«Elva sentì la brina scricchiolare dentro la manica, dove teneva il lasciapassare.»
La sposa aveva portato scarpe da lavoro.
Elva le vide quando la ragazza sollevò la gonna per salire sul carro. Erano state ingrassate da poco. Una cucitura nuova correva sopra il tallone sinistro, fatta con filo troppo chiaro. Sotto il sedile c’era posto per un solo bagaglio e la ragazza vi spinse una scatola lunga, avvolta nella tela.
«Che cosa contiene?»
«I miei attrezzi.»
«Alla dimora del confine troverai quello che serve.»
La ragazza lasciò la scatola sotto i piedi.
Elva non insistette. Aveva già consegnato messaggi a persone che si erano presentate con un sacco invece di una lettera, con un bambino invece di una risposta. Sapeva quanto tempo si perdeva a discutere di ciò che qualcuno non voleva lasciare.
Il padre della sposa si avvicinò al cavallo. Portava ancora il grembiule da falegname, pulito soltanto nel punto in cui vi aveva strofinato le mani. Guardò prima Elva, poi la figlia.
«Al primo mercato ti manderò il resto.»
«Non so se c’è un mercato.»
«Ci sarà.»
Lui le sistemò sulla spalla il velo ripiegato. La ragazza lo lasciò fare, ma quando provò a baciarle la fronte scese un momento dal carro. Si abbracciarono sulla strada, accanto a una ruota. Elva voltò il cavallo perché non li vedessero tutti dalla piazza.
Si chiamava Neria. Aveva ventitré anni e una voce bassa, che diventava più ferma quando parlava del proprio lavoro. Riparava strumenti a corde nella bottega del padre. Del futuro marito conosceva un ritratto piccolo come un palmo e quattro lettere, scritte da una mano diversa da quella che le aveva firmate.
Il matrimonio avrebbe fermato l’inverno per altri sette anni.
Lo dicevano i banditori, lo aveva ripetuto il funzionario che assegnava le scorte, lo avevano scritto sul contratto. Elva non aveva visto il contratto. Le spettava soltanto accompagnare Neria alla dimora prima della terza sera e riportare la ricevuta.
In cambio suo marito e sua figlia avrebbero ottenuto un posto nelle serre basse. Non un sacco di farina, non un prestito: un posto caldo dove lavorare per tutto l’inverno. La ragazza di Elva tossiva già quando le foglie erano ancora sugli alberi.
Attraversarono i frutteti senza frutti. La brina teneva insieme l’erba come una cucitura bianca. Ogni volta che il cavallo posava uno zoccolo, qualcosa si rompeva con un suono minuto e netto. Elva ricordava quei campi al tempo delle pere, ma ormai erano tre anni che passava di lì senza dover scacciare una vespa.
Al primo cippo la strada scomparve sotto una lastra di ghiaccio.
Elva estrasse il lasciapassare dalla manica. Era una sottile barretta d’argento, incisa con tre tacche: una per lei, due per i familiari. Il guardiano del posto di scambio l’aveva scaldato nel pugno prima di affidarglielo.
«Intero ti apre la strada. Intero lo restituisci.»
Lo accostò al cippo. Un filo d’acqua scese lungo la pietra. Il ghiaccio si ritirò davanti alle ruote, lasciando scoperta una striscia di terra.
Neria smise di guardare i campi.
«Posso toccarlo?»
Elva glielo diede per un istante. La ragazza lo soppesò, poi girò il viso verso il cavallo.
«È più freddo della neve.»
«Fa il suo mestiere.»
«Chi lo ha fatto?»
Elva riprese la barretta.
Non lo sapeva.
⁂
La prima locanda aveva tutte le finestre aperte.
Da lontano Elva aveva pensato a un incendio. Poi vide i vasi di gerani sui davanzali e una donna che scuoteva una tovaglia fuori dalla porta, a piedi nudi. Oltre il muro dell’orto cominciava subito la brina. Dentro, sotto un pergolato, pendevano grappoli ancora verdi.
La locandiera indicò la scuderia senza chiedere i nomi. Quando Neria scese, le prese la scatola degli attrezzi per aiutarla.
«Pesante.»
«La pialla è di mio nonno.»
«Tienila in camera, allora.»
Si chiamava Seda. Aveva un occhio velato e spalle larghe. Preparò tre piatti, ma mangiò in piedi. A metà della minestra qualcuno batté alla porta sul retro. Elva sentì il rumore di una brocca riempita, un ringraziamento, poi Seda tornò con le dita bagnate.
«Chi era?» chiese Neria.
«Uno che passa.»
Sul ripiano del camino erano allineate cinque tazze azzurre. Una aveva un manico rifatto in filo di ferro. Neria la guardò a lungo.
«Ne abbiamo una uguale. Le facevano alla fiera d’autunno.»
Seda mise davanti a lei una fetta di pane.
«Allora mangia prima che si raffreddi.»
La camera aveva due letti e un catino. Elva controllò la finestra, il chiavistello e l’uscita verso le scale. Era un’abitudine presa negli anni in cui aveva portato paghe dentro la fodera del mantello. Neria distese sul letto il vestito buono, che aveva tenuto coperto durante il viaggio.
Non era bianco. Era color avena, con piccoli bottoni di madreperla.
«Mia madre diceva che il bianco muore al primo lavaggio.»
Elva appoggiò la borsa.
«Verrà alle nozze?»
Neria scosse la testa. Poi tirò una piega della gonna e la lasciò.
«È morta quando avevo dodici anni.»
«Mi dispiace.»
«Non è questo che volevo dire.»
Elva aspettò.
«Volevo dire che avrebbe scelto un tessuto così.»
Dalla strada arrivò un tintinnio. Una slitta passava oltre il muro dell’orto. Il conducente camminava a fianco, avvolto fino agli occhi, e dietro di lui due bambini tenevano i piedi sollevati dalla pedana. Neria si sporse.
«Qui non hanno freddo.»
«Siamo dentro il riparo del confine.»
«E loro?»
Elva si avvicinò alla finestra. La slitta era già dietro gli alberi.
Più tardi scese a prendere acqua. Trovò Seda seduta al tavolo, con la tazza dal manico di ferro davanti.
«Quante ne hai accompagnate?» domandò la locandiera.
«È la prima.»
«Bene.»
Non lo disse come una buona notizia.
Elva posò la brocca.
«Se hai qualcosa da dirmi, dilla.»
Seda girò la tazza perché la parte riparata non fosse più verso di lei.
«Sette anni fa una ragazza ha dimenticato questa. Aveva paura che le si aprisse il manico durante il viaggio. Le ho detto di lasciarla, che l’avrebbe ripresa al ritorno.»
«Le mogli del signore non viaggiano.»
«Tu hai detto mogli.»
Elva fissò la donna.
Seda si alzò lentamente.
«Alla ragazza non dire niente che non puoi provare. Ci sono abbastanza persone che parlano al posto suo.»
Quella notte Elva dormì poco. Nella manica il lasciapassare era freddo anche attraverso la lana. Quando cambiava posizione, le pareva di sentire la brina rompersi sotto il cuscino.
⁂
Il giorno dopo una cinghia si spezzò sulla salita.
Il carro era quasi fermo e il cavallo non si spaventò. Elva scese con un’imprecazione trattenuta fra i denti. Doveva arrivare al ponte prima che l’ombra della parete lo coprisse. Le pietre immerse nell’ombra gelavano anche sotto il lasciapassare, finché il sole non tornava a toccarle.
Neria aprì la scatola.
«Ho del cuoio.»
«Serve una striscia lunga.»
«Lo vedo.»
Si inginocchiò accanto alla ruota e cominciò a tagliare. Elva tenne ferma la fibbia. Lavorarono senza parlare, soffiandosi sulle dita a turno.
Fu allora che una donna uscì dai noccioli.
Portava un fagotto contro il petto e una scarpa sola. L’altro piede era avvolto in uno straccio. Non sembrava giovane né vecchia: aveva il volto teso come pelle lasciata ad asciugare e capelli grigi tagliati male.
«Il ponte è libero?» chiese.
Elva si raddrizzò.
«Chi sei?»
La donna guardò il carro, il vestito, la scatola aperta. Quando vide il lasciapassare appeso al polso di Elva arretrò.
«Non chiamare.»
Neria posò il coltello.
Dai noccioli venne uno scricchiolio più forte. Due uomini salivano lungo il sentiero. Portavano mantelli chiari e piccoli cerchi d’argento sul petto.
La donna si piegò sul fagotto.
«Non ho preso niente.»
L’uomo più vicino si tolse il cappuccio. Era giovane e aveva le guance arrossate.
«Leda. Vieni.»
«Voglio il ponte.»
«Lo sai che oltre il cippo non reggi.»
Lei provò a fare un altro passo. Il piede nudo toccò una pietra fuori dal sentiero e rimase attaccato. Elva vide il bianco risalire sulla caviglia. Non era neve. Si formava sulla pelle, dall’interno.
L’uomo le porse entrambe le mani.
«Non ti trascino. Ma devi muoverti adesso.»
Elva afferrò la donna sotto il braccio e l’aiutò a staccarsi. La pelle rimase intatta; il ghiaccio cadde in scaglie sottili. Leda aveva il respiro breve.
Prima che la portassero via, Neria raccolse il fagotto caduto.
Dentro c’erano una camicia e tre pere secche.
«Sono tue.»
Leda la guardò. Poi guardò il vestito color avena.
«Tieni le scarpe.»
Il giovane chinò il capo, come se avesse ricevuto lui quelle parole.
Quando furono scomparsi, Elva domandò all’altro uomo chi fosse quella donna.
«Una residente della dimora. Si smarrisce.»
«Aveva chiesto il ponte.»
«Appunto.»
La cinghia nuova tenne. Sul carro Neria non rimise il coltello nella scatola. Se lo infilò nella cintura, con il fodero di legno rivolto all’esterno.
«Quanti anni aveva?» chiese.
«Non so.»
«Mi ha guardata come se mi conoscesse.»
Elva tirò le redini.
Potevano tornare alla locanda. Potevano scendere verso la pianura prima di notte. Ma il lasciapassare doveva essere restituito alla dimora: lo aveva firmato. Senza ricevuta, i due posti nelle serre non sarebbero stati assegnati.
Neria aspettava ancora una risposta.
«All’arrivo farò delle domande.»
«Anche io.»
Passarono il ponte nel sole. Sotto, il torrente era immobile fino al fondo. Elva non aveva mai visto congelare acqua tanto profonda.

⁂
La dimora non aveva torri.
Era un edificio lungo, costruito intorno a un giardino di agrumi. Il vento portava odore di bucce e terra umida. Una fontana gettava acqua in una vasca bassa; oltre il tetto, sulle montagne, il bianco scendeva fra gli abeti.
Un servo condusse via il cavallo. Un altro tese la mano verso la scatola, ma Neria la sollevò prima di lui.
Il signore del confine le ricevette in una stanza aperta sul giardino.
Si chiamava Auren. Aveva capelli scuri, una ciocca bianca sulla tempia e un vestito semplice, senza gemme. Si alzò subito. A Neria offrì una sedia, a Elva del vino.
«Il viaggio è stato difficile?»
«Abbiamo incontrato Leda.»
Il sorriso si fermò.
Neria rimase in piedi.
«Vorrei sapere se posso andarmene dopo il matrimonio.»
Auren guardò Elva. Lei non abbassò gli occhi.
«Mia moglie avrà tutto ciò che occorre.»
«Non ho chiesto questo.»
Il signore spostò una coppa sul tavolo, lentamente.
«Il vincolo protegge questa terra. Una volta pronunciato, non può essere interrotto per un capriccio.»
Neria si sedette. Non sulla sedia offerta: su quella più vicina alla porta.
«E prima?»
«Prima sei libera.»
Elva vide la ragazza stringersi le mani sulle ginocchia.
«Allora prima voglio vedere Leda.»
Auren annuì dopo un silenzio.
Le condussero nell’ala settentrionale. Vi si accedeva attraverso una porta bassa, rivestita di metallo. Appena varcarono la soglia, l’odore degli agrumi sparì.
Nella prima stanza una donna lavorava a un telaio senza toccarlo. I fili si tendevano fra le sue dita e il pettine, a una distanza di due palmi. Sulle mani portava una crosta trasparente. Il telaio batteva piano.
Nella seconda c’erano due letti e una donna addormentata. L’altra era Leda. Aveva il piede immerso in una bacinella vuota.
«Il freddo deve uscire piano», spiegò la custode.
Era una donna piccola, con una cuffia grigia. Si chiamava Istria. Non provò a nascondere il cerchio d’argento che portava al collo, identico a quelli delle guardie.
Leda sollevò il fagotto.
«Mi hai ridato le pere.»
Neria sedette sul bordo del letto.
«Le avevi portate per qualcuno?»
«Per dopo.»
Nessuno domandò dopo che cosa.
Istria mostrò a Elva una tavoletta appesa alla porta. Vi erano segnati cinque nomi, accanto a cinque date distanti sette anni. L’ultima era quella di Leda.
«Sono tutte qui?»
«Quelle ancora vive.»
La donna al telaio fece un rumore con la gola. Istria andò a darle acqua. Dove le labbra toccarono la tazza, si formò un bordo bianco.
Elva seguì il movimento delle sue mani.
«Sono loro a trattenere l’inverno.»
Istria non rispose subito.
«Una parte, ciascuna. Il primo anno poco. Poi sempre di più. Quando non basta, arriva una nuova sposa.»
«Lo sanno prima?»
La custode rimise la tazza sul ripiano con troppa forza.
«Io non scrivo le lettere.»
Nel corridoio un vetro si era incrinato dall’alto al basso. Dietro si vedeva il giardino. Un uomo raccoglieva arance con una scala, in maniche di camicia.
Elva appoggiò le dita alla crepa. Dall’altra parte era estate.
⁂
La ricevuta l’aspettava sul tavolo della sua stanza.
Era già firmata. Accanto c’erano un sacchetto di monete e il documento per le serre, con i nomi di suo marito e di sua figlia scritti correttamente. Anche l’età della bambina.
Elva rimase a guardare quella cifra.
Otto.
La porta era aperta. Auren entrò senza bussare.
«Hai fatto quello che ti era stato chiesto.»
«Non ancora.»
«La ragazza è arrivata sana.»
«Vuole andarsene.»
«Può farlo fino alla cerimonia.»
«Dille che Leda era tua moglie.»
Lui raccolse il documento delle serre e lo rimise esattamente al centro del tavolo.
«Non è una cosa che si spiega in piedi.»
Elva restò in piedi.
Auren guardò la sua manica.
«Il lasciapassare apparteneva a mia madre. Allora ne avevamo soltanto uno, e apriva il valico per una sola persona.»
Dalla stanza accanto arrivò il rumore di un cassetto. Neria stava sistemando i propri attrezzi.
«Lei lo prese», continuò Auren. «Disse che sarebbe tornata a prendermi quando avesse trovato una casa. Avevo nove anni. Per tre inverni ho dormito vestito, così non avrebbe dovuto aspettare.»
Elva non distolse lo sguardo.
«Mi dispiace.»
«Non mi serve.»
«Lo so.»
Lui allungò una mano verso la finestra. Sulla cornice il vapore si ritirò, lasciando un piccolo cerchio limpido.
«La prima donna che ho amato mi ha chiesto di accompagnarla oltre il passo. Io avevo imparato a contenere il gelo. Credevo che sarebbe bastato a farla restare. Lei voleva il mare.»
«È qui?»
Auren chiuse la mano.
«È morta.»
Elva sentì la brina scricchiolare dentro la manica, dove teneva il lasciapassare.
«L’hai lasciata andare?»
Lui uscì senza rispondere.
Quella sera Elva trovò Neria sul pavimento, intenta a smontare il ponticello di uno strumento dimenticato nell’armadio. Aveva tolto il vestito buono e indossava la gonna da viaggio.
«Che fai?»
«Si è storto per l’umidità.»
«Non devi ripararlo.»
«Lo so.»
Elva sedette accanto a lei. Le raccontò delle serre, del compenso, della tosse che svegliava sua figlia. Non omise la ricevuta già pronta.
Neria fece scorrere il pollice sul legno.
«Quando hai capito che qualcosa non andava?»
Elva pensò alla tazza azzurra.
«Ieri sera.»
«E stamattina siamo ripartite.»
«Sì.»
La ragazza ripose il ponticello nella scatola.
«Non toccare il mio bagaglio, domani.»
Elva annuì.
Si coricò vestita. Prima di spegnere la lampada estrasse il lasciapassare e lo mise sul palmo. Una tacca per lei, due per la sua famiglia. Tre persone al caldo, pagate con una firma che Neria non aveva ancora dato.
Non riuscì a chiudere la mano.
⁂
Al mattino Neria annunciò che non si sarebbe sposata.
Lo disse davanti a Istria, al servo che portava il pane e a una ragazza venuta a misurarle l’orlo. Auren ascoltò dalla soglia.
«Ne riparleremo quando sarai meno stanca.»
Neria prese la scatola.
«Sono riposata.»
Elva le porse il mantello.
Attraversarono il giardino fino al cancello. La guardia non le fermò. Oltre il primo cippo, però, il lasciapassare non sciolse il ghiaccio.
Elva lo avvicinò di nuovo. La barretta si fece tanto fredda da bruciarle le dita. Dal muro della dimora partì un sottile suono di vetro.
Auren era in piedi sotto il portico.
«Le strade non sono sempre sicure.»
Neria si voltò.
«Ieri hai detto che ero libera.»
«Lo sei. Quando il valico sarà praticabile.»
Elva infilò la barretta nella custodia e tornò indietro prima che la ragazza dovesse chiederglielo.
Non andarono nelle loro camere. Cercarono Istria nell’ala fredda. La trovarono intenta a staccare una coperta dal letto di Leda. Il tessuto si era incollato al bordo.
«Può chiudere la strada», disse Elva. «Come?»
Istria tirò piano. La coperta si liberò con un rumore di carta strappata.
«Finché il metallo gli torna intero, risponde a lui.»
«E se non torna intero?»
La custode fissò la manica di Elva.
Neria appoggiò la scatola sul pavimento.
«Non mi serve che mi diciate di stare tranquilla.»
Istria chiuse la porta.
Sotto il proprio letto conservava una scatola di legno. Dentro, avvolti nella lana, c’erano due frammenti d’argento. Li versò sul tavolo.
Il freddo della stanza sembrò arretrare di un passo.
Leda alzò la testa.
«Da dove vengono?» chiese Elva.
«Dalla prima moglie. Li aveva spezzati con uno scalpello. Voleva uscire con il ragazzo che curava i cavalli.»
«Ci riuscì?»
«Lui sì. Lei era già troppo debole. Si fermò al ponte.»
Istria aveva allora quindici anni. Aveva seguito la donna con una coperta, poi era tornata a chiamare aiuto. Quando erano arrivate al ponte, la moglie di Auren era morta. La custode mostrò a Elva una cicatrice sul pollice.
«Il frammento mi ha ferita. Da quel giorno non l’ho più toccato senza lana.»
«Perché li hai tenuti?»
«Perché dovevo portarli via anche io.»
Neria aprì la mano sopra il tavolo, senza toccare l’argento.
«Funzionano ancora.»
«Poco. Quanto basta per uscire dal letto, certe mattine. Non per attraversare il valico.»
Elva estrasse la barretta intera. Vicino ai frammenti, le tre tacche si illuminarono di un chiarore spento.
Istria spiegò quello che aveva imparato in anni di tentativi piccoli e nascosti. Il metallo spezzato non obbediva più alla dimora. Lasciava uscire il freddo dalle persone legate al vincolo, ma lo riversava intorno. Bisognava camminare. Fermarsi a lungo trasformava il terreno in una lastra.
E il riparo della valle avrebbe cominciato a cedere.
«Non solo questo giardino», disse Istria.
Elva guardò i tre segni.
«Anche le serre.»
La custode annuì.
⁂
Non potevano partire in cinque con un carro e una coperta.
Elva contò le coperte. Contò i passi fra i letti e la porta. Domandò alla donna al telaio quanto riuscisse a camminare. Si chiamava Orel e rispose senza alzare gli occhi.
«Fino al muro. Poi devo sedermi.»
La più anziana, Fena, non si alzava da due mesi. La donna che dormiva quasi sempre si chiamava Mava. C’era anche Tesa, chiusa in una stanza più piccola, che all’inizio non volle aprire.
«La settimana scorsa Leda è uscita», disse da dietro il legno. «L’ho sentita tornare.»
Elva non le promise che sarebbe stato facile.
«Avremo un carro.»
«L’abbiamo avuto anche entrando.»
Neria si sedette fuori dalla porta. Tirò fuori dalla scatola il ponticello riparato e cominciò a levigarlo. Non parlò per un pezzo.
Elva andò alle scuderie. Il giovane che aveva ricondotto Leda stava distribuendo fieno. Si chiamava Daren. Quando la vide, cercò il cerchio sul proprio petto come se volesse nasconderlo.
«Ci servono due slitte da fieno.»
«Per andare dove?»
«Oltre il passo basso. Quello dei carbonai.»
«È chiuso.»
«Lo conosci?»
Lui passò il rastrello nell’altra mano.
«Mio padre ci portava il carbone.»
Elva gli disse ciò che avrebbero fatto. Non tutto insieme: prima le donne, poi l’argento, infine il gelo che avrebbe raggiunto le case. Daren smise di lavorare.
«Mia sorella abita dietro la locanda.»
«Devi avvertirla.»
«E le altre famiglie?»
«Tutte quelle che riesci a raggiungere. Stanotte. Prima che si sciolga il riparo.»
Il giovane la guardò come se gli avesse chiesto di incendiare il fienile.
«Ci sono animali. Vecchi. Non possono prendere un sacco e sparire.»
Elva annuì. Cominciarono da lì.
Sulla tavola delle razioni disegnarono la strada della locanda e le case sparse. Non erano tante, ma nessuna poteva essere dimenticata. Daren avrebbe mandato i due garzoni con i cavalli da cambio. Seda aveva un cortile grande; oltre il suo orto il terreno saliva verso il passo basso.
Servivano una notte e parte del giorno seguente. Auren doveva credere che Neria stesse ancora pensando.
La ragazza accettò di chiedere tempo, non di fingere consenso.
«Gli dirò che voglio leggere ogni parola del vincolo.»
Istria sorrise senza allegria.
«Non l’ha mai sentito chiedere.»
Nel pomeriggio il vento aumentò. Il caldo del giardino rese l’aria pesante e Neria si raccolse i capelli con una cordicella che continuava a scivolare. Elva aveva gli stessi nodi sulla nuca, dopo tre giorni sotto il cappuccio.
Trovarono una stanza con un braciere e uno specchio macchiato.
«Hai forbici buone?» chiese Elva.
«Per il feltro.»
«Andranno bene.»
Neria le accorciò i capelli all’altezza del mento. Elva guardò cadere le ciocche sul pavimento e pensò a sua figlia, che usava intrecciarle un nastro mentre aspettava che l’acqua bollisse.
«Storti?» domandò.
«Un poco.»
«Non dirlo così contenta.»
Neria rise. Fu un rumore breve, ma riempì la stanza.
Poi si scambiarono il posto. I capelli della ragazza erano fini e ramati. Elva tagliò poco per volta, seguendo le indicazioni, finché le punte non toccarono più il colletto.
Fuori, sul vetro, si apriva una foglia di brina.
Neria si guardò nello specchio.
«Mio padre dirà che potevo farlo prima di cucire il velo.»
«E tu?»
«Che non glielo avevo chiesto.»
Elva raccolse i capelli con una paletta. Neria le porse il sacco, poi lo tenne aperto mentre lei li versava.

⁂
Il vento coprì i rumori delle slitte fino alla porta settentrionale.
Daren le aveva rivestite di paglia e lana. Aveva preso anche il carro di Elva, ma il cavallo sarebbe stato necessario per Fena e Mava sul tratto pianeggiante. Alla salita avrebbero diviso i carichi.
Neria guidò fuori Orel. Tesa venne per ultima, portando in braccio un piccolo cassetto. Nessuno le chiese che cosa contenesse.
Elva andò a prendere il lasciapassare.
Sul tavolo c’erano ancora le monete e i due posti nelle serre. Non aveva toccato niente. Ripiegò soltanto il documento, per portarlo a casa e spiegare a suo marito che cosa aveva perduto.
Istria l’aspettava con uno scalpello corto. Aveva steso un panno sul pavimento di pietra.
«Puoi ancora andare con la ricevuta», disse.
Elva la guardò.
La custode scosse la testa.
«Non te lo sto consigliando. Voglio che sia detto.»
Dalla porta venne un colpo di tosse. Mava era già sul carro.
Elva si inginocchiò. Fermò l’argento sotto lo scalpello e alzò il martello. Il primo colpo fece soltanto una tacca. Il secondo le rimbalzò nel polso. Al terzo il lasciapassare si spezzò.
La brina uscì dalla crepa come farina rovesciata.
Dal giardino arrivò uno schianto. Il getto della fontana si era fermato a mezz’aria e poi era caduto in pezzi. Le foglie degli agrumi si piegarono, tutte insieme.
Elva raccolse i frammenti nel panno.
Leda piegò le ginocchia.
«Fa male.»
«Riesci a stare in piedi?»
«Fa male perché le sento.»
La porta del corridoio si aprì.
Auren non chiamò le guardie. Guardò la barretta spezzata e poi le donne già avvolte nelle coperte. Sembrava essersi svegliato in una stanza che non riconosceva.
«Avete distrutto il riparo.»
Elva passò un frammento a Istria, tenendolo nella lana.
«Daren ha avvertito le case.»
«Non le salverete tutte.»
«Aiutaci.»
Lui fece un passo verso Leda. La donna arretrò contro la slitta.
«Non ti sto facendo niente.»
«Fermati lì», disse lei.
Auren si fermò, ma solo un istante. Poi tese la mano verso il frammento che Istria teneva al petto.
Neria gli mise davanti la scatola degli attrezzi, di traverso. Non lo colpì. Gli impedì di passare nel corridoio stretto.
«Ci hai detto che potevamo andare.»
Lui spinse la scatola. Il coperchio si aprì. Pialle, lime e un piccolo violino incompleto caddero sulla pietra.
Elva afferrò Neria per il gomito e la tirò indietro. Daren, entrato dalla scuderia, si mise fra loro e Auren. Si tolse il cerchio dal collo e lo lasciò a terra.
Nessuno raccolse gli attrezzi.
Fuori la notte aveva perso il profumo degli agrumi. Il cavallo sbuffò, spaventato dal bianco che correva sul terreno. Elva gli parlò vicino all’orecchio, con le parole che usava sulle discese ripide.
Auren rimase sulla soglia.
«Tornate prima del ponte.»
Le donne continuarono.
⁂
Alla locanda c’erano carri, capre e bambini addormentati sopra i sacchi.
Seda aveva aperto la dispensa. Non distribuiva razioni uguali: chiedeva quante persone fossero, quanto cammino potessero fare, chi avesse bisogno del carro. Daren le andò incontro. Sua sorella era arrivata con due vicini, ma mancava il mugnaio della curva.
«Non vuole lasciare le macine», disse uno dei garzoni.
Elva guardò il sentiero dietro di loro. Il bianco avanzava lentamente, senza fermarsi.
«Digli che può venire senza portare niente. Anche fra un’ora. Lasciategli una lanterna accesa al bivio.»
Non avevano uomini da mandare a trascinarlo. Il garzone ripartì con una coperta e un cavallo leggero.
La tazza azzurra era sul banco. Seda la mise nel cassetto di Tesa, che protestò perché avrebbe schiacciato le sue cose.
«Allora tienila in mano.»
Tesa la prese.
Ripartirono mentre il pergolato cominciava a scricchiolare.
Elva avrebbe voluto fermarsi a contare tutti, ma il freddo si raccoglieva sotto le slitte. Fece passare le famiglie avanti, verso il sentiero dei carbonai. Le cinque donne sarebbero salite dietro, tenendo l’argento spezzato vicino ai loro corpi.
Il calore non arrivava. Arrivava soltanto un dolore che permetteva di muovere le dita, poi i piedi, poi di piegare un ginocchio. Fena gridò quando Daren provò a sollevarla. Lui la rimise giù e aspettò che fosse lei a dirgli come prenderla.
Neria aiutava Leda. Aveva conservato il velo, stretto sotto il mantello, e lo usò per avvolgere la mano di Elva quando una scheggia della slitta le aprì il palmo.
«Non stringere troppo», disse Elva.
«Lo so.»
Le dita della ragazza tremavano. La fascia venne irregolare, ma tenne.
Più in alto cominciarono a vedere le luci degli altri.
Non erano lontane. Eppure per raggiungere la prima impiegarono tutto il tempo in cui il cielo diventò grigio.

Al ponte dei carbonai trovarono una trave spezzata. Il gelo l’aveva gonfiata nel punto in cui si incastrava sulla spalla di pietra. Daren scese a guardare dal lato asciutto, legato a una fune. Il torrente sotto non era profondo, ma l’acqua si muoveva ancora fra le lastre.
Non si poteva passare con il carro.
Elva guardò le ruote, poi il cassone. Era il carro che aveva comprato dopo sei anni di viaggi a piedi. Su un fianco sua figlia aveva dipinto un fiore storto.
«Smontiamo il piano.»
Daren scosse la testa.
«Ti serve per lavorare.»
«Adesso serve qui.»
Le assi furono sfilate una per una. Neria trovò nella tasca del mantello il coltello usato per la cinghia. Il resto degli attrezzi era rimasto alla dimora. Per togliere i perni dovettero usare pietre e un cuneo prestato da un carbonaio.
Elva non guidò il lavoro sul ponte. Non ne aveva la competenza. Il carbonaio scelse dove appoggiare le assi e fece passare prima chi poteva camminare senza aiuto. Le slitte furono tirate da entrambe le sponde, una alla volta, mentre gli altri tenevano libere le corde.
Quando arrivò il turno di Fena, il ghiaccio sotto il ponte emise un colpo secco.
Elva serrò la fune con la mano fasciata. Il velo si macchiò.
Per un istante vide soltanto la slitta inclinarsi. Daren la fermò dall’altro lato, il carbonaio spostò il peso, Istria si mise a parlare a Fena senza alzare la voce. Le diceva il nome di ciascuna persona che la stava tenendo.
La slitta tornò diritta.
Passarono anche Leda e Neria. Elva rimase ultima con il cavallo.
Dietro di lei comparve una figura sul sentiero.
Auren portava un mantello pesante. Non aveva più nulla del padrone del giardino. Si fermò a distanza, respirando forte.
«Dove andate?»
Elva non rispose.
«Non conosco il passo basso.»
Lei indicò le impronte. Gli disse di non avvicinarsi alle donne. Daren lo avrebbe accompagnato con le altre famiglie; oltre il valico avrebbe dovuto rispondere di ciò che era accaduto.
Auren guardò il ponte, le assi del carro, la fascia sporca.
«E se non vengo?»
Elva si voltò verso il cavallo.
«Non posso restare ad aspettarti.»
Attraversò senza guardare se la seguiva.
⁂
Il confine dell’inverno non era una linea.
Per due giorni la brina li accompagnò nei fossi, nelle cuciture delle scarpe, sulle coperte stese vicino al fuoco. Le donne continuarono a cedere freddo. Di notte dormivano a distanza dagli altri, ma non sole. Istria e Seda si davano il cambio; Neria restava con Leda finché riusciva a tenere gli occhi aperti.
Fena morì nella seconda notte.
Non ci fu un ultimo discorso. Chiese acqua, bevve poco, e quando Istria tornò a coprirle i piedi aveva smesso di respirare. La terra era troppo dura per scavare subito. La portarono ancora per mezza giornata, finché trovarono un pendio esposto al sole.
Tesa mise la tazza azzurra accanto alla coperta.
Seda gliela restituì.
«Quella è tua.»
La seppellirono con una striscia del tessuto che Orel aveva portato via dal telaio. Auren assistette da lontano, accanto a Daren. Non tentò di avvicinarsi.
Alla prima città furono ospitati nei magazzini della lana. Non c’erano letti per tutti. Le famiglie del confine ottennero paglia, una zuppa e la promessa di un altro colloquio la mattina seguente. Elva conosceva quel genere di promesse. Si mise in fila prima dell’alba.
Auren fu affidato ai custodi della città. Istria consegnò i nomi, le date e i due frammenti antichi. Elva portò la ricevuta già firmata e raccontò quando le era stata consegnata. Daren parlò della strada chiusa. Le donne avrebbero deposto quando fossero state abbastanza forti.
Neria trovò una bottega che riparava strumenti. Il proprietario le chiese di mostrare un lavoro. Lei aveva soltanto il ponticello, rimasto per caso nella tasca, e il coltello.
Lui lo guardò controluce.
«Puoi cominciare da questo pomeriggio.»
Elva la aspettò fuori.
«Tuo padre sarà in pensiero.»
«Gli ho scritto.»
«Posso accompagnarti a casa.»
Neria tirò fuori dalla cintura il grembiule che le avevano prestato.
«Non torno adesso.»
Elva annuì. Sentì il desiderio di dirle che era troppo presto, che non conosceva nessuno, che dopo quanto era successo sarebbe stato meglio. Lo lasciò passare.
«Sai dove trovarmi.»
Neria le sistemò il bordo della fascia sulla mano. Il velo aveva preso il colore della strada.
«Quando guarisce, non serve restituirlo.»
Si abbracciarono davanti alla bottega, senza salutarsi per sempre.
Elva tornò con il cavallo e senza carro. Suo marito la vide arrivare dal fondo della strada e venne incontro, ma si fermò quando riconobbe la fascia.
Dentro casa sua figlia dormiva vicino al camino. Il fuoco era basso.
Elva posò sul tavolo il documento delle serre.
Raccontò tutto. Suo marito ascoltò tenendo il foglio aperto. Quando ebbe finito non la abbracciò subito. Domandò quanto fosse costato il cavallo, se il compenso fosse perduto, se ci fosse almeno qualcuno disposto a pagare le assi.
Lei rispose a ogni domanda.
Quell’inverno divisero una stanza con la sorella di lui. Elva tornò a portare lettere a piedi sulle strade più basse, mentre la mano guariva male e lentamente. La figlia imparò a intrecciarle il nastro fra i capelli corti. Restava una piccola coda, appena sufficiente.
A primavera arrivò un pacco.
Conteneva un archetto riparato per la bambina, che aveva cominciato a studiare con uno strumento preso in prestito, e una lettera di Neria. Diceva poco del viaggio. Raccontava della bottega, della stanza che divideva con Tesa, del padre venuto a trovarla portandole una pialla nuova.
Leda riusciva a camminare fino al mercato. Mava aveva ancora giornate in cui non poteva alzarsi. Il gelo restava sulle montagne e nessuno aveva riaperto la strada della dimora.
In fondo alla lettera Neria aveva disegnato una finestra.
Elva riconobbe la forma di un telaio da strumenti, messo ad asciugare sul davanzale. Dietro c’era una sedia, e sulla sedia un vestito color avena.
La finestra era aperta.

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