storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Sul fondo del mare stavano apparecchiando

Sul fondo del mare stavano apparecchiando

«Vessa riconobbe il rumore dei denti di suo fratello contro il nocciolo.»

La tovaglia passò sotto la barca senza bagnarsi.

Vessa la seguì con gli occhi. Il tessuto bianco scivolava fra le alghe, teso come se quattro persone lo reggessero agli angoli. A un tratto si piegò su se stesso ed entrò nella finestra di una casa sommersa.

«L’hai vista?» domandò.

Delma teneva i remi immobili.

«Da quale parte?»

«Sotto di noi.»

La donna si sporse. Il sole del tramonto disegnava sul fondo due strade e il profilo di un campanile senza campana. La tovaglia non c’era più.

Dal porto arrivò un grido. Una bambina correva sulla banchina, inseguendo un piatto che rotolava sul bordo senza cadere. Il piatto si fermò davanti a una scaletta. Poi scese un gradino alla volta e scomparve nell’acqua.

Delma mise un remo di traverso.

«Stasera porta via anche la roba dalle mani.»

Vessa non rispose. Stava guardando la finestra.

Avevano passato l’intera giornata a cercare un’ancora perduta. Era un lavoro semplice, pagato poco ma subito. Nel porto ormai si pagava soltanto ciò che tornava a galla; delle persone scomparse si occupavano uffici con porte sempre chiuse.

Suo fratello mancava da diciannove giorni.

L’ultima volta che lo aveva visto, Nelio portava una cassetta di bicchieri verso il magazzino del governatore. Aveva trovato un impiego per tre notti e le aveva promesso di restituire il denaro della vela. Lei gli aveva detto di non comprare altre cose prima di avere pagato quelle vecchie.

Lui aveva sorriso.

«Parli come nostra madre.»

Era stata l’ultima frase.

Vessa aprì la cassa ai propri piedi. Dentro, fra la lana, riposavano due polmoni di vetro. Erano piccoli recipienti trasparenti attraversati da una spirale d’argento, costruiti da sua madre quando lavorava per i cercatori di perle. Trattenevano un respiro preso a terra e lo restituivano finché la spirale conservava luce.

Il primo aveva una sottile scheggiatura sul bordo. Il secondo era intatto.

Vessa controllò entrambi, come faceva prima di ogni discesa. Appoggiò il recipiente scheggiato al petto, dentro l’imbracatura, e fermò quello di riserva alla cintura.

«Non abbiamo concordato una discesa», disse Delma.

«Ho visto una cosa.»

«Hai visto una tovaglia.»

La barcaiola parlava senza durezza. Aveva già riportato Vessa a riva tre volte dopo ricerche inutili. Una volta l’aveva tenuta per le spalle mentre lei vomitava acqua e rabbia sul fondo della barca.

Vessa indicò la casa.

«Se è scesa intera, voglio sapere dove va.»

Delma guardò il cielo. Poi legò la corda di richiamo all’anello della prua.

«Un giro. Torni prima che le finestre spariscano.»

Vessa si lasciò scivolare oltre il bordo.

Il mare le chiuse le orecchie. Il vetro contro lo sterno si accese di un chiarore azzurro e il primo respiro passò nella maschera con un piccolo clic.

Era un rumore che conosceva meglio della propria voce.

⁂

La città era stata sommersa prima che Vessa nascesse.

Sua madre diceva che non era sprofondata tutta insieme. Il mare aveva preso prima i magazzini, poi le piazze, infine la strada dove si vendeva la frutta. La gente aveva avuto il tempo di portare via i figli e lasciare indietro le cose pesanti.

Il palazzo del governatore era rimasto asciutto, sopra lo sperone di roccia.

Adesso Vessa passava davanti a botteghe senza insegna. Le porte erano aperte. I pesci si ritiravano nelle stanze al suo passaggio, fra mobili coperti di conchiglie.

La tovaglia era stesa su un tavolo.

Non dentro la casa, come aveva creduto. Attraversava la casa. Il tavolo entrava dalla finestra, passava nel vano delle scale e usciva dalla parete opposta, dove qualcuno aveva rimosso i blocchi di pietra. Oltre, continuava lungo la strada.

Vessa lo seguì.

C’erano piatti, coppe, cucchiai diversi l’uno dall’altro. Alcuni sembravano appena lavati. Altri erano rotti e incollati. Le sedie non corrispondevano ai posti: ce n’erano di basse, da cucina, e una molto grande con lo schienale scolpito.

Nessuno sedeva.

La luce diminuiva. Vessa appoggiò una mano al bordo del tavolo per orientarsi. Il legno era caldo.

Dall’altra parte della piazza una figura sollevò un piatto.

La sommozzatrice si fermò.

Era una donna, dentro un arco d’aria che riempiva una bottega. Il mare curvava sopra la sua testa come vetro. La donna prese un altro piatto e lo porse a un uomo in piedi sotto l’arco accanto.

Lui lo posò sulla tovaglia attraverso l’acqua.

Vessa si avvicinò. La donna la vide e rovesciò la pila che teneva in mano. L’uomo le afferrò il braccio.

La sommozzatrice sollevò il palmo vuoto. Indicò la propria maschera, poi l’interno della bottega.

L’uomo fece cenno di aspettare.

Prese da terra una ciotola di rame e la appoggiò contro il limite dell’aria. La superficie del mare tremò. Si aprì un passaggio largo quanto una spalla.

Vessa lo attraversò.

Cadde in ginocchio su piastrelle asciutte. Tolse la maschera e sentì un odore di cibo vecchio, sale e corpi chiusi troppo a lungo nello stesso luogo.

«Chi ti ha mandato?» chiese l’uomo.

«Cerco mio fratello.»

La donna aveva cominciato a raccogliere i piatti.

L’uomo non si mosse.

«Nome.»

«Nelio. Portava bicchieri.»

Lui guardò verso la strada. La tavola si perdeva fra le case e compariva di nuovo più lontano, oltre il campanile.

«La gente porta molte cose.»

Vessa afferrò la borsa alla cintura. Ne tirò fuori un pezzo di vela riparato male. Nelio aveva cucito una stella nell’angolo per convincerla che il lavoro fosse finito, anche se la cucitura lasciava passare il vento.

La donna posò un piatto.

«La stella storta.»

Vessa si voltò.

«Lo conosci.»

«È nell’ultima bolla.»

L’uomo chiuse gli occhi per un istante.

Poi si presentò. Si chiamava Rul, era muratore e sapeva rimettere in equilibrio le ciotole che tenevano aperti i passaggi.

«Sei arrivata mentre portano via la roba», disse. «Quando avranno finito, le bolle si stringeranno.»

«Chi porta via?»

Lui indicò il tavolo.

Una coppa scivolò da sola lungo la tovaglia.

tovaglie sospese sulla citta sommersa

⁂

Non potevano camminare tutti insieme.

Fra una bolla e l’altra rimanevano tratti di strada sommersi. Rul spostava una ciotola, aspettava che l’aria si allungasse e faceva passare una persona. Poi doveva richiudere il varco, altrimenti entrambe le stanze cominciavano a riempirsi.

Vessa attraversò il primo tratto con la maschera. Dall’altra parte trovò cinque persone sedute su casse rovesciate. Una ragazza dormiva con la testa sulle ginocchia di un vecchio.

«Da quanto siete qui?»

«Qui o in questa stanza?» domandò il vecchio.

Nessuno sapeva contare bene i giorni. Le bolle non vedevano il sole; la luce arrivava dalla tavola, che si accendeva quando bisognava lavorare e diventava scura quando era permesso riposare.

Li avevano assunti come facchini, lavapiatti, riparatori. Alcuni avevano ricevuto un anticipo. Altri erano stati presi perché avevano debiti con il magazzino del governatore.

Un uomo mostrò a Vessa un contratto ripiegato dentro un involto cerato.

«Dice che il servizio finisce alla chiusura della festa.»

Lei guardò la tavola.

«E quando finisce?»

L’uomo rise senza voce.

Rul le spiegò ciò che aveva imparato dai sorveglianti. Il palazzo restava asciutto finché nella città sommersa si preparava il banchetto. Ogni notte occorrevano nuovi posti, nuovi piatti, nuovi oggetti presi alle case del porto. Il mare li trascinava verso il tavolo, ma per sistemarli aveva bisogno di mani.

E le mani avevano bisogno d’aria.

«Perché non tornate dal passaggio da cui siete entrati?»

Rul indicò la volta. Sopra di loro, oltre il mare, c’era il pavimento di un edificio più alto. Un condotto saliva dentro la muratura.

«Hanno chiuso le campane. Le aprono soltanto per le consegne.»

«Le guardie?»

«Vengono di rado. Aspettano che l’aria diminuisca. Poi domandano se abbiamo finito.»

Vessa sentì la spirale del polmone di vetro vibrare contro il petto. Nelle bolle non si ricaricava. Sua madre glielo aveva insegnato da bambina: il respiro conservato tornava intero soltanto sotto il cielo, nell’aria libera. Uno strumento poteva ingannare il mare, non sostituire per sempre la terra.

L’ultima bolla occupava una bottega di frutta.

Sopra la porta era rimasta una pesca dipinta. La buccia aveva perduto il rosso, ma si riconosceva ancora la foglia.

Nelio sedeva accanto al banco.

Vessa vide prima le mani. Una teneva un panno, l’altra una coppa. Il pollice destro aveva la stessa unghia scheggiata di quando erano bambini.

Poi vide il vuoto sotto il ginocchio sinistro.

Si fermò nel passaggio.

Nelio sollevò la testa.

Per un istante la guardò senza cambiare espressione. Poi appoggiò la coppa sul banco, troppo piano.

«Non dovevi scendere.»

Vessa gli si inginocchiò davanti. Lo abbracciò tenendogli la testa contro la spalla. Lui fece un piccolo rumore, come se gli avessero tolto un peso dal petto.

«Che cosa ti hanno fatto?»

«Una campana è scesa mentre passavo.»

Lei si staccò appena.

«Quando?»

«Non so più.»

Avevano chiamato qualcuno per medicarlo. Lo avevano tenuto in una bolla più grande finché la ferita non si era chiusa. Poi gli avevano dato coppe da pulire, perché per quel lavoro bastavano le mani.

Vessa passò le dita sul banco.

Aveva cercato suo fratello negli uffici, sulle barche, nelle locande fuori città. Era rimasto sotto la strada che lei attraversava ogni mattina.

«Ti porto via.»

Nelio guardò il recipiente di riserva alla sua cintura.

«Con quello?»

Lei annuì.

Dietro di loro il vecchio della bolla vicina tossì.

Nelio lasciò il panno sul tavolo.

«E gli altri?»

⁂

Vessa risalì senza suo fratello.

Fu la cosa più difficile che avesse fatto in vita sua. Nelio le aveva tolto le mani dal proprio mantello e le aveva indicato la spirale azzurra. Stava diventando bianca. Se lei fosse rimasta, Delma non avrebbe saputo dove cercarli.

«Torna con una strada», le aveva detto. «Non con un altro piatto.»

In superficie era già notte.

Delma la tirò sulla barca e le tolse la maschera. Vessa cercò di parlare prima di avere ripreso fiato. La donna la fermò con una mano sulla spalla.

«Una cosa alla volta.»

Quando ebbe capito, non fece domande sul fatto che Nelio fosse vivo. Domandò quante persone ci fossero, da dove entrassero le consegne e quanta aria restasse.

Vessa non sapeva rispondere a tutto.

Andarono al palazzo.

Il governatore Odran stava cenando sotto una loggia. Davanti a lui c’erano tre persone, una tovaglia bianca e un piatto di pesche. Il mare batteva contro la scogliera molto più in basso, come se non avesse mai minacciato quel luogo.

Le guardie fermarono Vessa sulle scale. Lei alzò la maschera.

«Sono stata sotto la città.»

Una delle persone a tavola smise di mangiare.

Odran fece segno di lasciarla passare.

Ascoltò in piedi. Era un uomo largo di spalle, con capelli grigi tagliati corti. Portava polsini alti, ma quando allungò la mano verso una brocca Vessa vide due solchi pallidi intorno al polso.

«Le persone che lavorano laggiù hanno accettato un servizio», disse.

«Mio fratello ha perso una gamba.»

«Gli sono state prestate cure.»

Delma fece un passo avanti. Vessa le toccò il braccio.

«Apri le campane.»

Odran guardò i propri ospiti.

«Lasciateci.»

Aspettò che fossero usciti. Poi indicò il mare.

«Se interrompo il banchetto, l’acqua torna a reclamare il palazzo.»

«Porta fuori la gente.»

«Non è una tenda da spostare. Qui ci sono i registri, le scorte, le famiglie di chi serve la città.»

«Ci sono famiglie anche laggiù.»

Lui si tirò il polsino.

«Tu non sai cosa significhi dipendere da un uomo che può lasciarti morire.»

Vessa guardò le cicatrici.

Odran se ne accorse. Scoprì il braccio fino al gomito.

Era stato venduto come rematore quando aveva quattordici anni. Il padrone lo aveva lasciato incatenato durante una tempesta per non perdere tempo a liberarlo. Una compagna di remo gli aveva spezzato il fermo con una pietra. Lui era sopravvissuto. Di lei non aveva saputo più nulla.

«Da allora non ho dormito una notte sotto un tetto che non potessi difendere.»

Vessa sentì il sale seccarsi sulla faccia.

«Rul difende il tuo tetto con il proprio fiato.»

Il governatore si ricoprì il polso.

Le offrì una campana privata. Due posti: uno per lei, uno per Nelio. Sarebbero stati riportati al porto prima dell’alba, con denaro sufficiente per comprare una barca nuova.

Delma guardò Vessa senza parlare.

La sommozzatrice immaginò suo fratello seduto sulla banchina. Un letto vero, un medico, il sole sulla faccia. Per un momento non riuscì a pensare ad altro.

«Gli altri restano.»

«Non puoi salvare chiunque.»

Vessa appoggiò la maschera sul tavolo. Le mani le tremavano e non voleva che lui lo vedesse.

«Domani non ci saranno più due posti. La tua tavola si allunga ogni notte.»

Odran chiamò le guardie.

Non le fece arrestare. Le fece accompagnare fuori, perché credeva che alla fine sarebbero tornate a chiedere la campana.

⁂

Delma le diede uno schiaffo soltanto con le parole.

«Adesso smetti di guardare quella scala.»

Vessa si voltò.

Erano sotto la loggia, nel cortile delle cucine. I servi passavano portando ceste, come se una conversazione sbagliata al piano superiore non avesse alcun peso sul loro lavoro.

«Potevo farlo uscire», disse Vessa.

«Lo so.»

«Non sei tu che lo hai lasciato laggiù.»

Delma non rispose subito.

Poi posò le mani sul bordo di una fontana.

«Mio figlio è partito su una barca che avevo controllato io. Non è tornato. Non usarlo per decidere che cosa devo capire.»

Vessa abbassò gli occhi.

La donna le lasciò il tempo di respirare.

«Abbiamo una notte. Forse meno.»

Andarono al magazzino delle campane, sul lato basso della scogliera. Vessa vi aveva consegnato ancore per anni. Conosceva il custode, un uomo chiamato Iven che scriveva lentamente e contava due volte ogni carico.

Quando gli dissero del banchetto, lui guardò il registro aperto.

«Le consegne entrano. Le persone no.»

«Dove sono segnate?»

Iven sfogliò alcune pagine.

Accanto alle casse di stoviglie c’erano numeri senza nomi. Servizio, era scritto in cima alla colonna.

L’uomo tolse gli occhiali.

«Pensavo fossero turni.»

Non era abbastanza. Ma era ciò che aveva da dire.

Vessa gli chiese una mappa dei condotti. Le campane non erano semplici recipienti. Erano parti di un vecchio sistema costruito quando la città era ancora asciutta, poi adattato per trasferire merci attraverso il mare. L’aria passava da una stanza all’altra dentro cerchi d’argento simili alla spirale dei suoi strumenti.

Iven indicò una linea cancellata.

«Questo portava al mercato. È chiuso da quando la prima torre si è spezzata.»

«Dove arriva adesso?»

«Sotto la terrazza delle reti.»

La terrazza era fuori dal palazzo, a poche braccia dall’acqua. Vi si poteva accostare una barca. Ma il condotto, aperto senza tenere uniti i cerchi, si sarebbe riempito appena qualcuno avesse provato a entrarvi.

Vessa slacciò il polmone di riserva.

Sua madre lo aveva usato per mostrarle una volta come si collegavano due sacche d’aria. Non si poteva fare tenendolo intatto. La spirale doveva essere distesa nel passaggio, e il vetro che la proteggeva non si poteva più richiudere.

«Quanto è lungo il tratto rotto?» chiese.

Iven aprì le mani.

Più lungo di una persona. Più corto della loro barca.

Vessa guardò il recipiente. Era l’unico strumento integro che possedesse. Il primo, quello scheggiato, avrebbe retto ancora qualche discesa, forse. Nessuno al porto sapeva rifare una spirale come quelle di sua madre.

Delma se ne accorse.

«Non serve se non torni a vedere il passaggio.»

«Lo so.»

Iven copiò la mappa su una tela cerata. Poi chiuse il registro e se lo mise sotto il braccio.

«Lo porto alle guardie del porto.»

«Non a quelle del palazzo», disse Delma.

Lui annuì.

Prima di tornare alla barca, Delma volle passare dalla caserma del porto.

Il capitano di turno era seduto davanti a una minestra fredda. Aveva già ricevuto due denunce per gli oggetti trascinati in mare e una richiesta del palazzo di non alimentare voci. Quando vide la maschera di Vessa, spinse via il piatto.

«Un’altra scomparsa?»

«Trentadue persone sotto la città», disse lei.

Non sapeva ancora se fossero davvero trentadue. Era il conto di Rul, fatto passando da una bolla all’altra. Lo precisò subito. Il capitano le chiese quali nomi conoscesse.

Vessa disse quello di suo fratello, poi quello del muratore. Della donna che raccoglieva i piatti ricordava il viso, non il nome. Il vecchio non glielo aveva detto.

Il capitano guardò Iven.

L’uomo aprì il registro sulle ginocchia. Trovò le date in cui Nelio aveva lavorato per il magazzino. Il numero delle casse non coincideva con quello delle persone indicate come servizio. Una colonna era stata cancellata e riscritta.

«Lo hai compilato tu?»

«Una parte.»

«E il resto?»

«Mi arrivava già scritto.»

Il capitano si alzò per chiamare una guardia. Vessa gli afferrò la manica prima di pensare a ciò che faceva.

«Non aspettare di capire tutti i numeri.»

Lui abbassò gli occhi sulla sua mano.

Lei la tolse.

«Se è come dici, ci sono persone da portare fuori anche dal palazzo», rispose. «Mi occorrono barche, non soltanto uomini con le lance.»

Delma si sedette al tavolo. Aveva l’abitudine di diventare immobile quando qualcuno cominciava finalmente a lavorare.

Disse quali imbarcazioni avessero il fondo abbastanza basso da accostare alla terrazza. Due appartenevano a pescatori che dormivano vicino alla pesa. Una era ferma per una riparazione e non poteva prendere carichi. La sua avrebbe portato i primi feriti.

Il capitano mandò a svegliare i proprietari. Non tutti accettarono subito. Un pescatore venne a chiedere chi avrebbe pagato il fasciame se la terrazza fosse crollata. Delma gli mostrò la propria barca oltre la finestra.

«La mia scende per prima.»

«Non ti ho chiesto di fare l’eroina.»

«E io non ti ho detto di venire gratis.»

Il capitano scrisse l’impegno del porto a registrare i danni. Non promise denaro che non aveva. Il pescatore lesse, fece aggiungere il nome del fratello che avrebbe remato con lui e andò a prendere le coperte.

Vessa rimase vicino alla porta. Sentiva il tempo scorrere nel petto come la luce dentro i recipienti.

Delma la raggiunse.

«Quando aprirai il passaggio, noi saremo sopra. Prima avremo fatto uscire chi abita nei piani bassi del palazzo.»

«Odran non li lascerà andare.»

«Può parlare a una cuoca alla volta. Non a tutte le famiglie insieme.»

«E se manda le guardie?»

La barcaiola indicò il capitano, che stava distribuendo i compiti.

«Non gli stiamo chiedendo di salvare i mobili.»

Uscirono dalla caserma mentre il primo pescatore correva verso il molo. Un altro uomo trascinava una scala. Due donne arrivarono con lenzuola pulite e domandarono dove metterle.

La città non si era svegliata tutta. In molte case continuavano a dormire. Ma intorno alla terrazza cominciava a formarsi un posto dove qualcuno avrebbe potuto arrivare vivo.

Vessa tornò al magazzino e guardò ancora la mappa.

«Se non risalgo dal condotto?»

Delma chiuse la cassa vuota dei respiratori.

«Ti aspetterò lì finché il passaggio regge.»

«E dopo?»

La donna non mentì.

«Dopo porterò a riva chi c’è sulla barca.»

Vessa annuì. Era una risposta che faceva male, ma poteva usarla. Sapere che Delma non avrebbe lasciato trentadue persone sul mare per cercarne una le permise di smettere di pensare alla superficie.

Si sistemò l’imbracatura. Il polmone scheggiato tornò al suo posto, contro lo sterno. Quello integro rimase alla cintura.

Questa volta non sembravano due strumenti di cui uno fosse una riserva. Sembravano due cose destinate a finire in luoghi diversi.

Vessa prese una pesca da una cesta destinata alla cucina. Lasciò sul bordo due monete. Non sapeva perché le importasse pagarla.

⁂

Nelio era sveglio.

Aveva preparato due casse vicino al banco e pulito un posto per sedersi. Quando Vessa entrò nella bolla, guardò subito oltre di lei.

«Non c’è una campana.»

«C’è un’altra strada.»

Gli mostrò la mappa. Rul arrivò dalla stanza vicina, portando le ciotole dentro un sacco. Disse che conosceva l’imbocco del condotto. Era dietro il mercato, nella bolla più piccola.

«Quella non regge tre persone.»

«Ci passeremo uno alla volta.»

Rul guardò il vetro alla cintura di Vessa.

«Se lo apri non lo recuperi.»

Lei annuì.

Prima di muoversi dovettero aspettare che l’aria smettesse di contrarsi. Era il momento in cui le correnti portavano i nuovi oggetti. Una fila di cucchiai attraversò la strada, seguita da una sedia rovesciata. Le gambe della sedia urtarono contro la porta e produssero un colpo sordo.

Vessa sedette sulla cassa.

Tirò fuori la pesca.

Nelio rise.

«È matura?»

«Non l’ho interrogata.»

Lui la prese con entrambe le mani, come se fosse un oggetto che non ricordava bene. La buccia aveva un lato ammaccato. La strofinò sulla camicia e la divise con il coltello corto che usava per togliere la cera dalle coppe.

Il succo gli colò sul pollice.

Vessa mangiò la metà più piccola. La polpa era calda, piena di fili. Per un istante sentì il mercato d’estate, la polvere sotto i sandali, la voce della madre che contrattava senza fingere di voler andare via.

Nelio rosicchiò il nocciolo.

Vessa riconobbe il rumore dei denti di suo fratello contro il nocciolo.

«Lo fai ancora.»

«Che cosa?»

Lei indicò la pesca.

«Dicevi che dentro c’era la parte migliore.»

«Tu mi credevi.»

«Avevo cinque anni.»

Nelio sorrise. Poi appoggiò il nocciolo sul banco.

«La vela l’avevo quasi finita.»

Vessa guardò la stella cucita sul pezzo di tessuto che aveva portato.

«Lascia stare la vela.»

«Voglio finirla.»

Lei annuì.

Non gli disse che avrebbe camminato come prima. Non gli promise un lavoro che non poteva procurargli. Gli passò soltanto il panno per asciugarsi le dita.

Quando Rul tornò a chiamarli, Nelio mise il nocciolo nella tasca.

i fratelli dividono una pesca

⁂

La bolla dietro il mercato aveva un soffitto basso.

Rul dovette entrare piegato. Nelio aspettò fuori con gli altri, seduto su una cassa che due uomini spostavano a turno. Le persone erano trentadue, come aveva detto il muratore; tre non potevano camminare senza aiuto.

Una donna teneva un bambino addormentato. Vessa non l’aveva visto prima. Era nato quando la madre lavorava già sotto la città.

Rul posò le ciotole sul bordo della soglia.

«Se apriamo tutto insieme, perdiamo l’aria.»

La sommozzatrice gli mostrò il punto in cui il condotto si interrompeva. Un cerchio d’argento era piegato contro la parete; l’altro si vedeva oltre una fascia d’acqua, dentro il passaggio che saliva verso la terrazza.

Aveva già usato le spirali per ritrovare aria sotto scafi rovesciati. Mai per tante persone. Mai lasciando lo strumento aperto mentre lei restava dall’altra parte.

Toccò il vetro di riserva.

La luce dentro era piena.

Rul vide la scheggiatura sull’altro recipiente.

«Con quello torni?»

«Con voi.»

Non era una risposta sicura. Era la sola che avesse.

Vessa avvolse il vetro in un panno e lo spezzò contro il bordo di pietra, lontano dai piedi degli altri. Il suono fu piccolo, quasi deludente. Avrebbe voluto qualcosa che rendesse visibile ciò che stava perdendo.

La spirale si aprì nel palmo come un filo vivo.

Rul tenne il primo cerchio mentre lei distendeva l’argento verso l’altro. Non c’era un modo per farlo senza entrare nell’acqua. Vessa rimise la maschera e passò nel tratto sommerso, portando con sé l’estremità luminosa.

Il recipiente scheggiato fece il suo clic.

Poi un altro, più lento.

Dall’altra parte riuscì a fermare la spirale nel cerchio. L’aria si allungò fra le due pareti. Non diventò una stanza. Diventò un passaggio stretto, tremante, nel quale il mare continuava a premere dall’alto.

Vessa tolse la maschera.

«Uno alla volta.»

Rul fece avanzare la donna con il bambino.

Poi vennero il vecchio, la ragazza che gli aveva dormito sulle ginocchia, gli uomini delle casse. Ogni persona attraversava il tratto guardando la parete d’acqua, come se temesse di riconoscervi qualcuno.

In alto Delma aveva aperto lo sbocco con l’aiuto dei marinai del porto. Una corda scendeva dalla terrazza. Non serviva a trascinare tutti insieme, ma a indicare la strada e a impedire che qualcuno tornasse indietro per paura.

Il banchetto cominciò a disfarsi.

Vessa lo capì dal rumore delle coppe. Il vetro urtava contro il legno e il legno contro la pietra. Una tovaglia attraversò la piazza come una grande medusa bianca.

Il palazzo perse il suo riparo.

Da sopra arrivò il suono delle campane vere.

il condotto daria tra le case sommerse

⁂

Delma aveva fatto suonare l’allarme prima di aprire il condotto.

Vessa non lo sapeva ancora. Sentiva soltanto i rintocchi deformati dall’acqua e vedeva la fila davanti a sé. Rul contava chi passava. Ogni tanto tornava indietro a spostare una ciotola, lasciando entrare il mare in una stanza ormai vuota.

Non provavano a salvare le bolle. Le abbandonavano una dopo l’altra.

Nelio rifiutò di passare prima degli altri due uomini che non camminavano. Vessa gli disse di non discutere. Lui le indicò il punto in cui la cassa avrebbe bloccato il varco.

«Se entro adesso, non li fai girare.»

Aveva ragione. Lei odiò il fatto che avesse ragione proprio allora.

Il primo uomo passò sostenuto sotto le braccia. Il secondo ebbe paura e si aggrappò allo stipite. Rul gli parlò vicino all’orecchio. Non gli disse di essere coraggioso. Gli disse dove avrebbe messo la mano successiva.

La luce della spirale diminuiva.

Vessa controllò il proprio recipiente. La scheggiatura si era allungata fino alla base. Non poteva più contare su una risalita fuori dal condotto.

Nelio lo vide.

«Vai avanti.»

«Devi ancora passare.»

«Io ho due persone che mi tengono.»

Lei rimase.

La cassa entrò di traverso. Per un istante il bordo si incastrò fra i cerchi. Nelio si sollevò sulle braccia, spostando il peso. Vessa spinse con la spalla. Il vetro sul petto urtò la pietra.

Si spense.

L’aria del condotto era ancora lì. Vessa continuò a respirare, ma il pensiero di ciò che aveva appena perso le tolse il ritmo. Dovette fermarsi, appoggiare la mano al muro, guardare la nuca di suo fratello.

Rul arrivò alle sue spalle.

«Sono tutti fuori dalla piazza.»

«Hai contato?»

«Tre volte.»

Il mare prese l’ultima bolla.

Le ciotole rotolarono sul fondo. Il tavolo si spezzò davanti alla bottega della pesca. Le sedie si sollevarono, lente, come persone che finalmente lasciassero una sala.

Vessa e Rul entrarono nel tratto in salita.

L’acqua li raggiunse alle caviglie. Poi ai polpacci. La spirale non poteva tenere unita un’intera città, soltanto quel piccolo passaggio e soltanto per poco.

Da sopra Delma chiamò il nome di Vessa.

La sommozzatrice alzò la testa. Vide il cielo dentro un’apertura rettangolare.

Non aveva mai desiderato tanto una cosa così comune.

Le mani dei marinai la presero sotto le braccia. La tirarono sulla terrazza insieme a Rul. Il condotto si riempì dietro di loro con un colpo che fece tremare le pietre.

Vessa cercò Nelio.

Era sotto un telo, seduto accanto alla donna con il bambino. Teneva ancora il nocciolo nel pugno.

⁂

Dal palazzo scendeva gente con bauli, gabbie e coperte.

Le scale più basse erano già nell’acqua. I marinai del porto avevano fermato i carri carichi di mobili per lasciare passare le persone. Una cuoca piangeva perché aveva perso di vista il fratello. Iven le disse in quale barca fosse stato accompagnato e tornò a leggere i nomi.

Il registro delle consegne era sotto il suo braccio.

Vessa si alzò, ma le ginocchia non la sostennero. Delma la fece sedere di nuovo.

«Trentadue», disse.

«Rul?»

«Trentadue, più te e lui.»

La sommozzatrice guardò il palazzo. L’acqua entrava nella loggia dove Odran aveva cenato. Le sedie galleggiavano intorno al tavolo. Nessuno aveva portato via il piatto delle pesche.

Una barca stretta si staccò dall’approdo privato.

A bordo c’era il governatore con due casse. Non c’erano servi, né feriti, né persone che avessero bisogno di un posto. Remava un giovane marinaio.

Delma fischiò verso il molo.

Due imbarcazioni si misero di traverso. Una portava gli uomini che fino a quella mattina avevano lavorato per Odran. Il governatore si alzò, indicando qualcosa sotto il proprio mantello. Vessa non sentì le parole.

Vide il marinaio smettere di remare.

Le altre barche si avvicinarono. Odran tentò di afferrare un remo, ma il giovane gli trattenne il braccio. Non lo gettarono in acqua. Gli fecero lasciare le casse e lo riportarono all’approdo, dove lo aspettavano le guardie del porto.

Nelio aveva seguito la scena.

«Voleva portarci su.»

Vessa si voltò.

«Solo noi due.»

Lui guardò il recipiente rotto che lei teneva ancora sul petto.

«Perché non me l’hai detto?»

La sommozzatrice aprì la bocca, poi la richiuse.

«Avevo paura che mi chiedessi di accettare.»

Nelio rimase in silenzio.

Vessa non aggiunse che lo aveva fatto per lui. Non era vero abbastanza.

Il fratello si spostò sul telo per lasciarle posto. Lei sedette accanto a lui senza toccarlo.

Dopo un po’ Nelio appoggiò il nocciolo fra loro.

⁂

La città sommersa smise di apparecchiare.

Per alcune mattine continuarono ad arrivare a riva cucchiai, sedie e pezzi di tovaglia. Le persone riconoscevano gli oggetti e li portavano a casa. Qualcuno trovò una coppa che non era sua e la lasciò sul muretto, perché il proprietario potesse riprenderla.

Del palazzo rimasero asciutti soltanto i piani più alti. Non vi tornarono a dormire. Le scorte recuperate vennero distribuite sotto la sorveglianza delle guardie e di chi aveva lavorato nelle bolle. Odran fu trattenuto in attesa delle testimonianze. I contratti furono letti ad alta voce, questa volta davanti alle persone i cui nomi mancavano nelle colonne.

Vessa andò a deporre con il vetro rotto in una scatola.

Non era la prova più importante. Lo sapeva. C’erano i corpi, i registri, la città piena di tavoli. Ma quando appoggiò i frammenti sul banco, riuscì finalmente a dire quanto fosse costato uscire.

Non ricevette un respiratore nuovo.

Il porto le pagò alcune giornate per riconoscere dall’alto gli accessi della città e indicare i punti dove non gettare le reti. Poi il lavoro finì. Per mesi aiutò Delma a trasportare persone e merci, imparando a stare dalla parte della barca che non scendeva sott’acqua.

A volte guardava il mare con rabbia. Non perché le avesse preso uno strumento, ma perché continuava a sembrarle bello.

Nelio imparò a muoversi con due stampelle. Le prime erano troppo alte. Rul le accorciò seduto sulla banchina, misurando più volte prima di tagliare. Il fratello di Vessa non ringraziava sempre. C’erano giorni in cui ogni gesto di aiuto gli sembrava una porta più stretta.

Vessa imparò a chiedere prima di prendergli il braccio.

La vela venne finita all’inizio dell’estate.

La stella era rimasta storta, ma la cucitura non lasciava più passare il vento. Nelio la distese sul molo e aspettò che sua sorella controllasse ogni punto.

Lei lo fece.

Poi si sedette sul bordo della banchina, con i piedi sopra l’acqua.

Il fratello tirò fuori dalla tasca un piccolo involto. Dentro c’era il nocciolo della pesca. Lo aveva tenuto ad asciugare sul davanzale, accanto alle bende e alle coppe usate per bere di notte.

«Non so se cresce», disse.

«Neppure io.»

Lo portarono in un vaso grande, nel cortile della casa che dividevano con un’altra famiglia. Nelio si sedette su uno sgabello. Vessa versò la terra, poi gli passò il vaso perché scegliesse lui il punto.

Non dissero che sarebbe diventato un albero.

Quando ebbero finito, sua sorella portò due bicchieri d’acqua. Nelio ne prese uno e bussò piano con il bordo contro l’altro.

Il suono fu breve, limpido.

Nessuna corrente venne a portarlo via.

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