«Il posto vuoto aveva ricevuto una cena anche la sera precedente.»
Il tredicesimo vassoio uscì quando tutti avevano già cominciato a mangiare.
Teren lo guardò avanzare sotto il coperchio trasparente, fermarsi davanti al distributore e aspettare. Nella vaschetta c’erano una minestra chiara, due pezzi di pane e una porzione di verdura più piccola delle altre.
Aveva aggiustato la cucina quella mattina. Gli sembrò un modo personale di contraddirlo.
Si alzò con il cucchiaio ancora in mano e controllò il quadro degli ordini. Dodici pasti richiesti. Dodici consegnati. Nessun errore segnalato.
Il pasto in più fumava dietro il vetro.
«Hai di nuovo fame?» domandò Lysa.
Teren scosse la testa. Aprì lo sportello e prese il vassoio. Il fondo era caldo abbastanza da costringerlo a cambiare mano.
«Conta», disse.
Lysa contò le persone sedute. Non indicava con il dito: spostava gli occhi da una nuca all’altra, come quando controllava le cinghie prima di una manovra.
«Dodici.»
«Appunto.»
«Magari la cucina vuole festeggiare il ritorno.»
Lui guardò l’oblò. La stazione di Arven non si vedeva ancora, ma la sua posizione era comparsa sullo schermo del corridoio quella mattina. Mancavano trentuno ore all’imbocco della rotta di rientro. Dopo, la Sesta avrebbe lasciato alle proprie spalle i settori di soccorso e trasferito i registri al controllo dell’approdo.
Teren aveva già preparato la sacca.
Lysa lo osservò deporre il vassoio sul tavolo di servizio, davanti a una sedia senza schienale. Era l’unico posto rimasto vuoto: durante la riparazione aveva spostato lì gli attrezzi.
«Dovrai riaprire il pannello», disse.
Il tecnico annuì.
Il comandante Orvas entrò mentre cercava un panno per raccogliere la minestra caduta sul pollice. Controllò le persone sedute, guardò il vassoio e rimase un momento sulla soglia.
«Una porzione fuori conto», disse Teren, prima che glielo chiedesse.
«Una correzione semplice.»
Non era una domanda.
Il comandante passò una mano sulla sedia vuota, togliendo una briciola che Teren non aveva visto. Poi prese il proprio pasto e andò a sedersi con gli altri.
Il tecnico aprì lo sportello di servizio sotto la cucina.
Dentro non c’erano fili bruciati o sensori sporchi. La memoria degli ordini riportava soltanto i dodici nomi che conosceva.
Sul bordo del vassoio rimasto fuori, vicino alla verdura, qualcuno aveva fatto un segno con il dorso del cucchiaio. Una linea breve nella salsa.
Teren controllò la propria posata.
Era ancora pulita.
⁂
Il posto vuoto aveva ricevuto una cena anche la sera precedente.
Teren lo scoprì dalle immagini della mensa. A quel punto lui era nel locale dei filtri e non aveva visto il pasto. Il distributore aveva atteso diciassette minuti, poi lo aveva ripreso per recuperare l’acqua e i materiali.
Tornò indietro di un giorno. Un altro vassoio.
Prima, niente.
L’anomalia era cominciata quando aveva sostituito il raccordo fra la cucina e il circuito dei laboratori. Un guasto di poco conto: la valvola perdeva pressione e mandava odore di cibo riscaldato nel corridoio inferiore.
Aveva eliminato la perdita. Qualcos’altro aveva trovato un passaggio.
Lysa arrivò con la propria tazza vuota. Aveva il turno di riposo e si era tolta le scarpe. Camminava negli alloggi senza far rumore, ma non tentava mai di sorprendere nessuno.
«Orvas chiede se hai finito.»
Teren le mostrò le immagini.
«Prima cena, seconda cena, terza cena.»
«Hai contato anche le colazioni?»
Lui fermò la registrazione.
Non ci aveva pensato.
Le colazioni erano dodici. Anche i pasti di metà turno. La cucina aggiungeva una porzione soltanto alla sera, sempre quando gli altri erano già seduti.
Lysa si avvicinò allo schermo.
«La verdura cambia.»
«Cambia per tutti.»
«No. Guarda la quantità.»
La prima sera la vaschetta era piena. La seconda lo era meno. La terza ne conteneva appena qualche boccone.
Teren aprì la voce delle modifiche. Non c’era un autore. Nessuna richiesta firmata, nessun terminale d’origine.
Provò a cancellare il pasto successivo.
Il sistema gli chiese di confermare che la persona interessata non ne avesse bisogno.
Lui rimase con il dito sollevato.
«Quale persona?» domandò Lysa.
Teren passò alla scheda del destinatario.
Il campo del nome era vuoto. Non risultava danneggiato. Era uno spazio bianco, regolare, seguito dalla data di un intervento vecchio di quasi sette anni.
Lysa posò la tazza.
«Tu non eri ancora qui.»
Teren seguì il margine della finestra con il dito. L’aveva firmata lui, quella mattina, la verifica generale del circuito. Tutti gli utenti autorizzati erano stati ricontati, compresi i canali che la nave manteneva in funzione per le emergenze.
Il suo nome compariva in fondo al controllo.
Quello dell’altra persona non compariva da nessuna parte.

⁂
La Sesta non era una nave grande.
Dodici cuccette per l’equipaggio, una mensa, locali di cura e un anello di alloggi provvisori destinati alle persone recuperate. I corridoi avevano il colore del latte diluito. Negli angoli che nessuno toccava la plastica conservava il bianco originale; intorno alle maniglie era diventata grigia.
Teren ci viveva da tre anni e nove mesi. Conosceva il punto nel quale una suola umida scivolava e quello dove il soffitto si abbassava senza che fosse segnalato.
Fuori dagli alloggi, però, c’erano serbatoi e moduli aggiunti durante soccorsi lontani. La mappa mostrava contenitori vuoti, pezzi di altre navi trasformati in magazzini. Nessuno aveva una ragione ordinaria per entrarci.
Il tecnico cominciò dai consumi.
L’acqua destinata all’equipaggio era corretta. L’aria anche. Cercando più in basso trovò un circuito di conservazione che continuava a usare ossigeno, calore e piccoli quantitativi di alimento liquido.
Era classificato come materiale biologico.
«Una coltura?» domandò Lysa.
«Troppo calore.»
«Un animale?»
«Troppa acqua per un campione. Troppo poca per uno dei ricoveri grandi.»
La nave distribuiva le risorse su due elenchi separati. Quello delle persone aveva nomi, turni e responsabilità. L’altro manteneva attivi gli organismi imbarcati durante i soccorsi, finché qualcuno non decideva che cosa farne.
Teren aveva controllato il totale, non le singole voci. Era ciò che gli avevano insegnato a fare.
Seguì il circuito fino a una parete sotto l’infermeria.
Dietro il pannello trovò quattro raccordi identici. Tre non vibravano. Il quarto gli restituì un piccolo impulso contro il polpastrello.
Vi avvicinò lo strumento e attese.
Una luce apparve e si spense.
Tre volte, poi una pausa.
Lysa smise di toccare il bordo del pannello.
L’impulso tornò con lo stesso intervallo.
«Non è la pompa», disse Teren.
Lui e Lysa rimasero vicini alla parete finché il corridoio non cambiò illuminazione per l’inizio del turno notturno.
Quando il comandante li trovò, il tecnico aveva ancora la mano sul raccordo.
Orvas guardò lo strumento.
«Quel settore è stato sigillato dopo una perdita. È fuori servizio.»
«Consuma.»
«I circuiti si tengono in pressione per proteggere la struttura.»
Il comandante aveva una voce paziente. Non alzava quasi mai il tono; aspettava che gli altri smettessero di averne bisogno.
Teren indicò la luce.
«La struttura risponde a intervalli.»
Orvas si chinò per guardare. Il suo viso non cambiò, ma la mano appoggiata alla parete rimase ferma più del necessario.
«Non aprirlo in navigazione. Registralo per il controllo ad Arven.»
Lysa ripiegò il panno che teneva in mano.
«C’è anche un pasto intestato a nessuno.»
Il comandante si rialzò.
«Una nave che ha soccorso centinaia di persone conserva errori. Non tutti sono presenze.»
Teren avrebbe voluto mostrargli il segno nella salsa. Lo immaginò davanti a sé, ingrandito sullo schermo, e si sentì ridicolo.
Staccò lo strumento.
La luce continuò a comparire anche quando ebbe richiuso il pannello. Per pochi istanti la vide attraverso la fessura.
⁂
Il quarto vassoio arrivò senza pane.
Teren lo aspettava davanti al distributore. Non aveva cancellato niente. Aveva cambiato l’ora del proprio turno per essere lì quando la cucina avrebbe ripetuto la richiesta.
La minestra era diventata più densa. Al posto della verdura c’era una pasta morbida, quasi senza colore.
Il tecnico infilò un dito nel campo delle osservazioni e scrisse: Chi sei?
Il programma non accettava domande. Segnalò un formato errato e riportò il cursore all’inizio.
Teren cancellò le parole, poi cambiò la forma del pane successivo: tre pezzi piccoli anziché due. Era una scelta ammessa.
Lysa gli si mise accanto.
«Che cosa aspetti?»
«Che qualcuno li conti.»
La risposta arrivò dopo undici minuti. I tre pezzi furono sostituiti con una porzione passata al setaccio.
Teren sentì qualcosa chiuderglisi in gola.
Non era un modo per dire un nome. Era una necessità. Qualcuno non riusciva a mangiare ciò che la nave preparava per gli altri.
Il tecnico cercò il comando di quella modifica. Stavolta lo trovò: il vecchio pannello di un letto assistito, associato al circuito di conservazione.
Il posto aveva ancora un numero, scritto per esteso nella configurazione più antica. Il collegamento con la mappa era stato rimosso.
Lysa gli toccò il braccio.
«Non facciamolo da soli.»
Teren guardò gli altri seduti. Parlare avrebbe significato fermare qualcosa che tutti aspettavano da mesi. La rotta breve verso Arven si apriva soltanto a intervalli; se l’avessero mancata, avrebbero dovuto raggiungere un approdo secondario e attendere un’altra nave.
Il suo trasferimento al cantiere dipendeva dalla consegna della Sesta. Per la prima volta avrebbe lavorato su una struttura ferma, in una stanza dove gli attrezzi restavano esattamente dove li lasciava.
Aveva versato l’anticipo di un alloggio.
Lysa prese il vassoio.
«Chiamiamo almeno la medica.»
Il comandante comparve sul collegamento di servizio prima che fossero usciti dalla mensa.
«Teren, in cabina.»
La medica stava già arrivando dal corridoio opposto. Guardò la pasta chiara, poi la posizione del letto sullo schermo.
«Questo non è un pasto per una persona in servizio», disse.
Orvas non chiuse il collegamento.
Per la prima volta, Teren lo sentì respirare.
⁂
Nella cabina del comandante non c’erano fotografie.
Un bicchiere era fissato a lato della cuccetta. Accanto, tre oggetti piccoli: un frammento di tessuto, una pietra liscia e una vecchia chiave senza denti. Teren non seppe capire quali appartenessero a una casa e quali a un soccorso.
Orvas gli indicò il sedile.
Il tecnico rimase in piedi.
«Non ho chiuso la verifica finale», disse.
«Lo so.»
«Devo vedere quel letto.»
Orvas posò la propria mano sul bordo del tavolo.
«Il modulo è stato isolato dopo il recupero della Lenta. Il suo sistema è vecchio e non segue le nostre regole. Aprirlo può portare un guasto nei circuiti sani.»
«Perché non compare nel rapporto di rientro?»
Il comandante osservò la porta. Era chiusa, ma Teren ebbe la sensazione che stesse ascoltando chi si trovava dall’altra parte.
«Perché non è un compartimento abitato.»
Il tecnico si sedette soltanto allora. Non per essere più comodo: le gambe avevano cominciato a tremargli.
«Mi stai chiedendo di firmare che nessuno ha bisogno di quel pasto.»
Orvas guardò la chiave senza denti.
«Sette anni fa abbiamo riportato nove persone. Tutti quelli che potevamo raggiungere.»
«E chi non potevate?»
Il comandante gli voltò lo schermo. La conferma di Teren compariva insieme ad altre, accumulate negli anni: equipaggi diversi avevano controllato risorse, pompe, temperature. L’ultima firma era la sua.
«L’approdo valuterà ciò che avrai segnalato come anomalo. Se chiedi una revisione generale, riaprirà ogni certificazione. Anche la tua.»
Teren guardò la data.
Era lui ad aver scritto che il circuito non richiedeva un controllo umano. Non ricordava di aver pensato a una persona mentre lo faceva.
«Allora deve riaprirla.»
Orvas riprese lo schermo e lo spense.
Fuori, Lysa lo aspettava vicino alla porta. Aveva due tazze, ma il contenuto era ormai freddo.
Non gli domandò che cosa fosse successo. Gli passò quella senza manico e camminò con lui fino alla mensa.
L’odore di cibo riscaldato li precedette lungo il corridoio inferiore.
⁂
La medica si chiamava Nara.
Era salita sulla Sesta soltanto da otto mesi e non aveva conosciuto l’equipaggio del soccorso della Lenta. Ascoltò il loro racconto, poi aprì il registro delle cure e cercò i nove recuperati.
I nomi erano tutti presenti. Otto erano stati trasferiti a un approdo dopo sei giorni, il nono aveva viaggiato con la Sesta per qualche mese. Non risultavano dispersi ancora a bordo.
«Chi teneva i letti?» domandò Teren.
Nara mostrò un rapporto molto più vecchio. L’incarico era di una manutentrice. Nome assente. Il suo codice personale era stato sostituito con una casella vuota in tutte le versioni accessibili.
La medica si fermò sul consumo di ossigeno.
«Questo viene regolato», disse. «Non resta sempre uguale.»
Le variazioni seguivano un giorno lungo ventitré ore. Un corpo aveva smesso, lentamente, di accordarsi ai turni del resto della nave.
Teren cercò altri registri. Quelli della sicurezza rimandavano a quello del personale, e quello del personale non conosceva più la persona.
La cucina conservava invece le necessità senza chiederne il nome. Temperatura, consistenza, quantità. Il letto assistito era rimasto collegato alle sue funzioni di base anche quando tutto il resto era stato separato.
«Il pasto non ci stava chiamando da sette anni», disse Lysa.
Teren la guardò.
«Tu hai aperto un collegamento tre giorni fa. Prima la richiesta non arrivava fin qui.»
Il tecnico ripensò alla valvola che aveva cambiato. L’odore, il raccordo usurato, il proprio fastidio per un lavoro tanto piccolo da non poterlo citare nella domanda di trasferimento.
Nara cercò la scadenza delle risorse del modulo.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Con il passaggio ai sistemi dell’approdo, tutto ciò che non era associato a un essere vivente censito sarebbe stato sospeso. La verifica finale confermava proprio questo: la Sesta tornava vuota, a parte l’equipaggio.
Il circuito di conservazione avrebbe perso il rinnovo.
Mancavano diciassette ore.
Lysa aprì il collegamento con il resto della nave e chiese che venissero in mensa quelli fuori turno. Il cuoco si presentò per primo, asciugandosi le mani sulla camicia.
Teren gli mostrò il vassoio.
«Non è un errore di porzione», disse.
L’uomo depose il panno.
Quando Orvas arrivò, cinque persone stavano guardando i consumi sul tavolo.
Il comandante si fermò davanti al posto vuoto. Non toccò la sedia.
⁂
Non bastava sapere che c’era qualcuno.
Occorreva sapere dove.
La mappa esterna mostrava tre contenitori recuperati dalla Lenta. Due erano stati smontati anni prima, lasciando sulla Sesta soltanto gli attacchi. Il terzo era ancora fissato sotto l’anello dei ricoveri, isolato da una chiusura che poteva essere aperta soltanto con l’autorizzazione di navigazione.
Teren conosceva quel portello. Lo aveva pulito durante le ispezioni, leggendo ogni volta la dicitura che lo dava per vuoto.
Il comandante rifiutò di aprirlo in manovra.
Il responsabile della rotta, un uomo anziano di nome Uren, controllò le proprie possibilità. Poteva sospendere l’accesso al corridoio di rientro, ma avrebbe dovuto notificare il motivo a un controllo esterno. Nessuna firma singola poteva nascondere la decisione.
«Quanto ci costa?» domandò uno degli uomini.
«Il passaggio», disse Uren. «E giorni di carburante. Forse settimane d’attesa.»
Il cuoco si sedette. Non disse più niente, ma rimase.
Dalen, che teneva in ordine le riserve, chiese di vedere i consumi rimasti. Li scorse con il dito, fermandosi dove Uren aveva segnato la deviazione possibile.
«All’approdo secondario non ci aspettano.»
«Possiamo avvertirli», disse Nara.
«Possiamo avvertirli che arriviamo. Non è la stessa cosa.»
L’uomo posò il terminale. Teren lo aveva sentito parlare al collegamento privato, nelle ore in cui il rumore attraversava le pareti degli alloggi. Diceva sempre che sarebbe tornato presto, ma a casa qualcuno aveva smesso di rispondergli con frasi intere.
«Mio padre non riconosce più la donna che lo assiste», disse Dalen. «Ho pagato perché restasse fino al nostro arrivo. Ogni giorno che aggiungiamo qui è un giorno che devo sistemare da lontano.»
Nara non gli rispose che la persona nel modulo aveva aspettato di più. Aprì invece il calendario della rotta secondaria e gli indicò la prima possibilità di collegamento con casa. Era lontana undici ore.
Dalen guardò il punto, poi il resto del viaggio.
«Questo non mi dice quando torno.»
«No», disse la medica.
Teren avrebbe voluto promettergli una parte del proprio denaro. Non sapeva quanto gliene sarebbe rimasto e, soprattutto, non aveva nulla da offrirgli al posto di quelle ore.
L’uomo rimase in piedi mentre gli altri si sedevano. La luce dello schermo gli faceva sembrare le mani più vecchie.
«Se dentro non c’è nessuno?» domandò.
Teren guardò il vassoio. L’odore della pasta morbida arrivava ancora da sotto il coperchio.
«Avremo perso il passaggio per controllare una cosa che dovevo controllare prima.»
«Lo scriverai così?»
Il tecnico annuì.
Dalen gli porse il terminale. Non sorrise. Si spostò verso Uren e cominciò a calcolare quali serbatoi non dovessero essere aperti durante la deviazione.
Lysa raggiunse Teren al tavolo di servizio. Tolse il cucchiaio dalla vaschetta e lo mise accanto al vassoio, perché non scivolasse durante il cambio di assetto.
«Non ci hanno detto di sì per farti stare meglio», disse piano.
«Lo so.»
Lei lo guardò finché lui non alzò gli occhi.
Teren prese un panno e pulì la salsa rimasta sotto il recipiente. Il segno breve, quello comparso la prima sera, non c’era più. Cercò di ricordare se lo avesse visto muoversi o se avesse soltanto immaginato una mano dove poteva esserci il passaggio di una macchina.
Il sistema rispondeva ancora. Il consumo non era fermo. Per arrivare a una persona dovevano attraversare una porta che nessuno aveva aperto, non ricavare una certezza da ciò che il piatto gli faceva desiderare.
Il tecnico tornò davanti allo schermo e aggiunse alla relazione le immagini originali. Lasciò fuori la propria interpretazione del segno.
Poi chiese a Nara di controllare anche quello che aveva appena scritto.
Orvas guardava Teren.
«Hai un consumo e un programma che risponde. Stai chiedendo a tutti di rinunciare al ritorno sulla base di questo.»
Il tecnico sentì il peso dell’alloggio pagato, degli attrezzi già imballati, di ogni volta in cui aveva evitato di riaprire un controllo per non perdere un altro mese nello spazio.
«Sto chiedendo di guardare prima di chiudere.»
Uren aprì la richiesta di sospensione. Per completarla servivano la relazione tecnica, quella medica e il loro invio al controllo del soccorso.
Teren allegò i registri originali. Anche il proprio.
Quando raggiunse il comando di trasmissione si fermò un momento.
Lysa non gli prese la mano. Posò la propria accanto alla sua, lasciando che fosse lui a muovere il dito.
Il segnale partì.
La conferma esterna arrivò dopo il tempo previsto per raggiungere il ripetitore. Uren la lasciò visibile su tutti i terminali del ponte.
Orvas non poteva più cancellare soltanto una copia.
«Interrompiamo la rotta», disse il navigatore.
Teren sentì la vibrazione dei motori cambiare sotto le suole. Il luogo verso cui aveva orientato i propri pensieri per mesi si spostò lentamente fuori dall’oblò.
Il comandante rimase in piedi finché gli altri non furono andati a preparare l’accesso al portello.
Poi si sedette nel posto che nessuno aveva usato.
⁂
Durante la sospensione delle manovre la gravità di servizio venne ridotta.
Teren e Lysa si fermarono in cucina per fissare le cose rimaste sui tavoli. Nara preparava l’attrezzatura; Uren stabilizzava la nave. Non avrebbero potuto aprire prima che entrambi avessero finito.
La minestra del pasto in più era stata raccolta in un recipiente chiuso. Restava il vassoio sporco.
Lysa lo tenne sopra il lavello mentre Teren gli passava un panno umido. Una goccia si staccò, rimase sospesa fra loro e rifletté la luce del soffitto.
Il tecnico la prese col panno prima che raggiungesse il filtro.
«Ad Arven avrei avuto un rubinetto normale», disse.
Lysa lo guardò.
«Era questo il grande progetto?»
«Anche una finestra.»
«Ce l’abbiamo.»
Teren indicò l’oblò con il mento.
«Con qualcosa dall’altra parte che cambiasse senza doverlo calcolare.»
Lysa girò il vassoio. Un pezzo di pasta secca si staccò dal bordo. Lo fermò con il pollice e gli porse la faccia ancora sporca.
«Un albero?»
«Anche un muro con una pianta che ci cresce.»
Rimasero a pulire finché il metallo non tornò liscio. L’odore tiepido della cucina si era fatto più forte con i ricambi rallentati. A Teren ricordò la prima sera a bordo, quando aveva rovesciato una scodella cercando di dare una buona impressione.
Lysa aveva raccolto l’acqua senza farlo notare agli altri.
«Ti ricordi il primo turno?» domandò.
«La scodella.»
«Pensavo che nessuno se ne fosse accorto.»
Lei allungò il panno sul bordo.
«Ce ne siamo accorti tutti.»
Teren rise senza fiato. Per un momento il portello sigillato rimase lontano, e le sue mani smisero di cercare un comando che non fosse lì.
Poi Nara li chiamò.
Lysa prese una tazza pulita e la mise nel contenitore della medica. Non sapevano ancora se sarebbe servita.

⁂
La prima porta si aprì sul buio.
Non era vuoto. Lo strumento di Teren riconobbe una pressione più bassa di quella del corridoio e un calore ridotto, ma stabile. Aspettarono che il passaggio venisse pareggiato.
Il secondo battente aveva i segni di una chiusura fatta in fretta. Una guarnizione era stata sostituita con materiale provvisorio e lasciata così per anni.
Lysa fissò la corda di sicurezza al fianco di Teren. Anche se la gravità era quasi tornata normale, nessuno voleva rischiare un movimento imprevisto.
Il tecnico aprì lo sportello manuale.
Dietro non trovò un comando rotto.
Trovò il collegamento dei richiami staccato e ripiegato con cura.
Si voltò verso il corridoio.
Orvas li aveva seguiti fino alla barriera indicata da Nara. Aveva una mano chiusa sopra l’altra e non indossava più la giacca di comando.
Teren sollevò il cavo.
Il comandante abbassò gli occhi.
«Non era un guasto», disse il tecnico.
Nara gli toccò una spalla.
«Prima entriamo.»
Il battente interno resistette. Teren lo mosse poco per volta, ascoltando la pressione sul bordo. Quando riuscì a farlo scorrere, l’odore arrivò prima della luce.
Era cibo riscaldato, chiuso dentro la stessa aria troppo a lungo.
Il locale aveva un letto assistito, due contenitori, un terminale e un oblò coperto dall’esterno. Sul pavimento erano stati disposti piccoli pezzi di imballaggio, ordinati in file. Non tutti avevano lo stesso colore.
Una donna sedeva sul letto con una coperta sulle gambe.
Teneva un cucchiaio in mano.
Guardò la luce di Teren e si coprì gli occhi con il braccio. Il tecnico la abbassò immediatamente.
Nara entrò per prima, lasciando i contenitori vicino alla porta.
«Mi chiamo Nara. Sono la medica.»
La donna non rispose.
La sua mano si strinse sul cucchiaio finché le nocche diventarono bianche.
Teren vide il terminale. Lo schermo del letto mostrava ancora la configurazione del cibo. Sotto, un collegamento appena ricomparso portava alle porzioni della mensa.
La donna aveva usato quello che riusciva a raggiungere.
Nara avanzò soltanto di mezzo passo.
«Posso avvicinarmi?»
La donna guardò il corridoio.
Dal fondo arrivò la voce di Orvas.
«Sira.»
Il cucchiaio batté contro il bordo del letto.
Teren si spostò sulla soglia, coprendo con il proprio corpo la vista del comandante.
«Non entra», disse.
Non guardava Orvas mentre lo diceva. Guardava la mano che teneva la posata.
Sira abbassò il braccio dagli occhi.

⁂
Non uscì subito.
Nara non provò a farla alzare. Le mostrò prima ciò che avrebbe usato, appoggiando ogni oggetto in un punto dove potesse vederlo.
Teren rimase vicino alla porta con Lysa. Sullo stipite c’erano graffi piccoli, troppo regolari per essere stati lasciati durante un urto.
Il tecnico seguì una riga fino al fondo. Sira aveva cercato il punto della guarnizione dall’interno.
Il circuito di emergenza le aveva dato aria, acqua e alimento liquido. Non le aveva aperto la porta. Il terminale del letto conosceva il suo corpo, ma non conservava un’identità con cui rivolgersi al resto della nave.
I programmi di sicurezza vedevano un compartimento fuori servizio. Quelli dei soccorsi lo davano per sgomberato. Ogni richiesta attraversava un controllo che chiedeva un nome prima di inoltrarla.
Sira aveva battuto sulle pareti, smontato ciò che poteva e collegato il terminale a ogni presa rimasta. La riparazione di Teren aveva rimesso in comunicazione una vecchia linea dei bisogni con la cucina centrale. Non permetteva di scrivere messaggi, soltanto di modificare il proprio nutrimento.
Aveva ordinato ciò che non poteva mangiare perché arrivasse agli altri. Poi aveva continuato a correggerlo, in attesa che qualcuno si accorgesse delle differenze.
Quando Nara le porse la tazza, Sira la tenne a lungo senza bere.
«Non la portate via», disse.
La medica guardò la tazza, poi il letto.
«Può venire con te.»
Sira scosse la testa. Indicava la porta aperta.
Teren sistemò un fermo meccanico sotto il battente. Lo mostrò, poi lo spinse con il piede perché ne sentisse la resistenza.
«Prima dovrei toglierlo io.»
La donna osservò il pezzo di metallo.
Quando finalmente lasciò che Nara la aiutasse, le gambe non riuscirono a sostenerla. Lysa portò il sedile mobile senza chiamare altre persone.
Sira si fermò davanti alle file di imballaggi.
Non erano tutti giorni. Alcuni segnavano pasti, altri cambiamenti del rumore dei motori. Lei non sapeva più quali fossero stati contati due volte e quali non avesse avuto la forza di segnare.
Teren prese il contenitore vuoto più vicino.
«Li portiamo?»
Sira annuì.
Il tecnico li raccolse senza cercare di rimetterli in un ordine migliore.
⁂
Orvas parlò quando la porta dell’infermeria fu chiusa dietro Sira, con Nara all’interno.
Non provò a seguirla.
Teren stava ancora tenendo il contenitore degli imballaggi. Si accorse che lo stringeva troppo forte e lo appoggiò alla parete.
Il comandante guardò il contenitore.
«La Lenta aveva perso il controllo dei propri ricoveri. C’erano persone oltre il settore che potemmo raggiungere. Sira voleva tornare indietro.»
Uren era accanto a lui. Non lo interrompeva, ma registrava quello che diceva sul proprio terminale.
Il trasferimento verso la rotta sicura aveva un limite di tempo. Orvas aveva ordinato di lasciare i vani non ancora controllati. Sira si era opposta ed era entrata nel modulo collegato per verificare gli ultimi richiami.
Il comandante aveva chiuso il collegamento e fatto sganciare il resto del relitto. Non tutto si era separato come previsto: il piccolo modulo rifugio era rimasto ancorato sotto la nave.
All’inizio aveva creduto che Sira fosse morta con gli altri. Poi erano arrivati i consumi, le segnalazioni dei programmi, un richiamo debole che compariva a intervalli.
Orvas aveva tolto il nome dal personale dopo averla dichiarata dispersa. Quando aveva capito che il modulo continuava a proteggere una vita, aveva separato anche il canale dei richiami.
«Potevi aprire», disse Teren.
Orvas appoggiò le mani al muro.
«La prima volta avrei dovuto spiegare il rapporto. La seconda, anche perché non l’avevo fatto la prima.»
Il tecnico guardò le dita del comandante. Si piegavano e si distendevano senza trovare un appiglio.
Teren conosceva una parte della sua storia. Orvas, giovanissimo, era stato lasciato su un mezzo alla deriva da un supervisore che aveva falsificato il controllo del personale. Per quarantanove giorni aveva aspettato un soccorso, poi lo avevano ritrovato quasi per caso. Uno dei suoi compagni era morto nell’ultima settimana.
Sulla Sesta nessuno veniva rimproverato per aver controllato due volte una chiusura. Il comandante aveva voluto così.
«Sapevi che cosa voleva dire», disse Teren.
Orvas chiuse gli occhi.
«Sapevo che cosa succede a chi resta fuori dalla rotta. Quando ho dovuto scegliere, non ho voluto tornarci.»
Dal locale accanto arrivò una voce. Sira chiedeva che la luce fosse più bassa.
Teren aspettò finché Nara non ebbe regolato l’illuminazione.
«Ci è tornata lei.»
Il comandante non cercò di rispondere.
Uren gli chiese di consegnare le autorizzazioni di comando. Orvas le posò sul terminale, una per una. Al controllo esterno era già arrivato il rapporto; alla prossima nave di soccorso avrebbe dovuto salire separato da Sira.
Teren riprese il contenitore.
Prima di entrare in infermeria, sentì il comandante domandare se la donna avesse ancora il proprio cucchiaio.
Non si voltò.
⁂
La Sesta arrivò a un approdo secondario nove giorni dopo.
L’imbocco della rotta per Arven era ormai lontano. L’equipaggio avrebbe dovuto aspettare un trasferimento. Nessuno sapeva ancora se la nave sarebbe tornata in servizio.
Il cantiere sospese l’assunzione di Teren fino alla verifica delle certificazioni. L’alloggio non gli restituì tutto l’anticipo. La risposta arrivò in una mattina nella quale si era quasi abituato a pensare di aver già pagato il prezzo maggiore.
Lysa lo trovò davanti allo schermo e rimase sulla porta.
«Vado a prendere i bagagli», disse.
«Aspettami.»
Il tecnico chiuse la risposta senza cancellarla.
Nara consegnò Sira alla struttura di cura insieme al contenitore degli imballaggi, al cucchiaio e alla tazza. La donna voleva tenere il sedile rivolto verso l’uscita. Quando qualcuno le passava alle spalle, perdeva il filo di ciò che stava dicendo.
Non salutò l’equipaggio con un discorso.
Il cuoco le mostrò le scorte rimaste e chiese se ci fosse qualcosa che desiderasse portare. Sira indicò un contenitore della pasta morbida, poi lo fece rimettere giù. Non riuscì a scegliere altro.
Teren la rivide dopo alcuni giorni, in una stanza con una finestra vera.
Fuori c’era il muro di un altro edificio. Fra due pannelli qualcuno aveva messo una pianta dalle foglie strette. Il tecnico si fermò a guardarla più a lungo di quanto servisse per riconoscerla.
Sira sedeva vicino al tavolo. La tazza era alla sua destra e il cucchiaio dentro un panno piegato.
«Puoi sederti», disse.
Lui prese la sedia più lontana dalla porta, lasciando a lei il posto dal quale poteva vederla.
Non parlarono subito della nave.
Sira gli chiese se avesse sistemato la valvola sotto la cucina. Lui disse di sì, poi spiegò che il raccordo non era delle dimensioni indicate dal registro e aveva dovuto cercarne uno fra i ricambi recuperati.
La donna seguì la spiegazione con attenzione. Gli fece ripetere una misura e si avvicinò al bordo del tavolo.
Per un momento Teren vide il lavoro che sapeva fare, prima del letto e della porta.
Poi dal corridoio arrivò un colpo e lei rimase immobile.
Il tecnico aspettò. Non riprese la frase dal punto in cui l’aveva lasciata.
Sira abbassò lo sguardo verso la tazza.
«Loro mi chiedono quanto tempo ho perso.»
Teren guardò il panno sul tavolo. Il bordo era stato ripiegato due volte, con una precisione che conosceva dalle file di piccoli imballaggi.
«Non so rispondere», disse lei.
Il tecnico avrebbe voluto dirle il numero dei giorni. Li aveva letti nei registri, con l’inizio, la fine e ogni intervallo misurabile. Non li pronunciò.
«Posso tornare un’altra volta?»
Sira mosse il cucchiaio dentro il panno, controllandone il posto con le dita.
«Prima scrivi.»
Teren annuì.
Quando uscì, sulla scheda accanto alla porta vide il nome completo della manutentrice. Qualcuno lo aveva chiesto a lei, controllato e stampato abbastanza grande da poterlo leggere dal corridoio.
Il tecnico tornò alla Sesta per l’ultimo controllo prima della chiusura.
In mensa non c’era odore di cibo. La cucina era spenta e le sedie erano fissate sotto il tavolo. Teren aprì il vecchio elenco dei bisogni: la richiesta senza nome non compariva più fra i destinatari attivi.
Al suo posto c’era un trasferimento firmato da Nara e accettato dalla struttura di cura.
Non cancellò la traccia del collegamento riparato.
Prima di uscire, passò il panno sul tavolo di servizio e lasciò asciugare il punto dove per quattro sere era rimasto il vassoio in più.

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