storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Il pane lasciato sulla soglia del nemico

Il pane lasciato sulla soglia del nemico

«Aveva già tagliato il pane quando riconobbe il colore della manica.»

Il lievito non si mosse neppure quando Mira avvicinò la ciotola al forno.

Lo aveva nutrito tre volte. Aveva cambiato l’acqua, setacciato la farina e avvolto il recipiente nel panno usato da sua madre. Sulla superficie non era apparsa una sola bolla.

Fuori, il martello del fabbro batteva dal giorno prima. Non faceva più ferri per i muli. Riparava cerniere, punte di lancia, qualsiasi cosa potesse tenere chiusa la porta del paese.

Ada dormiva sulla panca, con le ginocchia raccolte sotto la camicia. Aveva dodici anni e fingeva di averne di più quando si distribuivano le razioni. Diceva che gli adulti potevano mangiare meno. Poi, di notte, Mira la sentiva aprire il cassetto delle croste.

«È pronto?» domandò Ivo dalla scala.

Mira scoprì la ciotola.

Il fratello infilò due dita nell’impasto, le ritirò pulite e si asciugò comunque sui pantaloni.

«Metti più legna.»

«Ne ho già messa.»

«Allora usa quello di Vessa.»

«È venuta a chiedermi il nostro.»

Ivo guardò la panca. Aveva sedici anni, ma da quando le vedette avevano avvistato l’esercito portava il coltello del padre alla cintura. Gli batteva contro il ginocchio a ogni passo.

«Farai delle focacce.»

Mira annuì. Aveva già steso la prima sfoglia, così sottile che si vedevano i nodi del banco. L’avrebbe cotta sulla pietra e divisa in parti uguali. Era il terzo giorno che mangiavano in quel modo. Al quarto anche la farina avrebbe cominciato a mancare.

Ivo sollevò la serranda. Una polvere bianca, che non era farina, passò sotto il legno. Veniva dalle case colpite vicino alla porta orientale.

Il villaggio di Roven occupava una piega del monte. Le case si tenevano strette intorno al granaio e alla chiesa, con i tetti inclinati verso il torrente. Al mattino il fumo dei camini rimaneva basso, impigliato fra le gronde. Prima dell’assedio sapeva di cipolle, legna umida e mosto. Ora dominava l’odore acre della pece.

Sulla collina di fronte erano spuntate tende color ruggine.

Mira provò a contarle. Si fermò quando ne vide montare altre tre.

Un sasso colpì la serranda. Poi un secondo, più piccolo.

Vessa stava attraversando la piazza con due secchi.

«Chiudi», disse senza fermarsi. «Hanno messo le macchine sul pendio.»

Mira abbassò il legno. La luce rimase soltanto nella fessura sotto la porta.

Ada aprì gli occhi.

«Oggi sa di aceto.»

Mira si voltò verso la ciotola. Per un istante credette che la sorella avesse sentito tornare il profumo vivo del lievito. Ada indicava invece la pezzuola con cui si era coperta il naso durante la notte.

Ivo partì per il turno alle mura. Prima di uscire prese una focaccia dal banco.

«È quella di mezzogiorno», disse Mira.

Lui la rimise giù, spezzandone senza volerlo un angolo.

La sera, quando i colpi cessarono, qualcuno grattò contro la porta sul retro.

Mira pensò a una gallina scappata. Prese il pezzo rimasto nel piatto di Ada, andò nel cortile e lo tagliò con il coltello piccolo.

Aveva già tagliato il pane quando riconobbe il colore della manica.

Ruggine. Come le tende sulla collina.

Il soldato giaceva fra il barile della cenere e il muro. Aveva una mano premuta sulla coscia. L’altra era aperta, vuota, sul selciato.

Mira indietreggiò.

Lui guardò il pane. Non il coltello.

«Non chiamare», disse.

La parola successiva gli rimase in bocca.

Mira pensò al coltello di suo padre, appeso ora alla cintura di Ivo. Il padre era stato riportato a casa dentro un carro, due inverni prima. Nessuno aveva saputo dirle da quale collina fosse arrivata la freccia.

Il soldato cercò di spostarsi. Il tallone raschiò la pietra e si fermò.

Mira gli posò il pane accanto alla mano. Poi rientrò e chiuse.

Rimase con la schiena contro la porta finché non sentì Ada chiamarla.

⁂

Al mattino nella ciotola c’erano quattro bolle.

Mira le guardò così a lungo che Ada salì su uno sgabello per vedere anche lei.

«È tornato?»

«Non lo so.»

La superficie si alzò appena, poi ricadde. Mira vi passò sotto un dito. L’impasto oppose una piccola resistenza, la stessa che sentiva quando il padre le metteva in mano un animale appena nato.

Corse nel cortile.

Il soldato era ancora lì. Aveva lasciato sul selciato la crosta più dura. La gamba era gonfia sotto il tessuto scuro.

«Devi andartene», disse Mira.

«Appena riesco.»

«Adesso.»

Lui si appoggiò al muro, provò a sollevarsi e ricadde senza gridare. Per qualche istante respirò attraverso i denti.

Mira guardò il comignolo del forno. Dal portone della legna poteva essere visto chiunque attraversasse il vicolo. Dal muro basso del cortile si affacciavano le finestre di Vessa.

Aprì il vecchio essiccatoio, una stanza stretta dietro il forno. Non vi conservavano più la legna da quando il pavimento aveva cominciato a cedere.

«Dentro. Non fare rumore.»

Il soldato la guardò, poi cercò qualcosa alla cintura.

Mira sollevò il coltello.

Lui slacciò il fodero e lo spinse lontano. La lama non c’era.

Lo trascinò per le ascelle. Pesava più di quanto avesse immaginato. Quando riuscì a chiudere la porta, aveva le braccia scosse dai crampi.

«Come ti chiami?»

«Garel.»

«Non ti ho chiesto altro.»

«Non ho detto altro.»

Avrebbe voluto colpirlo per quel tono. Invece prese l’acqua, lavò la ferita e vide che il taglio attraversava il lato della coscia. Non c’era nulla da estrarre. La stoffa aveva cominciato a incollarsi alla pelle.

Garel le indicò una striscia meno sporca della propria camicia.

«Taglia lì. Il resto serve per stringere.»

«So fasciare.»

«Allora non parlo.»

Non parlò mentre lei lavorava. Disse soltanto che la benda era troppo stretta quando il piede gli diventò bianco.

Mira tornò al banco. Le bolle si erano fermate.

Aggiunse acqua tiepida, poi un pugno della farina migliore. Attese. Niente.

Le rimanevano due focacce, una per Ada e una da dividere con Ivo. Prese la propria metà, la ammorbidì nel brodo di cipolla e la portò nell’essiccatoio.

Garel tese la mano, ma lei gli lasciò la scodella sul pavimento.

«Quando arrivano i tuoi, tu sei già uscito.»

Lui guardò verso la piccola finestra murata.

«Se arrivano i miei, non dire che mi hai trovato.»

«Perché?»

«La ferita me l’hanno fatta loro.»

Mira non gli credette. Si chinò soltanto per riprendere la scodella vuota.

Quando tornò in cucina, la superficie del lievito si stava aprendo. Piccoli crateri comparivano uno dopo l’altro. L’odore acido, rimasto piatto per giorni, le pizzicò il fondo del naso.

Si sedette.

Ada le appoggiò il mento su una spalla.

«Adesso è tornato.»

Mira coprì la ciotola con entrambe le mani, come se qualcuno potesse portargliela via.

lievito nella ciotola di terracotta

⁂

Vessa venne a mezzogiorno.

Portava il proprio lievito in un vaso chiuso con un piatto. Quando vide l’impasto di Mira si fece il segno della croce e poi, quasi vergognandosene, infilò subito le mani nelle tasche.

«Dammene un pezzo.»

Mira ne staccò una noce. Vessa la avvolse nel grembiule e andò via così in fretta che dimenticò il vaso.

Tornò due ore dopo. Il pezzo non aveva prodotto nulla.

«Che cosa ci hai messo?»

«Farina e acqua.»

«Non fare così. Ho bambini che bussano alla porta.»

Mira tolse il panno dalla propria ciotola. Era piena quasi fino all’orlo.

Vessa le afferrò il polso.

«Vieni a vedere il mio.»

Mira la seguì. Lasciò Ada a sorvegliare la cottura e si portò dietro un impasto appena formato, perché non sapeva che altro fare.

Nella cucina di Vessa il fuoco era vivo e l’acqua aveva lo stesso sapore di sempre. Il vaso rimase inerte anche quando vi mescolarono il pezzo nuovo. Al ritorno, il pane lasciato a casa era cresciuto sotto le dita di Ada.

Mira aspettò il buio per scendere di nuovo nell’essiccatoio.

Garel era sveglio. La benda reggeva. Aveva raccolto la crosta della sera prima e la teneva in una tasca.

«Non mangiarla», disse lei. «È sporca.»

«È asciutta. Si conserva.»

Mira gli mise davanti una fetta fresca.

Lui la prese, poi si fermò.

«L’hai fatta oggi?»

«No. La tenevo per il re.»

Garel abbassò la testa. Quando rialzò il pane, gli tremava il polso.

Mira lo guardò masticare. Dal cortile arrivavano le voci dei turni di guardia. Uno degli uomini rideva troppo forte. Qualcun altro gli ordinò di smettere.

«Hai dato fuoco ai campi?» domandò.

Garel smise di mangiare.

«Ho portato le torce.»

Mira sentì il bisogno di aprire la porta e lasciarlo lì, con la fetta a metà.

«Non ti ho chiesto che cosa trasportavi.»

Lui appoggiò il pane sul ginocchio.

«Il primo giorno, sì.»

Mira rimase immobile.

Il soldato non aggiunse che aveva eseguito un ordine. Non disse neppure che qualcun altro avrebbe portato quelle torce. Teneva gli occhi su una briciola caduta nella benda.

«Allora perché ti hanno ferito?»

«Ieri c’erano ancora persone fra gli alberi. Ho tagliato le corde di un recinto.»

«Ti dovrei credere?»

«No.»

La risposta la irritò più di una supplica.

Rientrò senza prendere la scodella.

Quella notte mise accanto al forno due piccoli impasti uguali. Ne diede un pezzo ad Ada e portò la propria razione a Garel. Al mattino entrambi i pani erano cresciuti, ma il lievito lasciato da Vessa nella sua cucina non si era mosso.

Non sembrava una proprietà da spartire. Sembrava qualcosa che dovesse accadere in quella casa.

Mira ricordò sua madre, molti anni prima, mentre lasciava una scodella sotto la tettoia per una donna con cui non parlava più. Da bambina aveva chiesto perché non la invitasse dentro. La madre le aveva risposto che non era ancora capace.

Adesso Mira guardò la porta dell’essiccatoio.

Appese il chiavistello dalla propria parte. Poi lo tolse.

⁂

Per due giorni il forno lavorò senza fermarsi.

Enor, il capitano delle guardie, fece portare la farina dal granaio. Pesavano ogni sacco davanti a tre persone. I bambini raccoglievano da terra i chicchi sfuggiti alle cuciture.

Mira ricavò piccole pagnotte lunghe, facili da tagliare. Non erano più grandi per il fatto che il lievito fosse tornato vivo. Occorrevano ancora la stessa farina, la stessa acqua e la legna che Ivo trasportava con una spalla curva.

La sera distribuivano le razioni dalla finestra.

Mira riconosceva le mani prima dei volti. Quelle di Vessa erano sempre screpolate. Il vecchio remiere aveva perso due dita. Fra Timo teneva il proprio pezzo dentro la manica per portarlo agli uomini feriti nella chiesa.

Quando toccava a Ivo, lui contava le pagnotte rimaste.

«Non manca niente», gli disse Mira.

«Non stavo controllando te.»

La guardò appena, poi girò la testa verso il cortile.

Aveva trovato una striscia di stoffa ruggine fra la cenere.

Entrò nell’essiccatoio prima che lei riuscisse a fermarlo. Il coltello del padre uscì dal fodero con un rumore breve.

Garel sollevò le mani. Aveva la schiena contro il muro e la gamba distesa su un fascio di sacchi.

«Ivo», disse Mira.

Il ragazzo non si voltò.

«Tu lo sapevi.»

«Sì.»

«Gli dai il nostro pane.»

«Gli do il mio.»

«Non è tuo. La farina è del paese.»

Mira non rispose subito. Era vero. Anche quella che aveva portato per prima al soldato apparteneva alle razioni della famiglia.

Garel abbassò una mano verso il pavimento.

Ivo gli avvicinò il coltello alla gola.

«Fermo.»

«La scodella», disse il soldato. «La spostavo.»

Mira si mise fra loro. La lama le toccò la manica, strappandone un filo.

«Vai a chiamare Enor.»

Ivo la fissò. Aveva gli occhi lucidi, ma non pianse.

«Poi non puoi più dire che non lo volevi.»

Uscì correndo.

Mira si appoggiò alla porta. Garel stava rimettendo la scodella nella posizione precedente con una lentezza insopportabile.

«Potevi dirmelo», disse lei.

«Che tuo fratello sarebbe entrato?»

«Che mi avresti rovinato la casa.»

Il soldato ritrasse la mano.

Per la prima volta, Mira desiderò che il lievito non fosse mai tornato.

⁂

Enor arrivò con due uomini. Vessa li seguiva.

La voce aveva attraversato la piazza più in fretta del ragazzo. Quando il capitano chiuse il cortile, c’erano già cinque persone davanti al portone.

Tolsero a Garel gli stivali, il cinturone e il laccio che portava al collo. Al laccio era legata una piccola rondella di rame. Enor la rigirò fra le dita e gliela restituì.

«Quanti siete?»

«Non conto i reparti.»

Uno degli uomini fece un passo. Enor lo fermò con il braccio.

«Che cosa fai nell’esercito?»

«Segno i carri che arrivano. Controllo i carichi.»

«Sai contare quelli.»

«Trentasei carri di farina. Altri nove di pece.»

Vessa aprì la bocca, poi la richiuse.

Garel indicò il muro orientale con un movimento della testa.

«Non aspettano di abbattere la porta. Aspettano che smettiate di mangiare.»

«Perché?» domandò Mira.

«Veyr non accetta rese.»

Enor si chinò finché il suo volto fu all’altezza di quello del prigioniero.

«Tutti accettano una resa. Costa meno di una battaglia.»

Garel scosse la testa.

«Da bambino era a Darven. Aprirono le porte dopo tre giorni senza acqua. Gli uomini che avevano promesso il passaggio li aspettavano nel fossato.»

Mira aveva sentito nominare quel paese nei racconti del padre. Sapeva che non esisteva più.

«Lui uscì da un canale», continuò Garel. «Con sua sorella. Lei si mise a chiamare la madre e una guardia sentì.»

Nella stanza si udì la cenere scivolare dentro il forno.

«Adesso fa togliere le corde alle campane prima di assediare un paese. Non vuole sentire richieste.»

Enor rimase chinato ancora un momento. Poi si rialzò.

«Hai una parola d’ordine?»

Garel ne disse una. Il capitano la fece ripetere e la affidò a uno dei suoi uomini.

«Lo portiamo nelle cantine della chiesa.»

Mira guardò le caviglie del soldato. Si erano gonfiate sopra i segni lasciati dagli stivali.

«Non può camminare.»

«Lo trasporteremo.»

Vessa afferrò una delle stampelle appoggiate alla parete e gliela gettò vicino.

«Mio figlio ha provato a tornare su una di queste. Non è arrivato nemmeno alla seconda casa.»

Garel non raccolse il legno.

Mira aveva visto tornare il ragazzo di Vessa. Ricordava la bocca aperta, una scarpa tenuta in mano da qualcuno. Abbassò gli occhi.

«Non gli chiedo di restare libero», disse. «Qui c’è caldo. Alla chiesa non avete più legna.»

Enor osservò il muro del forno, poi il cortile pieno di gente.

Lasciò un uomo di guardia. Garel sarebbe rimasto legato a un anello usato per i sacchi. Il capitano sarebbe tornato dopo il cambio alle mura.

Vessa uscì per ultima.

«Domani non portarmi il pane», disse a Mira.

Quella sera Ada mangiò seduta sui gradini. Ivo non tornò.

Mira portò la razione al prigioniero e ne spezzò un angolo per ammorbidirlo nell’acqua.

L’uomo di guardia fece una smorfia.

«Adesso lo imbocchi?»

Mira posò la scodella. Per poco non la rovesciò.

Garel guardò le corde ai propri polsi.

«Puoi lasciarla. Ci arrivo.»

Lei uscì. Al banco, l’impasto la stava aspettando sotto il panno.

Non era cresciuto.

Mira si tolse il grembiule. Lo gettò sulla panca, lo riprese, tornò nell’essiccatoio.

La scodella era ancora piena. Garel non riusciva a piegare la gamba per avvicinarsi e aveva smesso di tentare.

Mira chiese alla guardia di allentare una corda. Quando l’uomo si rifiutò, si sedette sul pavimento e tenne la scodella all’altezza delle mani del soldato.

Rimase lì finché ebbe finito.

Prima dell’alba il panno si sollevò di nuovo.

⁂

Garel riconobbe la botola mentre la guardia aiutava a trasportare un ferito dalla piazza.

Una trave colpita era caduta davanti al granaio. Per pochi minuti il vicolo fu pieno di urla e l’essiccatoio rimase senza nessuno alla porta.

«Lì sotto c’è ancora il canale?» domandò.

Mira stava pulendo la benda.

«Come lo sai?»

«Sono venuto con mio padre, da ragazzo. Portavamo le macine dal versante nord. Lui riparò la griglia dello scarico.»

Mira smise di stringere il nodo.

Il canale passava sotto il granaio e usciva nel torrente, oltre la vecchia cava. Lo avevano coperto quando era cambiato il corso dell’acqua. Suo padre vi faceva scendere Ivo a recuperare le mele cadute fra le assi.

«È murato.»

«Dalla parte della cava c’era una grata.»

«Adesso c’è un muro.»

«Un muro si può aprire.»

Mira lo guardò. Lui ricambiò lo sguardo senza tentare di sorridere.

«È per questo che sei venuto qui?»

«Sono venuto qui perché ho riconosciuto il camino. E perché non arrivavo più da nessun’altra parte.»

Ada entrò con un secchio pulito. Garel aspettò che lo posasse.

«La cava è dietro il dosso. I carri non ci passano. Veyr tiene gli uomini sulle due strade.»

Mira gli prese il braccio, più forte di quanto volesse.

«Quanto è largo?»

«Il canale? Mio padre ci passava con un sacco sulle spalle.»

Enor venne subito. Fecero spostare Garel in cucina, sotto gli occhi di Ivo che nel frattempo era tornato con la guardia. Il ragazzo aveva un taglio sul labbro. Non spiegò come se lo fosse fatto.

Sotto la botola c’erano polvere, un gradino rotto e il buio.

Enor scese con una lampada. Tornò dopo il tempo necessario a sfornare una teglia.

«Si arriva al granaio. Dopo c’è una frana.»

Mira sentì Ada trattenere il respiro.

Il capitano si pulì la fronte con il polso.

«Piccola. Terra e sassi, non roccia. Con le ceste la togliamo.»

Contarono chi poteva camminare e chi doveva essere portato. Erano rimasti ottantadue abitanti, più Garel. Nove persone avevano bisogno di una barella o di una schiena. Due non potevano piegare le gambe. Occorreva allargare il passaggio sotto una trave.

«Se li portiamo fuori, poi dove andiamo?» domandò Ivo.

Garel disegnò con un dito bagnato il versante sulla pietra del banco. Oltre la cava c’era un sentiero da carbonai. Non avrebbe retto carri, ma passavano le persone e qualche mulo.

«Tre giorni fino alle case di Belva», disse. «Forse quattro, con i feriti.»

«Lì tengono per i tuoi?»

«Lì tengono per chi porta sale. Non hanno un signore da molti anni.»

Enor ordinò di riunire corde, coperte e recipienti. Di notte avrebbero aperto l’uscita. All’alba seguente il paese doveva essere vuoto.

Poi guardò Garel.

«Se fuori c’è una pattuglia, tu cammini davanti.»

Il soldato annuì.

Mira cominciò a calcolare il pane. Quattro giorni, ottantatré persone, la farina rimasta. Non bastava per saziare nessuno, ma poteva bastare per farli arrivare.

Prese la bilancia del padre e la posò in mezzo al banco.

mappa del canale sul banco infarinato

⁂

La bottega si riempì di persone che cercavano di non parlare.

Due uomini scendevano con le ceste vuote e risalivano con la terra. Vessa portò lenzuola per avvolgere i pani. Le lasciò senza guardare Mira, poi rimase ad aiutare Ada a raschiare il banco.

Il forno divorava i ciocchi corti. Ivo spaccava quelli più lunghi nel cortile. A ogni colpo fermava per un istante lo sguardo sulla porta dell’essiccatoio.

Garel era stato sistemato sulla panca della cucina. Non era più legato, ma aveva la guardia accanto. Quando non reggeva la gamba la teneva sollevata su un sacco.

Mira gli mise davanti un pezzo d’impasto.

«Schiaccia qui. Poi ripiega.»

«Con una mano?»

«Ne hai due.»

«Questa non sa fare niente.»

La mano sinistra aveva due dita piegate da una vecchia frattura. Mira spostò l’impasto perché potesse appoggiarvi il palmo.

Garel premette troppo forte. L’aria uscì con un piccolo fischio.

Ada rise.

Era un suono così fuori posto che tutti e tre si fermarono.

La bambina abbassò il viso, pronta a scusarsi. Mira le passò un altro pezzo.

«Fagli vedere.»

Ada divise la pasta in tre cordoni. Li mosse lentamente, come se stesse spiegando a un bambino più piccolo.

Garel provò a seguirla. Fece un nodo.

«Quello non cresce», disse lei.

«Magari vuole stare stretto.»

«Il pane vuole spazio.»

Mira sollevò una teglia per nascondere il proprio sorriso.

Per qualche minuto non arrivarono colpi dalle mura. La pala scivolava sulla pietra. Il panno di Ada frusciava sul banco. Dalle mani sporche di farina del soldato usciva una treccia irregolare, più grossa a un’estremità.

Il lievito aveva un odore tanto vivo che Mira dovette voltarsi verso la parete. Rivide sua madre al lavoro, la nuca umida, il gomito con cui le impediva di toccare il ferro caldo. Avrebbe voluto restare in quel pomeriggio di molti anni prima per il tempo di una cottura.

Invece controllò le braci.

«La tua rondella», disse a Garel. «Che cos’è?»

Lui la toccò attraverso la camicia.

«Il pezzo di una macina. Mio padre diceva che riconosceva i guasti dal rumore.»

«Ci riusciva?»

«Quando sbagliava dava la colpa al torrente.»

Ada mise la treccia sulla teglia. La raddrizzò una volta, poi lasciò stare.

Ivo si affacciò dal cortile. Aveva sentito l’ultima frase.

Guardò il pane, le mani del soldato, la sorella. Si chinò a raccogliere un ciocco e rimase lì, piegato, più del necessario.

Mira uscì con lui.

«Vieni a mangiare.»

«Non ho fame.»

«Lo so che hai fame.»

Ivo gettò il ciocco vicino alla porta.

«Se fosse stato quello che ha tirato a papà?»

Mira sentì il forno alle proprie spalle, il calore contro la schiena.

«Non lo so.»

«Tu gli daresti da mangiare?»

Avrebbe potuto dirgli di sì. Le sarebbe bastato aprire la bocca.

Invece guardò le mani del fratello, screpolate intorno alle unghie.

«Oggi non lo so.»

Ivo si asciugò il naso con il polso.

«Allora non fare come se fosse facile.»

Mira restò nel cortile finché lui ebbe ripreso l’ascia.

Quando rientrò, Garel aveva coperto la treccia con un panno. Non fece domande.

⁂

La prima pietra incendiaria cadde sul tetto del granaio mentre stavano estraendo l’ultima infornata.

Il rumore non fu forte. Somigliò a un sacco gettato da troppo in alto. Poi qualcuno gridò il nome di un uomo che non rispose.

Enor spalancò il portone.

«Spegnete il forno. Si parte.»

Mira indicò le teglie.

«Me ne mancano due.»

«Portale crude.»

Sul tetto vicino comparve una luce arancione. Le tegole cominciarono a scivolare. Nel cortile di Vessa una corda tesa fra due finestre prese fuoco tutta insieme.

Ada avvolse i pani senza aspettare che si raffreddassero. Il vapore bagnava le lenzuola. Vessa la fermò, riaprì i fagotti e li divise fra le ceste.

«Così ammuffiscono. Poco per cesta.»

Continuava a parlare con il tono di chi rimprovera una bambina in un giorno normale. Ada seguì le istruzioni con il viso rigato.

La gente scendeva nella botola. Prima i feriti sulle barelle inclinate, poi chi doveva sostenerli dall’altra parte. Enor chiamava i nomi, segnandoli con un pezzetto di carbone sulla porta.

Garel raggiunse il bordo con le stampelle. Ivo era lì. Per un momento nessuno dei due si mosse.

Poi il ragazzo scese sul primo gradino e gli tese un braccio.

«Se mi cadi addosso ti lascio.»

Garel appoggiò il peso sull’altra gamba.

«Ti avverto prima.»

Scomparvero sotto il pavimento.

Una seconda pietra colpì la casa del fabbro. L’urto sollevò farina dai sacchi aperti e fece dondolare la lampada.

Mira guardò l’essiccatoio. Il canale sarebbe rimasto aperto. Dopo il passaggio degli ultimi, i soldati potevano scendere e raggiungere i fuggiaschi al sentiero. I feriti avanzavano troppo lentamente.

Enor stava già scegliendo tre uomini.

«Teniamo la botola finché arrivano alla cava.»

«E dopo?» domandò Mira.

Il capitano controllò la propria spada senza rispondere.

Lei guardò il forno.

La sua parete posteriore gravava sull’arco che teneva aperto l’ingresso del canale. Il padre aveva fatto rinforzare quell’arco dopo il cedimento del pavimento. Per settimane le aveva proibito di appoggiarci perfino un secchio.

«Abbiamo ancora la catena dei sacchi?»

Enor seguì il suo sguardo.

«Non basta tirare.»

«Si tolgono i puntelli. Poi si tira.»

Il capitano si avvicinò all’arco e picchiò sul legno con il pomolo. La prima trave suonò piena. La seconda restituì un colpo cavo.

«Può portarci sotto tutto.»

Mira annuì.

Sopra quell’arco c’erano il forno, la cucina, la camera dei genitori chiusa da due inverni. Nella parete avevano segnato l’altezza di Ada a ogni compleanno.

Mira tolse dal chiodo la pala del pane.

«Dove leghiamo la catena?»

⁂

Lavorarono col fuoco sopra la testa.

Uno degli uomini avvolse la catena intorno al puntello marcio. Un altro ne trascinò l’estremità giù per la scala, fino alla prima svolta del canale. Il ferro strisciava sugli scalini come qualcosa di vivo.

Enor fece passare gli ultimi abitanti. Fra Timo sorreggeva il vecchio remiere, che si ostinava a voler portare una sedia.

«Gli basta un gradino», disse il frate.

Il vecchio lasciò la sedia. La guardò finché il pavimento non gli nascose il viso.

Vessa scese con Ada. Mira diede alla sorella il vaso piccolo del lievito, chiuso con un panno legato.

«Dritto.»

«Lo so.»

«Se devi scegliere fra il vaso e la mano di Vessa, lasci il vaso.»

Ada lo strinse al petto.

«Ho capito.»

La bottega era ormai vuota. Il calore del forno non si distingueva più da quello che scendeva dal tetto.

Mira si voltò verso il banco.

Non poteva portarlo. Era un unico blocco di legno, scavato al centro da tre generazioni di mani. Sulla gamba a sinistra c’era il morso del loro primo cane. Sul bordo, un segno scuro lasciato da una teglia il giorno in cui era nata Ada.

Prese soltanto il raschietto.

Da fuori arrivò un colpo diverso, secco e ripetuto. L’ascia contro il portone anteriore.

Enor le afferrò il gomito.

«Adesso.»

Mira scese. Alla svolta trovarono Ivo: aveva accompagnato Garel fin lì ed era tornato a cercarla. Il capitano lo mandò dietro il prigioniero, poi diede l’ordine agli uomini con la catena.

Tirarono.

Il puntello gemette. Cadde un po’ di malta, nient’altro.

Tirarono ancora. La catena slittò verso il basso.

Dal portone arrivarono voci. Qualcuno chiamava Garel. Non sembrava una richiesta d’aiuto.

Mira risalì tre gradini.

«Dove vai?»

Il legno era troppo liscio. Il ferro non trovava una presa. Sapeva come fare: suo padre legava così i barili grossi, mettendo un cuneo sotto l’ultimo giro.

Mira passò la pala dentro l’anello della catena e la fece ruotare. Il manico si piegò contro il puntello.

«Ora.»

La trazione le strappò il legno dalle mani. Un dolore caldo le attraversò il palmo.

Il primo sostegno si spezzò.

Enor la tirò giù per la cintura. Il secondo cedette mentre lei cadeva contro il suo petto.

Il rumore arrivò prima dell’aria: la volta, il forno, le pietre della cucina. La polvere li investì alla svolta. Qualcosa colpì Mira sulla spalla e lei perse il conto dei gradini.

Quando riuscì a respirare, sentiva un solo suono, un fischio lungo dentro le orecchie.

Il capitano le mise una mano sulla bocca prima che gridasse.

Aspettarono.

Dall’altra parte del crollo non arrivò nulla.

Mira guardò indietro. Non c’era più la luce della botola. Fra due pietre, vicino ai suoi piedi, spuntava un frammento della pala annerita.

Enor glielo indicò.

«Lascialo.»

Lei lo lasciò.

fuga nel canale sotto il forno

⁂

Alla cava il cielo sembrava troppo grande.

Mira uscì a quattro zampe fra due lastre umide. Le misero una coperta sulle spalle e qualcuno le pulì gli occhi con acqua che sapeva di pietra.

Enor contò.

Arrivato in fondo ricominciò, spostando ciascuno verso il sentiero. Ottantatré, disse alla fine. Poi si appoggiò alla parete e vomitò.

Il paese bruciava dietro il dosso. Non si vedevano le case, soltanto il fumo che diventava rosso a tratti.

Ada aveva il vaso. Lo mostrò a Mira prima di abbracciarla, come se fosse una consegna da fare bene.

Garel era seduto accanto a Ivo. Il ragazzo gli stava stringendo la benda con una striscia della propria camicia.

«È tornata a perdere», disse senza alzare gli occhi.

Mira si inginocchiò. Il palmo le bruciò quando cercò di aiutare.

«Non quella mano», disse Garel.

Le prese il polso e lo girò verso la luce. La pelle si era aperta alla base delle dita.

Mira ritrasse il braccio.

«Cammini?»

Lui guardò il sentiero. Era una riga scura fra i faggi.

«Con qualcuno vicino.»

La parola d’ordine non servì. Non incontrarono pattuglie sul versante della cava. Servirono le corde, il bastone del remiere e le mani di chi tornava indietro a prendere un’altra cesta.

Il secondo giorno piovve.

Le pagnotte si fecero pesanti di umidità. Vessa le tagliò in pezzi piccoli e li lasciò asciugare quando riuscirono ad accendere un fuoco sotto una sporgenza. Il profumo somigliava a quello della bottega senza riuscire a diventarlo.

Mira si sedette lontano dalla fiamma. Non sopportava di guardarla.

Ada le appoggiò un pezzo di pane sul ginocchio.

«Mangia.»

«Prima gli altri.»

La sorella non si mosse.

Mira sollevò il pane. La crosta le graffiò una gengiva e le venne da piangere con una violenza che le impedì di inghiottire.

Ada rimase seduta accanto a lei. Non le chiese di smettere.

⁂

A Belva non avevano spazio per tutti.

Aprirono la cappella, due fienili e una rimessa. Per entrare nell’ultima dovettero riparare il tetto. Enor passò il primo pomeriggio a discutere per avere paglia asciutta, il secondo a trasportarla.

Garel fu messo nel magazzino comune, con una guardia e gli altri feriti. Non poteva riprendere la strada, e nessuno intendeva fingere che non avesse portato torce contro le loro case. Aveva dato il proprio nome al consiglio del paese e raccontato ciò che aveva fatto nei campi. Avrebbero ascoltato anche gli altri.

Vessa gli portava l’acqua, perché toccava alla sua famiglia occuparsi di quel turno. Non gli parlava di suo figlio. Garel non glielo domandava.

Mira cercò lavoro al forno.

La proprietaria si chiamava Orsa e aveva braccia tanto corte che saliva su una pedana per raggiungere il fondo del banco. Guardò il palmo fasciato di Mira, poi il vaso che Ada teneva fra le mani.

«Non posso pagarti come prima aiutante.»

«Non ti ho chiesto quanto.»

«Meglio dirtelo prima.»

Il forno era basso. Bisognava piegare la schiena e la pala aveva un manico troppo grosso. Per tre mattine Mira si scottò nello stesso punto.

La quarta Orsa le lasciò raschiare il legno fino alla misura della sua mano.

Lavoravano prima dell’alba. Ivo spaccava legna per il paese; Ada andava a prendere l’acqua con una ragazza che le chiedeva continuamente come fossero le case di Roven.

Mira non aveva ancora chiesto a nessuno di tornarci.

Una sera Orsa le mise davanti il registro delle razioni.

«Questa porzione non è segnata.»

Era quella che Mira portava al magazzino.

«La tolgo dalla mia paga.»

Orsa fece scorrere l’unghia sul bordo del registro.

«Quanto tempo pensi di andare avanti?»

Mira guardò la mano. La ferita si stava chiudendo, ma due dita tiravano quando le apriva.

«Domani ci vado.»

La donna lasciò il registro aperto. La mattina seguente segnò la porzione con il nome di Mira e non ne parlarono più.

Passarono sei settimane prima che Garel riuscisse a uscire dal magazzino con un bastone. Nel frattempo erano arrivati altri profughi, e con loro notizie confuse di strade riaperte e villaggi presi. Del comandante Veyr nessuno sapeva dare una notizia certa.

Garel continuò a presentarsi al consiglio ogni volta che veniva chiamato. Per pagarsi il cibo riparava ceste e aggiustava le impugnature degli attrezzi. Il lavoro alle macine avrebbe dovuto aspettare una gamba più forte.

La prima volta che andò al forno, rimase sulla soglia.

Mira lo vide attraverso il vapore. Portava una cesta riparata e il laccio di rame era visibile sopra la camicia.

«Orsa è dietro», disse lei.

«La cesta è per te.»

Mira indicò un angolo del banco.

Lui la posò. Dentro c’era il vaso piccolo, quello usato durante la fuga: Ada glielo aveva affidato perché il coperchio si era incrinato. Garel lo aveva legato con un cerchio sottile di legno.

«Adesso tiene.»

Mira controllò il bordo. Il lavoro era preciso, senza ornamenti.

Dal cortile arrivò Ivo con la legna. Garel si spostò per lasciarlo passare. Il ragazzo appoggiò i ciocchi, guardò la cesta e si pulì le mani.

Sul banco riposavano tre cordoni di pasta.

Mira li spinse verso il bordo.

«Ti ricordi?»

Garel guardò Ivo, poi lei.

«Prima schiacciare.»

«Non troppo.»

Appoggiò il bastone al muro e si lavò le mani. La sinistra rimase un poco più chiusa dell’altra.

Mira tornò al forno. Quando si voltò, Ivo stava tenendo ferma un’estremità della treccia.

Nessuno aveva aggiunto farina. Eppure sulla soglia era rimasta una piccola impronta bianca.

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