«Aurea non aveva sconfitto la tristezza. Aveva soltanto imparato a espellere chi la rendeva visibile.»
Nella città di Aurea era vietato piangere vicino alle finestre.
Le lacrime potevano essere versate nelle stanze interne, purché non durassero più di sette minuti e venissero raccolte negli appositi recipienti. Ogni mattina i custodi passavano a ritirarli.
Cael fabbricava maschere sorridenti.
Erano sottili, color carne e così leggere che i cittadini potevano indossarle tutto il giorno. Le migliori si muovevano insieme ai muscoli del viso. Cael era capace di dipingere un sorriso adatto a ogni occasione: rispettoso per i funerali, luminoso per il lavoro, riconoscente per le ispezioni.
Sua moglie Neris non riusciva più a portarne una.
«Mi manca l’aria», disse una mattina.
«Fai piccoli respiri.»
«Non per la maschera.»
Cael chiuse le tende.
Neris sedeva sul pavimento. Da quando avevano perduto il bambino, tre mesi prima, passava ore a fissare la culla vuota. Il medico della serenità le aveva prescritto canti, bagni di luce e dodici frasi di gratitudine da ripetere al risveglio.
Lei ci aveva provato.
Quel giorno prese la maschera e la spezzò.
Il suono fu lieve, ma le pareti d’oro lo udirono.
Una campana squillò sulla torre del quartiere.
Sopra la porta comparve un segno azzurro: TRISTEZZA PERSISTENTE.
«Ci daranno un avvertimento», disse Cael.
Neris lo guardò. «E dopo?»
Lui conosceva la legge. Dopo il terzo avvertimento, la persona veniva accompagnata fuori dalle mura. Il suo nome scompariva dai documenti e, poco alla volta, dalla memoria di chi restava.
«Non arriveremo al terzo.»
Neris raccolse i frammenti della maschera. «È questa la tua promessa? Che imparerò a sembrare felice prima che mi cancellino?»
Cael non seppe rispondere.

⁂
Il primo custode arrivò a mezzogiorno.
Controllò i recipienti delle lacrime, misurò la luce nelle stanze e interrogò Neris.
«Riconosci che Aurea ti offre ogni condizione necessaria alla felicità?»
«Riconosco che mio figlio è morto.»
Il custode segnò una croce.
«La perdita è un pensiero improduttivo dopo il quarantacinquesimo giorno.»
Cael gli offrì una delle proprie maschere. «Mia moglie ha soltanto bisogno di tempo.»
«Il tempo appartiene alla città.»
Quando l’uomo se ne andò, Neris mise gli abiti in una borsa.
«Dove vai?»
«Fuori.»
«Non sai che cosa c’è oltre le mura.»
«Qui so che cosa non c’è più.»
Cael le strappò la borsa dalle mani. Litigarono. Neris lo accusò di amare la propria rispettabilità più di lei. Cael le gridò che non poteva costringerlo a perdere tutto perché si rifiutava di guarire.
La seconda campana suonò.
Il segno sulla porta diventò viola.
Rimasero immobili, spaventati dalle proprie parole.
Poi Neris cominciò a piangere. Cael cercò il recipiente. Lei glielo tolse e versò le lacrime sul pavimento.
Per la prima volta lui non tentò di fermarla.
Si sedette accanto a lei.
«Anch’io lo sogno», disse.
Neris sollevò il viso.
«Sogno che sia nella culla. Mi sveglio e per un momento credo che tutto sia ancora possibile.»
Piansero insieme oltre i sette minuti.
Quando ebbero finito, rimasero sul pavimento. La stanza odorava di cera e della minestra bruciata sul fornello. Cael avrebbe voluto dire qualcosa capace di riparare la serata.
«Ricordi il modo in cui stringeva il dito?» domandò Neris.
Cael annuì.
Parlarono del bambino senza chiamarlo perdita, come prescrivevano i medici della serenità. Gli diedero finalmente il nome scelto durante la gravidanza: Lior.
Neris raccontò che a volte provava rabbia verso Cael perché lui riusciva ancora a lavorare. Cael confessò che restava in bottega più del necessario per non tornare alla culla vuota.
«Pensavo che non ti importasse», disse lei.
«Pensavo che, se mi vedevi crollare, saresti caduta anche tu.»
«Così mi hai lasciata cadere da sola.»
Cael non si difese. La frase era dolorosa e vera.
Presero la culla e la portarono in soffitta. Non la bruciarono, come consigliava la legge dopo il quarantacinquesimo giorno. Neris vi depose una coperta. Cael mise accanto una piccola maschera che aveva fabbricato prima della nascita, convinto che il figlio avrebbe giocato nella bottega.
Pregarono senza chiedere di smettere di soffrire. Ringraziarono per il breve tempo nel quale Lior era esistito fra loro.
Quando scesero, il segno viola sulla porta era ancora presente. Nulla era risolto. Eppure la casa sembrava di nuovo un luogo condiviso.
La terza campana non suonò.
Dal pavimento arrivò invece un rumore di acqua.
Le lacrime erano scomparse fra le assi.
⁂
Quella notte qualcuno bussò dal basso.
Cael sollevò una tavola e trovò una scala. Sotto la casa correva un corridoio rivestito d’oro. L’acqua scorreva lungo i lati, trasparente e salata.
Lui e Neris scesero con una lampada.
I condotti convergevano sotto la torre centrale. Lì si apriva una cisterna immensa, piena delle lacrime raccolte in tutta Aurea. Sopra l’acqua galleggiavano nomi luminosi: quelli delle persone espulse.
Lungo la parete erano conservati migliaia di recipienti ancora sigillati. Cael ne riconobbe uno con il nome di suo padre. Ricordava un uomo sempre allegro, morto durante una festa cittadina.
Aprì il contenitore.
Vide il padre seduto nella bottega dopo il tramonto. Piangeva per un fratello espulso e, prima di rientrare in casa, indossava una maschera costruita dal figlio.
Cael cadde in ginocchio. Aveva trascorso la vita perfezionando lo strumento con cui suo padre gli aveva nascosto il cuore.
«Non potevi saperlo», disse Neris.
«Avrei potuto domandare.»
«In una città che puniva la risposta?»
Cael richiuse il recipiente. «Allora comincerò a domandare adesso.»
Neris ne toccò uno.
Una donna apparve sulla superficie. Cantava a un bambino mentre veniva trascinata verso la porta della città.
«Era la madre del Primo custode», disse una voce.
Un uomo alto uscì dall’ombra. Portava una maschera d’oro priva di aperture per la bocca. Cael lo riconobbe dai ritratti: Solon, fondatore delle leggi della serenità.
«Perché conservate le lacrime?» domandò Neris.
Solon tolse la maschera. Aveva un volto stanco.
«Alimentano le mura. La tristezza espulsa protegge la felicità interna.»
Raccontò che da bambino viveva con una madre incapace di alzarsi dal letto dopo la morte del marito. I vicini dicevano che il suo dolore avrebbe contagiato il quartiere. Chiedevano a Solon di farla sorridere. Quando non ci riuscì, lo accusarono di essere un figlio ingrato.
Un giorno fu lui a denunciarla. La donna venne mandata oltre le mura e morì durante l’inverno.
Solon trasformò la vergogna ricevuta in legge. Se la tristezza era una colpa, allora lui non aveva tradito una madre: aveva salvato una città. Ogni persona espulsa rendeva più sopportabile la prima espulsione.
«Tua madre aveva bisogno di qualcuno che restasse», disse Neris.
«E io avevo bisogno di una madre che si alzasse.»
«Eravate feriti entrambi.»
Solon si avvicinò. «Il dolore rende egoisti. Guarda ciò che stai facendo a tuo marito.»
Cael sentì la frase entrare nella propria paura. Poteva consegnare Neris e conservare la casa, la bottega, il nome. Dopo qualche anno l’avrebbe dimenticata.
Solon gli porse una maschera nuova.
«Mettila sul suo volto. La città vi perdonerà.»
Cael prese la maschera.
Neris non lo supplicò. Questo rese la scelta più difficile.
Lui guardò il sorriso perfetto dipinto da mani che imitavano le sue.
Poi spezzò la maschera contro il bordo della cisterna.
La terza campana suonò.

⁂
Le guardie li cercarono nei sotterranei.
Cael e Neris fuggirono lungo i condotti, ma Solon conosceva ogni passaggio. Li raggiunse davanti alla ruota che pompava le lacrime nelle mura.
«Se la fermate, Aurea perderà la protezione», disse.
«Da che cosa ci protegge?» domandò Cael.
«Dagli infelici.»
«Noi siamo infelici.»
Solon estrasse una spada. Neris afferrò la leva della ruota. Per bloccarla avrebbe dovuto restare mentre la camera si allagava.
«Vai», disse a Cael.
Lui comprese che lei intendeva sacrificarsi. Per mesi aveva desiderato soltanto morire. Adesso sceglieva di restare indietro per liberare gli altri.
«Non ti lascio.»
«La leva torna indietro se nessuno la tiene.»
Cael usò la cintura per legarla. Il cuoio cominciò subito a strapparsi.
Solon avanzò. «Vostro figlio è morto. Nessun gesto cambierà questo.»
«È vero», disse Neris.
La sincerità la rese più forte della promessa di una guarigione facile.
Cael affrontò Solon. Non era un combattente. Ricevette un taglio al braccio e cadde nell’acqua. Solon sollevò la spada.
Neris avrebbe potuto lasciare la leva e salvarlo. Cael scosse la testa.
La cintura cedette.
Allora una mano emerse dalla cisterna e trattenne il meccanismo. Poi un’altra. I nomi delle persone espulse presero forma nell’acqua. Centinaia di figure sostennero la leva.
Solon vide sua madre fra loro.
La donna non sorrideva. Lo guardava con infinita tristezza.
«Ti ho salvato», disse lui.
Lei scosse il capo.
La spada cadde dalle sue mani.
Cael avrebbe potuto spingerlo nella cisterna. Gli tese invece il braccio.
«Puoi ancora smettere di trasmettere ciò che ti hanno insegnato.»
Solon guardò la madre. «Mi perdonerà?»
«Non lo so.»
Era l’unica risposta onesta.
Solon afferrò il suo braccio.
La ruota si fermò.
⁂
Le mura d’oro persero la luce.
Per sette giorni Aurea udì piangere. Le persone ricordarono familiari espulsi, figli dimenticati, amori cancellati. Le strade si riempirono di rabbia. Alcuni tentarono di riavviare la ruota.
Ma oltre le porte comparvero gli esiliati sopravvissuti. Non tutti vollero tornare. Alcuni accettarono soltanto di incontrare chi li aveva dimenticati.
Solon confessò pubblicamente le espulsioni. Fu condannato ad accompagnare le famiglie nella ricerca dei dispersi. Ogni nome recuperato veniva inciso sulle mura, ormai di semplice pietra.
Cael chiuse la bottega delle maschere. Cominciò a fabbricare finestre.
Neris non guarì in modo improvviso. Alcuni giorni lavorava con lui. Altri restava a letto. Litigavano ancora. A volte Cael desiderava una moglie più facile e se ne vergognava. Imparò a dirlo senza usarlo contro di lei.
Una sera portarono due sedie fuori casa. La città non brillava più come prima. Le mura grigie sembravano povere, ma il tramonto vi posava colori che l’oro non aveva mai saputo riflettere.
«Sei felice?» domandò Neris.
Cael pensò alla domanda.
«Adesso no.»
Lei annuì. «Nemmeno io.»
Rimasero seduti vicini.
Dal cortile giungevano risate, pianti, una discussione e il canto stonato di un uomo. Aurea non era più la città più felice del regno.
Era diventata un luogo in cui nessuno veniva espulso per ciò che provava.
Per quella sera bastava.

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