«La cosa peggiore era che, prima di avere paura, tutte sembravano contente.»
La donna nella fotografia aveva una zucca al posto della testa. Il commissario Enea Valli coprì l’immagine con il foglio sul quale avevano stampato il suo nome.
Le otto e diciassette del 31 ottobre 2026. Nel commissariato di Bologna il riscaldamento era partito troppo presto. Un termosifone batteva dentro la parete con la pazienza di qualcuno che avesse chiesto di entrare e non intendesse andarsene.
Dalla radio, un uomo spiegava che vestire un bambino da fantasma significava consegnare al demonio una chiave di casa.
«Le porte si aprono anche senza accorgersene», disse l’uomo.
Valli spense.
Aveva davanti quattordici raccoglitori, un bicchiere di caffè e una caramella a forma di occhio. La caramella l’aveva lasciata Bellodi. Il caffè aveva già una pellicola. Sulla porta del suo ufficio, sotto la targhetta SEZIONE CRIMINI SERIALI, qualcuno aveva attaccato un pipistrello di feltro.
Non aveva avuto cuore di toglierlo.
Il primo raccoglitore era del 2017. L’ultimo conteneva le quattro donne morte l’anno precedente. In mezzo, nove trentuno ottobre, trentanove nomi, altrettante case sparse fra la pianura e le prime colline dell’Emilia-Romagna. Tutte uccise dopo il tramonto, nessuna dopo mezzanotte. Nessuna testa ritrovata.
La stampa aveva scelto Mostro delle zucche. Un titolo abbastanza breve da stare sopra una fotografia e abbastanza allegro da essere stampato, l’anno dopo, su una maglietta.
Valli ne aveva vista una in un negozio. Era entrato e aveva chiesto di toglierla. Il commerciante gli aveva risposto che ne vendeva poche, comunque.
Come se il problema fosse quello.
Sulla lavagna c’erano trentanove ritratti. Non quelli dei ritrovamenti: foto di compleanni, documenti, una laurea tardiva, una gita con il vento. Una donna aveva un pezzo di pane in mano e la bocca aperta per ridere. Un’altra guardava qualcuno fuori campo. Erano state scelte dai parenti.
Valli conosceva i loro nomi meglio di quelli dei colleghi del piano superiore.

La porta si aprì.
«Ho portato quello buono», disse l’ispettrice Mara Bellodi.
Posò un secondo caffè sulla scrivania e prese il primo senza chiedere. Aveva trentasei anni, una treccia scura e il modo di parlare di chi dispone i piatti su un tavolo: uno alla volta, abbastanza distanti perché non si tocchino.
«Quello buono dovevi portarlo nove anni fa», disse Valli.
«Nove anni fa lavoravo ai passaporti. Dormivamo molto meglio.»
Aprì la finestra di pochi centimetri. Da fuori arrivarono l’odore del pane caldo e il motore di un autobus. Un uomo chiamò un bambino. Il bambino rispose con il verso di un lupo.
Bellodi guardò la lavagna.
«Le pattuglie hanno ricevuto tutto. Le telefonate arrivano già.»
«Zucche?»
«Zucche. Furgoni. Un vicino che possiede un’ascia. Un’altra vicina che ha comprato troppi sacchi per il giardino.»
«Quanti sono troppi?»
«Quelli del vicino.»
Lui sorrise appena. Bellodi non cercò di prolungare il sorriso.
«Hai dormito?»
Valli indicò il divano sotto la finestra.
«Quello non è una risposta», disse lei.
La notte precedente aveva ricontrollato le vittime del 2021. Sei donne, quattro province. Due intervalli troppo brevi per uno spostamento ragionevole in automobile. Le ore erano approssimative, avevano ripetuto tutti. Un orologio sballato, una testimone confusa, una telecamera senza l’aggiornamento dell’ora.
In nove anni avevano prodotto una quantità impressionante di spiegazioni ragionevoli. Il fascicolo ne era pieno. Nessuna aveva salvato qualcuno.
Bellodi aprì sul portatile una cartella di filmati.
«Ripartiamo da quello che fanno loro.»
«Aprono.»
«Prima.»
Valli staccò lo sguardo dalla lavagna.
«Sentono qualcosa.»
«E poi?»
Lui guardò il primo fotogramma.
La cosa peggiore era che, prima di avere paura, tutte sembravano contente.
⁂
La telecamera di una casa vicino a Imola riprendeva il portico dall’alto. Il filmato durava diciotto secondi. Una donna in pantaloni da casa apriva, si sistemava una ciocca dietro l’orecchio e guardava in basso, a destra.
«E tu cosa ci fai qui?»
Sorrideva. Faceva un mezzo passo indietro.
Non si vedeva nessuno.
Non una sagoma da cancellare con un programma, non un volto coperto: nessuno. C’erano un vaso, due paia di stivali, la luce automatica che si era accesa. Il resto rimaneva sotto il bordo inferiore dell’inquadratura.
«Un bambino», disse Bellodi. Non era una proposta nuova. Era il modo in cui cominciavano ogni volta.
«Un adulto accucciato. Qualcuno conosciuto. Una persona molto bassa.»
«Un oggetto che riconosce.»
Valli annuì.
Nel filmato successivo una donna rientrava dall’inquadratura, prendeva qualcosa dalla cucina e tornava sulla soglia.
«Mi ricordi una persona. Vieni, che ti do qualcosa da mangiare.»
Aveva detto proprio così. Non “mi ricordi qualcuno”. Una persona.
Valli mandò indietro. La donna inclinò la testa. Le sue mani erano aperte, senza niente da difendere. La telecamera si appannò dall’angolo sinistro, come se qualcuno le avesse avvicinato la bocca.
Quella registrazione non mostrava l’omicidio. Nessuna lo mostrava.
In un caso l’apparecchio era caduto. In un altro si era interrotta la corrente. In quattro si perdeva il segnale proprio quando la donna usciva. Per gli esperti, sistemi economici installati male e senza manutenzione. I produttori avevano inviato risposte educate.
Valli odiava quelle risposte più di certe lettere anonime.
«L’audio», disse.
Bellodi aumentò il volume.
Fruscio. La frase. Una motocicletta lontana.
Poi tre colpetti, uno vicino all’altro.
«L’ho sentito anch’io», disse lei. «Potrebbe essere la chiusura del cancelletto.»
«Potrebbe.»
Rimasero a guardare la porta vuota.
C’era anche l’altra coincidenza. Quella che nessuno riusciva a mettere in una conferenza stampa senza far cambiare espressione alla sala.
Le trentanove donne avevano tutte un seno abbondante. Una quarta misura o superiore, secondo le informazioni raccolte quando l’ipotesi di una selezione fisica aveva smesso di sembrare una forzatura. Il particolare, uscito dal fascicolo per una strada mai ricostruita, aveva generato un soprannome osceno, battute e fotomontaggi. Era stato abbandonato quando la figlia di una vittima, davanti alle telecamere, aveva pronunciato il nome di sua madre e domandato se qualcuno riuscisse ancora a chiamarla così.
Valli aveva conservato la registrazione di quella domanda.
La caratteristica restava un indizio. Non spiegava perché una donna fosse stata uccisa e un’altra no. Gli aveva fatto cercare negozi, medici, luoghi di vacanza, conoscenze comuni. Nulla che unisse tutte. Le età andavano dai trentadue ai settantun anni. C’erano donne sposate, separate, sole, persone che non avevano mai abitato a più di venti chilometri dalla casa in cui erano nate e altre tornate dopo una vita altrove.
«Guardiamo le mani», disse Bellodi.
«Di chi?»
«Di loro. Continuiamo a guardare dove guardano. Proviamo a guardare cosa fanno.»
Ripartì il primo filmato.
La donna sorrise, abbassò lo sguardo. La mano destra fece un piccolo movimento. Dita piegate verso il palmo, due volte.
Nel secondo, la donna che prometteva da mangiare passò il pollice sulle altre dita.
Nel terzo, una donna a piedi nudi si batté piano sulla coscia.
Valli si avvicinò allo schermo.
«Richiamano», disse Bellodi.
Lui prese un foglio bianco. Scrisse la parola e sotto aggiunse: chi?
Il telefono squillò. Un dirigente voleva sapere se ci fossero novità da comunicare. Valli guardò la parola sul foglio e rispose di no.
⁂
A mezzogiorno Bellodi gli portò un panino. Valli ne mangiò metà senza accorgersi del ripieno. La seconda metà rimase avvolta nella carta, accanto alla caramella a forma di occhio.
Alle due chiamò una donna che aveva trovato una zucca sul pianerottolo. Era il regalo della nipote. Alle tre arrivò il filmato di un uomo con una maschera da cavallo. Alle quattro, per sette minuti, tutti furono convinti di avere qualcosa: una telecamera aveva ripreso una persona che trasportava un sacco davanti all’abitazione di una delle vittime, due giorni prima dell’omicidio.
Era il tecnico della caldaia. Era già nel fascicolo.
«Nove anni», disse Valli.
Bellodi richiuse la cartella.
«Non li risolvi tutti oggi.»
«Oggi è l’unico giorno che mi interessa.»
Lei rimase in piedi accanto alla scrivania. Non gli disse che era ingiusto. Lui lo sapeva.
«Scusa.»
«Mangia l’altra metà.»
Fuori aveva cominciato a piovigginare. I vetri trattenevano gocce piccole, ferme, che facevano sembrare la città lontanissima. Nel cortile del commissariato qualcuno trascinò un contenitore della carta; le ruote passarono su tre giunti e produssero tre colpetti.
Valli alzò la testa.
Il termosifone ricominciò a battere.
Alle cinque e venti Bellodi uscì per accompagnare un collega alla centrale operativa. Lui rimase con il fascicolo aperto sull’ultima donna del 2025. Si chiamava Rossana Teri. In una fotografia era seduta su uno scoglio. Il marito aveva chiesto che fosse usata quella perché, aveva detto, in quell’estate erano stati bene.
Valli aveva fatto mettere una copia ingrandita sulla lavagna.
La fotografia del ritrovamento, invece, mostrava un maglione grigio e una zucca con due incisioni oblique nella parte superiore. Nel vecchio rapporto erano chiamate sopracciglia.
Prese la lente.
Le incisioni non erano sopra gli occhi. Erano un poco più indietro. Anche la bocca, a guardarla bene, non sembrava una bocca che ridesse. Era corta, larga, scavata troppo vicino al fondo.
Si tolse gli occhiali. Premette due dita sugli occhi.
Pensò di riposarsi trenta secondi.
Sognò il corridoio del commissariato, ma tutte le porte avevano uno sportellino in basso. Da dietro uno sportellino qualcuno gli domandava, con grande cortesia, se fosse rimasto del pane.
Il telefono lo svegliò alle diciotto e undici.
Per un istante non capì come mai la stanza fosse buia. Cercò gli occhiali fra i fogli. Rovesciò la caramella, che gli cadde ai piedi e rimase a guardarlo.
«Valli.»
La voce di Bellodi non aveva più distanza fra una parola e l’altra.
«C’è una donna. Fuori San Lazzaro. La pattuglia è sul posto.»
«Viva?»
Lei non rispose subito.
Valli chiuse gli occhi.
«La quarantesima», disse.
«Vieni.»
Si alzò troppo in fretta. La sedia urtò il termosifone e per qualche secondo le tubature tacquero.
Prese il cappotto. Sulla porta il pipistrello di feltro gli sfiorò la fronte.
⁂
Guidò con la radio spenta.
Bologna stava consegnando i bambini alla sera. Sotto i portici passavano mantelli di plastica, corna luminose e piccole facce bianche. Un padre vestito da scheletro teneva un ombrello rosa sopra una strega. Davanti a un negozio, due adolescenti discutevano perché uno aveva dimenticato di mettere i denti da vampiro.
A un semaforo un bambino mostrò a Valli la propria maschera e sollevò le mani. Lui fece la faccia spaventata. Il bambino scoppiò a ridere.
Poi il semaforo cambiò.
Il commissario mantenne le mani sul volante. Si era accorto di avere ancora l’impronta di una pagina sulla guancia.
La casa era in una via corta, al termine di una fila di giardini. Un nastro delimitava il cancello. Altri nastri, arancioni e neri, legavano le siepi alle ringhiere. C’era una grande ragnatela sintetica che la pioggia aveva schiacciato sul prato.
Bellodi lo aspettava vicino all’auto della pattuglia.
«Daria Corsi. Cinquantasette anni. Abitava da sola. La vicina ha visto la porta aperta ed è venuta a cercarla.»
«A che ora?»
«Diciassette e cinquantotto. Non ha toccato niente.»
Valli guardò la casa. Due piani, intonaco chiaro. La luce della cucina arrivava fino al vialetto. Accanto alla porta c’era un cartello disegnato a mano: DOLCETTI FINITI. Sotto, qualcuno aveva aggiunto con una grafia più piccola: I MOSTRI PASSINO DOMANI.
Non era ancora stato appeso. Era appoggiato al muro.
«Dove?»
Bellodi indicò l’ingresso.
La donna era seduta contro la scarpiera. Indossava un cardigan blu sopra una maglietta chiara. Una pantofola era rimasta al piede, l’altra era sul vialetto, quasi al cancello. Sulle ginocchia le avevano messo un tovagliolo di carta.
La zucca aveva un colore spento, da frutto conservato troppo a lungo. Due tagli in alto, obliqui. Una sporgenza lasciata nella parte anteriore, intorno alla quale la buccia era stata asportata in piccoli tratti. Gli occhi erano fori stretti.
Valli guardò la sporgenza. Poi i tagli.
Questa volta vide la figura intera.
Un muso.
Non abbastanza preciso da appartenere a un animale, eppure troppo preciso per essere la solita faccia di Halloween. Il tipo di forma che si poteva continuare a non vedere per anni, finché qualcuno non girava un foglio.
«Nessuna candela?»
«Come le altre», disse il medico, senza alzare la testa.
Valli rimase sul bordo della soglia. L’odore era dolciastro, di buccia bagnata e terra. Nella cucina c’erano una pentola sul fornello spento, una ciotola di caramelle e un coltello accanto a un tagliere. Le cose non avevano l’aria di essere state interrotte. Sembravano in attesa che Daria tornasse a usarle.
«La telecamera?»
Bellodi indicò un apparecchio sotto la gronda.
«Rotta. Ma registrava anche dentro casa.»
Sulla parete esterna, all’altezza della lente, c’era un alone opaco. Valli si avvicinò senza toccare. Non erano graffi. La plastica si era infossata al centro.
«Una sassata?»
«Possibile. Non abbiamo trovato il sasso.»
Dal cancello arrivò una voce sottile.
«Ma qui li danno i dolcetti?»
Un agente si voltò. Tre bambini aspettavano dall’altra parte del nastro. Una piccola mummia, un diavolo e un astronauta. L’astronauta aveva una zucca di plastica in mano.
L’agente si accovacciò e disse qualcosa che Valli non sentì. I bambini se ne andarono. La mummia continuò a voltarsi, tenendo sollevate le bende perché non strisciassero nell’acqua.
Valli entrò nella casa.
Non guardò di nuovo la scarpiera.
Il registratore si trovava in uno stanzino, sopra la lavatrice. Il tecnico della polizia scientifica stava preparando una copia. Aveva spostato una cesta di asciugamani per fare posto al portatile e poi, come pentito di quel gesto troppo domestico, l’aveva rimessa quasi dov’era.
«Ancora qualche minuto.»
Bellodi accompagnò Valli in giardino. La pioggia aveva smesso. Da una casa vicina arrivava una musica di campanelli, sempre le stesse cinque note. Un addobbo si attivava quando qualcuno gli passava davanti.
Il vialetto terminava contro un cespuglio di alloro. Sotto i rami il terreno era asciutto. Valli accese la torcia e vide una scodella di terracotta, vuota, una foglia appiccicata all’interno.
«Gatti?»
«La vicina dice che dava da mangiare a un randagio. Non sa quale.»
«Da quanto?»
«Qualche giorno. La scodella l’ha vista questa settimana.»
Valli si inginocchiò per guardare sotto l’alloro. L’odore della terra salì subito, insieme a quello più tenue delle foglie spezzate. Il cespuglio era fitto. Ci sarebbe potuta stare una persona accovacciata. O un sacco. O niente.

La vicina li chiamò dal proprio cancello. Aveva in mano un termos e tre bicchieri. Il cardigan le pendeva da una spalla, ma lei continuava a versare come se sistemarselo avrebbe costituito una distrazione imperdonabile.
«È tè. Il caffè non lo tengo, mi fa male.»
Bellodi prese i bicchieri. Valli disse grazie.
La donna li guardò bere. Solo allora tirò su il cardigan.
«La vedevo passare ogni giorno. Ci siamo parlate poco. Di queste siepi, soprattutto. Lei le voleva tagliare basse, io no, poi quest’anno ho capito che aveva ragione. Tolgono luce.»
Valli annuì. Non tirò fuori il taccuino.
«Ieri mi ha prestato una teglia. Ce l’ho ancora.»
La donna rimase con il termos aperto.
«Posso lasciarla a voi?»
«La tenga per stasera», disse Bellodi. «Domani ci pensiamo.»
Bevettero in silenzio. Il tè sapeva di limone, troppo dolce. Sulla ringhiera della vicina era seduto un piccolo scheletro di plastica con una molletta da bucato al collo. Una delle gambe era caduta fra le rose.
«Mio nipote», disse la donna, seguendo lo sguardo di Valli. «Ogni anno vuole metterlo. Quest’anno abbiamo perso anche un braccio.»
Bellodi cercò di sorridere. La vicina scosse la testa, come a dire che non ce n’era bisogno.
Il tecnico comparve sulla porta dello stanzino.
Valli finì il tè. Il calore gli aveva fatto male alle gengive. Restituì il bicchiere vuoto con entrambe le mani.
⁂
Il filmato cominciava alle diciassette e quarantuno.
La telecamera riprendeva la porta, il vialetto e una parte del giardino. Era installata più in basso di quelle dei casi precedenti. Dal margine sinistro entravano le foglie dell’alloro. A destra si vedeva metà della ciotola dei dolci.
Daria Corsi comparve con un sacchetto. Lo rovesciò nella ciotola, agitò l’involucro per far cadere le ultime caramelle e tornò dentro.
I tre investigatori guardarono una porta per quarantadue secondi.
Qualcuno bussò.
Non al legno.
Tre colpetti sottili. Come un’unghia sulla placca del campanello.
Valli si sentì tirare la pelle sulla nuca. Bellodi aveva smesso di muovere il piede.
Daria aprì. Teneva in mano un canovaccio.
«Sì?»
Guardò verso il cancello, poi verso l’alloro.
«C’è qualcuno?»
Il cespuglio non si mosse. Dietro, però, c’era un colore che prima non c’era. Una striscia arancione, bassa, quasi orizzontale. Avrebbe potuto essere un sacchetto.
Daria si affacciò un poco di più.
«Se è uno scherzo, basta. Venite fuori.»
Il tecnico fermò la riproduzione.
«Questa è la prima cosa che abbiamo trovato.»
Valli indicò lo schermo.
«Non ingrandire ancora. Fammi vedere.»
Il filmato riprese.
Daria appoggiò una mano allo stipite. La sua bocca si contrasse e poi si distese. Stava cercando una frase da adulta ragionevole da dire a bambini che esageravano.
«Li ho comprati anche per voi, i dolci. Non occorre fare così.»
La striscia arancione si sollevò.
Non uscì subito. Per qualche secondo rimase dietro le foglie, e Valli ebbe la certezza assurda che stesse valutando la voce della donna. Poi una zampa chiara comparve sul terreno. Una seconda seguì, lenta. Il cespuglio cedette appena e lasciò passare un grosso cane.
Aveva il pelo lungo, fulvo sulla testa e sulle spalle, quasi bianco sul petto. Il muso era largo. Le orecchie piccole emergevano dalla massa del pelo come due punte piegate. Una coda folta gli stava arrotolata sul dorso. Il collare scuro scompariva nella criniera, ma sotto il mento oscillava una medaglietta.
Un Akita a pelo lungo.
Valli ne aveva visto uno, anni prima, all’uscita di una scuola. Tre bambini gli affondavano le mani nel pelo mentre l’animale sopportava tutto con la gravità di un impiegato vicino alla pensione.
Quello nel giardino non ansimava. Non annusava il terreno. Non guardava la ciotola, né la porta, né il punto da cui arrivava la musica dei campanelli.
Guardava Daria.

Lei lasciò scendere il braccio.
«Ah», disse.
Valli si sporse. Un nome adesso, pensò. Basta un nome.
«Sei tu.»
Il cane rimase fermo.
Una goccia cadde dalla gronda e gli attraversò il margine del pelo, o sembrò farlo. Valli guardò il tecnico, che teneva la mano immobile sul tavolo.
Daria cercò qualcosa dietro di sé. Con la mano sinistra tastò il muro, trovò l’interruttore e accese la luce del portico.
Il cane si illuminò. La sua ombra non comparve sul vialetto.
Sotto il corpo c’era soltanto la macchia scura dell’acqua. Ma poteva dipendere dalla lampada, pensò Valli. La lampada era sopra di lui. Poteva dipendere da molte cose.
«Non pensavo proprio di rivederti», disse la donna.
Aveva la voce normale. Fu quello a rendere intollerabile il silenzio che seguì: avrebbe potuto stare salutando un vecchio collega incontrato al supermercato.
Il canovaccio le scivolò di mano. Si fermò sul gradino.
«Anche se, dopo le altre…»
Daria deglutì.
«Avevo cominciato a pensarci.»
Bellodi prese Valli per il polso. Non se ne accorse subito. Quando lo lasciò, il commissario sentì il freddo dove erano state le sue dita.
«Le altre», ripeté piano.
Sul filmato il cane avanzò di un passo. La medaglietta toccò qualcosa e fece un piccolo rumore metallico.
«Aspetta», disse Daria.
Il tecnico fece per fermare. Valli gli impedì il gesto.
Daria era rientrata in cucina. La si sentì aprire un cassetto, chiuderlo, spostare una sedia. Il cane rimase rivolto alla porta. Non la seguì.
La donna ricomparve con una piccola scatola di latta. Si inginocchiò sul gradino e ne tolse il coperchio.
Dentro c’erano biscotti secchi.
Ne prese uno. Lo tenne fra il pollice e l’indice. Il resto della mano tremava, il biscotto no.
«Ti piacevano.»
Il cane non abbassò gli occhi.
Daria rimise il biscotto nella scatola, piano, perché non si rompesse. Poi rise una volta sola. Un rumore breve che non aveva niente di divertito.
«Certo. Che cosa stupida.»
Valli guardava la sua mano. Era una mano che sapeva come offrire qualcosa a quell’animale. C’era stata una cucina, un pomeriggio, una visita. Una volta quel gesto era stato normale.
Daria si rialzò, aiutandosi con lo stipite.
«Lui è con te?»
Il cane rimase muto.
«Non devi portarmi da lui.»
La frase era così bassa che il tecnico aumentò il volume. Dall’altoparlante venne un fruscio che sembrò crescere nella stanza.
«Da nessuna parte», aggiunse lei. «Non voglio più andare da nessuna parte con lui.»
Valli smise di respirare per un momento. Quella donna aveva un nome da dargli. Una storia. Era dall’altra parte di una manciata di minuti, viva, con una scatola di biscotti ai piedi. Lui avrebbe potuto chiamarla se il tempo fosse stato costruito diversamente.
Daria guardò la strada. La testa girò verso il cancello, ma il corpo rimase nella porta. Aprì la bocca.
Per chiedere aiuto, pensò Valli.
Il cane inclinò appena il muso.
Lei richiuse la bocca. Valli vide le sue labbra muoversi senza suono, come quando si ripete una frase per impararla o per non dimenticarla.
Poi disse:
«Sei venuto a prendere anche me, vero?»
Da una casa vicina arrivarono le cinque note del giocattolo. Si sentirono bambini ridere. Qualcuno gridò “dolcetto” e qualcuno, molto lontano, rispose.
Daria sistemò il cardigan. Tirò i due lembi uno sull’altro, con un gesto infastidito, da persona che sente freddo.
«Sono pronta.»
Non chiuse gli occhi. Fece un passo indietro.
Il cane cambiò senza muoversi.
Per un istante le proporzioni rimasero quelle di prima, eppure la testa sembrò troppo pesante per il collo. Il pelo delle spalle si alzò in ciocche umide. Le labbra si ritirarono. Non fu un ringhio che cresceva: il rumore cominciò già intero, profondo, con un secondo suono dentro, più basso ancora, come se qualcosa di grande fosse stato svegliato sotto il pavimento.
Il tecnico arretrò con la sedia.
L’animale scattò.
Le zampe anteriori si sollevarono insieme. La criniera si aprì, il muso divenne quasi tutto bocca. La donna alzò il braccio. Il movimento del cane era troppo lungo, troppo veloce; attraversò il vialetto senza che il corpo ricadesse fra un passo e l’altro.
Valli ebbe il tempo di vedere la medaglietta sollevarsi davanti ai denti.

Poi il filmato si piegò.
Non si oscurò. Le linee della casa si incurvarono verso il centro dello schermo, come una fotografia afferrata da dietro. Un colpo secco fece scattare il tecnico in piedi.
L’immagine finì.
Nello stanzino continuarono a girare le ventole del portatile.
Valli si accorse che stringeva il bordo del tavolo. Le mani gli facevano male.
«Rimandalo», disse.
La propria voce gli sembrò quella di qualcuno molto anziano.
⁂
Lo guardarono altre due volte. La prima senza audio. La seconda fermandosi prima del balzo.
Tolto il suono, il cane faceva più paura.
Il tecnico riuscì a isolare sei fotogrammi. Nel primo era ancora fermo. Nel secondo aveva già la bocca aperta. Fra i due non c’era un intervallo sufficiente per il movimento che gli occhi di Valli ricordavano di avere visto.
«Compressione», disse il tecnico.
Nessuno gli rispose.
Bellodi uscì a prendere aria. Il commissario la seguì fino alla cucina. Lei aveva appoggiato le mani al lavello. Sul davanzale c’era un vasetto di basilico ormai secco.
«Non voglio che qualcuno scriva che ha accettato», disse.
Valli guardò il corridoio.
«No.»
«Ha fatto un passo indietro. Hai visto? Ha detto quella cosa, ma il suo corpo cercava ancora di rientrare.»
«Ho visto.»
Bellodi annuì. Si asciugò le mani, anche se non aveva aperto l’acqua.
«Cerca tutto il giardino», disse Valli. «Sotto l’alloro. Tra la siepe e il muro. Le scodelle. Le impronte. E quella scatola non deve muoversi finché non l’hanno fotografata.»
«Chiamiamo i cinofili?»
«Sì.»
Pronunciarlo gli fece bene. Era una cosa che potevano fare. C’erano colleghi, procedure, torce abbastanza potenti per illuminare un giardino. Il mondo non si era ancora ritirato del tutto.
La ricerca durò ventitré minuti.
Trovarono quattro carte di caramella, un guanto da lavoro irrigidito e il corpo del piccolo ragno di plastica che mancava dalla ragnatela. Non trovarono un sasso, né tracce leggibili del passaggio di un grosso animale.
Il collare era sotto il cespuglio, vicino alla scodella.
Lo vide l’agente Tiraboschi quando spostò con un attrezzo un ramo basso. Scuro, largo, con una fibbia metallica e una medaglietta ovale. Il cinturino era chiuso. Per sfilarlo, il cane avrebbe dovuto liberarsi di una circonferenza molto più stretta della propria testa.
O qualcuno avrebbe dovuto rimetterglielo così, dopo.
Valli non formulò ad alta voce l’altra possibilità.
La medaglietta era coperta di terra. La pulirono quanto bastava, fotografando ogni passaggio. Sul davanti comparve una parola.
ROVO.
Sul retro c’era un vecchio numero telefonico, quasi interamente consumato. Sul bordo, una piccola tacca a forma di mezzaluna.

«È asciutto», disse Tiraboschi.
Il commissario guardò la pelle scura.
«Sotto il cespuglio non ha piovuto.»
«Non dicevo il collare.»
L’agente indicò gli incavi delle lettere sulla medaglietta, dove la terra era rimasta compatta. Una polvere chiara, sottile. Non il fango nero del giardino.
Bellodi cercò una busta per il reperto.
Dalla strada si sentì un abbaio.
Tutti si voltarono, compreso il medico sulla porta.
Era un cane piccolo, al guinzaglio, con una mantellina viola. La padrona lo tirò via da una pozzanghera. Tiraboschi si passò la lingua sulle labbra e abbassò la torcia.
Il cane continuò ad abbaiare finché la donna non lo sollevò in braccio.
⁂
Alle venti e quaranta Valli era di nuovo in commissariato.
Il pipistrello era ancora sulla porta. La caramella a forma di occhio era sparita. Qualcuno aveva acceso tutte le luci e portato due contenitori di pizza che nessuno sembrava avere ordinato.
Valli prese una fetta. La rimise giù.
Sul tavolo avevano allineato le fotografie delle trentanove zucche.
Ora non riusciva più a vedere altro. Quelle che avevano chiamato sopracciglia erano orecchie. La bocca larga era un muso. Le incisioni laterali, considerate decorazioni, seguivano il volume di una criniera.
Non tutte. Alcune potevano ancora essere facce. Ma bastava guardarle accanto all’immagine del cane perché diventassero tentativi della stessa cosa. Trentanove tentativi. Qualcuno, o qualcosa, aveva cercato di farsi riconoscere.
«Potrebbe essere qualcuno che usa un animale», disse un collega.
Valli annuì. Non aveva intenzione di deridere l’unica ipotesi con cui potevano ancora lavorare.
«Allora cerchiamo anche chi lo usa.»
La nuova domanda si diffuse tra gli uffici. Telefonate, registri, fotografie inviate a chi conosceva gli animali. La medaglietta non aveva abbastanza cifre per dare subito un proprietario. Il nome Rovo, però, non era comune, e l’Akita del filmato aveva un aspetto che chi l’avesse visto una volta difficilmente avrebbe dimenticato.
Una vecchia fotografia arrivò da una toelettatrice. Non somigliava soltanto al cane: mostrava il medesimo collare e la piccola tacca sulla medaglietta. L’animale era seduto con una serietà quasi offesa sopra un tappetino. Una mano maschile gli teneva un ciuffo lontano dagli occhi.
Bellodi stampò l’immagine.
«Era lui», disse la donna al telefono. «Non ne ho mai avuto un altro così. Il nome lo ricordo perché pungeva poco, tutto sommato. Era buono.»
Valli si avvicinò all’apparecchio.
«Il padrone?»
La toelettatrice ricordava un nome di battesimo. Il cognome no. Poi ricordò qualcos’altro.
Il giorno dopo l’incidente, un cliente le aveva portato il giornale.
Alle ventidue e nove comparve sullo schermo una pagina del novembre 2016.
Un’automobile in un canale. Un uomo e il suo cane morti la notte di Halloween. La strada fra due campi, nessun altro veicolo coinvolto. Il guidatore si chiamava Nereo Malvezzi, aveva cinquantadue anni e lavorava come rappresentante. Nella fotografia aveva gli occhiali, capelli corti già grigi e un sorriso da persona che non ama essere sorpresa mentre sorride.
Il corpo del cane era stato trovato nel vano posteriore. Quello dell’uomo fuori dall’abitacolo, a pochi metri. Il portellone era aperto.
Un testimone aveva parlato di qualcuno sulla carreggiata. Poi aveva corretto: qualcosa. Poi aveva detto che forse era soltanto la nebbia.
Valli lesse due volte il trafiletto. La frase conclusiva annunciava ulteriori accertamenti.
«Gli accertamenti?»
Bellodi stava già cercando.
Un’altra telefonata confermò l’identificazione del collare. I colleghi dell’unità cinofila avevano incrociato la foto della toelettatrice con immagini conservate dal veterinario e con i dati del vecchio proprietario. Non era una prova ottenuta guardando un filmato e dicendo “sembra lui”. C’erano la tacca, la fibbia sostituita, il nome, l’incidente.
Il cane del giardino apparteneva a un uomo morto da dieci anni.
Oppure qualcuno possedeva il suo collare e gli aveva trovato un sosia.
Valli si aggrappò alla seconda possibilità con una forza che gli fece vergogna.
«La tomba», disse. «Voglio sapere dov’è.»
Bellodi prese il cappotto.
«Vengo.»
⁂
Il cimitero era piccolo, fuori da un paese della pianura. Per aprirlo avevano chiamato il custode a casa. Quando arrivò, l’uomo indossava ancora sul cappotto un adesivo a forma di ragno. Se ne accorse sotto la torcia di Bellodi e lo staccò con due dita.
«Mia nipote.»
Nessuno fece domande.
Le tombe occupavano rettangoli ordinati. Fra una fila e l’altra passavano viottoli di ghiaia. In fondo, sotto il muro, alcune luci votive avevano il colore di braci coperte. L’aria sapeva di crisantemi, ferro bagnato e foglie marcite nei canali di scolo.
Il custode li accompagnò fino alla terza fila, poi disse che avrebbe aspettato al cancello. Non sembrava spaventato. Sembrava una persona che avesse imparato a concedere spazio a chi veniva lì di notte.
La lapide di Nereo Malvezzi era chiara, più bassa delle due accanto. Sulla pietra era fissato un unico ritratto ovale.
L’uomo e il cane insieme.
Nereo sedeva con una mano affondata nel pelo del petto dell’animale. Portava gli occhiali e una giacca scura. Rovo guardava davanti a sé, la testa fulva incorniciata dalla criniera chiara. Nella fotografia la sua bocca era chiusa. Nessun dente, nessuna minaccia. Un cane accanto alla persona con cui aveva passato la vita.
Sotto il nome dell’uomo c’erano due anni: 1964 e 2016.
Più in basso, inciso in lettere piccole: CON ROVO.

Valli illuminò il bordo del ritratto. La pioggia aveva lasciato una riga sulla ceramica, proprio fra le due figure.
«Le ceneri del cane?» domandò.
«Il custode non lo sa», disse Bellodi. «Si ricorda la foto. Dice che una parente ha voluto farla rifare perché nella prima il cane si vedeva solo a metà.»
Il commissario si chinò a guardare la terra davanti alla lapide. Era compatta, coperta in parte da una lastra. Non c’erano buche, graffi o segni di scavo.
Da una casa oltre il muro arrivò un televisore. Una risata registrata, un applauso. Poco dopo il televisore si abbassò.
Il telefono di Valli vibrò. Tiraboschi.
«Capo, quelli dell’unità cinofila sono sicuri. Il collare appartiene a quel cane. Morto con il padrone dieci anni fa.»
«Sono davanti alla tomba.»
Dall’altra parte si sentì una sedia trascinata.
«Avete trovato qualcosa?»
«Una fotografia. Dimmi del padrone. Che cosa aveva in comune con le vittime?»
Tiraboschi inspirò.
«Le conosceva. Tutte, a quanto pare.»
Valli sollevò la torcia verso il volto sulla ceramica.
«Tutte?»
«Abbiamo incrociato i profili sulle reti sociali. Prima non avevamo lui al centro. Usava anche un altro cognome, quello della madre, e un soprannome. Ci sono vecchi gruppi chiusi, fotografie ricaricate da altri. Con alcune era stato fidanzato. Con altre usciva in compagnia. Daria Corsi compare in un pranzo del duemilaquattordici. C’è anche il cane.»
«Non mi dire che il quadro è completo.»
«No. È presto. Per alcune abbiamo solo un commento, per altre ci sono fotografie. Ci vorranno giorni. Ma il collegamento c’è.»
«Le famiglie potrebbero averlo conosciuto con un nome diverso.»
«Sì.»
Valli guardò il sorriso dell’uomo. Pensò alla selezione fisica, a quanto tempo avevano passato cercando il gusto di un assassino vivo. Un vecchio elenco di conoscenze avrebbe potuto contenere lo stesso indizio per tutt’altra ragione.
«Del rapporto dell’incidente è arrivato qualcosa?»
«Una parte. C’era una corda da traino legata all’interno del bagagliaio. Hanno annotato che il cane aveva segni vecchi sotto il collare. Non sappiamo da cosa. E c’è una dichiarazione di una donna che parla di telefonate insistenti, dopo una separazione. Non è una delle vittime.»
Valli abbassò la torcia.
«Trovatela. Con discrezione. E non aspettate domani.»
«Capo…»
«Dimmi.»
«Nel filmato Daria dice che è pronta. Se sapeva qualcosa, perché non ci ha chiamati?»
Il commissario guardò Bellodi. Lei aveva sentito soltanto la sua metà della conversazione, ma dal viso sembrava avere capito la domanda.
«Non lo sappiamo», rispose. «Non riempire il vuoto con una colpa.»
Tiraboschi tacque.
«E controllate che qualcuno abbia avvisato sua sorella», aggiunse Valli.
Chiuse la telefonata.
Restò davanti al ritratto. Il cane aveva la testa un poco inclinata verso la mano dell’uomo. Valli pensò alla scatola di biscotti, al gesto della donna, alla zampa comparsa sotto l’alloro. Un animale che conosceva le case. Che sapeva dove qualcuno lo avrebbe chiamato vicino e dove avrebbe potuto ricevere da mangiare.
Guardò di nuovo la mano affondata nella criniera. Nella fotografia non poteva sapere se stesse accarezzando o trattenendo.
Bellodi si avvicinò.
«Non sono venute qui a morire», disse.
Lui annuì.
Dall’altra parte del muro si sentirono passi veloci. Un bambino protestò perché voleva suonare a un’altra casa. Una voce adulta rispose che ormai era finita, che bisognava tornare.
Valli guardò l’orologio. Mancavano tre minuti a mezzanotte.
Avrebbero fatto sorvegliare la tomba. Avrebbero cercato chi poteva aver preso quel collare, controllato il terreno, acquisito le vecchie testimonianze. C’erano ancora cose da ordinare in una lista.
Il telefono rimase nella sua mano. Non chiamò subito.
Bellodi si strinse il cappotto.
«Come mai aspettiamo?»
Valli non rispose. Non voleva dare un nome anche a quello.
Il custode tossì vicino al cancello.
Poi, molto lontano, cominciò a battere un campanile.
Al primo rintocco Bellodi abbassò gli occhi verso la lapide.
Al quarto la fiamma dentro il lumino si piegò, sebbene il piccolo contenitore di vetro fosse chiuso.
Al settimo Valli sentì qualcosa attraverso le suole.
La ghiaia tremò appena. Un movimento così lieve che avrebbe potuto essere un autocarro sulla strada, un cedimento del terreno, il proprio corpo rimasto troppo a lungo immobile. Sul bordo della lapide una goccia si staccò e cadde.
La pietra sembrò sollevarsi di un niente.
O assestarsi.
Bellodi fece un passo verso di lui. Il dodicesimo rintocco si spense sopra i campi.
Tutto era fermo.
Il cane, nella fotografia, continuava a guardare davanti a sé.
Il custode chiamò piano dal cancello. Valli rimise il telefono in tasca e indicò a Bellodi il vialetto. Avrebbero aspettato la pattuglia fuori, dove la macchina era illuminata e si poteva parlare senza abbassare la voce.
Camminarono uno accanto all’altra. Nessuno dei due si voltò.
Uscendo, per la prima volta da quando faceva quel lavoro, Valli si preoccupò di lasciare il cancello aperto.

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