«Lodan conosceva il respiro di quella strada meglio delle voci di chi ci abitava.»
La terza notte il bambino era seduto sulla bilancia del mercato.
Aveva infilato i piedi nel piatto più grande e teneva stretto il bordo. Ogni volta che si spostava, il peso dall’altra parte urtava il sostegno di ferro.
Lodan sentì quel colpetto prima di vederlo.
Posò il carico di legna, alzò la lanterna e rimase fermo. Nelle due notti precedenti aveva sentito topi sotto i banchi, una persiana allentata, il piccolo tonfo di un dormiente che si girava. Non una voce.
«Scendi da lì.»
Il bambino smise di dondolare. Sotto il berretto aveva una faccia sporca di farina e due occhi così aperti da sembrare doloranti.
«Non mi metto a letto», disse.
Lodan guardò dietro di lui. Le imposte della piazza erano chiuse. Sulla porta del municipio il telo delle udienze pendeva senza muoversi. C’era scritto che le sedute sarebbero riprese al mattino successivo al grande sonno.
«Come ti chiami?»
«Tilo.»
Il custode ripeté il nome fra sé. Non apparteneva ai figli dei fornai, né a quelli della donna che teneva le capre. Il berretto era troppo grande e copriva le orecchie.
«Chi hai lasciato a casa?»
Il bambino abbassò il viso verso i propri piedi.
Lodan gli tese una mano. Tilo guardò le dita annerite di carbone e arretrò sulla bilancia. Il peso urtò ancora il ferro.
Il custode ritirò il braccio.
«Non possiamo restare al freddo. Hai mangiato?»
Tilo fece cenno di no.
Lodan raccolse la legna. Aspettò che il bambino scendesse senza aiutarlo, poi si incamminò piano verso la strada delle cisterne. Dietro di lui arrivarono due passi brevi, una pausa e altri due passi.
Nella prima casa dovevano ancora essere cambiati i panni sotto la brocca.
⁂
A Velsa si dormiva per tre notti, ogni anno, quando il gelo cominciava a chiudere i canali.
Prima del tramonto ciascuna famiglia prendeva dal braciere comune un mattone rosso. Lo deponeva nel focolare pulito, lo copriva con la piastra di rame e preparava i letti. Al rintocco della campana il sonno arrivava attraverso il calore dei muri. Chi era in una casa senza quella brace rimaneva sveglio.
Alla fine della terza notte il rosso si spegneva e tutti riaprivano gli occhi. Le ginocchia facevano meno male. Per qualche giorno persino chi urlava al mercato parlava piano.
Lodan aveva trascorso diciassette grandi sonni senza chiudere occhio. Il suo alloggio, come quello dei due sorveglianti del braciere, aveva il focolare freddo. Il giorno della consegna dei mattoni si scaldavano nella cucina esterna, prima della campana.
Durante le notti il custode controllava le stufe, cambiava i panni, sosteneva le teste quando qualcuno tossiva. Passava in ogni casa secondo un ordine segnato sul quaderno. La guardia alle porte restava affidata alle grate, che venivano abbassate prima del rito.
Quell’anno aveva sessantadue focolari e la grande stufa dell’ospizio.
Nella casa delle cisterne una donna dormiva con la bocca socchiusa. Lodan le sistemò il cuscino, poi bagnò il panno vicino alle labbra. Le dava sempre fastidio l’aria secca.
Il bambino rimase sulla soglia.
«Non svegliarla», sussurrò.
«Le metto il panno.»
Lodan mostrò il tessuto prima di chinarsi. La donna respirò più facilmente. Nel letto accanto suo marito mosse un piede sotto la coperta.
La stufa mandava un calore regolare. Dietro lo sportello il carbone aveva una luce scura, quasi viola. Non c’era fiamma. Lodan verificò il tiraggio e spostò una sedia troppo vicina.
Tilo si portò due dita alle palpebre.
«Sono lì dentro.»
Il custode guardò verso l’angolo della stanza.
«Chi?»
«Quelli che camminano. Non vedi?»
Lodan si avvicinò al letto. Sotto le palpebre della donna passò un’ombra sottile. Non uno scatto degli occhi: una sagoma allungata, come una persona vista dietro un telo. Arrivò all’angolo del naso, si fermò, tornò indietro.
Il marito ebbe lo stesso movimento un respiro dopo.
Lodan abbassò la lanterna. L’ombra rimase.
Il bambino tirò la manica del suo cappotto.
«Adesso non dirmi che me lo sono inventato.»
L’uomo non rispose. Aprì il quaderno e guardò la riga di quella casa. Aveva segnato due visite, una brocca sostituita e una coperta in più. Nessuno spazio per quella cosa.
Richiuse il quaderno.
Nel corridoio si fermò ad ascoltare. Lodan conosceva il respiro di quella strada meglio delle voci di chi ci abitava. Quella notte gli sembrò che fra un fiato e l’altro ci fosse qualcuno in attesa.

⁂
Il vecchio forno aveva perso la cappa due inverni prima. La bocca era stata murata e i mattoni del piano venduti a uno scalpellino.
Tilo dormiva dietro il banco, fra i sacchi vuoti. Aveva portato un mantello, una crosta di formaggio e un piccolo animale scolpito nel legno. Non era riuscito a prendere il pane, che la madre aveva già riposto nella madia.
Lodan lasciò il fascio di legna vicino alla porta.
«Eri qui quando ha suonato?»
Il bambino annuì.
«Sapevi che non ti saresti addormentato.»
Tilo raccolse la crosta da terra e la rimise nel sacco, benché non fosse rimasto nulla da mangiare.
«La prima notte ho dormito un poco qui, sui sacchi. Poi ho visto quelli, nella stanza di mia madre.»
«Sei andato a casa?»
«A vedere se stava bene.»
Sul banco c’erano tre piccoli mucchi di sassolini. Il bambino li toccò uno dopo l’altro.
«Tu conti così le notti?»
«Sì.»
Lodan si passò una mano sulla faccia. Erano tre. Il bambino non aveva sbagliato il conto.
Lo portò nel proprio alloggio, dietro il deposito. Gli diede una fetta di pane e una coperta. Tilo mangiò in piedi, senza togliersi il mantello.
Sul tavolo del custode c’era una busta piegata. Lodan la girò con il lato scritto contro il legno, ma il bambino aveva già visto il sigillo delle udienze.
«Vieni a vedere mia madre?» domandò.
«Dimmi dove abiti.»
«In fondo alla via dei tintori. La casa con la finestra bassa.»
Lodan ricordò una porta segnata di verde e la donna che versava olio nelle lampade. Aveva una fasciatura alla mano sinistra. Una volta, durante il giro, lui le aveva spostato il braccio sopra la coperta.
«Brela?»
Tilo smise di masticare.
Il custode guardò la busta rovesciata. Il fratello gli aveva chiesto di accompagnarlo all’udienza, la mattina dopo il sonno. Non come testimone. Come fratello, aveva precisato.
«Ti ha detto qualcosa di me?» domandò Lodan.
«Chi?»
«Tua madre.»
Il bambino scosse la testa.
Lodan prese le chiavi e si mise la lanterna al fianco. Prima di uscire strappò un altro pezzo di pane e lo lasciò nella mano di Tilo.
⁂
Brela dormiva su un fianco. Sulla sedia, vicino al letto, erano state messe la veste buona e una scarpa con la suola nuova. L’altra era ancora sul banco da lavoro, accanto alla pece.
Lodan si chinò sul focolare.
Il mattone sotto la piastra era caldo. Avrebbe dovuto cominciare a diventare grigio dagli angoli. Invece aveva lo stesso rosso pieno della prima notte.
Nel recipiente di rame vicino alla stufa trovò una polvere fine. Ne rimase una traccia azzurra sul guanto.
Tilo era salito sullo sgabello per guardare la madre.
«Non toccarle gli occhi», disse Lodan.
Il bambino tolse la mano.
Sotto le palpebre della donna si muovevano due ombre. Una camminava avanti e indietro, l’altra rimaneva ferma davanti a lei. Quando Brela mosse il braccio fasciato, la seconda si allungò.
Tilo scese dallo sgabello.
Lodan accostò il guanto alla lanterna. La polvere prese un colore più chiaro. Ne aveva vista una simile nelle ciotole della sorvegliante del braciere, usata in dosi piccole per regolare i mattoni che perdevano calore troppo presto.
Ersena non ne aveva mai lasciato un recipiente nelle case.
Il custode uscì con il bambino e chiuse piano.
Nella strada del mercato il gelo disegnava un bordo bianco lungo le canalette. Le insegne pendevano immobili. Sopra il banco del pesce un telo rigido conservava la forma di una mano che lo aveva tirato; sotto, il ghiaccio delle vasche era ormai spesso. Dalle ciminiere saliva un fumo così sottile da sparire prima dei tetti.
Lodan passò davanti alla porta di suo fratello.
Arven abitava al pianterreno. Aveva lasciato una lampada pronta sul davanzale, come gli aveva chiesto. Vicino al letto c’erano gli stivali della guardia e una cintura senza fibbia: gli era stata tolta insieme all’incarico.
Lodan entrò da solo.
Il fratello dormiva con la spalla destra sollevata, sempre un poco più alta dell’altra. Quando erano ragazzi si era messo fra lui e il padre, davanti alla porta della rimessa. Da allora non riusciva a portare un secchio con quel braccio.
Lodan tirò la coperta sopra la spalla scoperta.
Arven, al cancello, usava la mano sinistra. Era quella con cui aveva colpito Brela quando lei si era opposta al prelievo delle sue scorte d’olio. La donna non era caduta subito. Il fratello glielo aveva raccontato come se quel dettaglio cambiasse la forza del colpo.
Il custode rimase accanto al letto più del necessario.
Quando tornò fuori, Tilo stava toccando la serratura gelata con la punta del mantello.
«Non bisogna metterci le dita», disse il bambino.
Lodan gli fece spazio sul gradino e chiuse la porta.
⁂
Ersena lo aspettava nel locale del braciere.
Portava una veste grigia, con le maniche fermate sopra i polsi. Una fila di ciotole era pronta sul banco e il sorvegliante Brin stava caricando il carretto delle visite. Dietro di loro la vasca delle braci illuminava il muro, ma non faceva quasi rumore.
«Hai trovato il bambino», disse Ersena.
Tilo si strinse al cappotto del custode.
La donna guardò la farina sul berretto, poi la punta delle sue scarpe.
«Lo portavo a casa dopo l’ultimo giro», disse Lodan.
Ersena gli mostrò una sedia.
«Prima riposati. Hai gli occhi rossi.»
Lodan rimase vicino alla porta.
«I mattoni non si stanno spegnendo.»
Brin smise di riempire una ciotola. Ersena prese il mestolo dalle sue mani e finì il lavoro.
«L’inverno è cominciato male. Non hanno riposato abbastanza.»
«Tre notti.»
«Quest’anno non bastano.»
La donna lo disse senza abbassare la voce. Passò il mestolo al sorvegliante e si lavò le dita nella bacinella. La mano destra non si apriva bene; per asciugarla doveva tirare il panno fra le dita una alla volta.
«Quanto?» domandò Lodan.
Ersena si voltò verso il braciere.
«Finché non ci sarà più bisogno di strappare qualcuno dal letto per sentirlo accusare un altro.»
Il custode sentì Tilo avvicinarsi ancora.
«Domani devono svegliarsi.»
«A che cosa?»
La donna indicò il municipio oltre la finestra. Sul vetro si vedeva soltanto il riverbero della vasca.
«Alle sedute. Alle botteghe che non riaprono perché un fratello ha denunciato l’altro. Ai bambini che imparano quali porte evitare.»
Lodan guardò le ciotole.
«E questo che cosa fa?»
«Tiene insieme ciò che nel sonno cercano ancora di separare.»
Gli venne in mente l’ombra ferma davanti a quella di Brela.
Ersena gli posò una ciotola vicino al guanto.
«Tu li vedi quando stanno bene. È successo qualcosa, nelle case, in queste notti?»
Lodan pensò alle coperte, ai respiri regolari. Nessuno aveva gridato. Nessuno aveva stretto un polso altrui.
«Sono addormentati», disse.
Ersena guardò la busta che spuntava dalla sua tasca. Era il foglio che aveva preso dal tavolo prima di uscire, senza accorgersene.
«Anche tuo fratello.»
Brin si schiarì la gola. Il custode ripiegò il bordo della busta all’interno del cappotto.
La donna tornò al banco.
«Finisci il giro. Non lasciare che prendano freddo.»
Lodan non prese la ciotola.
Non disse neppure che sarebbe tornato a spegnere il braciere.
⁂
Nella casa del cestaio trovò la prima toppa.
Lo sportello del focolare era stato chiuso con una fascetta di ferro. Sulla parete qualcuno aveva scritto col gesso di non aprire prima del passaggio della sorvegliante. Il cassone della legna conteneva ancora i ciocchi preparati per il risveglio.
La brace della stufa serviva al calore. Quella nel focolare teneva il sonno. Ogni custode imparava a distinguerle il primo anno, e imparava anche il gesto da fare se una casa doveva essere svegliata prima: togliere il mattone, ripulire il piano e accendere legna asciutta sulla pietra nuda. Un fuoco vivo, non carbone sotto il rame.
Lodan lo aveva fatto una volta, durante il crollo di una copertura. La famiglia si era svegliata tossendo e aveva potuto uscire. Nessuno nelle case accanto aveva aperto gli occhi.
Ora i focolari erano legati.
Controllò altre quattro porte. In una trovò lo stesso ferro; in due una serratura nuova. La quinta era la casa di Brela. Mentre erano al braciere, qualcuno aveva fissato una sbarra anche lì.
Tilo si fermò sul pavimento, davanti alla madre.
«Tu puoi aprirla?»
Lodan mise una mano sul ferro. Era ancora tiepido alle estremità.
«Posso.»
Il bambino aspettò.
Il custode guardò il letto. Se svegliava Brela, al mattino la donna avrebbe indossato la veste sulla sedia. Avrebbe preso il foglio, avrebbe attraversato la piazza. Il fratello di Lodan non avrebbe avuto altre tre notti, né un altro anno.
«Devo trovare un attrezzo», disse.
Il bambino non si mosse.
«Nel deposito.»
Tilo lo seguì fino alla porta. Prima di uscire tornò indietro, sistemò un lembo della coperta sotto la mano fasciata e lasciò il piccolo animale di legno sul cuscino.
Lodan lo vide appoggiare una cosa che non aveva lasciato neppure per mangiare.
Non riuscì a chiedergli di affrettarsi.
⁂
Nel deposito la pentola era dove l’aveva lasciata il giorno prima.
Il custode accese il fornello della cucina esterna. Il primo schiocco della legna fece voltare Tilo, che si fermò a pochi passi come davanti a un animale vivo.
«Non si addormenta nessuno qui», disse Lodan.
Il bambino rimase ad ascoltare.
Il fuoco riprese con un crepitio basso. Lodan mise l’acqua a scaldare e tagliò una rapa. Aveva bisogno di mangiare prima di tornare nelle case, e il bambino cominciava a tremare anche sotto la coperta.
Tilo volle lavare la seconda rapa. La girava fra i palmi con una cura lenta, togliendo la terra dai piccoli avvallamenti.
«Sei capace di tagliarla?» domandò il custode.
«Non come fai tu.»
Lodan la prese, la divise e lasciò che il bambino mettesse i pezzi nella pentola.
Mentre aspettavano, Tilo gli mostrò una tasca cucita all’interno del mantello. Ci entrava esattamente l’animale di legno. Era un tasso, disse, non un cane. Il custode non aveva chiesto, ma gli sembrava importante annuire.
«Gli avevo fatto le orecchie. Una si è rotta.»
«Con che cosa l’hai scavato?»
«Il coltellino di mia madre. Quando lo usa lo devo tenere fermo io, adesso.»
Lodan mescolò la minestra. Sotto il coperchio si alzò un odore dolce, di radice e acqua calda. Il bambino avvicinò le mani al vapore, non alla fiamma.
Mangiarono su due cassette. Tilo soffiava a lungo su ogni cucchiaio; Lodan si scottò la lingua perché continuava a guardare la porta del deposito.
Quando il bambino posò la scodella vuota, il custode aprì il ripostiglio degli attrezzi.
Prese il ferro per le fascette e le pinze grandi. Poi tornò al tavolo, spianò la convocazione del fratello e la mise nel cassetto dei documenti da consegnare al mattino.
Tilo lo guardava.
«L’uomo della casa con la lampada è tuo fratello?» domandò.
Lodan chiuse il cassetto.
«Sì.»
Il bambino strinse il bordo della coperta.
Il fuoco si assestò con tre piccoli schiocchi. Lodan lasciò le mani sulle ginocchia, dove Tilo potesse vederle.
«Io quella mattina non c’ero», disse. «Non posso raccontare com’è andata. Ma non dirò che tua madre deve stare zitta.»
Tilo guardò la porta aperta della cucina.
«Mi metti da un’altra parte mentre dormi?»
Il custode impiegò un momento a capire.
«Non nella sua casa», rispose. «E non nella stanza del braciere.»
Il bambino riavvicinò la scodella alla pentola.
«È rimasta?»
Lodan gliene versò ancora un poco.

⁂
La prima persona che svegliò fu Sella, la donna che teneva il deposito delle coperte.
Non aveva figli in città e abitava sopra il locale degli attrezzi. Lodan la scelse perché conosceva i letti dell’ospizio e sapeva chi non poteva alzarsi da solo. Tilo aspettò nella cucina, al riparo, con la porta socchiusa.
Il custode ruppe la fascetta. Il ferro gli scivolò una volta sul polso, lasciando un solco rosso. Lavorò più piano.
Tolse il mattone con le pinze e lo mise nel recipiente di sabbia usato per quel compito. Pulì il piano del focolare e preparò la legna. Prima di accendere verificò la cappa: lo sportello alto era stato bloccato dall’esterno.
Uscì sul ballatoio, liberò il fermo e tornò dentro.
Al primo crepitio le dita di Sella si mossero sul lenzuolo.
Lodan rimase accanto al letto. Sotto le palpebre passò un’ombra che non trovò subito la strada per tornare indietro. La donna fece un lungo respiro e aprì gli occhi.
«È già mattina?»
Lui scosse il capo.
Sella provò a sollevarsi, poi si lasciò ricadere. Il custode aspettò che la stanza smettesse di girarle.
Le raccontò delle ciotole, delle serrature, dei mattoni che non volevano spegnersi. La donna lo ascoltò seduta sul letto, tenendo la coperta contro il petto.
Quando Lodan smise di parlare, guardò la sabbia intorno al mattone.
«Ersena lo sa?»
«È lei che li tiene accesi.»
Sella si passò una mano sulle labbra.
«L’ospizio?»
«Non ci sono ancora tornato.»
La donna cercò le scarpe con i piedi. Gliene mancava una; Lodan la trovò sotto il letto e si chinò per avvicinarla.
«Prima che andiamo», disse lui, «c’è il bambino. È sveglio da due giorni.»
Sella lo guardò davvero per la prima volta. Poi allungò una mano verso la veste appesa.
Brin li fermò sulle scale.
Aveva visto il fumo diverso salire dalla cappa. Portava il carretto con le ciotole e un mazzo di piccoli ferri nuovi. Sella rimase sul gradino, una mano al muro.
«Dovevi tenere il caldo, non aprire i fuochi», disse il sorvegliante.
Lodan appoggiò le pinze contro il fianco.
«Dovevo guardarli per tre notti.»
Brin guardò Sella. La donna non aveva ancora finito di allacciare il colletto.
«Domattina chiederanno perché li hai svegliati prima del tempo.»
«Domattina non si svegliano, con quella polvere.»
Il sorvegliante posò il palmo sul bordo del carretto. Sembrava sul punto di spingerlo fra loro e la strada. Dal fondo delle scale arrivò un passo piccolo.
Tilo si fermò quando vide i due uomini.
Sella scese e gli prese la coperta che stava per cadere. Il bambino gliela lasciò sollevare.
Brin guardò la ciotola più vicina. Sulla polvere era rimasto il segno del mestolo.
«Non sapevo delle serrature», disse.
Lodan indicò i ferri appesi al carretto.
Il sorvegliante non trovò altro da aggiungere.
⁂
Ersena arrivò mentre stavano uscendo dal deposito.
Non corse. Passò accanto al carretto e si fermò davanti a Sella, che teneva Tilo per una mano. Il bambino si nascose dietro la coperta.
«Rientra», disse alla donna. «Ti sei alzata troppo presto.»
Sella strinse il mantello sul petto.
«Vado a vedere i letti.»
Ersena cercò Lodan.
«Hai dato la tua parola quando ti hanno affidato le chiavi.»
Il custode sentì il mazzo battergli contro la coscia.
«Di lasciarli in vita fino al mattino.»
La donna guardò verso le finestre della via. Era la stessa strada dove medicava febbri e ferite da molti anni. Lodan ricordava le ceste lasciate al suo ingresso, le famiglie che la chiamavano senza aspettare il giorno.
«A me hanno detto che dovevo parlare», disse Ersena. «Avevo visto il segno della cinghia sulla schiena di una ragazza. Ho detto chi l’aveva fatto.»
Alzò la mano destra. Le dita restarono piegate.
«Mi hanno interrogata tre volte. Poi lui è tornato a casa sua e io non ho potuto tenere un ago per un anno. Quelli che mi avevano chiesto la verità attraversavano la strada per non salutarmi.»
Sella abbassò gli occhi verso la mano. Non lasciò quella di Tilo.
Ersena si voltò verso Lodan.
«Li hai mai sentiti gridare mentre dormono?»
Dal deposito arrivò lo schiocco di un ciocco nella cucina. Il custode si accorse di aspettare quel rumore.
«Ho visto tuo fratello portarti sulle spalle quando avevi la febbre», continuò la donna. «Lo ricordi anche tu, o domani ti basta una sedia fra chi lo giudica?»
Lodan abbassò le pinze. Era una cosa che ricordava. La spalla ancora sana del fratello, la stoffa che sapeva di pioggia, la propria guancia appoggiata lì.
Alle sue spalle Tilo fece un passo indietro.
Il custode rialzò la testa.
«La madre di questo bambino era sveglia quando lui l’ha colpita.»
Ersena si avvicinò. Teneva la voce bassa, quasi come nelle stanze dei malati.
«Appunto.»
Lodan le passò accanto e prese dal carretto una delle ciotole. Non la svuotò. La mise dentro il deposito, nello stesso armadio dove conservava le ricevute della legna.
«Questa resta qui.»
Ersena gli afferrò il polso, proprio sul graffio. Lui trasalì, ma non si liberò tirando.
«Non portarla via», disse a Brin.
Il sorvegliante guardò l’armadio aperto.
«E non mettere altro nelle case.»
Brin si tolse il mazzo dei ferri e lo lasciò sul carretto.
Ersena aprì la mano. Lodan ebbe il tempo di vedere che le tremava prima che la nascondesse nella manica.
«Allora guarda bene ciò che restituisci», disse.
Si allontanò verso l’ospizio.
⁂
Lodan svegliò il cestaio e la donna che gestiva le cisterne. Aspettò accanto a entrambi finché poterono mettersi in piedi, poi mostrò loro il gesto del focolare.
Non bastava correre con una torcia. In ogni casa bisognava liberare lo sportello, controllare la cappa e togliere tutta la brace estranea. Il cestaio trovò terra pressata nel proprio camino; se Lodan avesse acceso senza controllare, la stanza si sarebbe riempita di fumo.
I tre lavorarono nelle case vicine. Le prime voci erano rauche, le domande confuse. Un uomo si irritò per il letto sporco di cenere e Lodan rimase ad ascoltarlo finché capì che cosa stava succedendo.
Sella accompagnò Tilo fino alla casa di Brela.
Il custode arrivò quando avevano già preparato i ciocchi. Tagliò il ferro che aveva visto poco prima e lo lasciò sul davanzale. Sella si occupò del focolare; lui andò accanto al letto.
Tilo aspettava ai piedi della madre.
Quando la donna aprì gli occhi, il bambino non si mosse. Aveva tirato fuori il tasso dal cuscino e lo teneva con la zampa rotta verso il petto.
Brela sollevò la mano sana.
Tilo si arrampicò sul letto. Lodan uscì prima che la donna vedesse chi c’era nella stanza.
Sulla soglia dovette fermarsi. Il ginocchio gli cedeva ogni volta che si abbassava a un focolare e il polso graffiato si era gonfiato dentro il guanto. Non vedeva l’alba. Dietro i tetti c’era soltanto un grigio più chiaro.
Brin arrivò dall’ospizio.
«Ha chiuso lo sportello grande. Dice che nessuno deve alzarsi finché non saremo tutti d’accordo.»
Lodan guardò la strada che portava alla casa di suo fratello.
«Quanti sono ancora dentro?»
«Diciotto.»
Il sorvegliante teneva in mano la chiave dell’ospizio, ma non quella della stufa.
«Ci sono anche i miei vecchi», aggiunse.
Lodan gli passò il fascio dei piccoli ferri raccolti dal carretto.
«Vai di porta in porta. Fatti aiutare da chi si è già alzato. Controllate i camini prima di accendere.»
Brin guardò il polso del custode.
«E tu?»
Lodan riprese le pinze con l’altra mano.
⁂
Nell’ospizio il calore era troppo alto.
I diciotto letti stavano intorno a un muro centrale che conteneva la grande stufa. Tutti ricevevano il calore dallo stesso corpo di pietra; per il sonno era stato preparato un unico ripiano, più largo dei focolari domestici.
Ersena aveva svuotato lì le ciotole rimaste.
La luce dietro lo sportello non era rossa. Aveva un bordo pallido che faceva sembrare le coperte lontane, come viste attraverso acqua ferma. Lodan passò una mano davanti agli occhi. La stanza tornò vicina per un istante.
La guaritrice era seduta accanto a una donna molto vecchia. Le teneva il panno sulle labbra.
«Non lasciarla senza questo», disse quando lo vide.
Lodan prese il bordo del tessuto e lo spostò perché la donna potesse respirare. Sotto le palpebre si muovevano tante ombre piccole, tutte dirette nello stesso punto.

«Dov’è la chiave?»
Ersena guardò lo sportello.
«Non li reggerai tutti quando si alzano.»
Il custode attraversò la stanza. La serratura era stata bloccata con un perno, non con una chiave. Lo riconobbe: apparteneva alla cerniera della grata esterna. Non sarebbe riuscito a romperlo con le pinze.
Dietro di lui un letto scricchiolò.
Arven era sulla porta.
Aveva una coperta sulle spalle e i piedi nudi negli stivali. Qualcuno lo aveva svegliato durante il giro. Il fratello guardò Ersena, poi i letti.
«Che cosa è successo?»
«Aiutami a cercare il gancio lungo», disse Lodan.
Arven andò verso la parete degli attrezzi. L’altro salì sul basso ripiano dietro la stufa, dove c’era l’apertura di servizio. Aveva usato quel passaggio per pulire la fuliggine. Da lì poteva liberare il fermo interno, ma avrebbe dovuto sollevare la piastra ancora calda.
Ersena si alzò.
«Vuoi che veda anche lui?» disse, indicando Arven. «Tutto quello che avevate messo da parte?»
Il fratello si fermò con il gancio in mano.
Lodan guardò il ripiano della stufa. Il bambino non era lì; Brela era sveglia nella propria casa. Non erano più cose che poteva rimettere a posto togliendole dalla vista.
«Passamelo», disse.
Arven gli porse il gancio.
Lodan lo infilò nel punto che conosceva, cercando il fermo senza spingere dentro le braci. La punta toccò ferro, scivolò e urtò la pietra. Il polso gli cedette.
Il fratello si avvicinò.
«Scendi. Lo faccio io.»
Non avrebbe potuto allungare il braccio destro. Lodan lo vide fare il gesto di sollevarlo e fermarsi a metà.
«Tieni fermo il ripiano.»
Ersena passò dietro Arven. Cercò il gancio con la mano piegata. Lui si mise fra lei e la stufa, senza colpirla; la donna provò a passare dall’altro lato.
Lodan sollevò la piastra quel tanto che bastava. Il calore arrivò attraverso il guanto e gli piegò le dita. Riuscì a smuovere il fermo, poi lasciò andare il gancio.
Lo sportello grande si aprì contro il sostegno esterno con un colpo secco.
Il custode scese a fatica. Appoggiò la mano alla parete fredda e la tenne lì, mentre Arven spostava gli attrezzi per liberare il passaggio.
Sella arrivò con il cestaio e due donne appena svegliate. Videro la luce pallida e si fermarono prima di avvicinarsi.
Lodan indicò i recipienti della sabbia.
Lavorarono senza versare acqua sulle braci. Sella restò ai letti, mentre gli altri liberavano il ripiano e controllavano il tiraggio. Ersena cercò di riprendere una paletta piena; una donna le tenne il braccio lontano dal calore e il cestaio portò via il recipiente.
Il custode riuscì ad aprire la mano soltanto quando ebbero finito.
Sul piano ripulito misero la legna asciutta del deposito. Lodan indicò il punto in cui sistemare i primi pezzi, ma non tentò di accenderli lui.
Fu Sella ad avvicinare la fiamma.
Il primo crepitio sembrò troppo piccolo per quella stanza.
Un uomo mosse la bocca sul cuscino. Una donna allungò una mano verso il bastone. Poi il fuoco prese il ciocco più sottile e il rumore riempì la stufa.
⁂
Non si svegliarono tutti insieme.
Alcuni aprirono gli occhi e li richiusero, troppo stanchi per capire. Una donna chiamò una persona morta da anni; un’altra si irritò perché le avevano spostato il cuscino. Sella andò dall’una all’altra, chiedendo agli aiutanti di non farli alzare in fretta.
Ersena era sulla sedia vicina alla porta. Il cestaio rimase davanti a lei finché arrivarono due uomini a darle il cambio. Nessuno le chiese di occuparsi dei letti.
Quando il sole toccò il bordo della finestra, dalla strada arrivava un rumore di stoviglie. Qualcuno aveva aperto le imposte prima ancora di vestirsi. Una persona chiamò il custode dal vicolo, poi un’altra rispose che era all’ospizio.
Arven gli fasciò la mano come poteva, senza stringere sulle dita.
«È sveglia?» domandò.
Lodan annuì.
Il fratello tenne il capo della benda per un momento. Aveva capito di chi stavano parlando.
«Pensavo che avresti chiesto di rimandare.»
Il custode guardò la fascia.
«Ci ho pensato.»
Arven abbassò gli occhi. Sul pavimento c’era una scarpa dell’ospizio, caduta durante il risveglio. La raccolse e la mise sotto il letto più vicino.
«Vieni con me?»
Lodan sentì il peso delle chiavi nella tasca.
«Sì. Ma non entro per dire che non è successo.»
Il fratello rimase fermo. Poi finì di sistemare la benda.
Alla stanza del braciere trovarono le ciotole contate, le serrature di ricambio e il quaderno delle dosi già preparate per le notti successive. Brin portò tutto al municipio insieme al carretto. Lodan consegnò la ciotola che aveva conservato e raccontò quando aveva visto i ferri sulle porte. Non sapeva ancora che cosa avrebbero deciso di Ersena. Chiese che qualcuno le controllasse la mano, ma non che le restituissero le chiavi.
Il custode lasciò anche le proprie sul banco.
Fino a quando non avessero chiarito ogni cosa, non sarebbe tornato a sorvegliare da solo. L’alloggio gli restava per il momento, il compenso no. Doveva esserci un’altra persona capace di controllare il quaderno, gli sportelli, perfino le visite che lui non aveva annotato.
Scrisse con la mano buona il nome di Brela e l’ora della prima sbarra vista. Lasciò vuoto il punto nel quale avrebbe dovuto spiegare perché non l’avesse aperta subito. Poi tornò a quella riga e scrisse anche quello.
⁂
L’udienza cominciò più tardi del previsto.
Nella piazza si discuteva ancora di chi avesse preso la legna senza chiederla e di un vecchio credito tornato alla mente appena aperti gli occhi. Un uomo giurava che avrebbe lasciato la città prima del grande sonno successivo. La donna delle cisterne gli rispose che ne parlava da dieci anni.
Lodan era seduto vicino alla porta del municipio. Aveva lasciato il cappotto addosso al fratello, che aspettava in un’altra stanza. Non sapeva quanto sarebbe durata l’attesa.
Brela arrivò con Tilo e la veste preparata sulla sedia. Teneva la mano fasciata dentro un guanto largo. Quando vide Lodan, si fermò.
Il custode si alzò.
Lei guardò la sua benda, ma non domandò nulla. Non lo ringraziò e non cambiò strada. Entrò nel municipio facendo attenzione a non urtare lo stipite con la mano.
Tilo rimase un passo indietro.
«Mi hanno detto di aspettare qui.»
Lodan gli mostrò la panca accanto al muro. Sella aveva portato una coperta e si era seduta dall’altro lato della porta. Il bambino non sarebbe rimasto solo durante l’udienza.
Tilo tirò fuori il tasso. La zampa rotta spuntava dalla tasca del mantello.
«Si può aggiustare?» domandò al custode.
Lodan allungò la mano sana, poi aspettò. Il bambino gli posò l’animale sul palmo.
«Bisogna trovare un pezzo di legno uguale.»
«Non me lo cambiare tutto.»
«No.»
Glielo restituì.
Per un poco guardarono la gente passare. Da una finestra aperta arrivò il crepitio di una stufa appena ravvivata. Qualcuno nella stanza delle udienze spostò una sedia con un rumore lungo, sgradevole.
Tilo piegò le gambe sulla panca. Posò il tasso vicino alla guancia e abbassò una palpebra, poi la rialzò subito.
Lodan sentì Sella sistemarsi sulla sedia accanto alla porta. La donna gli fece un cenno: quando lo avessero chiamato, sarebbe rimasta lei.
Il bambino chiuse gli occhi una seconda volta.
Questa volta non li riaprì.

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