«Fenro tirò indietro la sedia e lasciò che il legno stridesse sul pavimento.»
La figura di sale aveva la bocca della madre di Fenro.
Non era sua madre. Era un facchino morto da sei mesi, convocato per dire quali sacchi avesse visto uscire dal magazzino. Il volto aveva preso forma davanti a tutti, fra il bordo della vasca e il tavolo del magistrato. Eppure, quando aveva aperto le labbra, Fenro aveva riconosciuto quel modo di piegarle prima di una parola difficile.
Spostò lo sguardo sul foglio.
«La donna era presente?» domandò il magistrato.
La figura girò la testa.
«Era presente.»
Fenro scrisse.
«Ha ordinato di portarli via?»
«Ha ordinato di portarli via.»
La penna lasciò una goccia al termine della riga. Il copista la assorbì con un ritaglio di carta e riprese la posizione.
L’imputata era seduta su uno sgabello senza schienale. Si chiamava Leria e dirigeva il piccolo deposito di farina vicino al canale. Aveva mani larghe, con un taglio rimarginato sul pollice. Sul banco davanti a lei c’era il sacchetto delle sue chiavi, ritirate all’arresto.
«Ho chiesto di spostare venti sacchi», disse.
Il magistrato alzò una mano.
«Parlerai quando sarà il tuo turno.»
«Non centoquaranta.»
La figura di sale tremò.
Fenro sollevò la penna.
Per un istante il facchino parve avere qualcosa dentro la bocca, un’altra parola che premeva contro i denti bianchi. Poi il magistrato ripeté la domanda, più lentamente.
«Hai visto questa donna ordinare il trasporto?»
«L’ho vista.»
La superficie della figura tornò liscia.
Fenro scrisse anche quella frase.
Il deposito risultava vuoto. Nei registri del porto erano segnati centoquaranta sacchi consegnati durante il mese. Leria sosteneva che ne fossero arrivati soltanto venti, trasferiti al mulino alto dopo che il canale aveva allagato il piano inferiore. Mancava la ricevuta del mulino.
Mancavano anche il trasportatore e il mercante che aveva firmato la consegna.
Il primo era morto. Del secondo si diceva che avesse lasciato la città.
Per questo avevano chiamato il sale.
Quando l’udienza finì, Fenro raccolse i fogli e li batté sul tavolo per allinearli. Leria si alzò con difficoltà. Le avevano legato le caviglie abbastanza strette da impedirle passi lunghi.
Passandogli accanto, guardò la trascrizione.
«Hai scritto anche la parte in cui ha provato a parlare?»
Fenro fermò il pollice sul margine.
La guardia la condusse verso la porta.
Il copista sentì il sale sulle labbra. Accadeva ogni volta che restava a lungo nella sala: le figure perdevano una polvere sottile, quasi invisibile, che si posava sui tavoli e sulla lingua.
Quella sera bevve due bicchieri d’acqua prima di riuscire a cenare.
⁂
Le figure non potevano mentire.
Era scritto sopra la porta, inciso su una lastra chiara. Fenro passava sotto quelle parole ogni mattina da undici anni.
All’inizio gli erano sembrate una promessa. Aveva visto uomini vivi cambiare versione per una moneta o una minaccia. Aveva visto persone incapaci di parlare davanti a una toga, pur sapendo esattamente che cosa era successo. Il sale non tremava per paura. Non desiderava denaro. Non doveva tornare in una casa dove qualcuno lo aspettasse.
Bastavano un nome, un oggetto toccato dalla persona e chi fosse disposto a convocarla.
Le figure non restituivano un morto intero. Portavano nella sala un tratto della sua memoria, legato alle domande. Lo sapevano tutti. Per questo il magistrato preparava ogni convocazione con cura, studiando le carte prima di entrare.
Fenro ricopiava le risposte. Non decideva quali domande fare.
Il mattino seguente trovò la vasca ancora coperta.
Darsen, il magistrato, era nel proprio studio con un uomo del consiglio. Discutevano della farina da comprare altrove e del denaro mancante per pagarla. Quando il consigliere uscì, Fenro rimase sulla soglia.
«La figura si è interrotta.»
Darsen appoggiò gli occhiali.
«Ha risposto a tutte le domande.»
«Quando Leria ha detto venti, sembrava volesse aggiungere qualcosa.»
«Sembrava.»
Il magistrato era anziano, ma non fragile. Aveva spalle dritte e una voce che non cambiava quasi mai di volume. Sul tavolo teneva un peso di ferro con il manico spezzato. Fenro lo aveva visto spostare da una stanza all’altra durante due traslochi.
«Le persone cercano somiglianze nel sale», disse Darsen. «A volte ci vedono qualcuno che hanno perduto. Non confondere ciò che hai provato con una prova.»
Fenro annuì.
La frase era ragionevole. Era proprio questo a renderla difficile da lasciare.
Scese nell’archivio per cercare il verbale della consegna. La stanza aveva due finestre basse, coperte da grate. L’umidità faceva incurvare i registri. La custode li teneva separati con piccole tavolette perché l’aria passasse fra le pagine.
Si chiamava Barda e contava i fogli prima di consegnarli.
«Questo ne ha dodici.»
«Lo so.»
«Ieri ne hai restituiti undici.»
«Il dodicesimo era nel fascicolo accanto.»
«Per questo li conto.»
Fenro aprì il registro del porto. La consegna era stata firmata da Orven.
Il nome gli rimase davanti agli occhi.
Orven aveva mandato suo padre in rovina. Undici anni prima gli aveva chiesto il pagamento di un prestito già restituito, sostenendo che la quietanza fosse falsa. Il padre di Fenro aveva perso la bottega di rilegatore e tutto ciò che conteneva.
Era morto tre inverni dopo, lavorando nella bottega di un altro.
Fenro richiuse il registro.
Barda lo guardò.
«Hai trovato qualcosa?»
«Un nome.»
«Quelli sono la parte che si legge più in fretta.»
Il copista tornò al tavolo e riaprì la pagina.
⁂
Nel pomeriggio una figura fu convocata per una lite di confine.
Un contadino morto aveva piantato due alberi lungo un sentiero. I figli non erano d’accordo sul punto in cui passasse il limite. Darsen doveva assentarsi per incontrare il consiglio e affidò le domande preliminari al suo sostituto, un uomo giovane che conosceva poco la zona.
Fenro preparò il foglio.
La figura comparve lentamente. Il volto rimase incompleto, con un occhio appena accennato.
«Dove avevi piantato il primo albero?» chiese il sostituto.
Il sale si mosse senza produrre una parola.
Il giovane consultò la mappa.
«Vicino al muro?»
«Vicino al muro.»
«Dalla parte della strada?»
La figura abbassò la testa.
Fenro guardò il disegno. Il muro era segnato con una linea spessa, ma non era indicato da quale lato cominciasse il terreno.
«Potrebbe essere dalla parte del pozzo», disse piano.
Il sostituto voltò la mappa.
«È vero. Dalla parte del pozzo?»
«Dalla parte del pozzo.»
I due figli cominciarono a protestare insieme.
Il giovane sospese la convocazione prima che degenerasse in una lite. Disse che sarebbe andato a vedere il luogo. Il sale ricadde nella vasca e lasciò nell’aria un odore secco.
Fenro rimase seduto.
Non aveva sentito due menzogne. Il muro, la strada e il pozzo potevano essere tutti vicini a un albero. Aveva sentito tre risposte diverse, scelte fra ciò che chi faceva le domande riusciva a immaginare.
Cercò il sostituto nel corridoio.
«Quando hai guardato la mappa, che cosa pensavi?»
L’uomo si strinse nelle spalle.
«Prima che fosse a destra. Poi che l’avessero disegnata girata.»
Fenro tornò nell’archivio. Chiese a Barda le trascrizioni di convocazioni ripetute sulla stessa persona.
«Quante?»
«Quelle degli ultimi due anni.»
«Sono molte.»
«Cominciamo da una.»
Passarono il pomeriggio a confrontare domande. Non tutte le risposte cambiavano. Alcune coincidevano parola per parola. Altre si allungavano quando il convocante aveva letto un documento nuovo. In un caso una figura aveva nominato un testimone soltanto dopo che il magistrato ne aveva scoperto l’esistenza.
Barda si tolse gli occhiali.
«Può darsi che le domande fossero migliori.»
«Può darsi.»
Fenro avrebbe voluto una certezza da portare subito al piano superiore. Trovò soltanto un dubbio che chiedeva altro lavoro.
Scelsero un caso senza conseguenze per nessuno: un vecchio custode morto da anni, chiamato per identificare gli armadi che aveva riparato. Barda aveva conservato il suo registro e una pialla.
Il sostituto accettò di assistere, ma pretese che ogni domanda venisse scritta prima.
Fenro lesse soltanto metà del registro. Barda tenne per sé l’altra metà.
Davanti al copista, la figura parlò dei due armadi che lui conosceva. Quando gli domandarono se ce ne fossero altri, rimase muta. Fenro era convinto che il lavoro fosse finito lì.
Poi Barda prese il posto del convocante.
La figura descrisse il terzo armadio, quello nella stanza del tetto. Disse che la serratura era stata sostituita perché la vecchia chiave si era spezzata.
Andarono a controllare.
Dietro la serratura nuova c’era ancora il foro di quella precedente.
Fenro appoggiò la fronte al legno. Non aveva scoperto un modo migliore di usare il sale. Aveva scoperto quanto facilmente poteva essere usato male.

⁂
Darsen ascoltò il resoconto senza interrompere.
Barda aveva portato il registro. Il sostituto aveva firmato le domande e le risposte. Fenro posò sul tavolo anche il disegno delle due serrature.
Il magistrato guardò tutto.
«Avete dimostrato che una domanda ignorante produce una risposta incompleta.»
«Abbiamo dimostrato che la figura tace ciò che il convocante non accetta come possibile», disse Fenro.
«Tu non sai ciò che un’altra persona accetta dentro di sé.»
Era vero. Il copista dovette fermarsi.
«Allora non possiamo trattare quel silenzio come una prova contro Leria.»
Darsen si alzò. Prese il peso di ferro dal tavolo e lo girò fra le mani.
«Mia sorella lavorava sotto una carrucola che questo peso avrebbe dovuto equilibrare.»
Fenro conosceva la storia, ma non l’aveva mai sentita da lui.
Il proprietario del magazzino aveva risparmiato sulle riparazioni. La carrucola era caduta. Due persone erano morte, fra cui la sorella del futuro magistrato. Al processo i testimoni avevano cambiato versione e il responsabile era stato assolto.
«Avevo le mani sulla ringhiera», disse Darsen. «Sentivo l’uomo dietro di me contare il denaro. Non ho potuto fare niente.»
Appoggiò il peso.
«Da allora ho imparato a non lasciare che una voce viva cancelli ciò che è accaduto.»
«Neppure quando porta una ricevuta?»
«Leria non l’ha portata.»
«Perché non l’abbiamo cercata al mulino.»
Il magistrato guardò la porta.
«Il mercante che ha firmato la consegna sarà convocato domani.»
Fenro sentì irrigidirsi la schiena.
«Orven è in città?»
Darsen impiegò troppo tempo a rispondere.
«È stato rintracciato.»
«Allora possiamo sentirlo qui.»
«Ha già mentito in altri affari.»
«Per questo gli faremo domande davanti agli altri.»
Il magistrato aprì un fascicolo.
Dentro c’era una richiesta di permanenza nella Casa del sale. Fenro conosceva quel documento. Le persone considerate troppo inaffidabili venivano affidate ai custodi della Casa. La loro voce, diceva la formula, sarebbe stata preservata senza le debolezze del corpo.
Preservata era la parola che usavano.
Nelle stanze più antiche c’erano figure che non tornavano più persone.
«Non puoi farlo», disse Fenro.
Darsen sollevò gli occhi.
«Prima di parlare di ciò che posso fare, pensa a ciò che hai scritto undici anni fa.»
Il copista rimase immobile.
Il magistrato non aveva bisogno di aprire un altro registro.
«Hai una casa, una posizione. Hai imparato un mestiere. Non gettare tutto per difendere un uomo che ha distrutto tuo padre.»
Fenro guardò il peso di ferro. Capì che Darsen non si considerava crudele. Pensava ancora di tenere ferma una carrucola, e non vedeva più chi c’era sotto.
⁂
La vecchia trascrizione era nella cassapanca di Fenro.
Non il verbale ufficiale. Quello era rimasto in tribunale. Lui aveva conservato il foglio su cui aveva preso gli appunti, piegato dentro il primo quaderno ricevuto da copista.
Suo padre aveva detto: il denaro l’ho restituito a Orven, e suo fratello era presente.
Nel verbale era diventato: il denaro lo restituirò a Orven.
Una parola, un tempo diverso. Il testimone presente era scomparso dalla frase.
Fenro aveva ventitré anni. Era un aiutante pagato a giornata e Darsen gli aveva chiesto di preparare la copia definitiva perché il copista anziano tremava troppo per scrivere. Quando il giovane aveva fatto notare la differenza, il magistrato gli aveva detto che il padre era confuso e che il senso della risposta fosse evidente.
Fenro aveva ricopiato.
Poi aveva ricevuto il posto.
Per anni si era raccontato che la sentenza sarebbe stata la stessa. C’erano altri documenti, altri uomini che avevano mentito. Non era stata una sola parola a togliere la bottega a suo padre.
Ma la parola era sua.
La madre, prima di morire, gli aveva chiesto perché non tornasse mai a lavorare vicino alla finestra. Era il posto in cui suo padre rilegava i libri. Fenro aveva detto che lì la luce gli dava fastidio.
Aprì il quaderno.
La carta aveva preso l’odore del legno della cassapanca. L’inchiostro era ancora leggibile.
Scrisse una dichiarazione. Non cominciò da Darsen. Cominciò da sé.
Indicò ciò che aveva sentito, ciò che aveva scritto e ciò che aveva lasciato nella copia definitiva. Aggiunse che non sapeva se Orven avesse pagato qualcuno, perché non lo aveva visto. Non trasformò una colpa certa in una storia più grande per rendersi meno solo.
Fece due copie.
Quando arrivò all’archivio, Barda stava coprendo i tavoli per la notte. Lesse senza sedersi.
«Vuoi che la conservi?»
«Voglio che la consegni al sostituto. E una copia al consiglio.»
«Darsen ti sospenderà.»
Fenro posò sul tavolo la chiave dello scrittoio.
«Lo so.»
La custode guardò la chiave, poi tornò al foglio.
«Hai ancora gli appunti?»
Lui glieli diede.
Barda li mise fra due tavolette, senza piegarli.
Fu quel gesto, più delle parole, a fargli capire che non avrebbe potuto riprendersi la confessione.
Fenro non tornò subito a casa.
Passò dal cortile dove abitava sua sorella. Lesta stava ritirando il bucato e teneva le mollette dentro una tasca del grembiule. Quando lo vide, gli indicò la cesta.
«Se hai le mani libere, prendila.»
Lui la portò in cucina. Sul tavolo c’erano una pagnotta tagliata e il libro dei conti del piccolo laboratorio di cucito. Lesta aveva imparato a farli da sola dopo la perdita della bottega del padre.
Fenro rimase vicino alla porta.
«Devo dirti una cosa.»
Lei continuò a piegare una camicia.
Lui raccontò della trascrizione. La frase del padre, la parola cambiata, il testimone scomparso dal verbale. Non riuscì a guardarla mentre spiegava che aveva capito la differenza prima di consegnare la copia.
Lesta posò la camicia.
«Lo sapevi quando siamo andati a prendere gli attrezzi?»
Fenro annuì.
Ricordava quel giorno. Sua sorella aveva caricato in una cesta due presse piccole, un barattolo di colla e i ferri che il nuovo proprietario aveva permesso loro di portare via. Lui era arrivato tardi perché aveva già cominciato a lavorare in tribunale.
«Lo sapevi quando nostro padre diceva che forse aveva parlato male?»
«Sì.»
Lesta si sedette.
Non gli domandò perché. Fenro avrebbe saputo rispondere, e temeva proprio quella risposta. Avevano perso tutto; il posto di copista pagava la stanza, il pane, la legna. Darsen gli aveva detto che confessare avrebbe soltanto aggiunto un’altra disgrazia. Ogni mese senza parlare aveva reso il successivo più facile da attraversare e più difficile da interrompere.
Ma suo padre aveva continuato a chiedersi se la colpa fosse stata della propria voce.
Lesta appoggiò i palmi sul tavolo.
«Hai lasciato che pensasse di non essersi spiegato.»
«Sì.»
La sorella si alzò. Andò in camera e tornò con una busta di carta spessa. Dentro c’erano le lettere che il padre aveva scritto dopo la sentenza, domandando di essere ascoltato ancora.
Fenro ne riconobbe una dal bordo macchiato. L’aveva ricevuta allo sportello del tribunale. Aveva promesso di consegnarla e l’aveva lasciata sotto altri fogli finché nessuno l’aveva più cercata.
«Porti anche queste?» chiese Lesta.
Il copista tese la mano, poi la fermò.
«Se vuoi affidarmele.»
«No. Le porto io.»
Lui annuì.
Lesta rimise le lettere nella busta e si legò il grembiule, che si era allentato mentre sedeva.
«Ti toglieranno il posto?»
«Credo di sì.»
«Non venire a chiedermi di dire che il denaro ci serviva.»
Fenro sentì la gola stringersi.
«Non lo farò.»
Sua sorella riprese la camicia. Era rimasta piegata soltanto da un lato. La riaprì e ricominciò, facendo coincidere le maniche.
Fenro avrebbe voluto aiutarla. Guardò le mani, poi lasciò la cesta dove lei l’aveva indicata.
Sulla porta disse che la dichiarazione era già stata consegnata e che avrebbe risposto delle domande. Lesta non gli chiese di restare a cena.
Tornando verso il tribunale, il copista si accorse di non aver provato il sollievo che si era aspettato. La confessione non aveva rimesso le cose al loro posto. Aveva soltanto permesso a sua sorella di vedere dove erano state nascoste.
Quella notte preparò un elenco delle lettere del padre che ricordava di avere ricevuto. Scrisse anche quelle che non era sicuro di poter ritrovare, distinguendole dalle altre. Lasciò una riga vuota fra un documento e il successivo, perché ci fosse spazio per ciò che Lesta avrebbe aggiunto.
⁂
Leria non volle ringraziarlo.
Fenro la incontrò nella stanza delle visite, davanti a una guardia che teneva la porta aperta. Le raccontò della prova con il sale e della ricerca di Orven. Non le disse che era entrato in quella stanza senza sapere se avrebbe ancora avuto un lavoro il giorno seguente.
Lei ascoltò con le mani sul tavolo.
«Se quel mercante parla, crederete a lui?»
«Controlleremo ciò che dice.»
«Io ve lo dico da una settimana.»
Fenro abbassò gli occhi.
«Dimmi del trasporto.»
Leria si voltò verso la finestra. Per un momento sembrò voler restare in silenzio. Poi cominciò da ciò che le avevano sempre chiesto di saltare perché sembrava poco importante.
I venti sacchi erano arrivati su due carri piccoli, non su sette come risultava nei registri. Uno aveva una ruota ferrata da poco, che lasciava un segno doppio sul fango. Il carrettiere aveva chiesto di scaricare in fretta perché l’acqua stava salendo nel canale.
«Le cuciture erano rosse», disse. «La farina del porto arriva sempre con filo nero.»
«Perché rosse?»
«Erano sacchi del mulino alto. Li avevano usati per il carico.»
Fenro scrisse.
«La ricevuta?»
«L’ho lasciata dentro il libro delle pesate. Il libro era sul ripiano sopra la finestra.»
«Durante la perquisizione non c’era.»
«Il ripiano è caduto. Cercate dietro il cassone.»
La guardia guardò il copista. Quell’informazione non era nel verbale.
Fenro chiese di poter andare al deposito con qualcuno del tribunale. Non aveva l’autorità per portare via un documento. Il sostituto firmò l’ordine dopo aver letto la dichiarazione sulla vecchia falsificazione. Lo guardò a lungo prima di consegnarglielo.
«Questo non cancella l’altra cosa.»
«Non te l’ho chiesto.»
Al deposito trovarono il cassone incastrato contro il muro. Servirono tre persone per spostarlo. Dietro c’erano un piatto rotto, due chiavi arrugginite e il libro delle pesate, gonfio d’acqua.
Non provarono ad aprirlo subito.
La ricevuta del mulino era ancora fra le pagine, ma l’inchiostro si era allargato in una macchia.
Fenro sentì il sale sulle labbra anche lì, dove non c’erano figure. Si accorse di essersi portato la mano alla bocca con la polvere del tribunale ancora sulle dita.
⁂
La cucina di Barda era l’unico posto abbastanza asciutto vicino al deposito.
Portarono il libro su una tavola, sotto gli occhi della guardia. La custode separò le pagine con la pazienza di chi non pretende che una cosa fragile torni subito come prima. Mise da parte i fogli leggibili e lasciò gli altri vicino al tepore, lontano dalla fiamma.
Fuori cominciò a piovere.
Fenro era bagnato fino alle ginocchia. Barda gli diede un paio di calze che appartenevano a suo marito.
«Sono grandi.»
«Lui aveva piedi grandi.»
Il copista se le infilò seduto su uno sgabello. La guardia si tolse il mantello e lo appese vicino alla porta. Aveva fame, ma non lo diceva. Barda mise tre ciotole sul tavolo e tagliò il pane.
Mangiarono zuppa di cipolle guardando le pagine asciugare.
A un certo punto Fenro cercò il sale. Barda gli fermò la mano.
«L’ho già messo.»
Lui rise senza volerlo.
La guardia raccontò che suo figlio stava imparando a scrivere e faceva tutte le lettere della stessa altezza. Anche quelle che avrebbero dovuto scendere sotto la riga.
«Vuole che nessuna resti indietro», disse.
Barda gli passò altro pane.
Fenro pensò a suo padre che gli guidava la mano sulla carta. Non gli venne soltanto la vergogna, questa volta. Gli tornò in mente il peso caldo delle dita e il rumore del coltello che raschiava una copertina sul banco vicino.
La ricevuta asciugò abbastanza da mostrare il bordo del timbro.
Non c’era una cifra leggibile. C’erano la data e una parte del segno del mulino. Barda non cercò di completare ciò che mancava. Appoggiò il foglio su una tavoletta e lo coprì con carta pulita.
«Il resto lo chiediamo a chi lo ha scritto.»
La guardia annuì.
Quando uscirono, la pioggia era diminuita. Fenro portava le proprie scarpe in mano per non bagnare subito le calze prese in prestito.

⁂
Il mugnaio conservava le matrici delle ricevute dentro una scatola di latta.
Non era un uomo ordinato. Dovettero cercare fra conti, lettere e una lista di chiodi che nessuno ricordava di avere comprato. Ma ogni foglio di consegna veniva staccato da una metà che restava in scatola.
Trovarono la data.
Venti sacchi trasferiti dal deposito del canale, per evitare che la farina si bagnasse. Il peso coincideva con quello segnato sul libro recuperato. Il margine strappato combaciava con la ricevuta asciugata nella cucina di Barda.
Il mugnaio li portò nel magazzino.
Dodici sacchi erano ancora lì. Gli altri otto erano stati distribuiti su ordine dell’ufficio delle razioni, con nomi e firme delle famiglie. Il filo delle cuciture era rosso.
«Perché non siete venuti prima?» chiese.
Nessuno rispose.
Restava da capire dove fossero finiti gli altri centoventi sacchi che il porto sosteneva di avere consegnato.
Il libro del mulino non poteva dimostrare da solo che non fossero mai arrivati. Fenro lo sapeva. Per un momento aveva sperato che bastasse trovare il foglio giusto e posarlo davanti al magistrato.
La guardia guardò il cielo.
«Orven viene trasferito alla Casa del sale all’alba.»
«Come lo sai?»
«L’ordine è passato al cambio del turno.»
Fenro strinse la tavoletta.
Il mercante aveva firmato il carico. Aveva conosciuto suo padre, preso il suo denaro e negato di averlo ricevuto. Se fosse diventato una figura, Darsen avrebbe potuto convocarlo con domande dalle quali ogni risposta utile a Leria restava esclusa.
Il copista tornò in città senza passare da casa.
Barda aveva già consegnato la dichiarazione al consiglio. Il sostituto era stato chiamato a rispondere del controllo compiuto senza il magistrato. Non poteva accompagnarlo.
Gli diede però una copia della richiesta di sospensione del trasferimento, firmata da due consiglieri.
Non era un ordine definitivo.
Fenro la prese lo stesso.
⁂
La Casa del sale aveva finestre alte e nessun balcone.
Dentro si parlava piano. Non perché qualcuno lo imponesse, ma perché le figure disposte lungo i corridoi sembravano ascoltare. Alcune avevano ancora un nome leggibile sulla base. Altre erano state spostate tante volte che la targhetta apparteneva forse a una persona diversa.
Orven era in una stanza al piano terreno.
Fenro lo riconobbe dalla voce.
«Ho detto che firmerò. Voglio soltanto leggere.»
Il copista entrò con la guardia. Mostrò la richiesta ai custodi e chiese che nessuno cominciasse il procedimento finché il consiglio non avesse risposto.
Il capo della Casa lesse il foglio.
«L’ordine del magistrato è precedente.»
«Questo chiede di sospenderlo.»
«Chiede.»
Orven era seduto su una sedia. Aveva il viso gonfio e una barba di pochi giorni. Quando vide Fenro, abbassò gli occhi.
Il copista avrebbe voluto godere della sua paura.
La sentì, per un istante, come si sente il calore di una stufa entrando da fuori. Poi guardò le figure nel corridoio e la paura smise di sembrargli una cosa che potesse usare.
«Deve comparire vivo», disse.
Il capo della Casa chiamò un altro custode. Dal piano superiore arrivò il rumore di un recipiente trascinato.
Fenro tirò indietro la sedia e lasciò che il legno stridesse sul pavimento.
Si sedette davanti a Orven, fra lui e il passaggio.
«Io resto qui.»
La guardia si mise accanto alla porta. Non estrasse la spada. Disse che avrebbe atteso la risposta del consiglio insieme al testimone.
Darsen arrivò poco dopo.
Non sembrava sorpreso di vedere Fenro. Gli ordinò di alzarsi, poi gli mostrò il provvedimento con cui veniva sospeso dall’incarico e invitato a presentarsi per la propria falsificazione.
«Non rappresenti più questo tribunale.»
Il copista si tolse il sigillo d’ufficio dalla cintura.
Lo appoggiò sul tavolo.
«Allora parlo con il mio nome.»
Orven guardò il sigillo.
Fenro gli domandò dei carri. Il mercante non rispose.
«Non ti sto offrendo di cancellare il debito di mio padre», disse il copista. «Non ti sto offrendo niente. Leria non deve pagare per ciò che hai fatto tu.»
Darsen intervenne.
«Stai suggerendo la risposta.»
Fenro chiuse la bocca.
La guardia prese la tavoletta.
«Allora la domanda la faccio io. Quanti carri hai visto entrare nel deposito?»
Orven si passò la lingua sulle labbra.
«Due.»
⁂
La risposta non bastò.
Fenro non si alzò per festeggiare, e la guardia non smise di fare domande. Voleva sapere dove fossero stati pesati i sacchi, chi avesse preparato i registri, perché sette viaggi risultassero pagati a trasportatori che nessuno aveva visto.
Orven parlò a scatti.
La farina era stata promessa due volte. Una parte venduta a un compratore fuori città, la stessa parte registrata come consegnata al deposito delle razioni. Il mercante aveva contato sul fatto che Leria avrebbe firmato senza controllare, come aveva fatto chi l’aveva preceduta.
Lei aveva firmato soltanto i venti sacchi effettivamente ricevuti.
Il registro del porto era stato completato dopo.
«Dove sono le copie?» domandò la guardia.
Orven indicò una cassa nel proprio magazzino. Descrisse il colore dei lacci, il ripiano, il nome del compratore. Non era ancora una prova. Era un luogo in cui cercarla.
Darsen ascoltava con il volto immobile.
Quando arrivarono i due consiglieri, il magistrato disse che il testimone stava cercando di salvarsi. Nessuno lo negò.
«Per questo controlliamo», rispose il più anziano.
Il trasferimento venne sospeso.
Orven fu portato in una stanza sorvegliata, non rimandato a casa. Fenro consegnò anche la propria copia degli appunti di undici anni prima. Non aveva più un sigillo da apporre in fondo.
Firmò soltanto.
Nelle ore successive due guardie e il sostituto andarono al magazzino del mercante. Trovarono i registri indicati, ma non si fermarono a quelli. Chiesero al compratore fuori città di esibire i propri conti. Cercarono i carrettieri, confrontarono i pagamenti e i pesi.
L’assenza di cinque viaggi divenne una serie di fatti.
Il registro del porto riportava lo stesso numero di ricevuta per due carichi che avrebbero dovuto essere diversi. Una firma era stata ricopiata con un errore nella lettera iniziale. Il carrettiere della ruota nuova ricordava i venti sacchi, e il fabbro aveva ancora il conto della riparazione.
Leria non venne liberata quella notte.
Fenro dovette aspettare il mattino seguente. Sedette nel corridoio, senza entrare nell’archivio perché non ne aveva più la chiave. Barda gli portò una ciotola d’acqua.
«Hai di nuovo il sale sulla bocca.»
Lui si pulì con il dorso della mano.
Nella sala grande avevano tolto il telo alla vasca, ma nessuno la riempì.
Al centro c’era una sedia di legno.

⁂
Orven entrò fra due guardie.
Si sedette, tossì, chiese acqua. Disse una cosa e poi la corresse. Cercò di attribuire una scelta al proprio scrivano; gli mostrarono un documento e dovette ammettere che l’ordine era suo.
Fenro lo ascoltò dal fondo della sala.
Non c’era nulla di puro in quella voce. C’erano paura, calcolo e fatti che potevano essere controllati. Per la prima volta dopo molti anni, il copista non desiderò che il testimone diventasse più semplice.
Leria venne chiamata a riconoscere la propria firma.
Guardò la ricevuta recuperata, la matrice del mulino e la pagina alterata. Indicò ciò che aveva scritto e ciò che non le apparteneva. Il sostituto fece ripetere le sue parole prima che il nuovo copista le riportasse.
Darsen non presiedeva l’udienza.
Il consiglio lo aveva sospeso per il tempo necessario a esaminare l’uso delle figure e gli ordini impartiti alla Casa del sale. Non significava che ogni sua decisione fosse falsa. Significava che non poteva più decidere da solo quali dubbi fossero ammissibili.
La liberazione di Leria fu pronunciata dopo il confronto delle consegne.
Le restituirono le chiavi, ma il deposito non tornò subito a funzionare. Una parte della farina mancava ancora e il processo a Orven non l’avrebbe fatta comparire. Le famiglie ricevettero razioni ridotte finché non arrivarono nuovi carichi.
Uscendo, Leria si fermò davanti a Fenro.
«Non voglio che diciate che mi avete salvata grazie al sale.»
«Non lo dirò.»
«Scrivilo.»
Il copista annuì.
Poi ricordò che non aveva più il diritto di scrivere per il tribunale.
«Lo dirò a chi prepara il verbale.»
Lei lo guardò. Non gli tese la mano, ma non passò oltre senza aspettare la risposta.
⁂
Fenro fu chiamato davanti al consiglio due giorni dopo.
Portò il quaderno e la dichiarazione. Gli domandarono quando avesse capito che la frase era stata alterata, perché avesse accettato il posto e perché avesse taciuto dopo la morte di suo padre.
Rispose senza usare Leria come difesa.
La confessione venne considerata, ma non cancellò undici anni. Perdette l’incarico e una parte dello stipendio conservato. Gli fu imposto di partecipare alla ricostruzione dei fascicoli danneggiati, sotto il controllo di un altro copista, senza poter certificare da solo alcuna trascrizione.
Il vecchio debito di suo padre fu riaperto.
Orven non restituì spontaneamente la bottega. Era stata venduta due volte e ora vi lavorava una famiglia che non aveva preso parte alla frode. Occorsero altri conti, altri incontri, altre persone da ascoltare.
Fenro non andò a bussare alla loro porta per chiedere che se ne andassero.
Passò davanti alla vetrina un pomeriggio. Dentro, una ragazza stava incollando il dorso di un libro. La finestra aveva la stessa luce che ricordava. Rimase qualche istante, poi proseguì.
Le figure di sale non furono distrutte.
Alcune custodivano parole che nessun vivo avrebbe potuto ricordare. Ma sopra la porta della sala la vecchia frase venne coperta, in attesa che fosse deciso che cosa scrivere al suo posto. Le convocazioni furono sospese dove mancavano riscontri e quelle già usate per condanne cominciarono a essere riesaminate.
Non tutte le persone della Casa tornarono indietro.
Questo fu ciò che Fenro trovò più difficile mettere in una riga. C’erano nomi per i quali il corpo non rispondeva più, e familiari che volevano sapere se il silenzio fosse definitivo. Nessuno poteva promettere una risposta.
Darsen venne a deporre sul proprio operato. Non portava il peso di ferro. Fenro lo vide passare nel corridoio con le mani vuote e provò una pena che non modificò ciò che avrebbe raccontato.
In archivio, Barda gli assegnò un tavolo vicino alla finestra.
Il nuovo copista era un ragazzo paziente, capace di chiedere tre volte la stessa parola senza vergognarsi. Un giorno Fenro gli dettò una frase e si fermò a metà.
Il ragazzo aspettò.
Fuori, un carro passò sulle pietre della strada. Dentro, il foglio rimase bianco nel punto in cui mancavano le parole.
«Non sono sicuro di ricordare il seguito», disse Fenro.
Il ragazzo posò la penna.
«Allora lasciamo spazio.»

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?