storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Il santo che aveva paura del buio

Il santo che aveva paura del buio

«Finché le stelle comparivano sulle sue mani, Orien credeva di avere fede. Nel buio scoprì che aveva soltanto una prova.»

La prima stella apparve sul palmo di Orien quando aveva dodici anni.

Era rimasto chiuso nella cantina del monastero. Aveva gridato finché la voce gli si era spezzata. Nel momento in cui il buio gli parve una creatura pronta a inghiottirlo, un punto luminoso si accese sulla sua pelle.

Poi un altro.

I monaci lo trovarono seduto fra i barili, con le mani piene di stelle.

Da quel giorno lo chiamarono il ragazzo della luce.

A vent’anni Orien benediceva raccolti, malati e soldati. Quando pregava, piccole costellazioni gli giravano intorno alle dita. Le persone percorrevano intere regioni per vederle.

Nessuno sapeva che dormiva con sette candele accese.

Nessuno tranne frate Nemeo, che ogni sera le sostituiva senza fare domande.

«Dovrei aver superato questa paura», disse Orien.

«Perché?»

«Perché Dio mi ha dato la luce.»

Nemeo accese l’ultima candela. «Forse te l’ha data affinché tu potessi entrare nel buio, non fingere che non esista.»

Quella notte il sole non sorse.

Le campane annunciarono l’alba, ma il cielo rimase nero. Le stelle erano scomparse. Le lampade bruciavano con fiamme piccole e azzurre.

La gente riempì il cortile del monastero.

«Mostraci la luce», gridavano.

Orien alzò le mani.

Non apparve nulla.

orien alza le mani senza stelle

⁂

Il consiglio del regno mandò Avel a prenderlo.

Era una guerriera della frontiera, alta e magra, con una cicatrice che le attraversava il sopracciglio. Portava una spada corta e una collana di legno nascosta sotto l’armatura.

«Il sole è prigioniero nel monte cavo», disse. «Le antiche mappe indicano un santuario. Tu aprirai la porta.»

«Non posso.»

«Non vuoi.»

«Le stelle sono scomparse.»

Avel guardò le sue mani vuote. «Allora camminerai come tutti.»

Partirono insieme. Il buio aveva cambiato il mondo. I campi emanavano odore di terra fredda. Gli uccelli tacevano. Le persone accendevano falò lungo le strade e vi rimanevano strette, come se una distanza di pochi passi potesse cancellarle.

Nel primo paese incontrarono una folla raccolta intorno a un bambino. La madre riconobbe Orien e gli mise il piccolo fra le braccia.

«Fai comparire le stelle. Non dorme da quando il sole è scomparso.»

Orien pregò. Le mani rimasero vuote. La donna lo accusò di avere perduto la grazia.

Avel la allontanò, ma lui la fermò.

«Ha paura.»

«Anche tu.»

«Per questo la capisco.»

Orien portò il bambino nella stalla. Non potendo offrirgli luce, cominciò a descrivere il cortile del monastero all’alba: il pozzo coperto di muschio, le rondini sotto il tetto, le montagne color rosa. Parlò finché il respiro del piccolo rallentò.

La madre tornò sulla soglia.

«Non lo hai guarito.»

«No.»

«Allora che cosa hai fatto?»

«Sono rimasto finché si è addormentato.»

La donna prese il figlio. Prima di andarsene diede a Orien una candela, benché il villaggio ne avesse poche.

Quella notte Avel la accese.

«Non ti servivano le stelle», disse.

«A quel bambino forse sarebbe piaciuto averle.»

«Anche a me piacerebbe avere un cavallo invece di camminare.»

Orien sorrise. «Le tue consolazioni sono sempre così ruvide?»

«Quelle morbide costano di più.»

Orien portava una lanterna. Ogni volta che la fiamma oscillava, il respiro gli diventava corto.

«Sei il santo più pauroso che abbia conosciuto», disse Avel.

«Quanti santi hai conosciuto?»

«Uno. Per ora non mi impressiona.»

Camminarono tre giorni. Avel pregava prima di mangiare, ma senza convinzione. Pronunciava le parole come chi ripete un’abitudine imparata da bambina.

Il secondo giorno attraversarono un bosco nel quale gli alberi avevano foglie bianche. Senza sole, le piante consumavano la luce conservata nei tronchi. Il sentiero brillava debolmente sotto i loro passi.

Trovarono cervi addormentati e volpi raccolte intorno alle radici. Il mondo non stava soltanto aspettando l’alba: stava spendendo le ultime riserve per attraversare la notte.

Orien si inginocchiò vicino a una pianta quasi spenta.

«Anche la fede funziona così?» domandò Avel. «Una luce conservata per quando non ne arriva altra?»

«Forse.»

«E quando finisce?»

«Ci si lascia portare da quella di qualcun altro.»

Avel indicò le sue mani prive di stelle. «In questo momento non sei molto utile.»

«Tu continui a camminare.»

«Per abitudine.»

«Allora, per oggi, mi lascio portare dalla tua abitudine.»

Avel non rispose, ma rallentò il passo affinché lui potesse affiancarla.

«Hai fede?» le domandò Orien.

«L’avevo.»

«Che cosa è accaduto?»

«Mio fratello è morto chiedendo a Dio di salvarlo.»

«E tu hai smesso di pregare?»

«No. Ho continuato. È peggio. Continuo a bussare a una porta che credo vuota.»

Orien pensò alle proprie stelle. Forse anche lui aveva pregato soltanto perché la porta si apriva ogni volta.

La quarta notte si ripararono in una cappella abbandonata. Avel accese un fuoco. Divisero pane duro e una mela raggrinzita. Fuori, il vento muoveva le erbe contro le pietre con un fruscio simile a passi.

«Hai paura anche adesso?» domandò lei.

«Sì.»

«Non sembri un santo quando dici la verità.»

«Che cosa sembro?»

«Qualcuno con cui si può parlare.»

Orien sorrise. La fiamma si abbassò, ma non aggiunse legna. Rimasero vicini, ascoltando il vento. Per la prima volta lasciò che il buio occupasse una parte della stanza senza combatterlo.

⁂

Il monte cavo aveva una porta di ossidiana.

Sopra erano incise parole che nessuno dei due riusciva a leggere. Quando Orien appoggiò le mani, la pietra gli mostrò la cantina del monastero.

Era di nuovo bambino. Sentiva i monaci ridere dall’altra parte mentre lui chiedeva aiuto.

Non era rimasto chiuso per errore.

Il priore di allora lo aveva rinchiuso per punirlo perché piangeva durante le preghiere notturne. «Imparerai che chi possiede la fede non teme il buio», aveva detto.

Le stelle erano apparse per salvarlo dalla paura, ma anche per soddisfare coloro che gliel’avevano inflitta. Da allora Orien aveva creduto di dover produrre luce per meritare di essere ascoltato.

Ritrasse le mani.

«Che cosa hai visto?» domandò Avel.

«La ragione per cui non voglio entrare.»

«Possiamo tornare.»

Il regno avrebbe continuato a gelare. Eppure Avel non lo obbligava. La scelta, proprio perché libera, gli costava di più.

Orien posò di nuovo i palmi sulla porta.

«Ho paura», disse.

L’ossidiana si aprì.

⁂

Dentro il monte non esisteva alcuna luce.

La lanterna si spense. Orien sentì le pareti stringersi, benché il corridoio fosse largo. Avel gli offrì la mano.

«Non vedo nulla», disse lui.

«Nemmeno io.»

«Come fai a camminare?»

«Metto il piede dove credo che ci sia terra.»

Avanzarono così. Ogni tanto Orien pregava. Nessuna stella rispondeva.

Il corridoio terminò in una sala immensa. Al centro, il sole era racchiuso dentro una gabbia di ferro nero. La sua luce non illuminava: sembrava ripiegata su se stessa.

Davanti alla gabbia sedeva un uomo con gli occhi coperti da una benda.

«Sei venuto, ragazzo delle stelle», disse.

Si chiamava Caldras. Era stato monaco nello stesso convento di Orien, molti anni prima. Da bambino aveva paura della notte. I superiori lo costringevano a pregare in una cripta e, quando gridava, lo accusavano di non avere fede.

Una notte Caldras aveva trovato il corpo di un altro novizio morto di freddo. Aveva chiesto aiuto, ma nessuno gli aveva creduto: pensavano fosse un’altra storia inventata per uscire dalla cripta.

Il male ricevuto gli aveva insegnato che il buio era il luogo nel quale Dio e gli uomini abbandonavano i deboli. Caldras aveva giurato di distruggerlo. Quando trovò il santuario del sole, lo imprigionò perché non tramontasse mai.

«Perché allora il mondo è buio?» domandò Avel.

«Perché il sole rifiuta di obbedire. Preferisce non splendere piuttosto che rinunciare alla notte.»

«La notte serve», disse Orien.

Caldras rise. «Lo dici tremando.»

«Sì.»

«Allora sei ancora quel bambino.»

«Anche tu.»

Caldras tolse la benda. Gli occhi emanavano una luce rossa. Scagliò contro Orien una fiamma. Avel si mise davanti e la spada si spezzò.

La guerriera cadde.

Orien le premette le mani sulla ferita. Cercò le stelle. Le implorò.

Nulla.

«Vedi?» disse Caldras. «Quando serve, la luce non viene.»

Avel respirava a fatica. «Non pregare per ottenere un segno.»

«Stai morendo.»

«Allora resta.»

Orien chiuse gli occhi. Pregò senza chiedere che Avel guarisse, senza promettere nulla, senza pretendere una risposta. Affidò la propria paura e la vita di lei a un Dio che in quel momento non riusciva a sentire.

Poi rimase.

orien e avel davanti al sole

⁂

Caldras aprì la gabbia per estrarre una scintilla con cui finirli.

Il sole gli mostrò la cripta.

L’uomo rivide il novizio morto e il bambino che era stato. Ma vide anche tutte le persone lasciate al freddo da quando aveva rubato l’alba. Aveva ricevuto l’abbandono e ne era diventato il custode.

«Non volevo questo», disse.

«Nemmeno chi ti chiuse nella cripta pensava di volere il male», rispose Orien. «Lo chiamava educazione.»

Caldras si piegò. Avrebbe potuto richiudere la gabbia e conservare il controllo. Invece tolse la chiave dal collo e la porse a Orien.

«Io non posso aprirla.»

«L’hai appena fatto.»

Insieme sollevarono il cancello.

Il sole esplose nella sala. La montagna divenne trasparente. La luce attraversò il regno, sciolse la brina e accese le finestre.

Orien guardò le proprie mani.

Erano vuote.

La ferita di Avel continuava a sanguinare. Caldras conosceva però le erbe che crescevano nelle caverne. Preparò un impacco e la fasciò.

«Guarirà?» domandò Orien.

«Non lo so.»

Rimasero con lei fino al mattino.

Quello vero.

⁂

Avel sopravvisse, ma non poté più impugnare una spada con il braccio destro. Imparò a combattere con il sinistro e, molti anni dopo, decise che preferiva insegnare ai bambini a leggere.

Caldras si consegnò al consiglio. Chiese che la cripta del monastero venisse aperta e che i nomi dei novizi morti fossero incisi sulle pareti. Non cercò scuse nella propria sofferenza.

Orien tornò alla sua cella.

La prima notte accese sette candele. Poi ne spense una.

La notte seguente un’altra.

Quando rimase l’ultima, Avel venne a trovarlo. Portava il braccio al collo e una mela nella tasca.

«Vuoi che resti?» domandò.

«Sì.»

«Perché hai paura?»

«Sì.»

Spense la candela.

Il buio riempì la stanza. Orien cercò la mano di Avel e la trovò. Pregò. Nessuna stella apparve.

Da fuori arrivava la luce della luna, debole e sufficiente a disegnare il bordo della finestra.

«Non è completa oscurità», disse Avel.

«No.»

«Sei deluso?»

Orien strinse la sua mano. «Sono grato.»

Negli anni successivi le persone continuarono a chiamarlo santo. Lui smise di mostrare i palmi durante le benedizioni.

Quando qualcuno confessava di avere paura, non parlava di coraggio. Si sedeva accanto a quella persona e chiedeva quale candela potessero spegnere insieme.

Le stelle non tornarono mai.

La sua fede, invece, cominciò proprio allora.

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