di cui parlavano non poteva essere Arturo Valenti.

§ 6

La busta rimase nella tasca fino al tramonto.

Tommaso seguì strade secondarie senza scegliere davvero una direzione. Ogni volta che incontrava un incrocio prendeva il ramo che sembrava più lungo. Il motore si scaldò, il cambio divenne meno duro e anche il suo corpo imparò a non opporsi a ogni movimento della moto.

All’altezza di un ponte fermò la Guzzi in una piazzola. Sotto correva un fiume stretto, gonfio della pioggia dei giorni precedenti. Non passava nessuno.

Estrasse la busta.

La colla aveva ceduto in un angolo, forse per l’umidità. Tommaso infilò il dito e la aprì con cautela, come se volesse poter sostenere di non averlo fatto davvero.

Dentro c’erano tre fogli piegati e una fotografia.

Nella foto, suo padre sedeva sulla Guzzi davanti a una distesa di campi. Era più giovane dell’ultima immagine che Tommaso conservava. Aveva i capelli lunghi, una barba corta e un sorriso che sua madre avrebbe definito arrogante. Sul retro c’era scritto: Il giorno in cui ho capito che perdersi non è sempre un errore.

Tommaso posò la foto sul serbatoio e cominciò a leggere.

lettera sul ponte

Tommaso,

se hai aperto questa lettera significa che almeno una cosa l’ho indovinata: sei salito sulla moto. Non so se sei arrivato fino in fondo alla strada o se l’hai accesa soltanto nel garage. Va bene lo stesso.

Non ti lascio la Guzzi perché vale denaro. Qualcuno te ne offrirà, e potrai venderla. Non mi offenderò, anche perché sarò nella condizione ideale per non offendermi più di niente.

Tommaso sentì uscire dal naso un suono che assomigliava a una risata. Lo cancellò stringendo le labbra.

Te la lascio perché sopra questa moto ho conosciuto la libertà. Non quella delle pubblicità, con la strada vuota e il tramonto messo al posto giusto. La libertà vera è più scomoda. Piove. Ti si rompe un cavo. Hai fame quando i locali sono chiusi. Ti perdi. A volte hai paura. Però ogni chilometro ti ricorda che puoi scegliere se fermarti, proseguire o cambiare direzione.

Quando ero giovane credevo che essere libero significasse non dover rispondere a nessuno. Ho scoperto tardi che significa rispondere delle proprie scelte senza lasciare che siano gli altri a dire chi sei.

Tommaso interruppe la lettura. Il fiume trascinava rami sotto il ponte. Un camion attraversò alle sue spalle, facendo vibrare il guardrail.

Non voglio raccontarti la mia versione di quello che è successo tra me e tua madre. Le versioni sono animali affamati: mangiano i fatti e poi chiedono ancora. Non credere a me. Non credere nemmeno a tua madre. Mettiti in strada e guarda con i tuoi occhi.

Se vorrai tenere la Guzzi, nella mia vecchia casa di Ravenna c’è una scatola di ricambi. Il padrone ha lasciato a disposizione il ripostiglio fino alla fine del mese. La chiave è nella borsa degli attrezzi, cucita dentro la fodera. Ci sono un regolatore di tensione, due bobine, un cavo del contachilometri, puntine, condensatori e altre cose che ormai non si trovano facilmente. Portale con te. Le vecchie moto non si rompono più delle nuove: hanno soltanto bisogno che tu ascolti prima che gridino.

Non ti chiedo di venire sulla mia tomba. Non ti chiedo di perdonarmi. Non ti chiedo nemmeno di pensarmi bene. Vorrei soltanto che, almeno una volta, tu sentissi quello che sentivo io quando il motore prendeva il suo ritmo e la strada cominciava a scorrere sotto i piedi.

Quella magia è la sola eredità che mi interessa lasciarti.

Papà.

La firma era una linea rapida. Tommaso tornò alla prima pagina e cercò una frase che provasse a sedurlo, a giustificarsi, a spostare la colpa. Non la trovò. Questo lo irritò più di una richiesta di perdono.

Ripiegò i fogli male e li infilò nella busta.

Elena rispose al secondo squillo.

«Sei ancora fuori?»

«Sto andando a Ravenna.»

«Adesso?»

«C’è una scatola di ricambi.»

«Naturalmente.»

«Che vuol dire?»

«Che un uomo può cambiare vita per molte ragioni, ma dirà sempre che gli serve un pezzo introvabile.»

«Non sto cambiando vita.»

«No. Stai andando a prendere un regolatore di tensione.»

Tommaso guardò la strada che proseguiva oltre il ponte.

«Potrei dormire fuori.»

«Hai con te qualcosa?»

«Una carta di credito.»

«Ottimo. È il pigiama più versatile.»

«Non sei arrabbiata?»

«Perché dovrei?»

«Perché sono partito senza dirtelo.»

«Mi hai chiamata per dirmelo.»

«Dopo.»

«Tommaso, non sono tua madre.»

La frase cadde tra loro con più forza di quanto Elena avesse previsto.

«Non ho detto che lo sei.»

«Lo so. Scusami.»

Lui rimase in silenzio.

«Hai aperto la lettera?» chiese lei.

«Sì.»

«Vuoi raccontarmela?»

«No.»

«Va bene.»

Questa volta Tommaso non si irritò.

«Ti chiamo stasera.»

«Guida piano.»

«Questa non va forte.»

«Non parlavo della moto.»

Ripose il telefono. Prima di salire, cercò nella borsa degli attrezzi. La fodera aveva una cucitura più grossa in un angolo. La aprì con la punta della chiave e trovò una seconda chiave piatta, avvolta in un pezzo di nastro isolante.

Arturo aveva preparato tutto.

Tommaso avrebbe voluto trovarlo manipolatorio. Gli sembrò invece triste.

§ 7

Entrò sulla via Emilia quando il cielo cominciava a scurire.

La strada non era mai davvero vuota. Camion, furgoni e utilitarie procedevano in file irregolari tra rotonde, semafori e paesi che parevano saldati l’uno all’altro. I campanili emergevano dietro capannoni e centri commerciali. Le insegne si accendevano prima delle finestre.

La Guzzi teneva gli ottanta con un battito pieno. Tommaso imparò a usare il freno motore e a preparare le curve con anticipo. La moto non amava gli ordini improvvisi. Se le si parlava per tempo, obbediva con una precisione sorprendente.

Al calare del buio sentì un colpo secco sotto la sella.

La ruota posteriore cominciò a ondeggiare.

Tommaso chiuse il gas e guidò la moto verso il bordo della strada. Il manubrio diventò leggero, poi pesante. Riuscì a fermarsi davanti a un cancello di ferro, con il pneumatico quasi staccato dal cerchio.

Scese e imprecò.

Sul muro accanto al cancello c’era un cartello dipinto a mano: Locanda, settecento metri. Una freccia indicava una strada laterale immersa tra gli alberi.

Tommaso chiamò il numero scritto sotto. Rispose una voce anziana.

«Siamo chiusi il mercoledì.»

«Oggi è venerdì.»

«Allora siamo aperti.»

Tommaso spiegò della gomma.

«Che moto?»

«Una Moto Guzzi.»

«Arrivo.»

La linea cadde.

Dieci minuti dopo comparve un furgoncino color crema. Ne scese una donna minuta, forse settantenne, con una tuta da meccanico sopra un maglione viola.

«Sei quello della Guzzi?»

«Sì.»

«Io sono Ada. Spingila su.»

Nel cassone c’era una rampa e una coppia di cinghie. Ada afferrò il manubrio senza chiedere aiuto. Insieme caricarono la moto.

«La camera d’aria è andata,» disse lei tastando il pneumatico. «Mio nipote può sistemarla domattina. Stasera è a giocare a biliardo e quando gioca a biliardo diventa sordo.»

«Posso chiamare un carro attrezzi.»

«Puoi anche dormire alla locanda. Ho tre camere vuote e una piena di scatoloni. Ti do quella senza scatoloni.»

La locanda era una casa grande costruita vicino a un torrente. Il ponte, poco più avanti, piegava a metà. Nel cortile c’erano un pergolato spoglio, due tavoli e un’officina ricavata in un fienile.

Ada scaricò la moto sotto la tettoia.

Quando la luce del furgone illuminò il serbatoio, lei si fermò.

«Aspetta.»

Tommaso conosceva già quell’espressione.

«Non mi dica che conosceva mio padre.»

Ada si voltò verso di lui. «Era Arturo?»

Tommaso chiuse gli occhi per un istante.

«Sì.»

«Allora sei il figlio.»

«Pare di sì.»

Ada passò una mano sul bordo del serbatoio, senza toccarlo.

«Non veniva qui da almeno quattro anni.»

«Era un cliente?»

«Era una calamità.»

Tommaso la guardò.

Ada sorrise. «Una volta ha provato a riparare la macchina del ghiaccio con un filo del gas e ha allagato la cucina. Un’altra ha portato dentro sei motociclisti durante una nevicata. Hanno dormito nella sala da pranzo e al mattino mancavano due bottiglie di grappa.»

«E sarebbe una brava persona?»

«Non ho detto questo.» Ada chiuse il furgone. «Ho detto che era una calamità.»

La risposta gli piacque suo malgrado.

La camera aveva un letto di ferro, un armadio e una coperta a quadri. Tommaso appoggiò il casco sulla sedia e si guardò allo specchio. Aveva una riga nera sulla fronte e i capelli schiacciati. Sembrava più giovane e più stanco.

Scese per cena.

Nella sala c’erano soltanto due camionisti e una coppia anziana che divideva un piatto di minestra. Ada gli portò tagliatelle al ragù, pane e un bicchiere di vino.

«Non ho ordinato.»

«Qui si mangia quello che c’è.»

«E se fossi vegetariano?»

«Ti toglierei il ragù e ti darei più vino.»

Tommaso mangiò. Aveva più fame di quanto pensasse.

Dopo, Ada si sedette al suo tavolo con una tazza di orzo.

«Arturo parlava poco di te.»

Tommaso posò la forchetta.

«Finalmente qualcuno che non sostiene il contrario.»

«Parlava poco perché quando lo faceva si rovinava la serata.»

«Immagino si lamentasse.»

«No. Ti vantava.»

«Non sapeva niente di me.»

«Sapeva dove lavoravi. Sapeva quando avevi cambiato casa. Sapeva che la tua compagna si chiamava Elena e che avevi smesso di fumare.»

Tommaso sentì la nuca irrigidirsi.

«Mi faceva seguire?»

Ada sbuffò. «Esistono le persone. Si incontrano, parlano. Tuo padre chiedeva.»

«Avrebbe potuto chiedere a me.»

«Lo ha fatto?»

«No.»

«Sei sicuro?»

Tommaso bevve il vino.

«Mia madre diceva che compariva quando aveva bisogno di soldi o voleva crearci problemi.»

Ada tenne le mani intorno alla tazza.

«Può darsi. Io non vivevo in casa vostra.»

«Tutti oggi sembrano sapere che uomo fosse.»

«Sappiamo che uomo era con noi.»

«Non è la stessa cosa.»

«No.» Ada annuì. «Ed è una fortuna. Nessuno è una cosa sola.»

Il torrente correva dietro i vetri. I camionisti pagarono e uscirono. La coppia anziana salì in camera.

Ada si alzò.

«Domani mio nipote ti cambia la camera d’aria. Se non ne troviamo una adatta, ne prendiamo una dalla mia California.»

«Ha una Guzzi anche lei?»

«Avevo un marito geloso e una Guzzi. Ho tenuto quella che mi lasciava uscire.»

Prima di spegnere le luci, indicò una fotografia appesa vicino al banco. Mostrava una fila di motociclette davanti alla locanda. Al centro c’era Arturo, più vecchio rispetto alla foto nella busta, con una mano sulla spalla di Ada.

Tommaso guardò soltanto per qualche secondo.

In camera telefonò a Elena.

«Ho bucato.»

«Stai bene?»

«Sì. Dormo in una locanda.»

«Hai preso il regolatore?»

«Non sono ancora arrivato a Ravenna.»

«Quindi la tua vita non è ancora cambiata.»

«Ho incontrato un’altra che lo conosceva.»

«Tuo padre?»

«Lo conoscevano tutti.»

«Forse percorreva spesso quella strada.»

«Forse raccontano balle.»

«Tutti la stessa?»

Tommaso si sdraiò senza togliersi i pantaloni.

«Mia madre non mentiva.»

Elena rimase in silenzio abbastanza a lungo da fargli capire che stava scegliendo le parole.

«Può aver detto cose non vere senza essere una bugiarda.»

«È la stessa cosa.»

«No. Le persone a volte raccontano il dolore come se fosse un fatto.»

Tommaso si sollevò su un gomito.

«Tu da che parte stai?»

«Dalla tua.»

«Non sembra.»

«Perché tu pensi che stare dalla tua parte significhi odiare chi odi tu.»

Lui chiuse la chiamata.

Subito dopo se ne pentì. Non richiamò.

Rimase al buio ad ascoltare il torrente. Verso mezzanotte arrivò una motocicletta. Il motore si spense nel cortile. Qualcuno parlò con Ada, poi una porta si chiuse.

Tommaso sognò ancora il rumore dietro una porta. Questa volta, quando mise la mano sulla maniglia, scoprì che non era chiusa.

Se ti è piaciuto questo contenuto, iscriviti al blog per essere avvisato ogni volta che escono cose nuove.







Unisciti a 47 altri iscritti

Riceverai una mail a cui dovrai dare conferma per completare la tua iscrizione.

L’iscrizione è completamente gratuita e potrai cancellarla in qualsiasi momento.

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?