«Il terzo colpo arrivò quando aveva già voltato le spalle.»
Il terzo colpo arrivò quando aveva già voltato le spalle.
Rovan si fermò con una cesta di neve appesa alla cintura. Il rumore gli era passato attraverso le suole: due urti vicini, una pausa, poi il terzo. Non un ramo spezzato. Non il cedere di una lastra.
Si inginocchiò.
Sotto il palmo non sentì nulla.
Il monastero era scomparso da cinque giorni. Al suo posto la valanga aveva lasciato una distesa liscia, interrotta dal dente scuro del campanile. Di notte, quando il cielo diventava limpido, sembrava una piana sulla quale nessuno avesse mai costruito.
Dietro Rovan gli uomini risalivano verso il rifugio. Le corde strisciavano sulla neve e lasciavano righe parallele. Avevano cercato nelle stalle, sfondato il tetto del dormitorio e recuperato tre muli morti. Il dormitorio era vuoto. I monaci si erano spostati nell’infermeria prima del crollo, dall’altra parte del cortile.
Nessuno sapeva più dove fosse il cortile.
Rovan posò la cesta e colpì la superficie con il manico della pala.
Tre volte.
Aspettò con le dita sul legno.
«Vieni.»
Brann lo chiamava dal margine dello scavo. Il caposquadra aveva già avvolto la corda e la portava a tracolla. Sulla barba gli si erano formate piccole palline di ghiaccio.
«C’è qualcuno», disse Rovan.
Brann guardò il buco dal quale erano appena usciti.
«Lo sappiamo.»
«Vivo.»
L’uomo posò la corda. Si tolse un guanto e appoggiò la mano alla neve, nello stesso punto.
Rimasero così finché il freddo passò attraverso il ginocchio di Rovan.
«Ho sentito tre colpi.»
«La montagna si assesta.»
«Con una pausa.»
Brann rimise il guanto usando i denti.
«Anche la montagna si ferma.»
Rovan piantò un ramo nella neve. Non cercò di convincerlo ancora. Aveva lavorato per lui durante due inverni e sapeva riconoscere il momento in cui una domanda diventava un’offesa.
Il caposquadra raccolse la propria corda e riprese il sentiero.
Rovan lo seguì dopo qualche passo. Prima di girare dietro il campanile si voltò verso il ramo.
Una piccola nuvola di polvere bianca gli si alzò intorno.
Poi tutto rimase fermo.
⁂
Vira aveva messo le sue calze vicino alla stufa.
Erano ancora umide. Rovan le toccò con le dita intorpidite e pensò che avrebbe dormito coi piedi nudi. Nel rifugio erano entrati altri due uomini e adesso dividevano in quattro il posto dove prima tenevano le sacche.
«Hai mangiato?» domandò Vira.
Rovan scosse la testa.
Lei gli porse una scodella e tornò a cucire. Stava rimettendo un laccio a una ghetta. Non smetteva di far scorrere l’ago mentre parlava.
«Ena ha trovato il portone della dispensa.»
«Dove?»
«Più in basso della croce. Spezzato in tre.»
Rovan bevve il brodo. Sapeva di cavolo e del ferro della pentola.
«Sulla lista sono ancora sette?»
Vira fermò l’ago.
Sul muro, accanto al letto del custode, qualcuno aveva inchiodato una tavoletta. Sette nomi. Un carbone appeso a un filo serviva a segnarli quando un gruppo tornava dagli scavi. Da due giorni nessuno lo toccava.
«Sette», disse lei.
Rovan cercò il nome di Peto. Otto anni, figlio di una donna che lavorava alle cucine e in quel momento cercava di scaldare acqua per tutti. Non aveva chiesto il permesso di rimanere al rifugio. Era arrivata con due secchi e non se n’era più andata.
«Ho sentito bussare.»
Vira infilò l’ago nella stoffa e lo lasciò lì.
«Dove?»
«Sotto l’infermeria. O dove Brann dice che c’era l’infermeria.»
«Glielo hai detto?»
Rovan guardò la scodella.
La donna si asciugò le mani sulle ginocchia.
«Allora domattina andiamo a sentire.»
«Hai il turno alle corde.»
«Le corde non devono essere per forza tenute da una sarta.»
Vira cuciva le vele dei carri d’estate, le coperte d’inverno. Si era unita ai soccorsi perché nessun altro riusciva a far passare una corda intorno a un ferito senza stringergli il petto. Rovan l’aveva vista discutere con uomini molto più grossi di lei tenendo in mano soltanto un ago.
«Se Brann dice di no?»
«Verrà anche lui, se avremo trovato qualcosa.»
Il brodo aveva smesso di fumare.
Rovan posò la scodella. Fuori, oltre i vetri, il buio rifletteva un poco di luce dalla neve. Il rifugio era stato costruito sul fianco opposto della valle, vicino al deposito del legname. La sua legna. Abeti tagliati e stagionati per due anni, con i tronchi migliori destinati alla nuova casa.
Aveva finalmente comprato un pezzo di terra pianeggiante. La caparra era stata versata. Per il resto avrebbe pagato col ricavato della vendita, in primavera.
Vira seguì il suo sguardo.
«Il telo si è strappato sul lato nord. Domani ci metto una pezza.»
Rovan annuì. Era una cosa che sapeva fare, rammendare un riparo prima che cedesse del tutto.
Si sdraiò senza togliere la camicia.
Quando chiuse gli occhi sentì tre colpi. Non nella montagna: nel legno del letto, mentre qualcuno raggiungeva il proprio posto al buio.
Si sollevò di scatto e urtò la mensola con la fronte.
Vira non rise.
«Domattina», disse soltanto.
⁂
Il ramo non c’era più.
La neve era intatta. Non si vedevano il buco lasciato dal legno né le impronte che Rovan ricordava di avere scavato con gli stivali.
Vira gli indicò una fenditura dietro il campanile.
«Forse eri più vicino.»
Rovan si mosse lungo il margine, contando i passi. Aveva trascorso mezza vita nei boschi: sapeva ritrovare una ceppaia sotto un inverno di neve. Eppure il punto continuava a sfuggirgli.
Arrivò Ena, che portava la corda per il gruppo della dispensa. Aveva diciannove anni e si legava i capelli con il nastro rosso di un pacco. Quando era agitata cominciava le frasi due volte.
«Vi cercano. Brann dice, dice che prima si controlla la fascia bassa.»
Rovan le fece cenno di tacere.
Il colpo gli raggiunse il tallone destro.
Uno soltanto.
Vira si inginocchiò immediatamente. Premette l’orecchio sul manico della pala, con la lama appoggiata alla superficie.
Un secondo urto fece vibrare il legno.
Rovan riconobbe il movimento nella sua schiena prima ancora che la donna alzasse il viso.
«Qui», disse lei.
Ena piantò la corda e iniziò a scavare.
Tolsero neve per il tempo necessario a perdere sensibilità nelle dita. Sotto trovarono uno strato duro, percorso da venature azzurre. Rovan si fermò prima di colpirlo col piccone.
Dall’altra parte si vedeva qualcosa di scuro.
Sembrava una mano.
Poi si allontanò.
«Fermo!» gridò Ena.
Il ghiaccio si fece opaco. Rovan bussò con il palmo, poi con il legno. Chiamò uno per uno i nomi dei sette dispersi. Quando arrivò a Peto, la superficie restituì tre colpi rapidissimi.
Vira si alzò.
«Vado a prenderlo.»
«Brann?»
Lei aveva già cominciato a correre.
Rovan rimase nello scavo con Ena. Uno di fronte all’altra, cercavano di non pestare la corda. Per tre volte sentirono il battito spostarsi sotto i loro piedi.
Quando Brann arrivò, il punto scuro era ricomparso a sinistra.
Il caposquadra si piegò. La vena sulla tempia gli pulsava sotto la pelle.
Rovan gli mise la pala in mano.
«Senti.»
Brann rimase immobile per un tempo lungo. Poi infilò la lama nella neve, vicino alla lastra, e ne tolse una fetta.
«È un riflesso.»
Ena si voltò verso di lui.
«Si muoveva.»
«L’acqua fa muovere le cose.»
«Ha risposto al nome.»
Brann si girò così in fretta che la ragazza arretrò.
«Non sai da che parte stanno le fondamenta. Non sai che cosa stai vedendo.»
Rovan si rimise fra lui e la lastra.
«Allora le cerchiamo.»
Il caposquadra gli restituì la pala, con l’impugnatura rivolta verso di lui.
«Se sfondi una sacca, quello che c’è sopra ci entra tutto insieme.»
Rovan guardò Ena. Aveva cominciato a tremare e non riusciva più a fermarsi.
Brann risalì senza prendere nessuno per un braccio. Era quasi peggio: li lasciava lì, liberi di sentirsi responsabili di quello che sarebbe accaduto.
Quando furono soli, Vira appoggiò di nuovo l’orecchio al manico.
Dal basso arrivò un colpo.
Non nel punto di prima. Un passo più lontano.

⁂
Selmo, il carpentiere, li ascoltò vicino al deposito.
Teneva un abete bloccato fra due cavalletti e stava verificando una fenditura. Rovan aveva venduto quel tronco al padrone di un mulino prima delle prime nevicate. Era l’unico già pagato.
«Sotto il monastero ci sono vecchi vuoti», disse Selmo. «Cisterne. Scarichi. Non tutti segnati.»
«I colpi si spostano.»
Il carpentiere fece scorrere il pollice dentro la fenditura.
«Mio nonno diceva che il monte non dorme dalla stessa parte tutte le notti.»
Ena guardò il pendio bianco. Il campanile pareva inclinato più del giorno prima.
Selmo seguì il suo sguardo.
«Sono storie.»
«Ieri non c’era più il ramo», disse Rovan.
Il carpentiere posò l’attrezzo.
Andarono a cercare i disegni del monastero. Il priore era stato sorpreso dalla valanga sulla strada del paese: si era salvato, ma aveva una spalla fuori posto e non riusciva a tenere fermo il foglio. Rovan gli passò una pietra per bloccarlo sul tavolo.
L’infermeria era un rettangolo accanto alle cucine. Sotto passava una galleria che portava l’acqua alla cisterna.
«C’è abbastanza aria?» domandò Vira.
Il priore girò il foglio. Cercò qualcosa sul retro e poi lo rigirò.
«Se non è crollata tutta.»
Rovan indicò il muro più spesso.
«Perché questo è doppio?»
«È la parete vecchia. Prima che il monte cambiasse.»
Il priore se ne accorse soltanto dopo averlo detto. Premette la mano sana sul bordo del tavolo.
Vira gli si sedette di fronte.
L’uomo guardò la porta. Dall’altra parte si sentivano i volontari discutere su quanta legna restasse per la notte.
«Ci sono anni in cui le stanze si allontanano», disse. «Le persone aprono una porta e trovano un corridoio più lungo. Le cisterne non sono dove le avevamo lasciate. Per questo nessuno scende da solo.»
Rovan si ricordò di un monaco fermo a contare i passi nel cortile, durante una consegna d’autunno. Aveva pensato che pregasse.
«E voi ci avete fatto scavare sulla pianta?»
Il priore non cercò di riprendere il foglio.
«Speravo che questa volta fosse diverso.»
Vira si alzò.
«Sperare non ci dice dove mettere le mani.»
Il priore cominciò a parlare in fretta. Le stanze cambiavano lentamente, come un torace che si alza durante il sonno. Il ghiaccio seguiva il movimento dei vuoti. Nel monastero avevano porte larghe e corridoi che potevano assorbire uno spostamento. La valanga aveva chiuso tutto insieme.
«Le fondamenta vecchie sono rimaste. Quelle non si muovono.»
Selmo piegò la pianta lungo una linea.
«Allora cerchiamo il muro vecchio.»
Rovan guardò le sette persone scritte sulla tavoletta. Peto era il nome più corto. Qualcuno vi aveva passato sopra un dito, consumando la prima lettera.
⁂
Brann li aspettava all’uscita.
«Non prendete altre corde.»
Selmo sollevò quelle che aveva in spalla.
«Queste sono mie.»
«Gli uomini non bastano per due scavi.»
«Non ti ho chiesto uomini», disse Rovan.
Il caposquadra guardò Vira, poi Ena. Sulla ragazza si fermò più a lungo.
«Tu hai un padre.»
Ena abbassò gli occhi. Il nastro rosso le scivolò sui capelli e lei non lo sistemò.
«Lo so.»
«Allora non fargli questo.»
Vira si spostò verso di lei.
«Puoi dirle che il lavoro è pericoloso. Non usare suo padre.»
Brann si tolse la corda di traverso al petto. La gettò ai piedi di Rovan.
«Questa tiene due uomini. Se la carichi di più, si apre vicino al nodo. Non usarla bagnata.»
Poi se ne andò verso lo scavo della dispensa.
Rovan raccolse la corda. Era stata riparata in tre punti. Uno aveva filo blu, gli altri lana scura.
Trovarono il muro vecchio nel pomeriggio.
Si trovava più vicino al campanile di quanto indicasse il disegno. Per raggiungerlo dovettero togliere pietre piccole e uno sportello di ferro. Selmo fece passare una trave sopra lo scavo e vi legò un sostegno. Dopo, lavorarono in due per volta.
Vira lasciò cadere un sassolino nella fessura.
Non si udì toccare il fondo.
«Nemeo!» chiamò.
La risposta arrivò sotto forma di un urto debole.
Un altro, più vicino.
Rovan appoggiò la guancia alla pietra. Sentì un filo d’aria che odorava di panno bagnato e acqua ferma.
«Ci siete?»
Qualcuno rispose, ma la parete mangiò quasi tutta la voce.
«Quanti?» gridò Vira.
Cinque colpi. Una pausa.
Poi un sesto.
Selmo sollevò sei dita verso il bordo dello scavo.
Ena si mise a piangere senza fare rumore. Si asciugò subito col guanto, lasciandosi una striscia di fango sulla guancia.
Lavorarono finché la lampada non consumò quasi tutto l’olio. Rovan tolse un sasso incastrato e dall’apertura comparve un dito. Aveva l’unghia spezzata.
Lo toccò col proprio guanto.
«Ti sentiamo.»
Il dito si piegò e scomparve.
Poco dopo udirono una voce.
Era Nemeo, il monaco che curava l’orto. Parlava a piccoli gruppi di parole, interrompendosi per respirare. Con lui c’erano Irsa, la cuoca, il bambino e due mulattieri. Senn, il novizio, era caduto oltre una parete spezzata. Lo sentivano ancora.
«Odel?» domandò Rovan.
Il nome rimase sospeso fra loro.
«La prima notte», disse Nemeo.
La madre di Peto arrivò correndo poco prima del buio. Brann le veniva dietro con una coperta, senza riuscire a raggiungerla.
La donna si sdraiò sul bordo dello scavo e chiamò il figlio.
Dal basso arrivarono tre colpi veloci.
Lei si portò il pugno alla bocca. Rovan la tenne per la cintura mentre si sporgeva ancora.
Brann rimase in piedi dall’altra parte. Guardava il punto dal quale era uscito il dito.
Quando nessuno gli parlava più, scese e si mise a togliere pietre.
⁂
Durante la notte la cavità si spostò.
Rovan se ne accorse perché il filo d’aria scomparve. Stava versando acqua attraverso una cannuccia di legno, poco per volta, e la sentì risalire sulla propria mano.
Il muro dall’altra parte non era più alla stessa distanza.
«Nemeo.»
Nessuna risposta.
Il bordo dello scavo scricchiolò. Selmo lo afferrò per le spalle e lo tirò fuori appena prima che il sostegno si piegasse.
La parete bianca si chiuse senza un crollo. Un lato scivolò contro l’altro, lento. Dal fondo arrivò un rumore di stoviglie trascinate.
Vira chiamò il bambino.
I colpi risposero più in basso.
Brann si gettò a scavare a mani nude. Rovan gli afferrò i polsi prima che li infilasse fra due lastre.
«Aspetta.»
Il caposquadra si divincolò con una forza che lo fece cadere.
«Togliti.»
Rovan non lo lasciò finché l’ultima lastra non si fu fermata.
Rimasero in ginocchio uno di fronte all’altro. Brann aveva un taglio sul dorso della mano e non sembrava sentirlo.
Selmo illuminò il sostegno. Il legno era stato schiacciato di traverso.
«Ci vuole una gabbia», disse. «Non un puntello. Qualcosa che tenga tutto intorno.»
Guardò Rovan.
Non dovette aggiungere altro.
Dal bordo dello scavo si vedeva il deposito, una massa scura sotto il telo. Travi stagionate, abeti dritti, il legno per una casa che Rovan non aveva ancora costruito. Bastava scorticarli di nuovo e tagliarli. Sarebbero diventati anelli e traverse, una struttura dentro la neve che si muoveva.
«Quanto?» domandò.
Selmo abbassò la lampada.
«Non so fin dove dobbiamo arrivare.»
Rovan guardò il campanile. Ne emergeva soltanto una finestra, sempre la stessa. Il monte gli si era stretto intorno senza spezzarlo.
«Cominciamo coi pezzi corti.»
Il carpentiere non si mosse.
«Rovan.»
«Cominciamo coi pezzi corti.»
Andò lui stesso a togliere il telo.
Sotto trovò l’odore asciutto dell’abete. Lo aveva difeso dalla pioggia per due anni. In primavera sarebbe venuto il mercante con quattro carri; aveva già fatto provare il passaggio sulla strada stretta.
Rovan scelse il primo tronco e lo segnò.
Quando Selmo gli mise in mano la sega, impiegò un momento a capire da quale parte prenderla.

⁂
Lavorarono un giorno intero.
Gli uomini dello scavo basso vennero a vedere, poi rimasero. Costruirono una discesa protetta, passarono corde intorno ai telai e li accompagnarono nel vuoto uno alla volta. Le parti più nuove furono riservate ai sostegni. I pezzi peggiori alimentarono la stufa del rifugio.
La montagna continuava a respirare.
Fra una spinta e l’altra c’era il tempo di udire l’acqua lontana. Vira cominciò a contarlo ad alta voce. Non erano intervalli uguali, ma riusciva a riconoscere quando il rumore cambiava, facendosi sottile.
Allora fermavano le mani.
Rovan seguiva la vibrazione più di quanto ascoltasse. Il legno aveva un modo diverso di tacere quando riceveva un peso. Lo sapeva da prima di imparare a leggere.
Trovarono nuovamente Nemeo poco prima di sera.
La sua voce arrivava da un taglio dietro le fondamenta. Aveva fatto sdraiare gli altri su un tavolo rovesciato, perché l’acqua saliva nel punto in cui stavano prima.
Peto non bussava più con la pietra. Gli si erano aperte le dita. Usava un cucchiaio contro un piatto di stagno, e dovevano fare tutti silenzio per distinguerlo.
La madre rimaneva sopra, avvolta nella coperta che Brann era finalmente riuscito a metterle sulle spalle. Quando sentiva un colpo ripeteva il nome del bambino. Ogni volta più piano, come per non consumarlo.
Rovan portò una ciotola di brodo all’apertura. Ne passarono piccoli recipienti che potevano tornare indietro appesi a un filo. Videro la mano di Irsa prendere il primo. Era vecchia e gonfia. Si mosse con la precisione di chi non vuole far cadere una goccia.
«Senn?» domandò Vira.
«Ci parla», rispose il monaco. «Poco.»
Rovan guardò il telaio più vicino. Avevano ancora spazio per allargare il passaggio, ma una sporgenza di ghiaccio separava il vuoto principale da quello del novizio.
Selmo controllò le tacche lasciate sulle travi.
«Domattina presto», disse.
Brann non protestò. Continuava a stringere un nodo finché Vira non gli tolse la corda dalle mani.
«Adesso mangi.»
«Non ho finito.»
Lei gli mise in grembo una patata avvolta in un panno.
«Quella, almeno, puoi tenerla.»
Rovan si sedette accanto a lui sul tronco rimasto fuori. Erano sotto il telo del deposito, vicino a una lampada. Per qualche minuto la montagna non si vide più.
Brann girava la patata fra le dita per non scottarsi.
«Nelo le faceva rotolare nella cenere», disse.
Rovan non si voltò.
«Poi diceva che erano già sbucciate.»
La patata si ruppe. Il vapore riempì lo spazio fra i loro volti.
Brann diede una metà a Rovan e rimase con la più piccola.
«Aveva undici anni. Voleva fare ogni cosa prima di suo cugino.»
Rovan conosceva il nome. Tutta la valle lo conosceva. Nove anni prima una cordata era rimasta appesa a un tratto di parete. Brann aveva tagliato una fune per impedire che trascinasse nel vuoto gli altri. Sotto c’era suo figlio.
Non ne aveva mai parlato davanti a lui.
«Quando siamo tornati su, il caposquadra di allora mi ha detto che avevo fatto bene. Me lo ripeteva mentre cercavo di togliere il nodo dalla mano.»
Brann si massaggiò il palmo. La pelle mostrava ancora una riga chiara.
«Poi ogni volta che qualcuno esitava gli raccontavano la mia storia. Come se io avessi insegnato un mestiere.»
Rovan spezzò la patata con il pollice.
«Ieri potevi farci ascoltare.»
Brann guardò il cibo.
Il rumore del vento sul telo si fece più forte. Qualcuno, dall’esterno, aggiunse un ciocco alla stufa.
«L’ho sentito anch’io», disse il caposquadra.
Rovan smise di mangiare.
«Quando te l’ho detto?»
«Quando mi hai dato la pala.»
La metà della patata cadde nella neve.
Brann la raccolse, ne pulì un lato e non la portò più alla bocca.
Rovan si alzò. Aveva freddo dentro la camicia, dove prima il vapore lo aveva scaldato.
«Domattina ne parliamo davanti agli altri.»
Brann annuì senza alzare la testa.
Rovan uscì dal riparo. Non rientrò a riprendere la propria metà.
⁂
La voce di Senn cambiò prima dell’alba.
Vira raggiunse il deposito e scosse Rovan per una spalla. Lui stava dormendo seduto contro i tronchi. Nel sogno cercava una maniglia che continuava a sfuggirgli.
«Vieni.»
Il passaggio aveva guadagnato mezzo braccio durante la notte. La struttura teneva, ma una delle traverse aveva cominciato a curvarsi. Dal punto in cui lavorava il novizio arrivava un raschiare lento.
Selmo era già sotto, con una lampada legata al collo.
«Gli altri passano. Lui no.»
Rovan si infilò nel telaio.
Il freddo cambiò. Non era più quello aperto della neve: sapeva di acqua ferma e vestiti bagnati. Ogni respiro gli tornava sul viso dalla parete vicina.
Vide Irsa per prima.
La cuoca aveva gli occhi socchiusi e un fazzoletto annodato intorno al collo. Con entrambe le mani teneva il bambino. Peto sembrava più piccolo degli otto anni scritti sul registro del rifugio. I suoi capelli erano bianchi di polvere e brina.
Nemeo indicò una fessura.
«È lì.»
Rovan si abbassò. Dall’altra parte scorse un volto illuminato male e una mano posata su una trave crollata.
«Senn.»
Il novizio aprì gli occhi.
«Non ho dormito.»
«Lo vedo.»
«Se dormivo smettevano di sentirmi.»
Rovan spostò la lampada. Una pietra gli teneva ferma la gamba sotto il ginocchio. Il ghiaccio aveva riempito il resto della fessura.
Brann comparve alle sue spalle.
Guardò il punto schiacciato, poi le traverse. Questa volta non disse quanto fosse pericoloso.
«Prima gli altri», disse Rovan.
Uno dei mulattieri strisciò nel passaggio. Era in grado di aiutare Irsa dall’altra parte. L’altro rimase con Nemeo finché il bambino non fu messo fra le braccia di Vira.
Peto continuava a tenere il cucchiaio.
«Non serve più», gli disse la donna.
Lui non aprì la mano.
Rovan sentì sua madre chiamarlo dall’alto. Il bambino sollevò appena la testa. Per qualche istante sembrò non riconoscere la voce; poi il cucchiaio batté contro una traversa e cadde.
Vira lo raccolse e se lo mise in tasca.
Quando uscirono l’ultimo mulattiere e Nemeo, nella cavità rimasero il novizio e il corpo di Odel. Il monaco era steso dietro il tavolo, coperto da una tovaglia. Rovan non lo aveva visto entrando.
Senn si voltò verso di lui.
«Non lasciatelo solo.»
Brann passò un lembo della coperta sotto il corpo.
«Torneremo a prenderlo.»
«L’hanno detto anche prima.»
Il caposquadra fermò le mani. Il novizio lo fissava con occhi tanto arrossati da sembrare feriti.
Rovan fece scorrere una corda verso la fessura.
«Prima troviamo il modo di toglierti da lì.»
Un suono basso attraversò il pavimento.
La montagna stava per muoversi.
⁂
La prima spinta fece cadere la lampada di Selmo.
La fiamma si spense, ma quella legata al collo del carpentiere rimase accesa. Rovan vide la propria ombra diventare enorme sulla parete. Poi la parete gli venne incontro.
Si misero dietro il telaio.
Il legno cantò. Una nota alta, tesa, che Rovan sentì nelle gengive.
Senn gridò una volta.
La fessura si restrinse fino a toccargli le spalle. Brann afferrò il tronco traverso e cercò di sollevarlo. Non si mosse.
Rovan trovò il punto in cui il ghiaccio poggiava sulla pietra. Appoggiò il ferro della pala e fece leva con tutto il peso. Selmo infilò un cuneo nello spazio guadagnato.
Il novizio tirò la gamba. Il corpo avanzò, il ginocchio rimase dov’era.
«Fermo», disse Rovan.
Senn continuò a tirare. Non sembrava sentirlo.
Brann gli prese il viso fra le mani.
«Guarda me.»
Il ragazzo ansimava. Aveva una cicatrice minuscola sul mento, quasi nascosta dalla barba ancora rada.
«Guarda me, non la gamba.»
La pietra si sollevò un poco quando Selmo batté il secondo cuneo.
Rovan infilò le dita per far passare una striscia di cuoio sotto il polpaccio.
La nota del telaio cambiò.
«Via la mano», disse Selmo.
Rovan tirò. Il cuoio si impigliò e lui rimise due dita sotto il bordo.
La spinta successiva non gli lasciò il tempo di gridare.
Vide il proprio braccio diventare una cosa estranea, tesa verso una pietra che non voleva aprirsi. Brann lasciò il volto del novizio e gli prese il polso.
«Non tirare!» urlò Vira dal passaggio.
Era tornata dentro. Si infilò accanto a Selmo con un’altra traversa, troppo corta per il telaio ma abbastanza lunga da essere incastrata sotto il masso.
Il carpentiere la fece scorrere sul bordo.
Brann si spostò verso Senn, mise la spalla sotto il legno e spinse. Aveva il viso così vicino alla neve che la barba vi lasciava un solco.
Per un momento la pietra smise di premere.
Rovan tolse la mano. Vira gli avvolse subito il polso e lo spinse verso il passaggio.
«Non guardare.»
Lui guardò comunque, poi non capì più bene che cosa stesse vedendo.
Selmo riuscì a far passare il cuoio. Disse a Senn di smettere di aiutarli. Il novizio aveva perso quasi tutta la voce.
Brann rimase sotto il legno mentre gli altri tiravano il corpo fuori dalla fessura.
«Adesso vieni», disse Selmo.
Il caposquadra scosse la testa verso la coperta di Odel.
Rovan sentì la montagna trattenersi. La nota del telaio stava salendo ancora. Il tempo che rimaneva non dipendeva da quanto desiderassero restare.
«Brann.»
L’uomo guardò il morto. Teneva la mano sulla coperta.
«Non lo possiamo portare adesso», disse Rovan.
Il caposquadra chiuse gli occhi. Quando li riaprì, sfilò il cordone dalla cintura del monaco e ne legò un capo al legno più vicino. Si mise l’altro nella tasca della giacca.
Poi li seguì.
La cavità si richiuse alle loro spalle con un suono piccolo, domestico, quasi fosse stata accostata una porta.

⁂
Rovan si svegliò perché sentiva bussare.
La stanza era chiara. La stufa aveva il vetro aperto e un uomo stava sistemando il tubo con un martello. A ogni colpo la parete del rifugio tremava appena.
Rovan cercò di tirare fuori la mano dalla coperta.
Vira gliela tenne ferma.
«Quella no.»
Aveva una benda pulita e un volume sbagliato. Prima ancora che lei parlasse, Rovan comprese che qualcosa mancava.
«Due dita», disse Vira.
Lui guardò il soffitto. Una macchia d’umidità aveva la forma di una foglia.
Provò a ricordare come si chiudeva la mano intorno al manico dell’ascia. Gli venne in mente il movimento, non la presa.
«Senn?»
«È vivo. Lo portano a valle oggi.»
«La gamba?»
Vira abbassò gli occhi sulla coperta.
«Il cerusico non può tenerla tutta.»
Il martello colpì di nuovo. Rovan serrò la mascella.
La donna si voltò verso l’uomo alla stufa. Non gli disse nulla, ma lui smise e uscì portandosi gli attrezzi.
Dalla finestra si vedeva il deposito. Il telo era piegato a terra. Dei tronchi migliori rimanevano tre cataste basse e una fila di pezzi tagliati troppo corti per essere venduti.
Rovan mosse il braccio sano sopra la coperta.
«Il mercante verrà lo stesso.»
«Lo so.»
«La caparra del terreno non me la restituiscono.»
Vira non disse che avrebbero trovato un modo. Si sedette accanto al letto e riprese la ghetta che stava cucendo la prima sera.
Rovan riconobbe il filo. Era lo stesso: non l’aveva ancora finita.
Verso mezzogiorno arrivò Peto con sua madre.
Il bambino camminava piano. Portava il cucchiaio dentro un fazzoletto e lo teneva con entrambe le mani.
Si fermò prima del letto.
La madre gli sfiorò la schiena. Non cercò di spingerlo avanti.
Rovan gli indicò lo sgabello.
Peto si sedette. Guardò la benda, poi il proprio cucchiaio.
«Non l’ho rotto», disse.
Lo mostrò a Rovan. Il manico era piegato quasi a metà e la conca aveva perso il bordo.
«No», rispose il taglialegna.
Il bambino rimase ancora un poco. Prima di andare via ripiegò il fazzoletto e lo lasciò sul comodino. Il cucchiaio lo portò con sé.
⁂
Brann parlò davanti agli altri due giorni dopo.
Rovan era seduto vicino alla porta, con la mano appesa a un laccio. C’erano il priore, gli uomini dei soccorsi e le famiglie. Ena teneva la tavoletta coi nomi. Sei erano stati segnati, uno era rimasto intatto.
Il caposquadra non raccontò la storia di suo figlio.
Disse dove aveva sentito i colpi. Disse che non li aveva voluti riconoscere. Quando uno degli uomini provò a ricordare quanto fossero rischiosi gli scavi, Brann lo fermò.
«Questo l’ho detto anch’io. Non era tutto quello che sapevo.»
Il priore si alzò e spiegò le stanze mobili. Non chiese a nessuno di capire perché avesse taciuto.
La madre di Peto ascoltò in piedi. Alla fine prese il figlio per mano e uscì. Brann si spostò per lasciarla passare. Lei non lo guardò.
Gli tolsero la guida dei soccorsi. Rimase al rifugio a portare legna e accompagnare i feriti alla strada, finché tutti quelli che potevano viaggiare furono partiti.
Quando la neve tornò stabile, Ena e Selmo organizzarono un ultimo scavo.
Il cordone di Odel uscì dal legno durante il primo pomeriggio. Per ritrovarne il corpo occorsero altri due giorni. Brann lavorò insieme agli altri, senza dare ordini. Lo portarono a valle in una coperta diversa da quella che lo aveva protetto sotto il tavolo.
Rovan non riuscì a reggere una stanga. Camminò dietro, con la mano fasciata e il passo corto. A ogni sosta si chinava ad aggiustare la neve sotto i piedi di chi avrebbe dovuto sollevare di nuovo il peso.
⁂
Il mercante arrivò all’inizio del disgelo.
Ispezionò i tronchi rimasti, passò un’unghia sui tagli e contò le cataste due volte. Comprò poco. Il denaro bastò a saldare una parte del debito e pagare il cerusico.
Il terreno pianeggiante andò a un’altra famiglia.
Rovan lo seppe mentre provava a chiudere una fibbia con la mano sinistra. La cinghia gli sfuggì. La riprese, la perse di nuovo e la lanciò contro la parete.
Vira lasciò che restasse a terra.
La mattina seguente gliela riportò, con un occhiello più grande.
Per mesi Rovan non tornò a tagliare alberi. Selmo gli affidò lavori al banco. All’inizio gli servivano tre tentativi per bloccare un pezzo; poi imparò a preparare appoggi diversi e a lasciare più spazio fra gli attrezzi.
Senn venne a trovarlo quando le strade furono asciutte. Aveva una gamba di legno che non entrava bene negli stivali e non portava più l’abito da novizio. Disse che sarebbe rimasto a vivere vicino alla sorella.
Rovan gli mostrò un sedile che stava costruendo.
«È per chi non riesce a stare in piedi a lungo.»
Senn si sedette. Il legno scricchiolò.
Rovan si voltò subito.
Il ragazzo gli appoggiò una mano sul braccio.
Rimasero fermi finché il rumore non cessò.
Durante l’estate Brann tornò una volta. Portava il telo del deposito, riparato dove si era strappato. Lo aveva cucito male: punti larghi, nodi troppo grossi. Vira lo distese senza dire nulla.
Rovan uscì a guardare le cuciture.
«Dovrà reggere la pioggia.»
«Ne faccio un’altra fila», disse Brann.
Non entrarono in casa. Lavorarono sotto la tettoia, ciascuno da un lato. Quando il caposquadra se ne andò, lasciò anche una piccola somma per il legname. Non copriva neppure una trave, ma Rovan non gliela rimandò indietro.
Il primo inverno arrivò presto.
Una sera il vento fece battere un ramo contro la parete della stanza in affitto. Due colpi vicini, una pausa. Rovan rimase seduto sul letto, gli stivali ancora ai piedi.
Il terzo colpo arrivò piano.
Si alzò, aprì la finestra e cercò il ramo. Era un abete giovane, cresciuto troppo vicino alla casa. Lo legò al palo della tettoia perché non si spezzasse.
Prima di richiudere rimase ad ascoltare.
Dal paese saliva il rumore di un carretto. Più lontano qualcuno chiamava un cane. Alla fontana una secchia urtò contro la pietra.
Rovan lasciò la finestra aperta ancora un momento.

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