storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Nessuno voleva il posto accanto al gigante

Nessuno voleva il posto accanto al gigante

«Essa sentì il passo molto prima di vedere chi lo aveva compiuto.»

Essa sentì il passo molto prima di vedere chi lo aveva compiuto.

Il traghetto era ancora legato. Stava togliendo l’acqua rimasta fra le assi quando la secchia si spostò, urtandole il ginocchio. La fune che attraversava il fiume vibrò una volta, come una corda pizzicata.

Sulla riva opposta i pioppi non si muovevano.

Essa rimise la secchia in piedi e aspettò.

Il secondo urto arrivò attraverso i pali dell’approdo. Più lungo. Un piccolo suono di stoviglie scese dalla sua casa, dove Varo stava preparando qualcosa da mangiare.

«Hai sentito?» gridò il ragazzo.

Essa sollevò una mano.

Fra gli alberi comparve un campanile.

Era troppo alto rispetto alla collina. Si inclinò verso il fiume, rimase fermo, poi avanzò ancora. Sotto, un tetto di tegole brune si spostava con lo stesso movimento.

Varo raggiunse l’approdo tenendo ancora il mestolo.

«Si porta via la chiesa.»

Essa guardò meglio.

Un uomo enorme camminava nel campo di stoppie. Aveva le spalle larghe quanto la strada del mercato e una testa che raggiungeva i rami più bassi dei pioppi. Sopra il dorso portava una piccola chiesa intera, con il portone, tre finestre e il campanile che aveva visto per primo.

Le fondamenta erano avvolte da radici e travi. Una fune grossa come il polso di Essa passava sotto il mento del gigante.

Ogni volta che posava il piede, le stoppie si abbassavano in un cerchio largo.

«Non può salire», disse Varo.

Il traghetto poteva portare un carro carico e due animali. Per aggiungere un terzo bue bisognava discutere con chi lo accompagnava. Essa immaginò un piede del gigante appoggiato in mezzo al ponte e sentì male alle proprie assi.

«Prendi le coperte dal palo», disse.

Varo rimase immobile.

«Prima che cadano in acqua.»

Il ragazzo posò il mestolo e corse.

Il gigante raggiunse la sponda. Aveva terra secca fra le dita dei piedi e un taglio lungo il tallone. Non guardò il traghetto. Si piegò verso il fiume, poi si fermò subito.

Dal campanile cadde una tegola.

Essa si spostò prima che si rompesse accanto al palo d’ormeggio.

«Non chinarti», gridò.

Il gigante sollevò il viso.

Aveva occhi scuri, piccoli rispetto alle guance, e una barba nella quale si erano impigliati semi e fili d’erba. Cercò il punto da cui era arrivata la voce.

«Devo bere», disse.

Non parlava forte. La frase passò ugualmente attraverso il petto di Essa.

Lei prese la secchia.

Guardò il recipiente, poi la bocca del gigante. Depose la secchia e andò a cercare il mastello del bucato.

⁂

Per riempirlo dovettero fare sette viaggi.

Varo versava l’acqua e guardava di continuo verso il tetto. A una finestra si era affacciata una donna. Teneva qualcosa stretto al petto, forse un fagotto. Quando l’aria cambiò, Essa sentì piangere un bambino.

Si fermò con la secchia a metà.

Il gigante seguì il suo sguardo e portò lentamente una mano dietro il dorso, senza arrivare a toccare il muro.

«Non li faccio cadere.»

«Quanti?»

«Non so contarli.»

Dalla finestra la donna sollevò una mano aperta, la richiuse, ripeté il gesto. Poi apparve un uomo con una tunica scura.

«Diciannove!» chiamò. «Eravamo ventuno quando siamo partiti.»

Essa posò la secchia.

«Dove sono gli altri due?»

L’uomo indicò la strada alle loro spalle.

«Una famiglia ci ha preso un vecchio. Sua figlia è rimasta con lui.»

Il mastello pieno arrivava appena al polso del gigante. Lo prese come Essa avrebbe sollevato una tazza e bevve con tanta attenzione da lasciarne poca sulle dita.

Varo si mise a ridere. La bocca gli si richiuse subito quando il gigante abbassò gli occhi.

«Era il mastello», disse il ragazzo. «Non tu.»

Il gigante gli restituì il recipiente con una mano aperta.

«È buono.»

Essa guardò la chiesa. Una delle finestre era stata riparata con stoffa; il portone aveva un cardine spezzato e rimaneva chiuso da una corda. Sotto le fondamenta il dorso del gigante si curvava come una collina trattenuta da un peso troppo grande.

«Da dove venite?» domandò all’uomo affacciato.

«Da Nerva, oltre gli argini. Il fiume ha preso tutto.»

Essa conosceva la zona. Da tre settimane scendevano travi, mobili e animali morti. Il suo traghetto era rimasto fermo per due giorni, finché non avevano tolto un olmo dalla fune.

«La chiesa era sulla roccia», continuò l’uomo. «Siamo saliti lì. Poi anche la roccia ha cominciato a muoversi.»

Il gigante toccò una pietra incastrata nel terreno con la punta di un piede.

«L’ho presa.»

Lo disse come se Essa gli avesse chiesto di raccogliere una cosa caduta dal tavolo.

La traghettatrice guardò il tratto di riva che si abbassava a valle. Il gigante avrebbe potuto entrare in acqua da lì, senza toccare l’approdo. Ma sul fondo c’erano buche che conosceva soltanto chi lavorava al traghetto.

«Non puoi attraversare qui.»

La donna alla finestra si ritirò. L’uomo rimase.

«Ci hanno detto così anche al ponte.»

«Non ho detto che dovete andarvene.»

Essa indicò la piana che cominciava dietro la curva.

«C’è una cava abbandonata. Terreno duro, lontano dalle case. Potete arrivarci seguendo il fiume. Poi vediamo.»

Varo la guardò.

«Il traghetto?»

«Ci stai tu fino a mezzogiorno.»

Il ragazzo strinse il manico della secchia.

«Se arrivano i buoi?»

«Massimo due. Anche se il padrone dice che il terzo è piccolo.»

Essa prese il bastone con cui sondava il fondo e si avviò lungo la riva.

Il gigante aspettò di vederla lontana prima di fare il primo passo.

una finestra sulla spalla del gigante

⁂

Si chiamava Omm.

Essa glielo chiese quando furono fuori dal campo. La risposta le arrivò insieme a una vibrazione nei talloni.

«Omm come?»

Il gigante rimase a pensare tanto a lungo che lei si voltò per controllare se avesse sentito.

«Omm.»

«Va bene.»

La terra vicino all’acqua era tenera. Essa procedeva davanti e controllava dove cresceva l’erba più scura. Quando trovava una zona che non le piaceva, piantava il bastone di traverso e lo aspettava dall’altra parte.

Omm seguiva il sentiero allargandolo a ogni passo.

La valle aveva ancora il verde umido delle piogge, ma i campi alti erano già stati falciati. Dai canali saliva odore di fango nuovo. In mezzo alle stoppie, le case bianche sembravano imbarcazioni rimaste all’asciutto. Essa conosceva molte delle persone che ci vivevano: attraversavano il fiume per le fiere, per i matrimoni, per andare a trovare chi non abitava più dalla stessa parte.

Quel mattino nessuno usciva ad aspettarla.

Una donna chiuse il pollaio quando vide passare Omm. Un uomo raccolse da terra il figlio e lo portò dietro una siepe. Più avanti tre ragazzi lanciarono pietre contro le gambe del gigante, abbastanza lontani da poter correre.

Omm non cercò di prenderli.

Quando una pietra urtò la chiesa, però, si fermò.

Una vibrazione lenta attraversò il campo. Essa vide un vetro aprirsi a ragnatela nella casa più vicina.

«Cammina», disse.

Il gigante guardava i ragazzi.

«Li spaventi di più se resti fermo.»

Omm sollevò il piede. I tre fuggirono prima che lo avesse rimesso a terra.

All’ingresso della cava li aspettavano cinque uomini e una barriera di carri.

Essa riconobbe il mantello dell’esattore prima del suo viso. Ilar portava il fermaglio di ferro che gli permetteva di riscuotere il pedaggio su entrambe le rive. Arrivava al traghetto ogni mese e contava i passaggi con il dito sul registro, cercando una cifra che potesse contestare.

«Questo terreno è sotto la protezione del consorzio», disse.

Essa indicò i blocchi abbandonati.

«Non si cava più pietra da vent’anni.»

«Non per questo è libero.»

Omm si fermò abbastanza lontano da lasciare intatti i carri. La chiesa dondolò e tornò in equilibrio con un rumore di stoviglie.

Ilar alzò la testa. Per un istante perse il filo di ciò che voleva dire.

Poi aprì il registro.

«Quante persone?»

«Diciannove», rispose Essa.

«E la bestia.»

La traghettatrice sentì il passo successivo ancora prima che Omm lo compisse. Si voltò e sollevò il palmo.

Il gigante rimase fermo.

«Si chiama Omm.»

Ilar girò il foglio.

«Per la sosta, la protezione dei confini e l’uso delle acque servono quaranta monete.»

L’uomo della chiesa si affacciò dalla finestra.

«Siamo arrivati senza niente.»

«Allora qualcuno dovrà garantire.»

Ilar non lo guardava più. Aveva gli occhi sul traghetto, visibile oltre la curva del fiume.

Essa strinse il bastone.

«La cava non è vostra.»

L’esattore le mostrò il sigillo. Lei conosceva quel gesto: lo faceva anche con chi non sapeva leggere, tenendo il foglio abbastanza lontano da renderlo inutile.

«Se non volete fermarvi, potete passare. Ma il transito ha un costo diverso.»

La traghettatrice guardò il campo intorno ai carri. A una ruota si era aperta una crepa nella terra. Il peso di Omm cominciava a farsi sentire anche da fermo.

«Porto io il denaro», disse.

Ilar chiuse il registro.

«Prima del tramonto.»

⁂

La cava era profonda soltanto lungo il fronte occidentale. Dal lato del fiume scendeva in una piana di ghiaia, sulla quale i cavatori avevano lasciato pali e una rampa di tronchi marciti.

Omm si inginocchiò vicino alla parete alta.

Essa dovette allontanarsi quando toccò il terreno. I sassolini saltarono contro le suole. Dal tetto cadde un’altra tegola, che si ruppe sul bordo della cava.

Il gigante rimase con le mani aperte davanti a sé.

«Posala», gli disse Essa.

Omm scosse la testa.

«Piano. Ti aiutiamo a trovare un punto.»

L’uomo della chiesa aprì il portone. Una scaletta di legno scese fino alla parete di roccia; la distanza rimasta era abbastanza piccola per sistemare un’altra scala.

«Non può», disse.

Si chiamava frate Ansel. Aveva piedi grandi dentro sandali troppo piccoli e si muoveva tenendosi al muro con due mani.

«Sotto non c’è più il pavimento intero. Se la posa, si apre.»

Essa riuscì a salire per prima. Alla terza finestra il vento le portò l’odore delle persone chiuse insieme per giorni: latte, coperte umide, una pentola che aveva continuato a bollire troppo a lungo.

Dentro c’erano famiglie sedute sui banchi. Una donna anziana teneva una gamba sollevata. Due bambini dormivano sotto l’altare, dove qualcuno aveva disteso un materasso. Sulla parete era rimasta l’impronta asciutta di un crocifisso spostato altrove.

Essa guardò il pavimento.

Fra le lastre si vedevano le travi e, sotto le travi, il dorso di Omm. Non aveva una pelle normale. Sembrava pietra coperta da uno strato sottile di polvere, con piccole rughe scure dove il peso premeva di più.

Il gigante aveva raccolto la chiesa prima che il terreno finisse di portarsela via. Le fondamenta rimaste aderivano alla sua schiena. Si erano inclinate verso il centro, serrandolo come un guscio.

«Da quanti giorni?» domandò Essa.

«Undici.»

La traghettatrice si chinò davanti a una crepa.

Ogni respiro la allargava di poco. Poi il suono basso di Omm passava attraverso le panche e le cose tornavano a stringersi.

Una bambina le porse una tazza vuota.

Essa la prese senza capire.

«Per favore», disse la piccola.

Non chiedeva il passaggio, un posto o una garanzia. Indicava la brocca sulla finestra, troppo in alto per arrivarci.

Essa riempì la tazza e la restituì.

La bambina bevve, poi ne portò un poco all’uomo seduto accanto alla donna con la gamba sollevata.

Frate Ansel guardava la scala.

«Puoi aiutarci a farli scendere?»

Essa si sfilò la giacca e la appoggiò su un banco.

«Cominciamo da chi deve essere portato.»

⁂

Al tramonto i diciannove erano tutti a terra.

Omm non si era mosso. Durante la discesa aveva tenuto il viso verso il fiume e risposto soltanto quando gli chiedevano di avvicinare la spalla alla roccia.

Varo arrivò con il carretto delle corde. Aveva portato anche pane, cipolle e una coperta della casa, senza domandare.

Essa gli indicò un punto asciutto.

«Non mettere il cibo per terra.»

«Lo so.»

Il ragazzo guardò gli sconosciuti che si disponevano sotto le sporgenze della cava. Nessuno si era seduto accanto ai piedi del gigante. Gli avevano lasciato intorno un cerchio vuoto, largo quanto il cortile della casa di Essa.

Omm poteva bere soltanto se gli avvicinavano il mastello. Anche mangiare gli riusciva male: le braccia si muovevano poco, bloccate dal carico.

La traghettatrice prese due pani e attraversò la ghiaia.

Dietro di lei le voci si abbassarono.

«Questi non bastano», disse, mostrandoglieli.

Omm appoggiò il mento sulla mano. Era quasi alla sua altezza.

«Non servono grandi.»

Essa gli diede il pane. Lui lo tenne sul palmo, guardandolo come se volesse ricordarsi da quale parte cominciare.

La traghettatrice si sedette su un blocco. Le vibrazioni del respiro le passavano sotto le cosce.

Ilar arrivò mentre dividevano le cipolle.

Portava due uomini e una lanterna. Guardò il campo improvvisato, contò le coperte e chiese il denaro.

Essa gli mostrò la propria borsa. Dentro c’erano diciassette monete, il ricavo di molte giornate.

«Non basta.»

«Per adesso è tutto.»

L’esattore non prese la borsa.

Una delle donne cominciò a slacciarsi l’anello. Frate Ansel le toccò la mano e poi si fermò, senza sapere se avesse il diritto di impedirglielo.

Ilar guardò l’anello con l’attenzione di chi riconosce un prezzo.

Essa si alzò.

«Non è una locanda. Non avete portato niente.»

«Portiamo il permesso di restare.»

L’uomo più vicino all’esattore abbassò la lanterna. La luce gli colpì il polso e mostrò una cicatrice circolare.

Essa lo riconobbe. Era Guso, il vecchio custode del magazzino. Da bambina lo aveva visto cacciare una famiglia che aveva smesso di pagare il posto sotto il portico. Il più piccolo dei figli aveva le scarpe legate con lo spago.

Guardò Ilar.

L’esattore continuava a fissare l’anello.

«Tu eri qui», disse Essa.

Lui alzò gli occhi.

«Sotto il portico del magazzino. Tua madre cercava di farvi dormire tutti dalla parte senza vento.»

Guso si spostò. Il ferro della lanterna urtò la cintura.

Ilar rimase immobile.

«E so quanto costa non avere una carta», disse. «Per questo le carte le tengo in ordine.»

Essa gli guardò il fermaglio. Lo portava sempre nello stesso punto, anche quando nessuno veniva a controllare.

«Adesso puoi non mandare via qualcuno.»

L’esattore allungò la mano verso la borsa.

«Hai tempo fino a domani per il resto.»

Essa non la lasciò subito. Lui tirò un poco e le monete urtarono una contro l’altra.

Quando riaprì le dita, l’anello era ancora nella mano della donna.

⁂

La chiesa cominciò a inclinarsi durante la notte.

Essa stava tornando all’approdo quando sentì un rumore lungo passare attraverso il terreno. Un poco come il tuono, ma sotto i piedi.

Corse verso la cava.

Omm si era girato su un ginocchio. Aveva provato a distendere una gamba e la parete della chiesa si era abbassata verso il suo collo.

Frate Ansel e due uomini tenevano tesa una corda che non sarebbe bastata neppure a spostare il portone.

«Mollate», disse Essa.

Nessuno la sentì.

La traghettatrice afferrò il braccio del frate e glielo tirò verso il basso.

«Se cade, vi porta con sé.»

Omm si rimise lentamente nella posizione precedente.

La corda si allentò. Uno degli uomini cadde seduto, stringendosi le dita.

Essa salì sul blocco vicino al viso del gigante.

«Da quanto non dormi?»

Omm guardava la riva opposta.

«Chiudo gli occhi.»

«Non ti ho chiesto quello.»

Una piccola crepa gli correva dalla spalla al petto. Era piena di polvere chiara. Quando respirava, ne usciva un filo.

Essa posò il palmo vicino alla crepa. Sentì la vibrazione rallentare, poi riprendere troppo forte.

«Così non reggi.»

«Li ho fatti scendere.»

«Adesso devi scendere tu.»

Lui mosse gli occhi verso la chiesa.

«È rimasta attaccata.»

La mattina andarono a chiamare una muratrice, che si presentò con un mazzuolo e nessuna voglia di credere alle notizie.

Si chiamava Ulda. Fece il giro del gigante senza parlare, salì sulla scala e rimase a lungo sotto il campanile. Quando tornò da Essa, aveva il viso sporco di calce.

«Bisogna smontarla.»

Frate Ansel si sedette su un sasso.

«Si può sollevare con i pali?»

«No.»

«Puntellare?»

Ulda indicò la curva della schiena. Le fondamenta si erano chiuse attorno alle spalle e il campanile pesava sul punto già screpolato.

«Prima il tetto. Poi la torre. Poi i muri, a tratti. Non si può tirare via come una coperta.»

Essa guardò la piana fra la cava e il fiume. Il terreno era duro, ma l’acqua saliva già vicino ai salici. Da monte continuavano ad arrivare tronchi.

Non potevano tenere le famiglie lì per altri giorni.

Ulda seguì il suo sguardo.

«Mi servono uomini. E un posto dove portare le pietre.»

«Dall’altra parte c’è il vecchio sagrato», disse Essa.

La cappella era stata abbandonata dopo un incendio, ma la piana stava alta e il terreno apparteneva ancora alla comunità. L’approdo, però, non aveva una rampa per le ceste pesanti. Il suo traghetto accostava a un pontile stretto: sarebbe crollato caricandolo di pietre.

Varo si tolse il cappello.

«Possiamo fare più viaggi.»

Essa guardò le assi del proprio ponte. Erano larghe, sane, legate a traverse che aveva sostituito soltanto l’anno prima.

«Prima bisogna arrivare alla riva.»

crepa sulla spalla del gigante

⁂

Portò il traghetto verso la cava durante la piena del mezzogiorno.

La corrente aiutava ad avvicinarsi, ma non a fermarsi. Varo stava alla fune con i piedi piantati e la faccia rossa. Essa gli dava il tempo col remo, aspettando che il fianco della barca entrasse nel tratto riparato.

Quando toccarono la ghiaia, i due uomini della chiesa legarono le gomene ai massi indicati da Ulda.

La muratrice salì a bordo, contò le assi e indicò le traverse di prua.

«Queste.»

Essa annuì.

Varo guardò l’una, poi l’altra.

«Se le togliamo, poi non tiene il carro.»

La traghettatrice prese il ferro per estrarre i chiodi.

«Lo so.»

Il ragazzo non scese. Aspettò che Essa fosse arrivata alla terza tavola prima di chinarsi ad aiutarla.

Le assi del traghetto divennero una rampa. Le traverse più grandi sostennero un piano fra i massi. Il fondo piatto rimasto, alleggerito e bloccato con funi, funzionò da piccolo imbarco per le barche dei pescatori che il frate era andato a cercare.

Non avrebbe più trasportato un carro. Forse nemmeno un animale.

Essa raccolse i chiodi nella secchia. Uno era storto, un altro ancora caldo di sole. Li contò senza volerlo e smise quando capì che non le sarebbe servito a nulla.

Ulda faceva passare le prime ceste vuote sulla rampa.

«Tieni lontani i bambini dal bordo.»

Varo si alzò subito.

Il primo viaggio portò dall’altra parte la donna con la gamba gonfia e due famiglie. Il secondo riportò uomini con corde e una porta da usare come piano di lavoro.

Al terzo comparvero gli incaricati dell’esattore.

Ilar seguì gli uomini fino all’imbarco. Guardò i segni dei chiodi tolti e i pezzi del ponte distesi sulla ghiaia.

«La concessione del traghetto non autorizza questa sosta.»

Essa era chinata sopra una gomena. Continuò a lavorare.

«La barca non attraversa più.»

«Appunto.»

L’esattore le si mise davanti. Dietro di lui Guso teneva la catena usata per fermare i carri senza pedaggio.

«Non puoi fare un nuovo approdo senza garanzia.»

Essa si raddrizzò.

«Non sto facendo un nuovo approdo. Sto usando quello che ho per portare via delle persone.»

Ilar mostrò una lettera col sigillo del consorzio. Diceva che il gigante aveva danneggiato i campi e minacciava gli argini; gli abitanti delle case vicine erano chiamati a tenerlo lontano.

«Hai mandato a prendere uomini armati?»

«Ho avvertito chi ha il diritto di difendere la terra.»

Essa guardò il campo da cui erano arrivati. C’erano pali con punte di ferro, funi e un carro carico di fascine. Qualcuno pensava di costringere Omm a muoversi col fuoco.

La vibrazione del gigante le raggiunse le ginocchia.

Si voltò. Omm stava osservando le fascine.

Essa lasciò la gomena e andò verso di lui.

«Non alzarti.»

Il gigante aveva già sollevato una mano.

«Devono andare via.»

«Li porto dall’altra parte. Ma devi aspettare.»

La mano rimase alta. Sopra le dita, il campanile cominciò a muoversi.

Essa non guardò più gli uomini armati. Guardò Omm finché lui rimise il palmo sulla ghiaia.

La campana suonò una volta.

⁂

Il primo uomo della caccia si chiamava Sero.

Essa lo aveva portato al mercato insieme ai figli almeno venti volte. Era venuto col palo da fieno e gli stivali buoni, come per un lavoro che potesse finire prima di cena.

Lei gli indicò la rampa.

«Tienila mentre salgono.»

Sero guardò Ilar.

«Siamo qui per farlo muovere.»

«Se si muove adesso, quel muro cade. Metti il palo lì.»

Gli prese il polso e glielo guidò verso il bordo. Per non lasciarsi tirare in acqua l’uomo dovette puntare il legno. La cesta della donna anziana passò sopra la rampa e una bambina gli afferrò il mantello per non cadere.

Sero tenne fermo il palo.

Essa chiamò il secondo uomo. Gli riconobbe il cane prima del viso e usò il suo nome. Dopo pochi minuti quattro dei venuti per la caccia stavano sostenendo le funi mentre una barca si riempiva di persone.

Ilar fece un passo verso di loro.

«Questo non cambia il debito.»

Ulda, che era scesa dal tetto, gli posò davanti un pezzo di intonaco.

«Neppure questo. È venuto giù da solo. Se vuoi tenerlo fermo, sali.»

L’esattore non raccolse la pietra.

Frate Ansel lo invitò a scrivere sul registro che cosa avessero già pagato. Voleva i nomi, il numero delle monete e il motivo della riscossione, davanti agli uomini del paese.

Ilar guardò Essa.

«Hai consegnato volontariamente.»

«Scrivilo.»

«Non porto il registro per ogni lite.»

La traghettatrice indicò la cartella sotto il suo braccio.

Sero si voltò. Anche lui aveva pagato per fermarsi nella cava una volta che gli si era rotto un carro. Non ricordava di aver ricevuto un foglio.

L’esattore strinse la cartella.

Per la prima volta fu costretto a restare senza che nessuno gli chiedesse il permesso.

Ulda tornò a salire. Essa mandò Varo a cercare altra acqua e un uomo che sapesse smontare le campane.

La caccia non finì con un accordo. Due uomini se ne andarono portando via le fascine. Altri si fermarono fuori dalla cava, senza aiutare. Essa li vide aspettare fino al buio, come se desiderassero ancora una ragione per avere avuto paura.

⁂

La sera tolsero abbastanza tegole da liberare il lato meno inclinato.

Ulda non permise di lavorare anche al campanile. Omm si muoveva nel sonno e ogni cambio di peso faceva gemere le travi. Avevano legato il tetto a una struttura costruita contro la parete della cava; finché il gigante fosse rimasto immobile, avrebbero potuto togliere il carico senza tirare sulla schiena.

Ma doveva restare sveglio.

Essa salì vicino alla finestra e trovò frate Ansel seduto nell’unico punto ancora sicuro della navata. Sul banco aveva posato un piccolo strumento con tre corde.

«Era nella casa di Irsa», disse. «L’ha portato qui prima dell’acqua.»

Le dita del frate scivolarono sulle corde, cercando una nota. Lo strumento era scordato e una corda suonava più bassa delle altre.

Dal pavimento salì un tremito leggero.

Essa si affacciò.

Omm aveva sollevato il viso. Non si stava muovendo verso il rumore. Lo lasciava arrivare.

Il frate riprese la melodia da capo. Una musica corta, fatta per accompagnare un canto che Essa non conosceva. Dopo il terzo giro smise di cercare la nota corretta e adattò il resto alla corda più bassa.

La traghettatrice si sedette sul bordo della finestra.

Sotto, Varo e un bambino dividevano una pera. Il ragazzo faceva fette sottilissime per ottenere più pezzi. Alla fine diede il torsolo al cane di Sero, che aveva deciso di rimanere.

Essa sentì la stanchezza raggiungerle la schiena.

Per tutto il giorno aveva trattato le persone come pesi da spostare: chi prima, chi dopo, chi con una coperta sotto le ginocchia. Ora le vedeva ferme, raccolte intorno al piccolo fuoco, e non riusciva più a ricordare da quale barca fosse scesa ciascuna.

Omm chiuse gli occhi per un istante.

«Non dormire», disse Essa.

«Ascolto.»

Lei restò a guardare le ciglia del gigante. Avevano polvere bianca alle estremità.

«Che cosa facevi prima?»

Omm rifletté.

«Camminavo.»

«Sempre?»

«Mi fermavo quando trovavo un posto.»

Essa guardò il campo vuoto intorno ai suoi piedi.

«E dopo?»

Il gigante girò gli occhi verso di lei. Sembrava la prima domanda difficile che gli avessero fatto.

«Non lo so.»

Il frate ricominciò la melodia. Questa volta Omm accompagnò la nota più bassa con un suono quasi impercettibile. Le panche vibrarono senza spostarsi.

Essa posò la mano sulla pietra sotto la finestra.

Non aveva mai saputo che si potesse sentire una canzone anche attraverso un muro.

il gigante ascolta la musica

⁂

Il campanile cedette all’alba.

Non tutto. Una fila di mattoni si aprì sopra la finestra e il lato più alto scivolò verso il centro. Ulda gridò a chi era sul tetto di fermarsi. Essa sentì la fune dell’impalcatura tendersi contro il proprio fianco.

Omm mosse il braccio per sostenere il muro.

La crepa sul petto si allargò.

Il gigante rimase con la mano sospesa. Dal taglio non uscì sangue. Scese un poco di sabbia, tanto asciutta da sollevarsi nell’aria della mattina.

«Non puoi tenere anche quello», disse Essa.

Omm guardò il campanile.

«Cade.»

La traghettatrice vide il punto in cui sarebbe arrivato: sulle funi del sostegno, poi sulla rampa. Il mezzo traghetto rimasto era ancora fissato vicino alla riva. Dall’altra parte gli uomini aspettavano l’ultima barca dei pescatori, carica delle tegole recuperate.

Ulda faceva segno di spostare il sostegno esterno. Occorreva un’altra fune, più lunga di quelle che avevano portato alla cava.

Essa guardò il cavo del traghetto.

Passava alto fra le rive, forte abbastanza per guidare un carro nella corrente. Senza quel cavo, ciò che restava della barca non avrebbe tenuto l’imbarco durante la piena.

Varo seguì il suo sguardo.

«C’è ancora il fondo.»

Essa prese il coltello da lavoro.

«Adesso lo sai anche tu.»

Il ragazzo si mise davanti al palo.

«Non puoi rifarlo in una stagione.»

Lei non cercò di spostarlo con le mani.

Alle loro spalle cadde una pietra. Si ruppe contro un’altra e un frammento colpì Essa sul polpaccio.

Varo guardò il taglio nella gonna. Poi si tolse dal palo e prese il capo della fune con entrambe le mani.

«Non lasciarla andare tutta insieme», disse.

Liberarono il primo tratto. Sero e gli altri lo trascinarono fino all’impalcatura, passando il cavo intorno al masso che Ulda indicava dall’alto. I nodi occupavano quasi tutto lo spazio rimasto fra la roccia e il tetto.

Essa sentì il traghetto urtare la rampa.

Un altro colpo, più forte. La piena lo girava contro le gomene corte che avevano lasciato per tenerlo vicino.

«Via dall’acqua!» gridò.

La gomena più vecchia si spezzò.

Il fondo del traghetto si staccò dai pali, rimase per un momento di traverso e poi cominciò a ruotare. Essa vide il segno verde dipinto sulla prua, quello che aveva rifatto ogni primavera. La barca scomparve dietro la curva prima che riuscisse a distogliere lo sguardo.

Il cavo intorno al masso si tese.

La struttura di Ulda tenne.

Il campanile si fermò abbastanza a lungo perché gli uomini passassero una seconda legatura intorno alla base. Poi cominciarono a togliere i mattoni dalla parte già aperta, facendoli scendere dentro le ceste.

Omm abbassò lentamente il braccio.

Essa aveva ancora il coltello in mano. Lo rimise nella guaina senza riuscire a trovare subito l’apertura.

Varo non la guardava. Teneva gli occhi sul punto del fiume in cui la barca era scomparsa.

⁂

Per liberare il gigante servirono altri tre giorni.

L’acqua calò abbastanza da poter costruire una passerella per le persone, mentre le pietre viaggiavano sulle barche dei pescatori. Il sagrato sull’altra riva si riempì di ceste numerate da Ulda, travi, tegole recuperabili e recipienti portati dalle famiglie.

Ilar tornò con un uomo del consorzio. Era più anziano e portava lo stesso sigillo, consumato ai bordi. Si sedette a contare i pagamenti davanti ai presenti e fece diverse domande alle quali l’esattore rispose guardando la propria cartella.

Non ci fu un arresto nella cava. Gli tolsero il diritto di riscuotere altri pedaggi fino alla verifica dei registri. Avrebbe dovuto presentarsi con i conti e restituire ciò che non poteva giustificare.

Essa ottenne un foglio per le diciassette monete. Lo piegò e lo mise nella scatola dove prima conservava il registro del traghetto.

Il terzo pomeriggio Ulda fece sgomberare la cava.

Restavano soltanto alcune file di pietre sulla schiena di Omm. Le avevano sollevate con cunei e sostegni, togliendo il carico poco per volta. La pelle sotto era scura, attraversata da segni bianchi profondi.

«Adesso puoi distendere la gamba», disse la muratrice.

Il gigante guardò Essa.

Lei era abbastanza lontana da lasciargli spazio. Sollevò il braccio e aspettò.

Omm provò.

Il primo movimento gli piegò il viso. Si fermò con le dita piantate nella terra.

Essa non gli disse di riprovare subito.

Dal sagrato arrivavano le voci delle famiglie. Qualcuno stava litigando per la disposizione dei giacigli, qualcun altro batteva un palo nella terra. Varo faceva passare due ceste sull’ultima barca.

Il gigante ascoltò finché il suono gli sembrò abbastanza lontano.

Poi distese anche l’altra gamba.

Il corpo si abbassò sulla ghiaia con una lentezza che Essa non gli aveva mai visto. Le pietre rimaste scivolarono sui sostegni senza trascinarlo. Per un momento la traghettatrice sentì il terreno vibrare sotto entrambi i piedi.

Il suono si fece più basso.

Omm si appoggiò sul fianco.

La cava rimase intatta.

Essa attraversò il cerchio che tutti avevano lasciato vuoto e posò il mastello a portata della sua mano.

Il gigante non lo prese. Dormiva già.

⁂

La chiesa nuova fu molto più piccola.

Ulda ne disegnò la pianta usando soltanto i muri che potevano permettersi di rialzare. Il campanile non tornò. La campana venne appesa a una trave bassa, sotto una tettoia che poteva essere riparata senza salire su una torre.

Le famiglie rimasero per l’inverno. Alcune ripartirono quando seppero dove si erano fermati i parenti. Altre cercarono campi da affittare e lavori che nessuno aveva pensato di offrire il giorno in cui erano arrivate.

Essa perse l’incasso della fiera d’autunno.

La nuova concessione del traghetto sarebbe stata discussa in primavera, ma non aveva una barca da presentare. Dovette chiedere lavoro a chi prima pagava per attraversare. Per un mese riparò reti; poi accompagnò i carichi lungo il sentiero, imparando quanta strada avesse risparmiato agli altri senza averla mai percorsa tutta.

Varo rimase con i pescatori. Le parlò poco per alcune settimane. Quando veniva a casa lasciava gli stivali fuori e guardava la tavola prima di sedersi, come per controllare se fosse cambiata anche quella.

Una sera portò una piccola asse verde.

Era un frammento della prua. L’aveva trovata più a valle, incastrata fra due radici.

Essa la girò fra le mani. La vernice era quasi tutta andata.

«Non basta per rifarla», disse il ragazzo.

«No.»

Varo si sedette senza togliere subito la giacca.

«La prossima la voglio più larga.»

Essa tenne ancora un momento l’asse sul palmo, poi gli spostò vicino la pentola.

Omm passò l’inverno nella cava.

Non poteva ancora camminare a lungo. Le crepe avevano smesso di allargarsi, ma quando cercava di rialzarsi doveva aspettare con le mani sulla terra, lasciando che il peso trovasse una posizione sopportabile.

Nessuno gli chiese di trasportare la chiesa nuova.

Sero costruì un riparo per la pioggia usando i pali che aveva portato per la caccia. Era troppo piccolo per il gigante e troppo grande per chiunque altro, ma teneva asciutto il punto dove appoggiava la testa.

Ogni domenica frate Ansel lasciava aperta la porta della cappella. La musica attraversava il fiume, sottile. Omm la sentiva poggiando la mano sulla riva.

Alla prima giornata tiepida, Essa portò il pane fino alla cava.

C’erano già due bambini sul blocco vicino al suo viso. Gli stavano spiegando un gioco di sassi che il gigante non avrebbe mai potuto muovere senza sparpagliare tutto. Lui li ascoltava con attenzione.

Essa posò la cesta.

Omm sollevò un poco il mento e spostò la mano, liberando il punto accanto al blocco.

Lei si sedette.

Sotto la pietra arrivò un respiro lento. Il pane rimase fermo nella cesta.

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