storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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La sarta chiamata a vestire la tempesta

La sarta chiamata a vestire la tempesta

«Dalia aveva imparato a lasciare spazio al respiro prima ancora di imparare a fare un orlo.»

La donna arrivò dentro una cassa aperta.

Quattro uomini la portarono nel cortile della governatrice. Avevano legato le impugnature con pezzi di stoffa per non scorticarsi le mani. Camminavano a passi uguali, fermandosi ogni volta che qualcosa urtava contro le pareti di legno.

Nessuno degli uomini portava una corda intorno al corpo della donna.

Le corde erano tutte intorno alla cassa.

Dalia aspettava sotto il portico con il campionario sulle ginocchia. Quando il carico fu posato, sentì il proprio ago spostarsi dentro l’astuccio. La punta cominciò a vibrare contro il coperchio.

La donna sollevò il viso.

Aveva capelli chiari, quasi senza colore, e occhi grigi come l’acqua del porto al mattino. La tunica le aderiva alle spalle senza sembrare bagnata. Intorno ai piedi scalzi giravano piccole foglie secche.

Il cortile non aveva alberi.

«Tu cucirai», disse la governatrice.

Dalia si alzò in fretta. Il campionario scivolò e alcuni rettangoli di tessuto si sparpagliarono sui gradini. Cercò di raccoglierli mentre si inchinava, facendo male entrambe le cose.

Nerma attese che avesse finito.

«Mi hanno detto che lavori anche le vele.»

«Le rammendo. Le vele nuove le fanno da Feno.»

«Ma conosci le cuciture che tengono il vento.»

Dalia guardò la cassa.

La donna aveva appoggiato le dita sul bordo. Il legno non si muoveva più, ma la stoffa del campionario tirava verso di lei, come attirata da un foro.

«Dipende dal vento», disse Dalia.

Nerma la osservò con maggiore attenzione.

«Questo viene nel nostro porto ogni sera. Vorrei che smettesse.»

Oltre il muro del cortile si sentiva il mare. Da tre settimane la gente smontava le tende delle botteghe prima del tramonto e inchiodava assi alle finestre. Le raffiche entravano dai vicoli orientali, sollevavano tegole e rovesciavano i carri. Poi cessavano, lasciando l’acqua liscia fino al giorno dopo.

Il molo della governatrice non perdeva neppure una lanterna.

Dalia aveva pensato che dipendesse dal frangiflutti.

«Devo farle un abito?» domandò.

«Uno che tenga.»

Nerma aprì la cartella che portava sotto il braccio. Dentro c’era il disegno di una veste lunga fino alle caviglie. Sette cuciture salivano dal fondo verso il collo e convergevano sotto un fermaglio.

Dalia riconobbe alcuni punti usati per le vele da burrasca. Gli altri sembravano eseguiti al contrario.

«Qualcuno l’ha già cucito?»

«Molto tempo fa.»

«Per chi?»

La governatrice posò un dito sul nome scritto nella lettera che accompagnava il disegno. Era quello di Dalia, seguito dall’indirizzo della sua bottega.

«Per questo lavoro posso garantirti il locale per vent’anni. Niente affitto arretrato, niente interessi.»

Dalia smise di guardare la cassa.

Sua madre conservava ancora le lettere del proprietario dentro il barattolo dei bottoni grandi. Ogni volta che ne arrivava una nuova, sembrava che i bottoni fossero meno.

«E la stoffa?»

«Ti sarà data.»

La donna nella cassa abbassò la testa. Un piccolo vortice le sollevò i capelli intorno alla nuca.

Nerma attese.

Dalia chiuse il campionario. Quando annuì, sentì l’ago battere una volta contro il coperchio.

⁂

La stanza assegnata alla sartoria guardava sul porto vecchio.

Era luminosa, con un tavolo abbastanza lungo per distendere una vela intera. Dalia lo percorse con la mano, incredula. Nella bottega di sua madre dovevano cucire gli orli lunghi arrotolando la stoffa sopra due sedie.

Sulla parete c’erano uncini, rocchetti e forbici nuove. Qualcuno aveva lasciato una caraffa d’acqua vicino alla finestra.

La donna fu accompagnata dentro senza la cassa.

Camminava piano. A ogni passo un angolo dei fogli si sollevava dal tavolo, poi ricadeva. Una guardia rimase fuori dalla porta.

Dalia aprì l’astuccio.

«Come ti chiami?»

La donna seguì con gli occhi il movimento delle forbici.

«Tessa.»

«Io sono Dalia.»

«L’hanno detto.»

La sarta posò il metro di stoffa sulle spalle della donna.

Sotto le dita sentì un movimento rapidissimo. Non un tremito: qualcosa che le correva attraverso il corpo e cercava un’uscita.

Ritrasse le mani.

Tessa non cercò di afferrarla.

«Non ti taglio», disse Dalia, senza sapere perché avesse scelto proprio quelle parole.

«Lo so.»

Le misurò le spalle, la vita, la distanza dal collo alle caviglie. Il metro si tendeva da solo quando passava davanti al petto. Dalia lo allentò un poco.

«Non devi stare così rigida. Se respiri, la misura viene meglio.»

Tessa aprì le labbra.

La caraffa sul davanzale si spaccò.

La guardia entrò con la spada già fuori dal fodero. Dalia si era riparata dietro il tavolo; soltanto dopo vide che Tessa era rimasta nella stessa posizione.

L’acqua scorreva sotto la finestra. I pezzi di vetro giravano piano intorno ai suoi piedi.

«Fuori», disse la guardia a Dalia.

«Non mi ha toccato.»

«Fuori.»

La sarta raccolse l’astuccio, ma lasciò il metro sulle spalle della donna. Quando la guardia le posò una mano sulla schiena, si voltò per riprenderlo.

Tessa lo teneva già teso verso di lei.

«Scusa», disse.

Dalia lo prese. Il nastro era tiepido.

Tornò in bottega dopo il tramonto, piegata contro il vento.

Una tegola si ruppe nel vicolo e i frammenti le passarono davanti ai piedi. Arrivò alla porta con il fiato corto e trovò sua madre che le mostrava una bacinella.

Il tetto perdeva sopra il banco piccolo.

«Hai parlato dell’affitto?» domandò la donna.

Dalia annuì.

La madre tirò la bacinella verso il centro e cambiò il panno sulla stoffa che cercava di proteggere.

«Allora forse questa volta ce la facciamo.»

Dalia si tolse il mantello. Nell’astuccio l’ago aveva smesso di vibrare.

⁂

La stoffa della governatrice era grigia e resistente, tessuta con fili tanto sottili da non distinguerli senza avvicinarsi alla luce.

Quando Dalia la tagliò, l’estremità recisa si arrotolò verso l’interno. Dovette bloccarla con due pesi.

Nerma era venuta a controllare il lavoro. Non portava gioielli, soltanto una giacca scura e il fermaglio destinato all’abito, chiuso dentro una scatola foderata.

«Quanto ci vorrà?»

«Tre giorni. Se la prova va bene.»

«Due.»

Dalia guardò il disegno.

«Le maniche non sono uguali.»

«Devono essere così.»

«E questa cucitura passa sopra il braccio. Quando lo alza tira tutto il fianco.»

«Non dovrà alzarlo.»

Dalia rimase con le forbici aperte.

La governatrice fece scorrere un’unghia sul fermaglio, seguendo un piccolo difetto nella superficie.

«Non stiamo preparando un vestito da festa.»

Fuori dalla finestra due marinai trascinavano una vela strappata. L’avevano appesa a un palo fra i moli perché asciugasse; adesso cercavano di staccarla prima che il vento la portasse via.

«Il porto orientale perde barche ogni sera», disse Nerma. «Le famiglie vengono a chiedermi quando potranno tornare a lavorare. Vorrei poter dare una risposta.»

Dalia mise un peso sull’angolo del disegno.

«Allora mi serve almeno una prova con l’abito imbastito.»

Nerma rifletté.

«Domani all’alba.»

La sarta lavorò fino a perdere la posizione del sole. La stoffa si muoveva più dei tessuti comuni e gli aghi si piegavano quando provava a guidarli contro la trama. Scoprì che doveva aspettare il momento giusto, lasciar passare una vibrazione, poi infilare.

Tessa sedeva vicino alla porta, sotto gli occhi della guardia.

Non chiedeva acqua. Non si lamentava del tempo. Seguiva il passaggio del filo, e ogni tanto la sua testa si inclinava prima che Dalia si accorgesse di un nodo.

«Lo senti?» domandò la sarta.

Tessa annuì.

«Che cosa senti?»

«Dove vuole andare.»

Dalia sollevò la stoffa. Il bordo libero si piegò verso la finestra chiusa.

Per la prima volta le sembrò che non stesse resistendo alle sue mani. Stava cercando una direzione diversa.

il filo si tende verso la finestra

⁂

Durante la prima prova si spensero tutte le lampade del porto orientale.

Dalia stava ancora sistemando la spalla sinistra. Aveva lasciato aperta l’ultima cucitura per poter infilare l’abito senza forzare le braccia di Tessa. La guardia seguiva i movimenti con la mano sull’elsa.

La veste cadde lungo il corpo come acqua versata.

Il rumore del mare cessò.

Non del tutto: rimase il colpo piccolo delle onde contro i pali. Ma il respiro continuo che veniva da oltre il frangiflutti si era interrotto.

Tessa premette le labbra una contro l’altra.

Dalia infilò un ago nella piega della spalla.

Il primo lume si spense. Poi altri, lungo il molo, finché la fila diventò nera.

Dal cortile arrivò il rumore delle corde tese.

La sarta guardò verso la finestra.

Tessa le afferrò il polso.

La guardia fece un passo. Dalia sollevò subito la mano libera.

«Aspetta.»

Sotto il tessuto il petto della donna non si muoveva più.

Dalia sfilò l’ago. La cucitura si aprì di poco e la finestra sbatté contro il fermo. Il vento riempì la stanza, spostò una sedia e si gettò nel cortile.

Tessa inspirò.

Le lampade del porto si accesero una dopo l’altra, riavviate dai guardiani lungo il molo. Le fiamme si piegavano tutte verso il mare.

«Mi hai stretto troppo», disse Tessa.

Non era un rimprovero. La voce aveva la fatica di chi deve spiegare una cosa semplice mentre gli manca l’aria.

Dalia tolse altri due punti.

La guardia posò una mano sulla stoffa.

«Non puoi disfarlo.»

«La sto aggiustando.»

«Il disegno non dice così.»

Dalia gli mostrò l’ago.

«Il disegno non tiene in mano questo.»

L’uomo esitò. La sarta approfittò di quel momento per aprire anche la cucitura del fianco.

Tessa si appoggiò al tavolo.

Era così pallida che Dalia le vide piccole vene grigie ai lati del collo. Il filo, sul pavimento, continuava a tendersi verso la porta.

La governatrice arrivò dopo pochi minuti.

Non gridò. Guardò prima le finestre, poi gli aghi rimossi.

«Hai cambiato il modello.»

«Non riesce a respirare.»

Nerma chiuse la scatola del fermaglio.

«È per questo che sei stata chiamata.»

Il rumore dei pali tornò a farsi udire dal mare.

Dalia aveva ancora il polso caldo nel punto in cui Tessa lo aveva stretto.

«Tu lo sapevi.»

La governatrice la guardò come se la frase l’avesse costretta ad abbassare qualcosa che teneva davanti al viso.

«Quello che tu chiami respiro ha strappato il tetto a trenta case.»

«Questo non lo ferma. Lo spinge altrove.»

Nerma non rispose.

Dalia indicò i lumi sull’acqua.

«Quando ho chiuso la spalla, il vento è andato verso il porto basso. L’ho visto.»

La governatrice si girò verso la guardia.

«Accompagnala fuori. Finirà il lavoro dopo aver riposato.»

Dalia cercò il proprio astuccio. Si accorse che le mani non le obbedivano bene quando tentò di chiudere la fibbia.

Tessa rimase accanto al tavolo. La veste le scivolò da una spalla e per un istante l’aria della stanza si fece più leggera.

⁂

Feno la ricevette nella veleria mentre stava mangiando.

Aveva una ciotola appoggiata su un rotolo di canapa e un pezzo di pane fra i denti. La tolse dalla bocca quando sentì il nome della governatrice.

«Non mi hanno chiesto niente.»

«Perché tu avresti letto il disegno.»

Dalia lo riprodusse su una tavola con un frammento di carbone. Non ricordava ogni punto, ma la direzione delle sette cuciture le era rimasta nelle dita.

Feno seguì il tratto senza toccarlo.

«È un giro di scotta.»

«Per una vela?»

«Per una vela chiusa. Non quella che deve prendere il vento. Quella che non deve più riaprirsi.»

La luce del pomeriggio passava attraverso una tela sospesa e riempiva il laboratorio di un colore lattiginoso. Sul pavimento i fili tagliati si raccoglievano in piccoli nidi. Ogni volta che qualcuno apriva la porta, i più leggeri si spostavano verso il fondo.

Dalia guardò le vele da burrasca arrotolate contro il muro.

«Se il vento non può uscire da una parte?»

«Cerca l’altra.»

«E se le chiudi tutte?»

Feno tolse la ciotola dal rotolo.

«Dipende da che cosa cede per primo.»

Le mostrò un vecchio foglio, recuperato fra i contratti della veleria. Dodici anni prima avevano costruito un sistema di teli sopra il molo della governatrice. Non serviva a ripararlo dalla pioggia: le inclinazioni facevano passare l’aria fra i magazzini e la spingevano verso il porto orientale.

Da allora i pescatori perdevano sempre più barche.

«Perché non ne hai parlato?» domandò Dalia.

Feno piegò il foglio.

«Ero apprendista. Tenevo la scala. Poi il vecchio padrone è morto e io ho ereditato anche i contratti che non mi piacevano.»

«La cassa è arrivata ieri.»

«Allora ieri hanno trovato il modo di legare anche quello che prima potevano soltanto deviare.»

Dalia si asciugò le dita nere sul grembiule. Rimase una striscia che non riuscì più a togliere.

Feno le passò un panno umido.

«Posso chiederti perché sei venuta da me?»

Lei guardò i fili sul pavimento.

«Perché speravo che mi dicessi che stavo sbagliando.»

Il velaio lasciò la ciotola e si infilò la giacca.

«Andiamo a vedere il porto.»

⁂

Nerma li aspettava sulla banchina alta.

La sua barca personale era legata sotto una tettoia. Ogni cima aveva un pezzo di tela intorno ai punti d’attrito. Dalia non ne aveva mai viste così ben tenute.

La governatrice congedò la guardia e appoggiò le mani al parapetto.

«Hai chiesto i vecchi contratti.»

Feno si fermò a qualche passo.

«Erano nella mia bottega.»

«E ci sono rimasti per dodici anni.»

Il velaio non rispose.

Nerma guardò Dalia.

«Quell’abito può rendere sicuro un porto in cui arrivano sale, grano e medicine. Può impedire che una nave si spezzi davanti a chi la sta aspettando.»

«Quale porto?»

«Questo.»

Dalia si girò verso le barche orientali. Alcune erano state tirate fin sopra la strada. Le famiglie vivevano fra i teloni, aspettando una notte abbastanza calma per rimetterle in acqua.

«E quelle?»

Nerma spostò una cima perché non battesse contro il parapetto.

«Se il molo alto perde i carichi, non avranno neppure il pane.»

La frase arrivò liscia, pronunciata molte volte prima di quel giorno.

Dalia guardò la mano della governatrice. Stringeva ancora la cima anche se il rumore era cessato.

«Tu c’eri, quando è affondata la Merla.»

Feno si voltò verso di lei. Era una storia che nel porto si raccontava sottovoce.

Nerma non lasciò la corda.

«Avevo otto anni.»

La nave aveva imbarcato acqua mentre cercava l’ingresso. I responsabili dei moli avevano riservato gli approdi riparati alle barche dei propri parenti e lasciato la Merla alla deriva. Nerma era stata raccolta il mattino dopo, sopra un pezzo di portello. L’avevano portata al caldo e le avevano fatto ripetere chi avesse dato l’ordine, ma nessuno era tornato in mare a cercare sua madre.

«Nessuno dovrebbe aspettare in acqua», disse.

Dalia sentì il vento cominciare dietro le case basse. La sera stava arrivando.

«Adesso sono loro che aspettano.»

La governatrice aprì finalmente la mano. Il palmo aveva un segno rosso lasciato dalla corda.

«Finisci l’abito. Potrai cambiare molto più di una bottega, dopo.»

Dalia pensò al barattolo dei bottoni. Alla bacinella sotto il tetto. Ai vent’anni nei quali sua madre non avrebbe più dovuto chiedere tempo al proprietario.

Il vento passò fra loro, ma non raggiunse la barca sotto la tettoia.

«La devo rivedere», disse.

Nerma annuì.

«Domattina. Il fermaglio va chiuso prima del tramonto.»

⁂

Quella notte Dalia tornò al palazzo passando dalla lavanderia.

Feno conosceva l’uomo che consegnava le pezze dei moli. La fece entrare insieme a due donne con le ceste, poi rimase ad aspettare fuori. Non aveva promesso di poterla far uscire nello stesso modo.

La stanza della sartoria era chiusa.

Dalia trovò Tessa nel locale accanto, seduta su una panca. La veste era stata ripiegata su una sedia. Sotto la porta si vedeva l’ombra della guardia.

La sarta sollevò l’astuccio per mostrare che era lì per il lavoro. L’uomo si spostò abbastanza da lasciarla passare.

«Non provare niente senza di me.»

Dalia annuì.

Il locale aveva una brocca di terracotta e due tazze. Questa volta nessuno aveva portato vetro.

«Puoi bere?» domandò.

Tessa fece cenno di no.

«Non ne ho bisogno.»

La sarta si sedette vicino a lei.

Da qualche parte, oltre il muro, un bambino piangeva. Forse era il figlio di una delle lavandaie. Dalia ascoltò la donna che cercava di calmarlo con una canzone sempre uguale.

Tessa mosse le labbra senza emettere suono.

«La conosci?»

«La sento ogni sera.»

«Ti hanno dato loro il nome?»

La donna scosse la testa.

«L’ho tenuto da una barca. Lo dicevano in tanti.»

Dalia guardò i suoi piedi. Non c’erano vesciche, né calli. La polvere passava vicino alla pelle senza posarvisi.

«Da quanto tempo stai qui?»

«Qui dentro, da tre sere. Nelle vele, da molto.»

Non raccontava come le persone. Indicava un luogo, un suono, un movimento. Aveva seguito navi per intere stagioni, sollevato semi oltre il mare, aspettato fra le scogliere mentre gli uomini tiravano in secco le barche. Poi qualcuno aveva imparato a tenderle intorno i teli e le corde. A ogni nuova vela era rimasto un passaggio in meno.

La cassa li aveva chiusi tutti, tranne uno.

«Il mio corpo?» domandò Dalia.

Tessa la guardò senza capire.

La sarta indicò la figura seduta sulla panca.

«Questo.»

«È quello che è rimasto aperto.»

Dalia prese il disegno dall’astuccio. Fece scorrere il dito lungo l’ultima cucitura.

«Se finisco, dove andrai?»

Tessa guardò la parete dalla quale arrivava il pianto.

«Non lo so.»

La bambinaia riprese a cantare. Dopo un poco, il bambino si calmò.

Dalia chiuse il disegno e tirò fuori una piccola calza. La madre gliel’aveva messa in tasca perché aggiustasse il tallone; apparteneva a una cliente che pagava soltanto alla consegna.

Cominciò a cucire.

Tessa osservò il filo entrare e uscire dal tessuto.

«Questo non tiene il vento.»

«Tiene il piede.»

La donna sembrò riflettere.

«Non tutto il piede.»

«Deve poter camminare.»

Dalia le mise la calza sul palmo. Tessa provò a piegarla seguendo il bordo e fece una piega sbagliata. La sarta la lasciò fare, poi le mostrò un modo più semplice.

Per la prima volta nella stanza non si mosse niente.

Fu Tessa a tendere la calza verso di lei quando la guardia bussò.

Dalia aveva imparato a lasciare spazio al respiro prima ancora di imparare a fare un orlo.

Guardò la veste sulla sedia. Sette cuciture strette, nessuna piega libera.

Prima di uscire sfilò dal proprio astuccio l’ago più sottile e lo lasciò dentro la calza.

Ripiegò l’abito e lo mise nella sacca. Alla porta la guardia glielo fece mostrare.

«Devo rinforzare i punti prima della consegna», disse Dalia.

L’uomo controllò il disegno, poi le lasciò portare via il lavoro. Tessa rimase sulla panca, con la calza fra le mani.

la calza piegata fra le mani

⁂

Sua madre era ancora sveglia.

La bacinella si era riempita e aveva lasciato una pozza sotto il banco. Dalia mise una gamba della sedia sul punto asciutto e salì a controllare il foro nel tetto.

«Non adesso», disse la madre.

Dalia scese.

La donna aveva posato sul tavolo un foglio nuovo. In fondo c’era il sigillo della governatrice. Vent’anni senza affitto, a partire dalla consegna.

«Hanno mandato uno a portarlo.»

Dalia non si sedette.

«Non posso finirlo così.»

La madre guardò prima lei, poi il foglio.

«Così come?»

Dalia raccontò la prova, le lampade, la cassa. Quando arrivò alla voce di Tessa, smise di trovare parole abbastanza precise.

La madre rimase in silenzio. Aveva un dito gonfio e lo teneva disteso sopra la tovaglia, lontano dagli altri.

«Possiamo chiedere un altro modello», disse alla fine.

«Non vuole un altro modello.»

Dal soffitto cadde una goccia. Colpì il foglio vicino al sigillo.

La madre lo spostò subito.

«Allora restituisci il lavoro.»

«Ne chiameranno un’altra.»

«Non puoi rispondere di tutte le sarte del porto.»

Dalia guardò l’armadio della seta.

Tre pezze lunghe, color perla. Le compravano a poco a poco da sette anni, tenendole lontane dall’umidità. Dovevano servire per gli abiti di una famiglia importante che si sarebbe sposata in primavera. Se avessero ottenuto quel lavoro, avrebbero potuto comprare il locale senza dipendere dalla governatrice.

La madre seguì il suo sguardo.

«No.»

Dalia rimase ferma.

«Non mi chiedere di guardarti mentre le porti via.»

La sarta abbassò gli occhi. Avrebbe voluto che sua madre la abbracciasse e le dicesse di fare ciò che credeva giusto. Le sarebbe costato molto meno.

«La metà è mia», disse.

La donna appoggiò la mano sana sul bordo del tavolo.

«La metà», ripeté.

Dalia aprì l’armadio. Misurò le pezze una per una, facendo due mucchi uguali. Non usò la parte migliore per sé.

Quando tagliò la prima, il rumore attraversò la bottega più netto del vento.

La madre si girò verso la bacinella.

⁂

Feno trovò i teli da carico. Dalia portò la seta.

Lavorarono nella veleria con quattro pescatori del porto basso. Gli uomini sapevano arrampicarsi sulle impalcature, ma non capivano ancora che cosa la sarta intendesse fare.

«Il vento passa dove gli lasci un’uscita», spiegò Dalia.

Disegnò sul banco la posizione dei magazzini. I teli della governatrice lo spingevano nel quartiere delle barche. Occorreva rovesciarne due e tendere un passaggio più morbido fino alla gola della scogliera, oltre l’ultimo molo.

Feno aggiunse le funi al disegno.

«Queste reggono. I pali no. Bisogna abbassare tutto quando comincia la raffica.»

La seta sarebbe servita nei punti in cui i teli pesanti si sarebbero strappati. Poteva gonfiarsi e accompagnare il vento senza opporgli una parete. Per cucirla occorreva distribuire la tensione su molte piccole pieghe, non concentrare tutto lungo una riga.

Dalia tracciò il primo segno.

«E lei?» domandò un pescatore.

«Deve poter scegliere l’uscita.»

«Come glielo dici?»

La sarta indicò le finestre alte del palazzo.

«Le faccio vedere dove è aperto.»

Lavorarono tutta la notte. Ogni tanto qualcuno tornava al porto per controllare una fune e avvertire le famiglie più vicine alla gola. Le barche che potevano muoversi vennero spostate sotto il costone occidentale. Le altre furono vuotate.

Un uomo rifiutò di lasciare la propria casa. Feno rimase con lui finché accettò almeno di far uscire i nipoti. Non avevano il tempo di convincere ogni adulto.

All’alba la seta era distesa fra le cuciture dei teli grigi. In alcuni punti sembrava luce rimasta impigliata.

Dalia si lavò le mani dentro un secchio. Le dita le tremavano per la stanchezza.

Non sapeva se Tessa avrebbe capito. Non sapeva se avrebbe scelto di aiutarli. Avevano soltanto preparato una strada che non terminava nel corpo di qualcun altro.

Feno le porse la giacca.

«Vai a prendere il tuo lavoro.»

⁂

Nerma aveva fatto disporre la prova nel cortile.

C’erano guardie, mercanti e due uomini incaricati di annotare la consegna. La cassa era stata rimessa al centro, aperta. Tessa stava accanto al tavolo con la calza stretta nella mano.

Dalia la guardò appena.

La governatrice notò le occhiaie, poi il fagotto che la sarta teneva sotto il braccio.

«Hai lavorato stanotte.»

«Per finire.»

Appoggiò la veste sul tavolo. Aveva rinforzato le cuciture dove richiesto e lasciato l’ultima chiusa soltanto da una fila di punti lunghi. Il fermaglio avrebbe dovuto bloccare tutto insieme.

Nerma aprì la scatola.

Dalia fece un passo indietro per lasciare che la governatrice lo prendesse. Nel movimento guardò oltre il parapetto.

La prima fascia di seta si sollevò fra i magazzini.

Tessa seguì il suo sguardo.

La guardia spinse la cassa un poco più avanti. Il fondo raschiò sulle pietre e la donna abbassò gli occhi.

Dalia le passò la veste sopra le spalle.

«Non alzare le braccia», disse, abbastanza forte da farsi udire dagli uomini col registro.

Poi, chinandosi per sistemare il fianco, aggiunse:

«La finestra grande. Verso il mare.»

Tessa non rispose.

Nerma si avvicinò con il fermaglio.

Quando le prime due parti si toccarono, il suono del mare sparì.

Dalia vide un velo scuro correre sulle pietre del cortile. La veste si strinse intorno alle costole di Tessa, pur senza cambiare misura.

Il fermaglio non era ancora chiuso.

«Tieni ferma la spalla», ordinò la governatrice.

Dalia alzò una mano.

Tessa teneva l’altra dentro la calza.

La sarta attese che il piccolo ago comparisse fra le dita della donna. Poi tagliò il primo punto lungo con le proprie forbici.

Il rumore fu quasi nulla.

Il vento arrivò subito.

La scatola del fermaglio volò contro il portico. Il registro si aprì, perse le pagine e lasciò l’uomo con la copertina vuota fra le mani. Dalia afferrò il bordo del tavolo.

«Fermala!» gridò Nerma.

La guardia cercò di raggiungere Tessa. La cassa gli scivolò davanti, costringendolo a fermarsi.

Dalia tagliò altri due punti.

La veste si aprì lungo il fianco. Da sotto uscì un’aria tanto fredda da farle dolere i denti.

Tessa afferrò la stoffa e tirò.

Non gridò. Sollevò il viso verso l’alto, con la bocca aperta, mentre i capelli perdevano la forma e diventavano fili chiari nella luce.

Nerma riuscì a prenderle il polso.

Per un istante Dalia vide soltanto due donne strette l’una all’altra. Una cercava di respirare. L’altra teneva la presa con entrambe le mani.

«Ti ho dato una forma», disse la governatrice.

Tessa girò la testa.

«Non me l’hai chiesta.»

L’ultima cucitura cedette.

⁂

Dalia colpì il selciato con il ginocchio.

Quando riuscì a rialzare il viso, Tessa non era più accanto al tavolo. Una figura chiara attraversava il portico e cambiava altezza a ogni passo. La veste le rimaneva attaccata come una pelle che non voleva lasciarla andare.

La governatrice era caduta vicino alla cassa. Aveva una mano incastrata sotto un’asse.

Dalia tornò indietro.

Una guardia provò a raggiungerle, ma un tavolo rovesciato gli chiuse il passaggio. La sarta infilò il ginocchio sotto il legno e sollevò abbastanza perché Nerma potesse liberarsi.

«La strada è sbagliata», disse la governatrice, guardando la gola oltre il porto. «Il vento torna contro la scogliera.»

Dalia sentì il gelo passarle lungo la schiena.

Non era un tentativo di fermarla. Nerma stava guardando davvero.

«Dove deve girare?»

La donna indicò la torre delle funi.

«Il telo alto. Se resta così, lo rimanda indietro.»

Dalia corse verso il parapetto.

Vide Feno in mezzo alle corde, con due pescatori che cercavano di mantenere bassa una vela. La seta si era gonfiata, ma il telo sopra la torre rimaneva fermo nella vecchia direzione.

Tessa era arrivata al bordo del cortile.

Non guardava la gola. Guardava l’acqua aperta dall’altra parte dei magazzini.

Dalia alzò entrambe le braccia.

«Non là!»

La figura si voltò. Per un momento ebbe di nuovo un viso.

La sarta indicò le barche sotto il costone. Tessa le seguì con gli occhi, poi guardò la fascia di seta che batteva verso la torre.

Il vento non cessò. Cambiò rumore.

Dalia riuscì a scendere per la scala esterna tenendosi con entrambe le mani. La governatrice arrivò dietro di lei con una guardia. Aveva avvolto il polso dentro la propria giacca.

Al piede della torre le funi passavano dentro tre anelli di ferro. Feno cercava di mollare quella del telo alto, ma qualcuno l’aveva bloccata dall’interno.

«L’ordine era di non toccarla», disse la guardia.

Nerma gli prese il coltello dalla cintura.

Non riuscì a usarlo con la mano ferita. Lo porse a Dalia.

La sarta tagliò una fune. Il telo fece un balzo e la colpì alla spalla.

Feno la prese per la giacca prima che cadesse fra i pali.

La seconda corda era troppo tesa. Il coltello non entrava. Dalia sentì la stoffa dei propri pantaloni strapparsi sul ginocchio già ferito e fu quella piccola cosa, assurda, a farle perdere la calma.

«Abbassalo!» gridò.

I pescatori tirarono dall’altro lato. Feno si mise con loro. Il telo scese di un palmo e la lama passò.

La vela ruotò.

La seta la seguì come acqua che trovasse finalmente una pendenza.

Il vento si infilò nel passaggio preparato durante la notte, gonfiò le pieghe e corse verso la gola. Dalia vide una manica grigia impigliarsi sull’ultimo anello. Poi Tessa comparve sotto la torre, piegata a liberarla con le dita.

Avrebbe potuto strapparsi via e lasciare che il telo travolgesse gli uomini.

Invece attese che Feno mollasse la corda.

Quando la manica fu libera, la figura si voltò verso il mare.

Il resto dell’abito si aprì e non tornò più a chiudersi.

la seta guida il vento verso il mare

⁂

Il porto perse quattro tetti e una torre di legno.

Una barca vuota si spezzò contro il molo orientale. Due uomini rimasero feriti mentre cercavano di impedirlo. La famiglia che non aveva voluto lasciare la casa venne tirata fuori dalla finestra quando l’acqua entrò al piano basso.

Per tutta la notte Dalia aiutò a stendere coperte e chiudere imposte. Il ginocchio si gonfiò e dopo un poco smise di piegarsi. Feno le portò uno sgabello, poi la lasciò medicare le mani tagliate dei pescatori.

Tessa non tornò al palazzo.

Per tre giorni il vento rimase irregolare. Le barche uscirono soltanto quando il mare lo permise. Nessuno poté più promettere l’approdo sicuro a ogni ora, neppure sotto il molo alto.

La governatrice fece ritirare il contratto della bottega.

Il messaggero lo chiese con una voce imbarazzata. La madre di Dalia prese il foglio dal barattolo dei bottoni e glielo consegnò senza parlare.

La metà della seta rimasta non bastò per gli abiti delle nozze. La famiglia importante affidò il lavoro a un’altra sarta. Dalia dovette restituire l’anticipo che aveva già usato per comprare filo e fodere.

Suo padre, che riparava reti nel paese interno, mandò quanto riusciva a guadagnare in un mese. Sua madre vendette una cassapanca. Non ne parlarono come di un’offerta fatta volentieri.

Nerma non venne a cercarla.

Fece però smontare i teli dei magazzini e aprì un ricovero anche sul porto orientale. Le famiglie chiesero di vedere i conti delle tasse pagate per anni e non smisero quando fu concesso loro di entrare nella sala del consiglio.

Il polso della governatrice guarì male. Continuò a tenere la mano vicino al corpo durante le riunioni, imparando ad ascoltare persone che non poteva congedare tutte insieme.

Dalia tornò a lavorare sopra due sedie.

Per qualche settimana sua madre le affidò soltanto i rammendi piccoli. Si misuravano lo spazio intorno al banco come due persone costrette in una stanza più stretta di prima.

Una sera la donna posò davanti a lei un pezzo di stoffa asciutta.

«La cliente vuole una manica larga.»

Dalia prese il metro.

«Quanto larga?»

«Abbastanza per il gomito. Non è necessario che ci passi tutto il mare.»

La sarta alzò gli occhi. Sua madre aveva già voltato la testa, ma un angolo della bocca si muoveva.

Fu il primo momento in cui Dalia riuscì a respirare senza sentire il peso della seta tagliata.

⁂

La primavera arrivò con giorni di vento e giorni immobili.

Al porto costruirono nuovi attracchi più bassi, facili da sgomberare. Feno insegnava agli apprendisti a lasciare un po’ di gioco nelle cuciture che dovevano prendere una raffica. Non raccontava di aver saputo sempre come fare.

Dalia andava a trovarlo per dividere i lavori grossi. La sua spalla aveva ripreso a muoversi bene, ma il ginocchio le ricordava il cortile quando cambiava il tempo.

Un pomeriggio trovarono impigliato a una fune un frammento di seta color perla.

Era così consumato che si poteva vedere il mare attraverso la trama.

Feno glielo portò in bottega.

«Vuoi tenerlo?»

Dalia lo distese sul banco. Riconobbe una delle proprie cuciture e il punto in cui aveva rinforzato la piega. Più in là c’era un piccolo nodo che non ricordava di aver fatto.

Lo sciolse con l’ago.

La finestra si aprì piano.

Sua madre si voltò verso la strada, credendo che fosse entrato qualcuno. Non vide nessuno. La tenda si mosse una volta e ricadde.

Dalia piegò la seta in un quadrato piccolo. Poteva ricavarne il fondo per un astuccio, ma così avrebbe chiuso di nuovo quel poco di stoffa da ogni lato.

La portò invece al davanzale e la fermò sotto il vaso del basilico, lasciandone libera un’estremità.

Per tutto il pomeriggio il filo color perla indicò il mare.

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