«Ubren lasciò la candela dov’era e si sedette dalla parte dell’uomo.»
L’uomo rimase fuori dal cerchio di luce anche quando cominciò a piovere.
Ubren lo vide mentre spegneva le candele della navata. Ne lasciava sempre una davanti alla porta, dentro una ciotola di terracotta. Non era un’usanza della parrocchia. Aveva cominciato lui, molti anni prima, dopo aver trovato una vecchia seduta al buio sui gradini. Da allora l’ultima candela bruciava finché il sacrestano non andava a dormire.
Lo sconosciuto aveva scarpe alte e un mantello troppo corto. La pioggia gli colava sul collo, ma non faceva il piccolo passo che lo avrebbe portato sotto il portico.
«Entra», disse Ubren.
L’uomo guardò la ciotola.
«Puoi toglierla?»
«Ti dà fastidio il fumo?»
«La luce.»
Ubren sollevò la candela. L’altro arretrò subito.
Non era un gesto di sorpresa. Era il movimento di chi sa già quanto può avvicinarsi a qualcosa che gli fa male.
Il sacrestano rimise la ciotola sul gradino.
«Posso portarti da mangiare.»
L’uomo annuì.
Ubren andò in cucina e tornò con pane e una scodella di fagioli. Li appoggiò sul muretto, fuori dalla luce. Lo sconosciuto aspettò che lui si ritirasse, poi prese la scodella con entrambe le mani.
Le nocche erano bianche. Sotto l’unghia di ogni dito c’era una riga nera.
«Come ti chiami?»
«Sarel.»
«Io sono Ubren.»
Sarel mangiò senza rispondere. Non divorava il cibo. Lo raccoglieva con attenzione, lasciando raffreddare ogni cucchiaio.
Aveva forse trentacinque anni. Una cicatrice gli scendeva dalla tempia fino allo zigomo, sottile nella parte alta e larga vicino all’orecchio. Sotto il mantello si vedeva una camicia chiusa male. Teneva qualcosa contro il petto, dentro la stoffa.
Ubren sentì odore di cera calda. Poi, per un istante, un altro odore: lana che aveva preso troppo calore.
«Dove hai dormito ieri?»
«Cammino.»
«Non puoi camminare sempre.»
Sarel sollevò gli occhi.
«No.»
Il sacrestano avrebbe potuto chiamare padre Mael, ma il prete aveva la febbre e dormiva nella stanza sopra la cucina. Avrebbe potuto aprire il magazzino del pane. Lì c’erano due famiglie rimaste senza tetto dopo l’incendio della conceria. Una bambina si svegliava ancora gridando quando qualcuno ravvivava il focolare.
«Stanotte non ho un letto libero», disse.
Sarel posò il cucchiaio.
«Non importa.»
Si alzò prima che Ubren potesse spiegare. Lasciò la scodella sul muro e se ne andò nella pioggia, con le braccia strette intorno al petto.
Quando il sacrestano raccolse le stoviglie, trovò un’impronta nera sulla pietra. Era la forma di una suola. La pioggia vi passava sopra senza scioglierla.
Ubren strofinò con il pollice.
La cenere era asciutta.
⁂
La conceria continuava a fumare tre giorni dopo l’incendio.
Ubren vi andò al mattino con un paniere di coperte. La strada aveva odore di pelli bagnate e legno bruciato. Sulle case vicine qualcuno aveva steso lenzuola davanti alle finestre per trattenere la fuliggine. Erano diventate grigie durante la notte.
Tirsa, la moglie del conciatore, sedeva accanto a un mucchio di fibbie. Cercava quelle ancora utilizzabili. Aveva le mani pulite: sua sorella le aveva lavate con acqua tiepida prima di riportarla lì.
Il marito era morto tentando di raggiungere il ragazzo che lavorava al piano superiore. Il ragazzo era uscito da una finestra sul retro. Non sapeva che l’altro fosse salito a cercarlo.
Ubren posò il paniere.
«Ne ho trovate altre due.»
Tirsa toccò la coperta in cima.
«Questa è da bambino.»
«Puoi piegarla.»
Lei annuì e tornò alle fibbie.
Il sacrestano rimase a guardare ciò che restava della porta. Sulla soglia, al riparo di una pietra sporgente, c’era un’impronta simile a quella del portico. Non soltanto cenere sparsa: il bordo di un tacco, una cucitura diagonale sotto l’avampiede.
Si chinò.
«Non toccare.»
Edran, il capitano delle guardie, veniva dal cortile. Portava una tavoletta coperta di segni e aveva una manica strappata.
«Ne abbiamo trovate anche al granaio.»
«Lì non è bruciato niente.»
«Non ancora. Il custode ha visto una trave annerirsi dall’interno. Ha chiamato prima che cedesse.»
Ubren tolse la mano dalla soglia.
Edran era un uomo asciutto, più giovane del sacrestano di vent’anni. Non parlava molto, ma ascoltava fino alla fine. Ubren gli raccontò del visitatore, della candela e dell’impronta rimasta sotto la pioggia.
Il capitano non rise.
«Se torna, vieni a chiamarmi.»
«Potrebbe avere camminato fra le rovine.»
«Potrebbe.»
«Non ho visto che facesse niente.»
«Hai fatto bene a dirlo.»
Tirsa aveva smesso di dividere le fibbie.
«Cercava un letto?» domandò.
Ubren si voltò.
La donna fissava la porta bruciata.
«Un uomo è venuto qui due sere prima. Mio marito gli ha detto che nella stanza c’erano i ragazzi. Gli ha indicato la locanda.»
«L’hai visto in faccia?»
«Io stavo di sopra.»
«Hai sentito il nome?»
Lei scosse la testa.
Ubren non aggiunse quello che aveva immaginato. Edran gli chiese soltanto a che ora il visitatore fosse arrivato e da quale strada se ne fosse andato.
Sulla via del ritorno il sacrestano passò dal granaio. La trave scura era stata portata fuori. Sembrava intatta, ma al centro si sbriciolava sotto il peso della propria corteccia.
Il custode indicò il muro.
«Aveva appoggiato lì la schiena.»
«Chi?»
«Quello che cercava una stanza. Gli ho detto che non poteva dormire con il raccolto.»
Ubren guardò le case ai due lati della strada. Tutte avevano una porta.
⁂
Sarel tornò quando suonarono le campane della sera.
Ubren aveva messo la candela nello stesso posto. Sotto il portico c’era anche Edran, senza uniforme. Il sacrestano non lo nascose.
«È il capitano delle guardie.»
Sarel si fermò oltre il primo gradino.
«Hai chiamato qualcuno.»
«Sono bruciate delle case.»
La mano dell’uomo salì sotto la camicia.
Edran si mosse appena.
«Tienila fuori.»
Per un momento la pioggia sembrò fare meno rumore. Sarel estrasse lentamente la mano vuota.
Ubren aveva preparato una stanza nell’antico lavatoio, oltre il cortile. Pareti di pietra, una finestra alta, nessun passaggio verso il magazzino dove dormivano le famiglie. Il tetto era basso e le travi erano state ricoperte di intonaco dopo un incendio di molti anni prima.
Non era una cella. Non era nemmeno una casa sicura per chiunque.
«Puoi stare lì», disse. «Ma non da solo. Una guardia resterà fuori e io porterò il cibo. Prima dobbiamo sapere che cosa hai addosso.»
Sarel guardò il lavatoio.
«E se non entro?»
Edran rispose senza alzare la voce.
«Ti fermerò lo stesso. Ci sono domande che devi ascoltare.»
Ubren vide il pollice di Sarel sfregare l’indice. Fra le dita cadde una polvere nera. Il gradino cominciò a fumare.
Il capitano arretrò e chiamò il compagno che aspettava dietro il cancello.
Ubren spostò la ciotola verso il fumo.
La pietra smise di annerirsi.
Sarel piegò il polso come se la fiamma gli avesse tirato un filo sotto la pelle.
«Lasciala dove stava.»
«Che cosa hai fatto?»
L’uomo respirava con la bocca aperta.
«Non volevo.»
Edran gli prese il braccio da dietro, tenendosi lontano dal petto. Il compagno rimase davanti. Sarel non resistette.
Sotto la camicia portava un disco scuro, grande quanto una moneta, appeso a una striscia di cuoio. Vi era inciso un segno simile a una porta attraversata da un ramo. Il metallo sembrava freddo finché non lo si guardava a lungo. Poi al centro compariva un punto rosso.
«Non toccatelo», disse Sarel.
Ubren portò più vicina la candela. Il punto rosso si spense.
«Questo ti fa male?»
«Quello che hai fatto tu.»
«Accenderla?»
Sarel guardò la ciotola.
«Lasciarla per me.»
Nessuno parlò per alcuni istanti.
Poi Edran fece legare le mani dell’uomo davanti, non dietro, e lo accompagnò al lavatoio. Ubren portò la candela in una lanterna schermata e la posò vicino all’ingresso. Il disco rimase spento.
Solo dopo che la porta fu chiusa il sacrestano si accorse di avere le ginocchia molli.
Padre Mael lo aspettava sulla scala, avvolto in una coperta.
«Chi hai portato?»
Ubren appoggiò la schiena al muro.
«Non lo so ancora.»

⁂
La prima cosa che Sarel chiese fu di non lasciarlo al buio.
Ubren rimase fuori dalla stanza con la scodella in mano.
«La candela ti fa male.»
«Il buio è peggio.»
Il lavatoio aveva ancora il grande bacile addossato alla parete. Dentro c’erano acqua pulita e due pezzi di sapone. Il letto era stato sistemato lontano dalla finestra. Edran aveva fatto togliere dal cortile paglia, fascine e il carro delle consegne. Le famiglie del magazzino sarebbero state spostate alla scuola prima di notte.
Sarel guardò la minestra.
«Non ho fame.»
Ubren la lasciò su uno sgabello.
«La riprendo dopo.»
«Sei venuto a farmi confessare?»
«Sono venuto a portarti da mangiare.»
L’uomo girò la faccia verso il muro.
Il sacrestano si sedette nel vano della porta, con la guardia abbastanza vicina da vedere entrambi. La lanterna stava dall’altra parte della soglia. La fiamma non tremava.
Per un po’ si sentirono soltanto il cucchiaio e i passi nel cortile.
«Non sempre funziona così», disse infine Sarel.
Ubren aspettò.
«Una luce accesa per vendere vino non mi ferma. Una torcia di chi mi cerca neppure. Quella era per chi fosse arrivato. Anche per me.»
Il sacrestano guardò la lanterna. Non sapeva che cosa pensare di una fiamma tanto comune, dentro vetri che puliva ogni sabato.
«Non è il mio lavoro capire tutto», disse.
«E qual è?»
Ubren indicò la scodella.
Sarel fece una smorfia che poteva essere l’inizio di un sorriso. Poi si strinse il petto.
«Il disco vuole che io vada.»
«Dove?»
«Dove mi hanno detto di no.»
La guardia sollevò la testa.
Sarel se ne accorse e tacque.
Più tardi Edran tornò con Tirsa e con il custode del granaio. La donna non volle entrare. Rimase nel cortile, sotto la pioggia ormai sottile. Il custode riconobbe la voce prima ancora che Sarel sollevasse il viso.
Edran domandò della conceria.
«Mi hanno lasciato fuori», rispose l’uomo.
«C’erano due ragazzi nella stanza.»
«C’era posto sul pavimento.»
«Hai provocato tu l’incendio?»
Sarel guardò Ubren. Il sacrestano non mosse la lanterna e non distolse gli occhi.
«Sì.»
Tirsa fece un passo indietro. Non gridò. Si appoggiò al muro, come se qualcuno le avesse tolto uno sgabello da sotto il corpo.
«Mio marito era salito per un altro», disse.
Sarel abbassò la testa.
«Non sapevo.»
«Potevi guardare.»
Il custode del granaio la accompagnò fuori. Edran rimase a raccogliere le parole dell’uomo, una alla volta. Ubren scrisse perché il capitano aveva ancora il polso gonfio.
Non scrisse mostro. Non scrisse vittima.
Scrisse il nome.
⁂
Il segno sulla moneta era già comparso nei registri della chiesa.
Ubren lo trovò il mattino seguente, mentre cercava il nome della madre di Sarel. Era disegnato sul margine di una pagina, accanto a tre righe sbiadite. Il registro risaliva a ventisette anni prima.
Aveva quasi dimenticato il rifugio al di là del ponte. Quasi, non del tutto.
Vi mandavano le persone che non volevano tenere nelle case durante le febbri. Alcune erano malate. Altre avevano soltanto dormito sotto lo stesso tetto di qualcuno che lo era stato. Un uomo incaricato dal vecchio consiglio segnava le porte con un ramo e una linea.
Poi aveva cominciato a segnare anche le persone.
Ubren passò il dito accanto all’inchiostro. Allora era un aiutante giovane. Portava secchi al rifugio, lasciava il pane sul banco e tornava prima del buio perché sua moglie lo aspettava. Ricordava una donna che gli aveva chiesto una coperta per il figlio.
Ne aveva portata una il giorno dopo.
Il bambino non c’era più.
Padre Mael sedeva davanti alla stufa con una tazza fra le mani. Quando Ubren gli mostrò il registro, lesse a lungo.
«Qui dice che il ragazzo è fuggito.»
«Qui dice molte cose.»
Il prete annuì.
«Chi lo segnò?»
«Un uomo del consiglio. È morto da anni.»
«E chi lo lasciò fare?»
Ubren non rispose subito.
La stufa scattò. Avevano bruciato legna umida e un filo di fumo usciva dalla giuntura. Il sacrestano si alzò per regolare lo sportello, poi tornò a sedersi.
«Io vedevo il banco. Non guardavo oltre.»
Portò il registro al lavatoio.
Sarel fissò il disegno.
«Lo hai trovato.»
«Ricordo tua madre.»
«No.»
Ubren lasciò la frase dove era caduta.
L’uomo chiuse gli occhi. Sotto la cicatrice la guancia si contrasse.
«Ricordi una donna dietro una porta. Mia madre cantava mentre lavorava. Si fermava quando sbagliava il filo e ricominciava dalla stessa parola.»
Il sacrestano ascoltò.
Quando avevano portato Sarel al rifugio, lui aveva otto anni. Il segno gli era stato impresso sulla tempia perché tutti sapessero da dove veniva. Dopo la morte della madre era fuggito. Per anni aveva coperto la cicatrice con i capelli e cambiato strada alla vista di un portone chiuso.
Il disco lo aveva ricevuto molto tempo dopo, da un uomo incontrato vicino a una fornace abbandonata.
«Mi disse che nessuno avrebbe più dormito tranquillo dopo avermi respinto.»
«Sapevi che cosa faceva?»
Sarel annuì.
«La prima volta?»
«Ho aspettato che una casa fosse vuota.»
«E dopo?»
L’uomo si girò verso la finestra.
Ubren sentì l’odore della cera sciolta nella lanterna. Avrebbe voluto che una parola aprisse quella stanza senza mettere in pericolo nessuno. Gli sarebbe bastato perfino un ordine chiaro, una cosa da fare e basta.
«Io ti ho lasciato là», disse.
Sarel lo guardò finalmente.
«E adesso vuoi che ti dica che non conta.»
«No.»
Il sacrestano tenne le mani sulle ginocchia.
«Ti porto il registro. Non lo nascondo.»
Lo lasciò sul tavolo di Edran, fuori dalla porta.
⁂
La notizia arrivò al mercato prima che finissero di trasferire le famiglie.
Qualcuno disse che la chiesa nascondeva l’incendiario. Qualcuno che padre Mael gli aveva già perdonato ogni cosa. Il prete, quando lo seppe, chiese le scarpe e scese nel cortile nonostante la febbre.
Tirsa era tornata con sua sorella. Dietro di loro si erano raccolte una ventina di persone. Il fratello del conciatore aveva un bastone da cammino che stringeva troppo in alto.
«È sotto custodia», disse Edran.
«Mangia al caldo», rispose l’uomo.
Ubren guardò la scuola in fondo alla strada, dove le famiglie avevano appena ricevuto paglia pulita.
«Anche loro.»
Il fratello del conciatore si voltò di scatto.
«Non metterli nella stessa frase.»
Il sacrestano abbassò la testa.
«Hai ragione.»
Padre Mael si fermò accanto al cancello. Non provò a parlare del perdono. Domandò chi mancasse ancora all’appello delle case evacuate, chi avesse bisogno di medicine e chi potesse aiutare a spostare le pelli rimaste integre.
Il fratello del conciatore non lasciò il bastone, ma fece un nome. Un uomo anziano abitava sopra il deposito e rifiutava di uscire perché nessuno avrebbe sorvegliato le sue cose.
Edran mandò due guardie.
Tirsa prese Ubren da parte.
«Non voglio vederlo attraversare la piazza libero.»
«Non la attraverserà libero.»
«Tu non decidi.»
«No. Ma testimonierò.»
Lei annuì appena.
Il sacrestano aveva una piccola stanza attaccata al lavatoio. Vi teneva il letto, una cassapanca e le cose di sua moglie: un grembiule, due scodelle, il pettine con cui lei si raccoglieva i capelli. Edran gli disse che doveva svuotarla. Se il fuoco fosse passato dal tetto, lì avrebbe trovato legno asciutto.
Ubren portò fuori la cassapanca con l’aiuto della guardia. Il letto non passava dalla porta. Lo smontarono nel cortile.
«Puoi dormire sopra la cucina», disse padre Mael.
«Ci dormi tu.»
«Una stanza ha quattro angoli.»
Ubren sorrise. Poi tornò a prendere il pettine che aveva dimenticato sul davanzale.
Al lavatoio Sarel chiese perché trascinassero mobili.
«Per non lasciarti altro da bruciare.»
L’uomo si ritrasse.
«Non voglio bruciare questo posto.»
«La conceria non lo sapeva.»
Fu una frase più dura di quanto Ubren avesse voluto. Rimase nel vano della porta, cercando un modo per non ritirarla e non usarla come un colpo.
«Qui ti daremo da mangiare», aggiunse. «Qui nessuno ti colpirà. Ma quello che hai fatto non resta fuori dal cancello.»
Sarel tirò la coperta sulle ginocchia.
Quella sera mangiò tutto.
La mattina seguente Sarel domandò una tavoletta per scrivere.
Ubren gliela portò insieme a un gessetto. L’uomo tracciò una strada, poi una curva, poi un edificio con due finestre.
«Qui c’è ancora qualcosa.»
Il sacrestano sentì il pane fermarsi in gola.
«Che cosa?»
«Una traccia. Non tutte si accendono subito.»
Edran fu chiamato mentre stava distribuendo i turni. Si sedette davanti al disegno e fece domande precise. Sarel indicò un magazzino di corde fuori dalla porta orientale e una casa accanto alla pesa. Non ricordava il nome delle persone. Ricordava ciò che gli avevano detto.
Al magazzino un uomo gli aveva risposto di aspettare. Sarel aveva aspettato fino al buio, poi se ne era andato senza chiedere di nuovo. Alla pesa una donna aveva chiuso la finestra prima di sentirlo.
«Forse non ti aveva visto», disse Ubren.
L’uomo sfregò il gessetto sul tavolo.
«Forse.»
Il capitano mandò a sgomberare i due edifici. La casa della pesa ospitava una famiglia con tre figli. Il padre arrivò al lavatoio con un sacco di vestiti e voleva sapere quando avrebbe potuto rientrare. Edran non gli promise un’ora.
«Prima controlliamo.»
«Dentro ho il telaio. Se si bagna, non lavoro.»
Ubren lo accompagnò alla scuola. Trovarono un angolo asciutto dove sistemare il sacco. Il figlio più piccolo teneva in mano una scarpa spaiata; quella giusta era rimasta sotto il letto.
«Non possiamo tornare a prenderla adesso», disse suo padre.
Il bambino non pianse. Continuò a guardare la scarpa sbagliata, come se il problema fosse scegliere dove appoggiarla.
Ubren cercò fra le cose donate e trovò due zoccoli troppo grandi. Mise dentro delle strisce di tela. Il bambino fece qualche passo, trascinandoli sul pavimento, e tornò a sedersi.
Il padre ringraziò senza sorridere.
Quando il sacrestano tornò al cortile, Tirsa stava aiutando sua sorella a stendere coperte. Si fermò per lasciarlo passare.
«Ti ha detto dove andare?»
«Sì.»
«È bene che lo abbia fatto.»
Ubren annuì.
Lei strizzò l’angolo di una coperta.
«Non dire che questo restituisce qualcosa a mio marito.»
«Non lo dirò.»
Tirsa lo guardò come per verificare che avesse ascoltato davvero. Poi riprese il lavoro.
La casa della pesa fu riaperta due giorni dopo, quando una pietra annerita venne rimossa sotto gli occhi delle guardie. Il magazzino di corde rimase vuoto più a lungo. Una parete era calda anche al mattino e nessuno sapeva quanto bisognasse aspettare. I rotoli di corda furono portati al coperto in piccoli carri. Il proprietario scrisse il costo del trasporto su una tavoletta e la consegnò a Edran.
Ubren tornò da Sarel con quella notizia.
«Non è bruciato nessuno», disse l’uomo.
«Hanno dovuto lasciare la casa.»
Sarel guardò il letto, la scodella, il catino.
«Anche io.»
Il sacrestano rimase in piedi.
«Loro non hanno scelto di far lasciare la casa ad altri.»
Il gessetto si spezzò fra le dita dell’uomo.
Ubren pensò che avrebbe smesso di parlare. Invece Sarel raccolse le due metà e aggiunse un segno sul disegno.
«C’è una rimessa dietro il pozzo grande. Non so se la traccia è rimasta.»
Edran mandò a controllare anche quella.
Quella sera il capitano tenne il sacrestano nel cortile dopo il cambio della guardia. Gli mostrò la lista degli edifici visitati.
«Ci possono essere altri posti che non ricorda. O che non vuole dire.»
«Lo so.»
«Non ti sto chiedendo di convincerlo da solo.»
Ubren sollevò lo sguardo.
Era da quando Sarel era arrivato che nessuno gli diceva una cosa simile. Aveva cominciato a contare ogni silenzio dell’uomo come un proprio errore, ogni frase come una porta da aprire senza sapere che cosa ci fosse dietro.
Edran piegò la lista.
«Tu fai quello che puoi. Il resto lo facciamo insieme.»
Quella notte Ubren dormì quattro ore senza svegliarsi.
⁂
Il candeliere era rimasto nel lavatoio dall’ultima festa.
Aveva un piede storto e una vite bloccata dalla cera. Ubren lo aveva messo da parte per ripararlo, poi erano arrivati gli incendi. Ora lo portò dentro insieme a due stracci e una ciotola d’acqua tiepida.
«Non ho bisogno che lavori», disse a Sarel. «Devo farlo io.»
Appoggiò il candeliere sul tavolo, lontano dalla lanterna. La guardia stava nel vano della porta. Edran aveva consentito di liberare una mano all’uomo, dopo che questi aveva accettato di lasciare il disco sotto la camicia e di non avvicinarvisi.
Sarel osservò Ubren raschiare la cera con un pezzo di legno.
«Così segni il metallo.»
«Lo faccio da trent’anni.»
«Si vede.»
Il sacrestano gli passò lo straccio.
Lavorarono sui due lati del piede. La cera si staccava in piccole scaglie color miele. Sotto appariva un ottone opaco, macchiato nei punti dove troppe mani lo avevano toccato.
Sarel sapeva allentare la vite senza forzarla. Non spiegò dove lo avesse imparato. Ubren non glielo domandò.
Fuori, una donna chiamò un bambino per nome. Da una casa arrivò il rumore di stoviglie. Per alcuni minuti il lavatoio parve soltanto una stanza dove due uomini cercavano di raddrizzare una cosa vecchia.
«Tua moglie?» chiese Sarel, indicando l’anello.
«Morta da sei anni.»
«Ti manca ancora?»
Ubren fece girare il candeliere.
«Quando non trovo le forbici, mi volto per chiederle dove sono.»
Sarel tenne fermo il piede. La vite cedette.
Il sacrestano provò a posare il candeliere sul tavolo. Oscillava ancora, ma meno.
«Non è venuto perfetto», disse.
«Il tavolo è storto.»
Ubren mise sotto un piede un pezzo di carta. Il candeliere rimase fermo.
Risero senza guardarsi.
Poi Sarel tornò serio.
«Se tolgo il disco, che cosa resta?»
Il sacrestano non rispose subito. Aveva pensato molte volte a farglielo strappare dal collo. Edran aveva preparato un contenitore di pietra per custodirlo. Ma quando una guardia aveva provato ad avvicinarsi, il metallo era diventato rosso e la camicia aveva cominciato a fumare.
Sarel lo aveva spento stringendolo nel pugno.
Poteva smettere. Non era una cosa soltanto fuori di lui.
«Resta quello che hai fatto», disse Ubren.
L’uomo annuì, come se avesse avuto paura proprio di una risposta più facile.
«E poi?»
Il sacrestano raccolse gli stracci.
«Poi non lo so ancora.»
Sarel guardò il candeliere raddrizzato. Prima di tornare sul letto passò un dito sul bordo del piatto, cercando una goccia di cera che era rimasta.

⁂
Il trasferimento fu fissato per il giorno successivo.
Alla casa di custodia fuori dalle mura c’era un cortile di pietra e una stanza senza travi. Edran aveva mandato a prepararla. Ubren avrebbe accompagnato Sarel con la lanterna; un’altra luce sarebbe stata accesa all’arrivo e qualcuno avrebbe vegliato finché fosse servito.
Sarel ascoltò senza interrompere.
«Ci sono porte chiuse?»
«Sì», rispose il capitano.
«Non posso.»
«Non puoi andare libero.»
L’uomo premette le mani contro il materasso.
Ubren vide il gesto, ma non lo riconobbe abbastanza in fretta.
Quella sera il fratello del conciatore tornò al cancello. Non era solo. Le guardie impedirono loro di entrare e la discussione attirò chi passava. Una pietra colpì il muro. Un’altra ruppe il vetro alto del lavatoio.
La lanterna rimase accesa: il suo sportello era chiuso.
Sarel si gettò a terra.
Ubren si chinò verso di lui. Sentì il disco urtare la pietra e vide l’uomo coprirlo con il palmo.
«Non ti prendono», disse.
La guardia si era voltata verso la finestra rotta. Nel corridoio qualcuno chiamava Edran.
Sarel sollevò la testa.
«Mi chiuderete di nuovo.»
«Sì. Ma non sei più quel bambino.»
L’uomo gli diede una spinta.
Ubren cadde contro lo sgabello. La lanterna scivolò dal bordo e si spezzò sul pavimento. La fiamma rimase viva per un istante nella cera rovesciata, poi Sarel la coprì con la coperta.
La stanza cambiò odore.
Non più cera calda: tessuto arso, intonaco secco, una punta amara che entrava nel naso.
Sotto la mano di Sarel il disco era rosso.
Ubren non vide scintille. Vide una linea nera salire lungo la porta, proprio dove l’uomo aveva appoggiato le dita passando. Il legno cominciò a fumare dall’interno.
La guardia lo trascinò via dallo stipite e gridò nel cortile.
Sarel correva verso l’uscita posteriore. Prima di raggiungerla si voltò.
Avrebbe potuto posare il disco.
Lo strinse.
La tenda del piccolo passaggio prese fuoco.
Ubren aveva già visto evacuare una casa. Sapeva che il fumo saliva più in fretta delle persone. Gridò alla guardia di controllare la cucina, chiamò padre Mael per nome e cercò il varco più basso verso il cortile.
La tenda bruciava fra lui e la porta.
Si tolse il mantello per abbatterla lontano dal passaggio. Il tessuto cedette, ma una piega accesa gli si avvolse sul braccio. Il dolore gli arrivò al gomito prima che riuscisse a liberarsi.
Qualcuno gli gettò addosso acqua dal bacile. La guardia lo tirò fuori, urtando con la spalla contro il muro.
Ubren sentì la pelle del palmo aderire alla lana.
Nel cortile tutti parlavano insieme. Edran dava ordini brevi. Le persone furono allontanate dal tetto; nessuno venne lasciato entrare a recuperare oggetti. Padre Mael era sulla scala, vivo, sostenuto dal garzone del fornaio.
Il sacrestano cercò Sarel.
Lo trovò dietro il pozzo.
Non era fuggito oltre il muro. Davanti a lui c’era la folla, dietro il lavatoio in fiamme. Teneva il disco in una mano e nell’altra un pezzo del candeliere che aveva urtato fuggendo.
Per un istante Ubren pensò che volesse usarlo per colpire.
Poi vide che non sapeva neppure di averlo preso.
⁂
Edran raggiunse Sarel prima degli altri.
Gli puntò contro la lancia, mantenendo la distanza. Il fratello del conciatore cercò di passare, ma una guardia gli si mise davanti.
«Ha bruciato anche questo», gridò l’uomo.
Sarel sollevò il disco.
Il bordo del pozzo cominciò a annerirsi.
Ubren era seduto contro il muro. Una donna gli teneva il braccio lontano dal mantello. Gli parlava, ma lui non capiva tutte le parole. Guardava il disco e la mano che continuava a stringerlo.
«Una candela», disse.
La donna si voltò verso la cucina.
«Non entrare», aggiunse lui.
Il fornaio aveva una lanterna sul carro. La portò, ma Ubren scosse la testa quando la vide puntata verso Sarel come un’arma.
«Posala.»
La fiamma tremava dietro il vetro. Ubren la prese con la mano sana e si fece aiutare ad alzarsi. Edran gli ordinò di restare indietro.
Il sacrestano si fermò.
«Non gli vado addosso.»
Posò la lanterna sul bordo basso della fontana, a qualche passo dal pozzo.
«Questa resta qui», disse a Sarel. «Non devi guadagnartela.»
L’uomo fissò la luce.
Il rosso nel disco diminuì, ma non scomparve. Ubren capì che non bastava avvicinare una fiamma a un uomo e sperare che tutto il resto si sistemasse.
«Posalo», disse Edran.
Sarel arretrò contro il pozzo.
«Mi uccideranno.»
Il fratello del conciatore sputò a terra.
«Mio fratello non ha avuto una guardia.»
Ubren guardò Tirsa. Era arrivata senza che lui se ne accorgesse. Teneva le mani intrecciate davanti al corpo.
«Non ti chiedo di parlare», le disse.
Lei gli lanciò un’occhiata dura.
«Allora non farlo.»
Il sacrestano chinò la testa.
Sarel aveva ancora il disco in mano. La pelle intorno alle dita era diventata grigia.
«Non posso tornare là.»
Ubren indicò Edran.
«Andrai con lui. Ci sarà un registro. Ci saranno persone che sapranno dove sei. Io parlerò di quello che ti hanno fatto. Tu devi parlare di quello che hai fatto agli altri.»
Il tetto del lavatoio cedette da un lato. Tutti si voltarono al rumore. Una nube di scintille salì nel cielo e si spense prima di superare il muro.
Sarel lasciò cadere il pezzo di candeliere.
Rimase con la mano aperta a metà.
Edran ordinò di portare il contenitore di pietra. Una guardia lo posò a terra, lontano da tutti. Nessuno si avvicinò all’uomo.
Sarel guardò il metallo.
«Mi aveva promesso che non avrei avuto più paura.»
Ubren sentì il braccio battere sotto la fasciatura provvisoria. Non trovò una frase da dargli.
L’uomo infilò due dita sotto il cuoio e se lo sfilò dal collo. Il disco si accese di nuovo, così forte che Edran alzò il braccio davanti al viso.
Sarel fece un passo.
Posò il marchio nella pietra.
Non lo gettò. Lo tenne fino a quando toccò il fondo, poi ritirò la mano.
Il rosso si spense.
Edran chiuse il contenitore e lo fece allontanare. Solo allora mise i ferri ai polsi dell’uomo. Sarel non oppose resistenza.
Ubren si sedette di nuovo. La lanterna era rimasta accesa vicino alla fontana. Il sacrestano non riusciva più a distinguere l’odore della cera da quello della propria manica bruciata.

⁂
Il lavatoio perse il tetto e una parte della parete.
La stanza di Ubren non bruciò interamente, ma il letto smontato, accatastato sotto la tettoia, diventò carbone. La cassapanca era già nella scuola. Dentro, il grembiule di sua moglie conservava ancora l’odore del sapone.
Il sacrestano non poté aprirla per settimane.
La mano destra guariva lentamente. Due dita rimasero rigide e il polso non tornò a piegarsi come prima. La donna che gli cambiava le bende gli proibì di provare a sollevare secchi. Lui obbediva quando lei era presente; poi un giorno lasciò cadere una brocca e si sedette sul pavimento, furioso, fra i cocci.
Padre Mael lo trovò lì.
Non gli disse che avrebbe dovuto essere grato di essere vivo. Prese uno straccio e raccolse l’acqua. Ubren gli passò i pezzi più grandi con la mano sana.
Alla casa di custodia Sarel fu interrogato più volte. Parlò della conceria, del granaio, di altre porte davanti alle quali aveva lasciato il proprio segno. Non tutti gli incendi erano suoi. Alcuni racconti che correvano al mercato furono smentiti. Altri trovarono un testimone che fino ad allora aveva avuto paura di parlare.
Il contenitore rimase chiuso.
Nessuno sapeva se il disco fosse diventato innocuo. Nessuno volle scoprirlo lasciandolo incustodito.
Tirsa venne a cercare Ubren una mattina. Portava una fibbia pulita e una cintura del marito.
«Puoi tenerle finché troviamo una casa?»
Il sacrestano le indicò la cassapanca.
«Qui c’è posto.»
Lei lo guardò a lungo, poi appoggiò la cintura sul grembiule.
Non parlarono di Sarel.
Ubren tornò a trovarlo quando riuscì a camminare senza che il braccio gli battesse a ogni passo. Edran lo accompagnò nella stanza. La porta rimase aperta e una guardia sedette fuori.
Sarel era più magro. La cicatrice sulla faccia non era cambiata.
«Come va la mano?»
Ubren la posò sul tavolo.
«Non bene.»
L’uomo guardò le dita immobili.
«Mi dispiace.»
Il sacrestano annuì. Non disse che non era niente.
Portava con sé il candeliere. Il piede era annerito e mancava una parte del bordo, ma stava in equilibrio. Lo aveva ripulito con la sinistra, lentamente, per molte sere.
Sarel lo riconobbe.
«L’hai aggiustato.»
«Quanto ho potuto.»
Ubren vi mise una candela e la accese. La fiamma prese subito, piccola e diritta.
Sarel allungò una mano. Si fermò prima di toccare il piatto.
«Adesso posso avvicinarmi.»
«Sì.»
«Non significa che sono diverso.»
Il sacrestano spinse la sedia sotto il tavolo.
«Oggi hai lasciato la mano aperta.»
Non lo disse come una sentenza né come un’assoluzione. Era soltanto ciò che vedeva.
Parlarono del processo, delle persone che avrebbero testimoniato, delle notti in cui Sarel si svegliava convinto di essere ancora al rifugio. Ubren non restò fino a fargli dimenticare dove si trovava. Quando fu l’ora, chiamò la guardia.
Prima di uscire lasciò la candela sul tavolo.
La sera, alla chiesa, ne accese un’altra nella ciotola di terracotta. La mise sul gradino con la mano sinistra, aiutandosi con il ginocchio. La porta del lavatoio era stata murata provvisoriamente. Il portico aveva ancora una striscia scura sopra l’arco.
Un uomo anziano arrivò dalla strada e si fermò a guardare la luce.
«Posso sedermi?»
Ubren controllò il cortile, poi spostò il paniere che aveva accanto.
L’uomo sedette, tenendo il cappello fra le mani.
La candela bruciava al centro del gradino. Ubren lasciò la candela dov’era e si sedette dalla parte dell’uomo.

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?