«Brena tolse le mani dalla ruota, ma il rombo continuò a salirle lungo le braccia.»
La voce venne fuori insieme alla sabbia.
Brena aveva aperto il piccolo scarico d’ispezione e aspettava che il fondo del recipiente diventasse visibile. Prima uscì un grumo scuro. Poi una foglia quasi intera, rimasta chiusa su se stessa per chissà quanti anni.
Infine qualcuno disse:
«Al guado non ci lasciano passare.»
Brena richiuse lo scarico.
Sotto la passerella il rombo della diga continuò uguale. Dall’altra parte del muro l’acqua saliva lentamente, alimentata dalle piogge che da due giorni cadevano sulle montagne. Ai suoi piedi, nel recipiente, un’ultima bolla si ruppe contro il bordo.
La manovratrice aspettò.
Conosceva le voci dell’acqua. Da bambina era andata con sua madre alla riva per sentire il concerto che il lago restituiva ogni primavera. Una musica sottile, ormai quasi senza strumenti. La nonna diceva di averla sentita più forte quando il muro era nuovo.
L’acqua ferma conservava i suoni. Li teneva separati finché nessuno la smuoveva troppo; passando fra le pietre dei canali, li lasciava uscire. Una volta dispersi nella corrente, non tornavano.
Per questo gli scarichi profondi rimanevano chiusi. Per questo il custode delle chiuse ripeteva che ascoltare senza sapere da dove venisse una voce era come leggere una pagina strappata.
Brena sollevò il recipiente con entrambe le mani. Il fondo le fece vibrare i pollici.
«Al guado», disse di nuovo la voce, molto più piano.
Poi arrivarono tre colpi di legno. Non riuscì a capire se qualcuno stesse bussando o cercando di spezzare una porta.
La manovratrice posò il recipiente al riparo, sotto il banco degli attrezzi. Avrebbe dovuto rovesciarlo nel canale e segnare sul registro la quantità di sabbia estratta. Prese invece un piatto e lo appoggiò sopra.
Vardo comparve dalla scala mentre lei si asciugava le mani.
Il responsabile delle chiuse portava il mantello aperto. Aveva camminato in fretta, ma si fermò prima dell’ultimo gradino per riprendere fiato. Non voleva che gli operai lo vedessero affannato.
«Il livello?»
Brena gli mostrò l’asta graduata fissata al muro.
«È salito ancora.»
«Quanto margine?»
«Meno di ieri.»
L’uomo guardò il bacino attraverso la finestra stretta. Sul vetro si erano fermate poche gocce. Là sopra continuava a piovere, anche se sulle case della valle alta il cielo aveva cominciato a schiarire.
«Prepara il giro dei canali laterali», disse. «Voglio sapere dove possiamo mandarla, se arriva altra acqua.»
Brena indicò lo scarico profondo.
«Durante la pulizia ho sentito una voce.»
Vardo si voltò subito. Solo dopo guardò il recipiente sotto il banco.
«L’hai tenuta?»
«Non so di quando sia.»
«Allora non sai neppure che cosa hai sentito.»
La donna guardò la sua mano chiudersi sul corrimano. Vardo aveva un’unghia larga e bianca sul pollice, cresciuta storta dopo un vecchio incidente.
«Diceva che al guado non lasciavano passare.»
L’uomo scese l’ultimo gradino.
«Finisci il giro, Brena. Oggi non possiamo distrarci.»
⁂
Davanti alla casa delle chiuse c’erano cinque persone della valle bassa.
Avevano appoggiato a terra un secchio, una brocca e un pezzo di pompa. Il secchio conteneva così poca acqua che il fondo si vedeva attraverso il fango. La brocca era vuota.
Ulda, la donna che scriveva i conti per i vasai, teneva il manico spezzato della pompa fra le mani.
«Non siamo venuti per farvi un dispetto», disse a Vardo. «Il pozzo della piazza non pesca più. Quello del mulino tira su sabbia.»
Il responsabile delle chiuse guardò il secchio senza avvicinarsi.
«L’acqua da bere arriva con il carro.»
«Ieri è arrivato mezzo vuoto.»
«Lo farò controllare.»
Un uomo dietro Ulda si spostò avanti. Aveva un cappello di feltro rovinato dal sale delle estati e la rete da pesca arrotolata sulla spalla.
«Il fiume non lo porti su un carro», disse.
Brena lo conosceva di vista. Si chiamava Orso, abitava dove il vecchio corso faceva una curva larga e un tempo aveva venduto pesce anche al mercato alto. Da mesi portava soprattutto fascine.
Vardo indicò il muro della diga.
«Qui sopra ci sono raccolti, case, terreni che aspettano questa riserva. Lo sapete quando venite a comprare la farina.»
Ulda posò il pezzo della pompa accanto al secchio.
«Lo sappiamo. Ma sotto abbiamo piantato anche noi.»
Brena guardò oltre le loro spalle. La strada scendeva fra terrazze verdi, poi diventava un segno chiaro sul fianco della montagna. In fondo, dove cominciavano le case basse, il fiume sembrava una corda lasciata al sole.
Conosceva il disegno dei canali meglio di quel paesaggio. Aveva imparato i nomi delle saracinesche, i rumori delle ruote e le parti del muro che diventavano fredde prima delle altre. Non era mai scesa a vedere il pozzo della piazza.
«Una parte potremmo rilasciarla», disse.
Vardo le lanciò un’occhiata.
«Dove?»
«Nel corso vecchio.»
«Passa fra case costruite dentro l’alveo. Vuoi svegliarli con l’acqua nelle stanze?»
Orso si tolse la rete dalla spalla.
«Le abbiamo costruite quando ci avete detto che lì non sarebbe passato più niente.»
Il responsabile rimase in silenzio. Dietro di lui, sulla porta, c’era la lastra con i nomi dei primi assegnatari della valle alta. Avevano promesso di non aprire la diga. Il lago avrebbe protetto i raccolti e tenuto a distanza le piene. Ogni nuovo addetto alle chiuse toccava quella pietra prima di ricevere le chiavi.
Brena aveva appoggiato il palmo sul nome di sua madre.
Vardo invitò Ulda a tornare il giorno dopo. Avrebbe mandato un carro intero, disse. La donna raccolse la brocca, ma lasciò il pezzo della pompa sul gradino.
Orso aspettò che gli altri si fossero allontanati.
«Il corso vecchio passa anche dietro il tuo frutteto», disse a Brena.
Lei lo sapeva. Il terreno lasciato dalla madre stava su una terrazza larga, più bassa del lago e più alta del paese di Orso. Il vecchio sfioratore laterale correva lungo il suo confine, chiuso da trentasei anni.
«È pieno di alberi», rispose.
Il pescatore annuì, come se fosse proprio quello il problema.
⁂
Brena portò il recipiente a Ulda durante la pausa del mezzogiorno.
Lo aveva legato dentro una cesta, fra stracci piegati. Sulla strada camminò piano. L’acqua, se veniva scossa, mescolava i suoni fino a lasciarli senza parole. Persino il concerto della primavera, quando i ragazzi tiravano sassi, diventava soltanto un fruscio.
La casa dei vasai aveva l’ingresso fresco e un pavimento coperto di polvere sottile. Ulda liberò un tavolo, spostando le ciotole non ancora cotte. Non chiese subito perché la manovratrice fosse venuta.
«Dobbiamo ascoltare prima di decidere che cosa significa», disse Brena.
La donna cercò un foglio pulito.
Inclinarono il recipiente sopra una pietra piatta. Il filo d’acqua uscì lentamente, trovò una piccola crepa e cominciò a vibrare.
La voce del guado tornò una sola volta.
Ulda scrisse poche parole. Poi alzò il viso.
«Questo l’hai sentito anche tu?»
«Non leggere.»
Brena prese un altro foglio e segnò quello che ricordava. Soltanto dopo misero i due fogli vicini. Le prime parole coincidevano. Ulda aveva sentito un nome alla fine; Brena un respiro interrotto.
Lasciarono una riga vuota.
Il resto dell’acqua diede i tre colpi di legno. Poi qualcosa di simile a un pianto, così breve che nessuna delle due lo scrisse.
«Potrebbe venire da una piena», disse Ulda.
«Potrebbe.»
«O da persone ferme al passaggio durante una guerra.»
Brena guardò il recipiente ormai vuoto. Aveva sperato che la voce, ripetuta davanti a qualcuno, diventasse una risposta.
Ulda le passò il foglio.
«Da quale scarico?»
La manovratrice disegnò la diga. Segnò la profondità della presa, il giorno, il recipiente usato. Ulda aggiunse il proprio nome accanto al suo e mise i fogli sotto una tavoletta, perché non si sollevassero nel passaggio d’aria della porta.
Prima di andarsene, Brena vide una carta vecchia sulla parete. Rappresentava la valle prima del muro. Le case erano piccoli rettangoli lungo il fiume; sul terreno che ora ospitava il suo frutteto comparivano una strada e un recinto.
«Che cos’era?» domandò.
Ulda seguì il dito della donna.
«Il prato dei carri. Ci si fermava prima di salire al passo.»
«Non c’erano campi?»
«Non ancora.»
Brena si avvicinò. La carta era stata piegata molte volte e una linea mancava proprio al centro della terrazza.
«Mia madre diceva che era terra abbandonata.»
Ulda prese una brocca dal ripiano e la mise sul tavolo.
«Quando gliel’hanno data, forse lo era.»

⁂
Il giorno dopo il lago raggiunse il segno che Vardo aveva cerchiato in rosso.
Brena lo vide prima di iniziare il turno. Sulla montagna continuava a piovere. In basso il carro dell’acqua era rimasto fermo perché una ruota aveva ceduto, e la strada del mercato si era riempita di persone con recipienti vuoti.
La manovratrice controllò lo sfioratore laterale con due operai. Il primo tratto era libero; oltre la curva, le radici dei suoi alberi avevano sollevato alcune lastre. Più avanti il canale diventava il sentiero che lei percorreva per arrivare al frutteto.
Quando sua madre le aveva lasciato il terreno, Brena aveva piantato dodici susini. Aveva scelto una varietà che impiegava anni a dare frutto. L’estate precedente aveva venduto il primo raccolto intero e comprato il tetto nuovo per la rimessa.
Uno degli operai si fermò davanti al muro basso del confine.
«Da qui l’acqua si allargherebbe.»
«Lo so.»
«Non resterebbe nel fosso.»
Brena si chinò a raccogliere una susina secca rimasta fra le foglie. La schiacciò senza accorgersene e si pulì il palmo sulla giacca.
Lo sfioratore poteva portare una parte dell’acqua attorno alle case della valle bassa, attraverso la terrazza e poi il prato lungo il fiume. Il corso principale, riaperto da solo, avrebbe preso subito la via più stretta, proprio fra i nuovi edifici. Occorreva liberare entrambi i passaggi e far uscire le persone dalle sponde.
Tornando alla diga, Brena trovò Vardo nel locale degli scarichi.
Il recipiente sotto il banco non c’era più.
«Dov’è?» chiese lui.
«L’ho portato a valle.»
Vardo appoggiò il registro. Lo fece con cura, allineando il bordo al tavolo.
«Hai preso acqua da una presa profonda senza autorizzazione.»
«Era la pulizia prevista.»
«La pulizia finisce nel canale.»
Brena rimase davanti alla porta.
Vardo aprì il registro degli assegnatari e cercò una pagina. La donna riconobbe la firma della madre prima ancora che lui la girasse.
«Questa terra l’abbiamo tenuta asciutta insieme. Sai quanto ci è costata?»
«Voglio sapere che cosa c’era prima.»
L’uomo si appoggiò allo schienale. Per un momento sembrò più vecchio del muro che custodiva.
«Quando avevo dodici anni ci hanno fatto uscire dalla nostra casa. Pioveva. Mio padre aveva lasciato il letto ancora caldo, perché dicevano che potevamo prendere soltanto quello che portavamo sulle spalle.»
Vardo si toccò il pollice bianco.
«Ho tenuto la porta mentre loro tiravano. Non so nemmeno perché. Pensavo che finché restava aperta potevamo tornare dentro.»
Brena guardò la mano. Non gliene aveva mai chiesto la storia.
«Siamo arrivati qui con altri che non avevano più niente. Tua madre compresa.»
«E quelli che c’erano?»
L’uomo richiuse il registro.
«Avevano un posto dove andare.»
La manovratrice sentì il rombo sotto il pavimento. Da quella stanza non si vedeva il lago; sembrava che tutta l’acqua fosse racchiusa nei muri.
«Il guado era aperto?»
Vardo non rispose subito.
«Non hai sentito abbastanza per fare quella domanda.»
«Allora fammi ascoltare il resto.»
L’uomo si alzò e prese il mazzo delle chiavi dal chiodo.
«Il tuo turno è finito.»
⁂
Brena tornò al frutteto con il grembiule da lavoro piegato sotto il braccio.
La rimessa aveva una finestra rivolta verso il lago. Sua madre, negli ultimi anni, ci passava i pomeriggi a scegliere i frutti ammaccati. Aveva lasciato sul davanzale un pezzo di pietra liscia che usava per tenere aperta l’imposta.
Brena si sedette sulla cassa delle reti. Sotto il tetto nuovo si sentiva appena il vento.
Dal pavimento spuntava un anello di ferro. Lo aveva sempre usato per legare la porta quando caricava i cesti. Ora lo guardò come se non l’avesse mai visto. Sulla carta di Ulda, più o meno in quel punto, c’era stato il recinto dei carri.
Non significava nulla da solo. Un anello poteva essere più vecchio di una casa senza appartenere a una strage.
La donna uscì e seguì il canale laterale fino al muro. Uno degli operai del mattino, Tarel, era ancora lì. Aveva il filo a piombo in mano e guardava la curva che scendeva verso il prato.
«Vardo ti ha tolto il turno?» domandò.
Brena annuì.
«Mi ha chiesto se si può alzare ancora il bordo del bacino.»
Lei guardò verso il muro della diga. Aggiungere pietra non avrebbe fatto sparire l’acqua che continuava ad arrivare. Avrebbe soltanto lasciato meno spazio al prossimo giorno di pioggia.
«Tu che cosa hai risposto?»
Tarel arrotolò il filo.
«Che voglio vedere le misure, non sentirmele raccontare.»
Brena gli disse delle voci. L’operaio la ascoltò senza interromperla, poi indicò la rimessa.
«Anche se fosse tutto vero, l’acqua passerà di qui.»
Lei rimase a guardare il tetto. Quello era il punto al quale tornavano tutti i discorsi.
«Vieni a valle con me», disse.
Tarel si mise il filo in tasca.
⁂
Ulda convocò due persone del paese alto e due di quello basso nella stanza dei vasai.
Non bastava il recipiente ormai vuoto. Brena portò il registro delle pulizie che teneva nel proprio alloggio, con le copie dei livelli. Tarel portò la carta dei canali, ancora arrotolata nel tubo di cuoio.
Orso arrivò per ultimo. Aveva un pesce piccolo dentro un panno e si scusò per l’odore.
Una delle donne della valle alta era Siora, che comprava i frutti di Brena per farne conserve. Guardò le due carte sul tavolo e mise subito un dito sulla terrazza.
«Questa è casa tua.»
«È il terreno di mia madre.»
«Ho capito di chi è.»
L’altra persona della valle alta, un uomo con il berretto fra le mani, chiese perché avrebbero dovuto credere a una frase d’acqua. La sua famiglia aveva sentito per anni una campana nel pozzo, prima di scoprire che proveniva da una festa lontana.
Brena gli mostrò le due trascrizioni. Disse ciò che sapevano e ciò che mancava. Non nominò una strage finché Ulda non le chiese di spiegare la carta vecchia.
Orso appoggiò i gomiti al tavolo.
«Mio padre diceva che li avevano radunati al prato dei carri. Diceva anche che lui era scappato prima. Non gli ho mai chiesto da che parte.»
Il pescatore guardò il pesce avvolto nel panno.
«Adesso non posso più.»
Nessuno parlò per qualche momento.
Tarel aprì il disegno degli scarichi. Vardo aveva chiuso la porta del locale profondo, ma la presa di prova era raggiungibile dalla galleria esterna, insieme ai rubinetti usati per controllare il muro. Occorreva entrarci con due addetti e registrare quello che avrebbero fatto.
«Non possiamo prendere tutto», disse Brena. «Se smuoviamo il fondo, mescoliamo gli anni.»
Siora si rimise il mantello.
«Allora prendiamo poco e ascoltiamo tutti.»
Salirono nel pomeriggio. Il sentiero della galleria passava sopra un salto di roccia, dove il rumore dell’acqua si sentiva anche attraverso le suole. Brena si fermò a controllare la passerella e fece aspettare gli altri lontano dal bordo.
Vardo li raggiunse quando avevano già riempito il primo vaso.
«Chi ha dato il permesso?»
Siora gli mostrò il foglio con i nomi.
«Siamo qui anche noi.»
«Non siete manovratori.»
«Infatti non tocchiamo nulla.»
Brena tenne il vaso fermo mentre Tarel chiudeva la presa. Vardo avrebbe potuto spingerle il braccio, rovesciare l’acqua, dire che era stato un incidente. La donna vide la sua mano avanzare e fermarsi quando il pescatore si mise accanto al tavolo.
Prelevarono altri due piccoli campioni, da livelli diversi. Segnarono ogni presa su un foglio. Le parole sarebbero uscite una volta sola; nessuno voleva ascoltarle durante il trasporto.
Prima di chiudere il terzo vaso, dal bordo sfuggì un filo d’acqua.
Una voce maschile disse:
«Aspettate che siano tutti nel prato.»
Vardo guardò il pavimento.
Brena riconobbe il modo di fermarsi prima dell’ultima parola. Lo aveva sentito ogni mattina per anni. Ma non disse che era lui. Sollevò il vaso e lasciò che anche gli altri lo portassero.
⁂
Ascoltarono nella sala delle riunioni, con la porta aperta.
Ulda distribuì fogli separati. Chi non sapeva scrivere ebbe accanto qualcuno che prendesse nota senza suggerire le parole. I vasai avevano portato una lunga lastra di pietra, simile a quella sulla quale era stato svuotato il primo recipiente.
Brena si mise vicino alla finestra. Non voleva vedere le facce mentre l’acqua parlava.
Il primo vaso restituì ruote, animali, una donna che chiedeva di tenere insieme due bambini. Poi un uomo ordinò di spostare i carri verso il prato. Disse che il guado sarebbe stato aperto dopo il passaggio degli ultimi.
Nel secondo c’era molta acqua contro legno. Fra un colpo e l’altro si sentiva qualcuno chiamare Vardo. Una donna diceva che il prato si stava riempiendo, che i carri non si muovevano più. La sua frase finiva sotto un rumore largo, diverso dai colpi iniziali.
La manovratrice tenne gli occhi sul vetro. Il suo riflesso sembrava fermo dall’altra parte della stanza.
Il terzo campione parlò più a lungo.
La voce maschile ordinava di chiudere il passaggio basso. Un’altra diceva che nel prato c’erano ancora persone. La prima rispose che nessuno doveva tornare alle case, che la terra era già stata assegnata.
Poi i suoni si sovrapposero. Ulda alzò una mano e nessuno provò a trasformare il resto in parole.
Quando la lastra rimase asciutta, si sentì una sedia trascinata indietro.
Un uomo della valle bassa voleva andare subito alla diga. Disse che le chiavi andavano prese prima che Vardo facesse sparire ogni cosa. Siora gli chiese di sedersi; lui le rispose che per lei era facile aspettare, aveva il pozzo pieno.
Brena uscì dalla finestra con lo sguardo e tornò verso il tavolo.
«Se apriamo il passaggio principale adesso, l’acqua entra nelle vostre case», disse.
L’uomo la fissò.
«Allora è sempre il momento sbagliato.»
Lei non trovò una risposta rapida. Gli mostrò la carta e il punto stretto del fiume. Quello che aveva detto Vardo su quel tratto era vero, anche se lo aveva usato per non cambiare niente.
Ulda raccolse i fogli senza mescolarli. Alcune parole non coincidevano. Le lasciò così. Scrisse chi aveva ascoltato, dove erano stati presi i campioni e chi li aveva trasportati. Fece preparare tre copie, da custodire in luoghi diversi.
«Non basta per sapere ogni cosa», disse. «Ma basta per cominciare a chiedere conto.»
Orso rimase seduto. Aveva le mani aperte sul tavolo, come se aspettasse che qualcuno vi posasse qualcosa.
«Mio padre aveva paura anche quando parlava da solo», disse.
Brena si mise accanto a lui.
«Tu hai riconosciuto una voce?»
Il pescatore scosse il capo.
«No. E non scriverò di averla riconosciuta.»
La donna annuì.
Le carte vecchie furono cercate quella sera. Nel registro delle assegnazioni c’erano date anteriori al giorno in cui, secondo il racconto ufficiale, la terrazza era stata abbandonata. Un foglio del magazzino riportava le catene consegnate alla squadra del guado. In fondo compariva il nome di Vardo, scritto da un’altra mano.
Il nome della madre di Brena era su una pagina successiva. Aveva ricevuto la terra sei mesi dopo.
La manovratrice passò il dito sopra la firma. Non sapeva che cosa sua madre avesse visto, né che cosa le avessero raccontato. Il foglio non le concedeva di salvarla o condannarla in una sola sera.
Si fece dare una copia anche di quella pagina.
⁂
Mangiarono quando fu buio.
Orso aveva tenuto il pesce al fresco durante la riunione. Lo arrostì nel piccolo cortile dei vasai, sopra una griglia che pendeva da un lato. Brena portò pane e una cipolla. Ulda rimase dentro a confrontare le copie con Siora.
Il pescatore divise il pesce con la punta del coltello. La carne era poca, ma fumava ancora quando la posò sul piatto di Brena.
Lei stava per prenderne un boccone. Orso le fermò il polso con due dita.
«Aspetta. Quelle piccole rimangono.»
Le mostrò una spina sottile, quasi trasparente. La tirò fuori seguendo il verso della carne, senza strappare tutto il pezzo.
Brena provò sul proprio piatto. La prima si spezzò.
«Piano», disse lui. «Non sta scappando.»
La donna appoggiò il gomito al tavolo e ricominciò. Trovò il punto duro, lo afferrò e lo mise sul bordo. Il pescatore continuò a mangiare, lasciandole il tempo.
Dal cortile si vedeva soltanto un angolo della montagna. Sopra c’era una nuvola ferma, più chiara del cielo. Ogni tanto arrivava il rumore lontano di un carro; sotto, costante, il rombo del muro.
«Prima lo sentivo anche da casa», disse Orso.
«La diga?»
«Il fiume. Era diverso.»
Brena tolse un’altra spina.
«Io non lo ricordo.»
«Eri piccola quando l’hanno chiuso.»
Mangiarono il pane con il sugo rimasto. Il pescatore piegò il panno sul tavolo, senza scuoterlo. Brena guardò le spine, allineate male sul bordo del piatto. Per pochi minuti non dovette scegliere a chi credere o quale porta aprire.
Poi Tarel entrò nel cortile.
Portava le misure aggiornate. Il livello continuava a salire e gli scarichi usati per irrigare i campi alti non bastavano più. Vardo aveva ordinato di tenerli aperti al massimo; l’acqua cominciava a ristagnare nei terreni più vicini.
Brena si alzò, ma il pescatore le indicò l’ultimo boccone.
«Finisci.»
Lei si sedette di nuovo. Tolse una spina che non aveva visto e mangiò.

⁂
Il piano occupò tutto il tavolo della casa delle chiuse.
Vardo non volle sedersi con loro. Rimase vicino alla finestra, mentre Tarel spiegava dove l’acqua poteva passare e dove occorreva togliere persone, animali, recinti. Gli altri addetti alle paratoie controllarono il disegno e fecero cambiare due segnali.
Brena conosceva il gesto della mano alzata: fermare la manovra. Il braccio steso verso il muro significava mantenere la posizione. Da anni li usavano quando il rombo copriva le voci. Quella notte li provarono con chi sarebbe rimasto lungo i canali.
Nessuno avrebbe aperto senza vedere arrivare il segnale dal tratto successivo.
La prima acqua sarebbe passata dallo sfioratore laterale, attraverso il frutteto e il prato dei carri. Una parte avrebbe raggiunto il fiume oltre le case. Poi avrebbero dato un poco d’acqua al corso principale, fermandosi ogni volta per vedere come reagivano le sponde.
Non avrebbero svuotato il lago. Dovevano abbassarlo abbastanza da riprendere il controllo e lasciare un flusso che potesse continuare nei giorni successivi.
Siora toccò la terrazza sulla carta.
«Questa terra chi la paga?»
Brena guardò il punto indicato.
«Adesso non lo so.»
«Deve esserci scritto.»
«Scriviamo che viene usata. Che ci sono i miei alberi e la rimessa. Non scriviamo una promessa che nessuno ha ancora accettato.»
Ulda prese un foglio nuovo. Brena elencò gli alberi, il tetto, gli attrezzi che potevano essere spostati. Si fermò prima di dire quanto aveva guadagnato con il primo raccolto. Quella cifra non avrebbe aiutato a liberare il canale.
Vardo si voltò dalla finestra.
«Tua madre ha lavorato trent’anni per quella terra.»
La donna si girò verso di lui.
«Lo so.»
«Non la riavrai quando l’acqua si ritira. Il terreno buono se ne va. Le radici restano senza niente.»
Brena abbassò gli occhi sulla propria firma.
«Lo so.»
L’uomo guardò gli altri, cercando qualcuno che le dicesse di fermarsi. Siora si passò una mano sul viso. Orso teneva il cappello sul tavolo.
«Avevamo promesso», disse Vardo.
Nessuno rispose subito.
Tarel riprese la carta e la girò verso gli addetti. Dovevano decidere in quale punto mettere il primo osservatore. La discussione tornò alle pietre, alle case e al tempo necessario per far uscire chi abitava sulle sponde.
Prima dell’alba andarono al frutteto.
Orso e due giovani portarono via le reti, le cassette, il piccolo torchio. Brena svuotò la rimessa. Sul davanzale rimaneva la pietra usata da sua madre per tenere aperta l’imposta.
La prese e la mise nella tasca del cappotto. Era più pesante di quanto ricordasse.
Siora arrivò con un carro vuoto. Insieme caricarono gli ultimi attrezzi. Quando ebbero finito, la rimessa sembrò troppo grande per essere stata la stessa stanza.
Brena chiuse la porta, poi tolse il legaccio dall’anello nel pavimento. La lasciò libera di muoversi.
⁂
Il primo segnale arrivò poco dopo il chiarore.
Le persone della valle bassa erano salite sui terreni indicati. Alcune avevano portato soltanto coperte, altre tenevano ancora in mano oggetti presi all’ultimo momento. Un uomo continuava a tornare verso casa per controllare il maiale; l’osservatore non alzò il braccio finché non lo vide rientrare con l’animale legato.
Brena aspettava accanto alla ruota dello sfioratore.
Tarel era alla manovra di controllo. Due addetti verificavano il movimento della paratoia. Il rombo saliva dalla gola sotto il muro e faceva tremare la lanterna appesa al gancio, ormai inutile nella luce del mattino.
La donna appoggiò le mani al ferro.
Pensò ai susini. Non a tutti insieme: a quello storto vicino alla rimessa, che aveva legato a un palo per due estati. Aveva appena smesso di averne bisogno.
Da valle arrivò il braccio alzato.
Attesero.
L’osservatore si spostò, guardò dietro il muro e indicò qualcuno che non era ancora fuori dal passaggio. Il segnale cambiò soltanto quando la persona raggiunse il sentiero alto.
Brena cominciò a girare.
Il primo movimento fu così piccolo che non lo sentì nella ruota. Lo vide sul riferimento fissato accanto alla vite. Poi sotto di lei cambiò il suono: il rombo acquistò un colpo più basso, regolare.
L’acqua entrò nello sfioratore laterale.
Si fermarono. Tarel controllò la risposta del muro, gli altri seguirono la corrente fino alla prima curva. Nessuno chiamò vittoria. Brena rimase piegata sul ferro finché il segnale successivo non le disse che poteva lasciare la presa.
Brena tolse le mani dalla ruota, ma il rombo continuò a salirle lungo le braccia.
L’acqua raggiunse il confine del frutteto. Per un poco seguì il vecchio fosso, come se potesse bastare. Poi urtò il rialzo delle radici e si allargò fra gli alberi.
Siora, sul sentiero alto, voltò il viso verso la diga.
Brena non guardò la sua espressione. Doveva vedere il segnale.

Vardo arrivò quando si prepararono al secondo movimento.
Aveva attraversato il camminamento senza mantello. Il vento gli premeva la camicia contro il petto e lo faceva sembrare più magro. Si fermò accanto alla ruota, guardando l’acqua che correva verso la terrazza.
«Richiudi», disse.
Brena tenne gli occhi sull’osservatore.
«Non adesso.»
«Lo vedi che cosa sta facendo?»
La donna annuì.
Vardo allungò una mano verso il comando. Tarel gli si mise davanti. Non lo spinse; appoggiò il braccio sul ferro e rimase lì.
«Siamo nel mezzo della manovra», disse. «Aspetta.»
Il responsabile guardò gli operai uno alla volta. Erano persone a cui aveva insegnato il mestiere, alcune entrate da ragazzi. Uno di loro abbassò gli occhi, ma non lasciò la propria posizione.
Dal canale arrivò una voce.
Non era quella di un osservatore. La corrente stava portando fuori suoni antichi, strappandoli agli strati del bacino. Una donna chiamò un nome; poco dopo si sentì un ordine spezzato.
Brena avvertì Tarel prima che si voltasse.
«Guarda le mani.»
L’operaio tornò al punto di osservazione.
Per qualche istante tutto sembrò parlare insieme. Ruote lontane, animali, parole senza principio. Il lago lasciava andare ciò che aveva trattenuto. Non potevano fermarsi a raccogliere ogni voce. Le testimonianze erano già state affidate ai fogli e a persone che avrebbero dovuto risponderne.
Il segnale dalla curva rimase fermo.
Brena aspettò.
Vardo aveva il viso girato verso l’acqua. La bocca si mosse, ma la donna non sentì che cosa disse. Gli vide chiudere le dita intorno al corrimano, come se fosse la porta della casa dalla quale lo avevano cacciato.
Un colpo più forte fece tremare la passerella.
L’osservatore alzò entrambe le braccia. Brena fermò subito la manovra. Tarel confermò il segnale agli altri. Nel tratto del frutteto un tronco morto si era messo di traverso e la corrente stava cercando un’uscita verso il sentiero.
Nessuno scese nell’acqua. Gli addetti della sponda arretrarono e controllarono il passaggio dal punto alto. Ci volle tempo perché il tronco si liberasse e girasse nel tratto largo. Brena sentì la tentazione di dare ancora spazio alla paratoia, di farlo muovere prima. Tenne le mani lontane dalla ruota.
Quando il segnale cambiò, ripresero con cautela.
La rimessa ricevette l’acqua contro la porta. Il legno si aprì verso l’interno. Brena vide galleggiare una tavola che non aveva portato via, poi la perse dietro il muro del confine.
Vardo si sedette sul gradino.
Uno degli operai gli rimase accanto. Il responsabile non provò più a raggiungere il comando.
La seconda squadra aprì il corso principale soltanto quando ricevette conferma dal paese basso. L’acqua arrivò lenta fra le prime pietre, si sporcò di terra secca e scomparve per un tratto nel fondo assetato.
Poi ricomparve oltre la curva.
Brena continuò a lavorare fino a non sentire più le dita. Il livello del lago scese appena, ma smise di salire. Era la prima misura utile che potesse scrivere da due giorni.
⁂
Al tramonto il frutteto era ancora sotto acqua.
I susini emergevano come una fila di pali irregolari. Alcuni avevano perso la terra intorno al tronco; altri sembravano soltanto bagnati, ma Tarel le disse che sarebbe stato troppo presto per capire quanti sarebbero rimasti vivi.
Brena si fermò sul sentiero alto. Orso le porse una coperta e lei la mise sulle spalle senza guardarlo.
La pietra della madre le pesava ancora in tasca.
In paese nessuno festeggiava. Le famiglie vicine al fiume dormivano nei locali messi a disposizione, con i propri oggetti ammucchiati accanto. Il pozzo della piazza non si era riempito in poche ore. I carri avrebbero dovuto continuare a portare acqua mentre il terreno tornava a riceverla.
Un uomo accusò Brena di averne lasciata uscire troppo poca. Siora gli disse di guardare la terrazza allagata, ma la manovratrice la fermò.
«Non ha ancora acqua in casa», disse.
Il giorno dopo misurarono di nuovo tutto.
Vardo consegnò le chiavi soltanto davanti ai rappresentanti delle due valli. Ulda portò le trascrizioni, i registri delle assegnazioni e le testimonianze di chi aveva ascoltato. Furono cercate altre persone che ricordassero il prato dei carri, anche fra chi aveva ricevuto terra in seguito.
Una donna arrivò dal paese oltre il passo. Aveva camminato con due bastoni e volle sedersi prima di dire il proprio nome. All’epoca aveva diciannove anni. Era uscita dal prato attraverso un varco fra due carri, prima che l’acqua lo coprisse.
Ulda le chiese di raccontare senza mostrarle i fogli dell’ascolto.
La donna descrisse il guado chiuso, le guardie sulla sponda alta e le persone che chiamavano dalle ruote. Non ricordava il numero dei morti. Disse i nomi di sua sorella e dei due bambini che viaggiavano con lei.
Brena li scrisse. Dopo il secondo nome dovette fermarsi perché la mano le tremava.
«Non era un campo vuoto», disse la donna.
«No.»
La testimone guardò il foglio. Fece correggere una lettera nel nome della sorella e chiese che qualcuno glielo leggesse ancora, prima di andare avanti.
Il procedimento non cominciò con una voce d’acqua proclamata infallibile. Cominciò con domande alle quali Vardo aveva evitato di rispondere per trentasei anni. Alcuni documenti lo contraddicevano. Altre cose rimasero senza una data o un nome.
Brena fu chiamata a spiegare come aveva prelevato i campioni. Disse anche che aveva riconosciuto il modo di parlare del suo superiore, e che riconoscere una voce non significava sapere tutto quello che era accaduto.
Vardo non la guardò mentre rispondeva.
Quando uscì, la donna si sedette sul gradino del municipio. Il guanto le si era incollato a una vescica. Lo tolse piano, aspettando che il dolore smettesse di allargarsi.
⁂
Per costruire il nuovo canale servirono mesi.
Le case più vicine al corso principale dovettero arretrare. Nella valle bassa ci furono persone che non vollero cedere il cortile e altre che chiedevano un terreno più grande di quello perduto. Nella valle alta si discusse su ogni filare attraversato dal passaggio laterale.
Brena portò la carta del proprio frutteto a tutte le riunioni. Non la stese per prima. La apriva quando arrivavano a quel tratto, insieme alle altre.
Ricevette un indennizzo inferiore a quanto aveva speso per il tetto. Le promisero di rivederlo quando fossero stati accertati i vecchi diritti sulla terrazza. Lei fece scrivere la promessa e conservò una copia, senza contare quel denaro fra ciò che possedeva.
La rimessa rimase vuota. Sette susini morirono. Degli altri, nessuno diede frutto l’estate seguente.
Orso tornò a pescare lontano dal punto in cui lavoravano gli scavatori. Non bastava ancora per vivere, ma una mattina portò a Brena due pesci avvolti in un panno pulito. Lei li aprì sul banco, cercando da sola le spine sottili.
Il turno alle chiuse venne diviso fra addetti delle due valli. Brena doveva annotare ogni movimento e mostrarlo anche a chi, fino a poco prima, aspettava davanti alla porta con un secchio vuoto. Non sempre le piaceva sentirsi correggere. Una volta rispose male a Ulda e il giorno dopo tornò a discutere la misura, senza cambiare argomento.
Nel nuovo canale l’acqua aveva una voce più breve. I suoni antichi si erano dispersi durante l’apertura. Di tanto in tanto qualcuno sosteneva di averne sentito ancora uno e chiamava gli altri; spesso trovavano soltanto il rumore di un sasso contro il fondo.
Le copie delle testimonianze rimasero asciutte.
All’inizio dell’autunno Brena tornò alla rimessa per prendere l’ultima cassa. Il nuovo passaggio correva a poca distanza, dentro sponde ancora chiare. Sulla terra del vecchio frutteto erano stati messi i segni che indicavano dove nessuno avrebbe più potuto costruire.
La donna trovò un germoglio alla base del susino storto. Si chinò, tolse una foglia secca e guardò il tronco. Non sapeva se avrebbe dato frutto.
Lasciò il germoglio dov’era.
Poi raccolse la cassa e raggiunse il ponte di servizio. Dall’altra sponda l’addetto della valle bassa aspettava il suo segnale per cominciare il turno.
Brena posò il carico, si asciugò le mani sulla giacca e alzò il braccio.

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