«Il rumore arrivava dal cortile, ma Nesto continuava a guardare il tetto.»
La prima cosa che si bagnò fu il foglio sul quale Nesto stava facendo i conti.
Era seduto sotto la tettoia, con la pensione appena riscossa dentro una busta e tre mucchi di monete davanti. Uno per il cibo, uno per la legna, il terzo per una somma che non aveva ancora deciso di spendere.
La goccia cadde proprio sul terzo.
Nesto alzò il viso. Sopra di lui il sole scaldava le lastre della copertura. Il cielo era dello stesso azzurro ostinato che da settimane svuotava i pozzi e faceva crepare le zolle.
Una seconda goccia raggiunse il foglio.
L’uomo spostò il tavolo contro la parete. L’acqua lo seguì soltanto finché rimase vicino al bordo del cortile; oltre, le monete tornarono asciutte.
Si alzò lentamente.
Il rumore arrivava dal cortile, ma Nesto continuava a guardare il tetto.
Le prime righe d’acqua scesero fra il vaso del limone e la pompa. Colpirono la ghiaia, le vecchie piastrelle e il coperchio della cassetta degli attrezzi. Il suono passò da pochi tocchi separati a una specie di stoffa tesa sopra ogni altra cosa.
Nesto entrò in casa, prese un secchio e lo mise nel punto dove gli sembrava che cadesse più acqua.
Poi andò al cancello.
La strada era bianca di polvere. Davanti alla casa di Gerlo una donna camminava tenendo due recipienti vuoti; si copriva il viso con l’orlo del grembiule. Non alzò la testa verso il cielo.
Dal forno oltre la curva usciva una striscia di fumo immobile. Sotto il cancello, invece, la polvere era diventata una pasta morbida che sapeva di pietra e terra rivoltata. Nesto riconobbe quell’odore prima ancora di guardarsi le suole. Da bambino correva fuori apposta per sentirlo quando finiva l’estate.
Nesto allungò un braccio attraverso le sbarre.
L’acqua si fermava a meno di una spanna dal suo gomito.
Rientrò, trovò l’ombrello in cima all’armadio e lo aprì davanti alla porta. Una stecca si piegò al contrario. Non lo usava da così tanto tempo che non ricordava dove fosse rotta.
Gerlo arrivò dal passaggio laterale mentre lui cercava di raddrizzarla.
Il vicino si fermò con un piede dentro e uno fuori. Guardò la punta della propria scarpa diventare scura, poi la ritirò.
«Hai aperto qualcosa?»
Nesto indicò il cielo.
«Non io.»
Gerlo guardò in alto. La pioggia gli arrivò sulle sopracciglia e lo fece arretrare di un passo.
Rimasero sotto la tettoia, osservando il secchio riempirsi.
«Da mia figlia non viene una goccia», disse Nesto.
Il vicino girò appena il viso.
Era la prima volta che lo sentiva nominare Lida dal giorno della lite.
Nesto richiuse l’ombrello. Una delle stecche gli pizzicò un dito e lui la colpì contro il pavimento più forte di quanto servisse.
⁂
La sera provò a svuotare la grondaia.
Aveva riparato tetti per trent’anni, prima di lasciare il lavoro. Conosceva il rumore dell’acqua sotto una tegola e quello di un tubo che riceveva troppo peso. Una perdita aveva sempre un punto dal quale cominciare.
Prese la scala, la appoggiò al muro e salì.
Dall’alto il cortile sembrava una stanza senza copertura. La pioggia cadeva dentro il rettangolo delle mura e non toccava i tetti intorno. Il limone aveva già perso la polvere dalle foglie. Sul lato della strada, invece, una lucertola scaldava la pancia sopra una pietra asciutta.
Nesto infilò il ferro da pulizia nel tubo. Tirò fuori foglie, il guscio di una noce e un pezzetto di stoffa diventato verde. L’acqua cominciò a scendere più in fretta verso lo scarico.
La pioggia non cambiò.
Quando fu buio salì nel sottotetto. Toccò le travi, cercò colature, aspettò con una mano sulla parete. Tornò in cucina con le ginocchia sporche e il secchio ancora mezzo pieno.
La sedia di Lida era contro il muro, sotto l’orologio.
Nesto la rimise al suo posto senza sedersi.
La figlia era venuta quella mattina, prima della pioggia, per riprendere la cartella del bambino. Lui l’aveva tenuta sul banco mentre spiegava che la scuola vicino a casa propria era migliore. Aveva già parlato con il maestro.
«Parlato di che cosa?» aveva domandato Lida.
«Di Nilo. Sa leggere più degli altri, non deve passare le giornate a camminare fino alla tua frazione.»
La figlia aveva steso la mano verso la cartella.
«Gli hai detto che tornerà a stare qui?»
Nesto aveva continuato a spiegare il vantaggio. La stanza del bambino era pronta, la scuola a due passi, la pensione sarebbe bastata anche per lui. Non avrebbe pesato a nessuno.
Lida aveva preso la cartella senza alzare la voce.
«Non puoi decidere dove viviamo mentre faccio la fila per l’acqua.»
«Qualcuno deve pur pensarci.»
La frase gli era tornata in mente durante tutta la salita alla grondaia. Ogni volta aveva trovato un modo migliore di dirla, mai il momento in cui avrebbe potuto non dirla affatto.
La figlia aveva lasciato il pranzo sul tavolo e se n’era andata. Il piatto era ancora in cucina, coperto da un altro piatto.
Nesto lo portò vicino al focolare. L’odore delle cipolle cotte gli fece venire fame e, insieme, un fastidio che non seppe dove mettere.
Fuori, il secchio traboccò sulla ghiaia.
⁂
Il mattino dopo trovò Gerlo con due barili.
Li aveva portati su un carretto e teneva una coperta piegata sopra le doghe, perché non battessero l’una contro l’altra. La pioggia continuava a cadere con la stessa forza della sera.
«Così la perdi», disse.
Nesto guardò lo scarico.
«Da qualche parte deve andare.»
«Appunto.»
Il vicino indicò il cortile. Aveva già visto dove mettere il primo recipiente e dove sarebbe passato il tubo. Un suo cugino teneva ancora la pompa usata per svuotare la cantina dopo la piena. Gerlo conosceva un uomo con altri barili e un altro con una cisterna da trainare.
Nesto lo ascoltò mentre la ghiaia diventava più scura intorno alle scarpe.
«Per farne che cosa?»
Gerlo lo guardò come se gli avesse chiesto a che cosa servisse il pane.
«La gente viene già fino alla piazza per prenderla. Tu la puoi dare senza farla aspettare al pozzo.»
«E i barili?»
«Li metto io. Anche il carro. Facciamo a metà tolte le spese.»
Nesto si voltò verso la casa. Sopra la porta, al chiodo più alto, era rimasta una chiave che Lida non gli aveva mai chiesto di restituire. La teneva perché un giorno avrebbe potuto servire.
«Non deve diventare un mercato», disse.
Gerlo sollevò un barile dalla parte più bassa del carretto.
«Allora aiutami a tirarlo giù.»
Entro mezzogiorno il cortile ebbe due tubi nuovi e una fila di recipienti sotto il muro. Gerlo fece passare l’acqua attraverso le tele pulite e chiuse i barili prima di portarli fuori. Per bere, diceva a tutti di usare le precauzioni abituali; lui vendeva il trasporto e la disponibilità, non una cura miracolosa.
La prima donna pagò con monete piccole e contate due volte. La seconda non le aveva tutte. Gerlo scrisse il suo nome su un quaderno e le lasciò riempire il recipiente.
Nesto la riconobbe: coltivava l’orto oltre il muro di Lida.
«Come vanno le piante?»
La donna guardò il secchio.
«Quelle che restano bevono.»
Nesto avrebbe voluto chiederle della figlia. Aspettò troppo e lei si avviò verso la strada, portando l’acqua con le due mani.
Gerlo gli posò davanti il primo incasso.
Le monete bagnate lasciavano cerchi scuri sul banco.

⁂
Nei giorni successivi Nesto riparò tutto ciò che poteva raggiungere.
Cambiò una guarnizione della pompa. Smontò il gomito dello scarico e trovò un accumulo di ghiaia. Sostituì tre piastrelle inclinate vicino alla cucina e rifissò il lembo della tettoia che il vento faceva vibrare.
Ogni volta aspettava un suono diverso.
La pioggia continuava.
Dal paese arrivavano curiosi che restavano fuori dalle sbarre. Alcuni portavano recipienti, altri soltanto domande. Un uomo provò a passare sopra il muro con una scala e Gerlo lo fece scendere prima che Nesto lo vedesse.
Il vicino aveva sistemato un tavolo sotto la tettoia. Ci teneva il quaderno, le misure e una scatola chiusa da un laccio. Alla sera separava le monete con il pollice, spingendole in due gruppi.
Quello di Nesto cresceva.
L’uomo non lo metteva insieme alla pensione. Lo conservava in un barattolo alto, nella credenza della stanza buona. Aveva cominciato a fare un conto preciso: il debito dell’orto di Lida, il tetto della stanza dove dormiva Nilo, il costo di un inverno senza chiedere favori.
Quando la somma fu abbastanza grande, passò dal proprietario del terreno.
Non disse alla figlia che sarebbe andato.
Il proprietario, una donna con mani larghe e un ginocchio fasciato, lo lasciò parlare fino alla fine. Poi piegò il grembiule e lo posò sullo schienale.
«Lida viene lunedì. Ho già preso accordi con lei.»
Nesto indicò la busta.
«Puoi evitare di farla venire.»
«Preferisco parlarne con chi ha preso il campo.»
Lui tenne ancora la mano sollevata. Alla fine la ritirò e si infilò la busta nella giacca.
Tornando si fermò davanti al sentiero della figlia. La casa si vedeva oltre un filare di pali; sul davanzale della cucina erano state lasciate due zucche piccole, già troppo leggere.
Avrebbe potuto arrivare alla porta in meno tempo di quello impiegato per sistemarsi il colletto.
Nesto rimase sulla strada finché una ruota non sollevò polvere e lo costrinse a spostarsi.
Rientrò dal passaggio laterale. Gerlo stava contando i recipienti da consegnare il giorno dopo.
«Le cose belle arrivano quando uno si mette al sicuro», disse il vicino, guardando la busta.
Nesto la ripose nel barattolo.
Quella notte il rumore sulle lamiere gli sembrò più forte.
⁂
Lida venne il lunedì con un secchio vuoto.
Si fermò fuori dal cancello, nella fila. Nesto la vide attraverso i recipienti e uscì con il cappello ancora in mano.
«Puoi passare.»
La figlia guardò chi aveva davanti.
«Aspetto.»
«Non devi stare lì.»
Lida appoggiò il secchio a terra. Era lo stesso di casa, con il bordo ripiegato in un punto. Nesto lo aveva aggiustato quando lei era ancora abbastanza piccola da entrare sotto il banco senza piegarsi.
Gerlo sollevò la corda che segnava la fila.
«Alla famiglia facciamo dopo.»
La donna prese il manico del secchio prima che potesse spostarlo.
«Non sto chiedendo un favore.»
Nesto sentì gli altri smettere di parlare. Gli venne voglia di rimandare tutti a casa e chiudere le imposte, ma il cortile avrebbe continuato a fare rumore dietro di lui.
Aspettò il suo turno accanto alla figlia.
Quando Lida arrivò al tubo, pagò come gli altri. Nesto guardò Gerlo prendere le monete e segnare la misura. Il vicino era diventato molto preciso con le persone che non volevano ringraziare.
L’uomo seguì la figlia fino alla strada.
«Ho pensato al tetto della tua stanza.»
Lida cambiò mano al secchio.
«Non adesso.»
«Quando piove perde sopra il letto di Nilo.»
La donna guardò il cielo asciutto. Poi guardò lui.
Nesto abbassò gli occhi.
«La grondaia è otturata», disse più piano. «Può succedere anche con un acquazzone corto.»
Lida rimase ferma. L’acqua nel recipiente aveva smesso di oscillare.
«Giovedì», disse. «Nel pomeriggio. Solo quella. Non devi portare niente al bambino.»
Nesto annuì troppo in fretta.
La figlia lo vide e aggiunse:
«E non parlare con il proprietario del campo al posto mio.»
Lui mise la mano nella tasca dove aveva tenuto la busta. Era vuota.
Lida si avviò senza aspettare una promessa.
Nesto la guardò fino al sentiero. Quando rientrò, Gerlo stava slegando il carro.
«Hai fatto bene a non darle tutto subito», disse. «Altrimenti poi non capiscono da dove arriva.»
Nesto rimise il cappello sul chiodo. Il vicino gli mostrò il conto del giorno e lui lo prese senza leggere.
⁂
Giovedì portò la scala e un ferro da pulizia.
Aveva comprato anche un quaderno per Nilo, ma lo lasciò nella credenza prima di uscire. Gli sembrò un gesto incompleto; per tutto il tragitto continuò a cercare con la mano il pacchetto che non aveva.
Lida gli aprì il cancello e indicò il muro dietro casa.
La scala non arrivava bene. Per appoggiarla nel punto giusto dovettero spostare due vasi e una cassa vuota. Nesto afferrò la cassa per portarla nel capanno, poi si fermò.
«Qui?»
La figlia gli mostrò un angolo vicino alla legna.
Lui la posò dove gli aveva detto.
Il cortile di Lida era piccolo, con un filare di pomodori stanchi e una panchina che Oren aveva costruito con assi diverse. Nesto aveva sempre pensato che fosse troppo bassa. Quel giorno si accorse del gradino sotto i piedi: il bambino poteva sedersi senza tenere le gambe sospese.
Salì tre pioli. Lida rimase sotto a tenere la scala.
Nel canale c’erano terra, nidi abbandonati e foglie diventate dure come cuoio. Nesto ne sollevò un pezzo e lo mise nel secchio che la figlia gli tendeva.
«Non rovesciarlo sui pomodori», disse lei.
«Ci sono sempre passati bene.»
Lida non rispose.
Nesto guardò il mucchio secco fra le mani e lo depose nel secchio.
Lavorarono per quasi un’ora. Ogni tanto la figlia spostava la scala, aspettando che lui fosse sceso. Quando trovò una crepa nel metallo, Nesto le mostrò dove avrebbe dovuto mettere una pezza prima dell’inverno.
«Quanto grande?»
Lui indicò la misura con le dita.
Lida prese una matita e la segnò su un pezzo di carta. Nesto stava per dirle che non serviva scrivere, che l’avrebbe ricordata lui. Si fermò con la bocca aperta.
Da dentro la casa arrivava il rumore regolare di una pialla. Oren lavorava a una porta per qualcuno del paese. Non uscì a controllare.
Quando finirono, Lida versò un poco d’acqua nel canale e Nesto guardò il getto scendere libero nel recipiente sottostante.
Il suono lo sorprese. Una piccola corsa liquida, chiara. Era da giorni che non sentiva acqua senza il rumore della pioggia dietro.
Si sedettero sulla panchina e divisero una mela. Lida la tagliò in quattro, tenendo la parte ammaccata dalla propria parte.
Nesto gliela scambiò senza pensarci.
Lei lasciò fare.
Per alcuni minuti non parlarono. Dal frutteto arrivava odore di erba troppo asciutta e la pialla di Oren continuava a fermarsi, riprendere, fermarsi ancora.
«Torno sabato per la pezza», disse Nesto.
Lida posò il torsolo nella ciotola.
«Sabato non ci siamo. Ti dico io quando.»
L’uomo si rimise in piedi prima di aver finito la mela.
Poi si sedette di nuovo e mangiò l’ultimo spicchio.

⁂
Il paese cominciò a usare il cortile di Nesto anche per quello che lui non vedeva.
Gerlo aveva trovato clienti lontani, disposto orari e scritto sui recipienti segni che significavano pagamento fatto, pagamento rimandato, altro da consegnare. Alcuni compravano l’acqua per le case, altri per gli animali. Chi non poteva pagare tornava al pozzo comune e aspettava che ne rimanesse un poco sul fondo.
Una mattina Nesto riconobbe la donna dell’orto vicino a Lida. Era venuta senza recipiente e stava parlando piano con Gerlo.
«Le giornate le ho già fatte», disse.
«Quelle erano per la consegna precedente.»
La donna stringeva un cappello che non aveva bisogno di togliersi, perché erano all’aperto. Nesto la guardò girarlo due volte fra le mani.
«Quali giornate?» domandò.
Gerlo chiuse il quaderno.
«Ci sistemiamo fra noi.»
La donna rispose prima di lui. Aveva lavorato nel magazzino del vicino in cambio di due consegne. Alla fine la quantità d’acqua rimasta da saldare era cresciuta per il trasporto, i recipienti e il tempo della pompa.
Nesto allungò la mano verso il quaderno.
Gerlo lo tenne sotto il proprio palmo.
«Non è denaro regalato. La gente deve sapere che cosa riceve.»
La pioggia faceva suonare il coperchio del barile. Lo stesso colpo ripetuto, sempre nello stesso punto.
Nesto si voltò verso il tubo. L’acqua riempiva una cisterna quasi fino all’orlo. Avrebbe continuato a farlo anche se la donna non fosse tornata.
«Quel trasporto glielo pago io.»
Gerlo prese le monete senza commentare. La donna lo ringraziò con una voce che a Nesto diede più fastidio della discussione.
Il giorno dopo c’era un uomo al suo posto. Quello dopo ancora un altro.
Nesto cominciò a pagare senza farsi vedere. Ogni sera il proprio mucchio si faceva un poco più piccolo, ma il quaderno di Gerlo non diventava più sottile.
Alla fine il vicino gli mise davanti una sedia.
«Tu non sai stare da questa parte del banco.»
Nesto rimase in piedi.
Gerlo aprì il quaderno a una pagina quasi vuota.
«Io ho passato anni dall’altra. Mia zia mi dava da mangiare e il giorno dopo raccontava al vicolo quanta roba avevo preso. Se mi nascondevo per non sentire, diceva che ero anche ingrato.»
Il suo dito seguì la riga bianca fino al margine.
«Ho cominciato a segnare tutto prima ancora di guadagnare. Così nessuno poteva dire che gli dovevo la vita.»
Nesto guardò il cappello dimenticato dalla donna sullo sgabello.
«Adesso lo segni agli altri.»
Gerlo richiuse il quaderno.
«Agli altri almeno dico il prezzo.»
Nesto attese che il vicino avesse finito di parlare. Il colpo sul coperchio continuava a riempire gli spazi fra loro.
Quella sera non riuscì più a dormire nella stanza sul cortile.
⁂
La soluzione arrivò da una cosa che aveva riparato anni prima.
Dietro il muro occidentale passava un canale basso, costruito per portare l’acqua dei tetti verso gli orti. Era quasi interamente asciutto e qualcuno lo usava per scaricare le foglie. Nesto aveva sostituito un tratto di sponda quando lavorava ancora per il paese.
Lo seguì fino alla prima curva. Il fondo era duro, ma integro. Più avanti arrivava alla vasca comune, quella da cui i coltivatori aprivano a turno i piccoli solchi dei campi.
Gerlo lo trovò lì con il bastone da misura.
Non gli chiese che cosa stesse facendo.
«La pompa è mia», disse.
Nesto guardò il cortile oltre il muro.
«Non mi serve la pompa. L’acqua è già più alta del canale.»
«I recipienti, i tubi, il carro. Li tolgo tutti.»
L’uomo annuì.
Gerlo rimase a osservare il terreno, cercando un punto dal quale il progetto potesse sembrare impossibile.
«Hai pensato a tua figlia?»
Nesto alzò la testa.
«Potevi sistemarle la casa. Il campo. Ora stai per regalare tutto a persone che domani si ricorderanno appena come ti chiami.»
L’uomo si rimise a misurare.
Gerlo gli prese il polso.
«Quando smette, non resta niente.»
Nesto guardò la mano del vicino, poi il muro bagnato. Aveva pensato a quello stesso momento ogni sera, contando quanto mancasse alla somma che voleva portare a Lida.
Non era mai bastato.
«Togli i tuoi tubi», disse.
Il lavoro non si fece in un pomeriggio. Occorreva liberare il canale, far verificare il vecchio sbocco e concordare i turni con chi gestiva la vasca. Nesto andò in municipio e aspettò il proprio turno invece di cercare l’impiegato con cui aveva lavorato.
Quando spiegò la proposta, gli chiesero se pretendesse un pagamento.
Lui disse di no.
Tornò a casa con un foglio che autorizzava il passaggio dell’acqua e l’indicazione di due uomini che sarebbero venuti a controllare il lavoro. Per la prima volta, una carta non serviva a promettere qualcosa a Lida.
Gerlo aveva già portato via il tavolo.
Sul pavimento era rimasto il rettangolo asciutto che aveva protetto dalla pioggia.
Nesto lo guardò scomparire, goccia dopo goccia.
⁂
La notte prima dell’apertura il cortile cominciò ad allagarsi.
Gerlo aveva tolto i serbatoi e le derivazioni. Lo scarico vecchio, abituato per qualche settimana a ricevere solo una parte dell’acqua, non riusciva a portarla via abbastanza in fretta. Il nuovo passaggio verso il canale era ancora chiuso per aspettare il controllo del mattino.
Nesto si alzò quando sentì cambiare il rumore.
Non più colpi separati sulla ghiaia. Un tonfo largo contro la soglia della cucina.
Aprì la porta e l’acqua gli coprì le scarpe.
Nella stanza buona il barattolo del denaro era ancora al suo posto. Avrebbe potuto chiamare Gerlo, chiedergli di riportare almeno una cisterna e rimandare l’apertura. Il vicino abitava a pochi passi e teneva il carro già carico sotto il portico.
Nesto prese invece la lampada e andò verso il muro occidentale.
La chiusura provvisoria aveva una tavola fissata fra due blocchi. Doveva essere tolta quando gli incaricati avessero controllato la pendenza. Aprirla tutta al buio avrebbe mandato l’acqua sopra il tratto ancora pieno di terra.
L’uomo mise la lampada sul gradino e andò a bussare a chi abitava lungo il canale.
Il primo non aprì. Il secondo uscì in camicia e si irritò prima ancora di vedere le scarpe bagnate di Nesto. La donna dell’orto arrivò con una pala, chiedendo soltanto dove dovesse andare.
In tre liberarono il punto basso vicino alla curva. Il vicino in camicia illuminava il fondo, Nesto toglieva le foglie compattate e la donna trascinava il materiale fuori dal passaggio.
Gerlo comparve sul proprio portico.
«Ho ancora un barile vuoto», disse.
Nesto si raddrizzò, respirando con le mani sulle ginocchia.
«Portalo, se vuoi.»
«Sai che cosa intendo.»
La donna smise di scavare. Rimase con il piede sulla pala, aspettando.
Nesto guardò la casa. L’acqua aveva raggiunto il primo gradino interno. La credenza sarebbe rimasta asciutta ancora per poco.
«Vengo a prendere un’altra lampada», disse al vicino in camicia.
Non andò verso Gerlo.
Ripresero a lavorare fino a distinguere il fondo del canale per tutto il tratto vicino. Quando gli uomini del controllo arrivarono, al primo chiarore, trovarono quattro pale, tre persone stanche e un cortile che aveva smesso di essere un posto in cui si potesse stare seduti.
Verificarono lo sbocco fino alla vasca. Poi fecero togliere la tavola poco per volta.
L’acqua passò attraverso il muro e cominciò a scendere.
Nesto la seguì fino alla curva. Per la prima volta la sentiva muoversi anche oltre il confine della propria casa.

⁂
La pioggia non smise.
Continuò sul limone, sulle piastrelle rifatte e sul punto nel quale Gerlo aveva tenuto il quaderno. Alla sera il rumore rimase abbastanza forte da coprire i passi di chi veniva a vedere il nuovo passaggio.
Il giorno dopo Nesto contò il danno dentro casa.
Due tavole del pavimento si erano sollevate. La cassapanca bassa aveva bevuto acqua da sotto e una scatola di fotografie si era aperta. Stese le immagini sui panni, senza provare a separare quelle già attaccate.
Il barattolo dei soldi era salvo.
Lo prese e lo portò al banco della cucina. Aveva abbastanza denaro per una parte dei lavori di Lida oppure per cominciare a sistemare il proprio pavimento. Non per entrambe le cose.
La figlia arrivò nel pomeriggio.
Non portava il secchio. Si fermò davanti alle fotografie e ne riconobbe una nella quale Nilo dormiva con la bocca aperta sul grembiule di Nesto.
«Non toccarla», disse lui. «È ancora bagnata.»
Lida lasciò la mano a metà strada.
Guardarono insieme i bordi che cominciavano a incurvarsi.
«La donna dell’orto mi ha detto del canale.»
Nesto annuì.
«Gerlo se n’è andato?»
«Ieri ha portato via l’ultima pompa.»
Lida guardò la credenza, il pavimento e gli attrezzi lasciati fuori posto. Il padre attese una frase che rimettesse insieme tutto ciò che aveva fatto. Quando non arrivò, spostò il barattolo dentro il mobile.
La figlia se ne accorse.
«Non dovevi pagare il campo senza dirmelo», disse.
Nesto appoggiò la mano sullo sportello.
«Volevo che tornaste.»
«Lo so.»
L’acqua correva nel nuovo passaggio. Da fuori sembrava un rumore tranquillo; in cucina si sentiva ogni goccia sulla lamiera.
Nesto non cercò di spiegare che aveva pensato al bene del bambino. Non avrebbe saputo distinguere dove finisse quello e dove cominciasse la stanza vuota sotto l’orologio.
«Avevi già deciso che cosa avrei dovuto fare per meritare l’aiuto», disse Lida.
Lui si sedette.
La figlia rimase vicino alle fotografie.
«Puoi venire domenica pomeriggio. Oren ha finito la porta e la stanza di Nilo è di nuovo libera dagli attrezzi.»
Nesto guardò il chiodo con la chiave.
«Non torno a vivere qui», aggiunse lei.
L’uomo annuì. Questa volta aspettò di sentire se avesse altro da dire.
⁂
Ci furono domeniche in cui la visita andò male.
Nesto criticava qualcosa prima di accorgersene. La finestra lasciata aperta, il modo in cui il bambino teneva un attrezzo, il percorso scelto per andare a scuola. Lida gli indicava la frase e lui si irrigidiva come se avesse sentito uno scricchiolio nel tetto.
Una volta se ne andò troppo presto. La settimana dopo scrisse un biglietto per chiedere se potesse tornare. Lo riscrisse tre volte, togliendo ogni spiegazione di quanto gli fosse costato farlo.
Il cortile continuò a raccogliere acqua.
Gli uomini della vasca venivano a liberare il passaggio quando si accumulavano foglie. Nesto aveva dato loro una chiave del cancello, diversa da quella rimasta in alto sotto l’orologio. Non dovevano bussare per fare il proprio turno.
Gerlo riprese a trasportare legna e materiali. Per qualche tempo passò davanti alla casa senza voltarsi. Il quaderno dei debiti rimase una questione aperta: le persone che avevano lavorato per lui chiesero di vedere le misure annotate e Nesto portò le ricevute che aveva conservato. Non bastò una riunione a sistemare tutti i conti.
Alla seconda Nesto arrivò con una busta di monete. La lasciò sul tavolo, accanto alle ricevute. La donna dell’orto spinse il denaro verso di lui senza neppure aprirla.
«Questo lo riconosco», disse, indicando un segno sul foglio. «È il giorno che ho scaricato i sacchi. Non ero a prendere acqua.»
Gerlo fece girare il quaderno perché tutti potessero vedere.
«C’è una consegna registrata.»
«Ma non da me.»
Nesto guardò la busta. Con quella somma avrebbe potuto chiudere la discussione e tornare a casa prima di buio. Si accorse che stava già cercando la frase con cui proporlo senza offenderla.
La donna aveva ancora il dito sulla pagina.
Lui rimise le monete in tasca.
«Avevi la misura piccola o quella grande quel giorno?» domandò a Gerlo.
Il vicino sollevò una spalla, poi smise. Cercò una pagina precedente. Nesto ricordava il recipiente scheggiato che avevano sostituito dopo la prima settimana; lo disegnò sul retro di una ricevuta. La donna riconobbe il manico fasciato e chiamò l’uomo seduto vicino alla finestra. Lui era stato al magazzino quel pomeriggio.
Rimasero fino a sera. Corressero due righe e ne lasciarono una senza risposta. Gerlo non ringraziò nessuno. Quando chiuse il quaderno, tenne un dito nel punto da cui avrebbero ricominciato.
Fuori la donna sistemò il fazzoletto sui capelli.
«La prossima volta porta anche le ricevute piccole», disse a Nesto.
Lui annuì. La busta gli pesava nella tasca, ma almeno sapeva che cosa cercare nella credenza.
Alla prima sera fredda dell’autunno Nesto mise i recipienti di latta sotto la tettoia, fuori dalla pioggia. Il rumore cambiò subito.
Non aveva mai pensato che una parte di ciò che lo teneva sveglio l’avesse lasciata lì lui.
La settimana dopo Lida arrivò con la misura della pezza per la grondaia. Aveva trovato un pezzo di lamiera adatto fra gli scarti della bottega di Oren.
Lavorarono a casa del padre, al riparo della cucina. Nesto segnò il metallo e poi passò alla figlia le forbici giuste. Quando lei fece il primo taglio, lui si mise a riporre i barattoli per non continuare a guardarle le mani.
Andarono a montarlo insieme. La pezza non combaciava perfettamente. Nesto la tenne ferma mentre Lida trovava il punto in cui fare l’ultima piega.
Al ritorno il suo cortile era ancora bagnato, ma non si sentiva più la pioggia dalla strada.
Nesto aprì il cancello. Aspettò sotto la tettoia finché una goccia non gli raggiunse il dorso della mano.
Ne seguì un’altra, molto più tardi.
Non andò a cercare Lida per mostrarglielo.
Due giorni dopo riprese dal chiodo la chiave della casa della figlia. Il ferro aveva lasciato una piccola mezzaluna chiara sulla parete.
La portò con sé alla visita successiva e la posò sul tavolo della cucina. Lida stava togliendo i semi da una zucca; prima di parlare si pulì le dita sul grembiule.
«Te l’avevo data per le emergenze.»
«Lo ricordo.»
«Non ti ho chiesto di restituirla.»
Nesto fece scorrere la chiave di un dito, allontanandola dal proprio gomito.
«Ho preferito riportarla. Se serve, vieni a chiamarmi.»
La figlia la lasciò dov’era. Per tutto il pranzo lui vide il piccolo dente del ferro accanto al piatto e temette che lei gliela rimettesse in tasca soltanto per non farlo sentire escluso.
Quando si alzarono, Lida la prese e aprì il cassetto delle posate.
Nesto sentì il clic del metallo sul legno. Si chinò a raccogliere un seme caduto sotto la sedia e lo gettò nella ciotola degli scarti.
Poi aiutò a sparecchiare.
⁂
Durante l’inverno continuarono a esserci giorni di pioggia piena.
La prima volta Nesto si arrabbiò con il tubo, poi con una sedia lasciata fuori. Aveva passato una domenica tranquilla con la figlia e gli sembrava di avere fatto tutto ciò che gli fosse stato chiesto.
Sedette davanti al cortile per un’ora, ascoltando l’acqua.
Poi andò a verificare che il canale fosse libero.
La pensione tornò a essere la sua entrata ordinaria. Comprò meno legna del previsto e sistemò il pavimento una stanza alla volta. Il denaro nel barattolo diminuiva, ma le cifre avevano smesso di contenere il nome della figlia.
Nilo venne un sabato, accompagnato da Oren. Portava un piccolo bastone sul quale aveva segnato le altezze del fiume durante le passeggiate.
Nesto gli mostrò il punto in cui l’acqua attraversava il muro. Il bambino infilò il bastone vicino alla sponda e osservò la corrente girarci intorno.
«Qui non fai più pagare?»
«No.»
«Nemmeno se uno ne prende tanta?»
Nesto indicò la vasca oltre la curva.
«Decidono a turno quanta ne serve. Ogni campo ha il suo momento.»
Il bambino rifletté, poi provò a far navigare una foglia lungo il canale. Rimase incastrata quasi subito. La liberò col bastone senza chiedere al nonno di farlo al posto suo.
Quando Oren disse che dovevano andare, Nesto guardò l’orologio. Avrebbe voluto offrire da mangiare, mostrare un altro attrezzo, proporre una visita più lunga.
Prese invece il cappotto del bambino dal chiodo basso.
Nilo se lo infilò e rimase con una manica rovesciata. Nesto aspettò che provasse da solo, poi lo aiutò quando glielo chiese.
Alla porta il bambino si voltò.
«Un altro giorno posso tornare?»
Nesto guardò Oren.
L’uomo annuì.
«Un altro giorno», disse il nonno.
Rimase sulla soglia finché furono arrivati alla strada. Sul bordo del cortile una linea di gocce si spezzava dove cominciavano le pietre asciutte.
Nesto tolse lo sgabello dal passaggio e lo mise sotto la tettoia, accanto all’altro.

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