«Lera lasciò la mano aperta, benché tutto il braccio le chiedesse di stringere.»
La prima volta che l’ombra di suo padre rimase seduta mentre lui si alzava, Lera finse di non accorgersene.
Maro aveva lasciato la panca per prendere il secchio. La sua sagoma, stesa fra le pietre del cortile, continuava ad avere le ginocchia raccolte e le braccia appoggiate sopra. Poi si mosse anche lei. Lo raggiunse senza fretta, scivolando contro il verso della luce.
«È ancora giovane», disse Lera.
Suo padre sollevò il secchio. L’acqua tremò lungo il bordo.
«Non le avevo chiesto niente.»
«Sta imparando.»
«Questo l’ho capito.»
Rientrò in casa. Lera rimase nel cortile con il cesto dei panni e l’odore della lana bagnata che veniva dal recinto. Dalla porta aperta vide la seconda ombra fermarsi sulla soglia, gonfiarsi appena e passare sotto i piedi di Maro. Non somigliava più alla piccola cosa che aveva portato a casa due sere prima, avvolta nel grembiule. Quella aveva avuto un muso incerto e il calore di un agnello. Adesso era lunga quanto un uomo.
Sul muro del pozzo, la meridiana segnava due ore diverse.
Una linea netta indicava il pomeriggio. L’altra, più pallida e inclinata, avanzava verso il segno rosso. Quando l’avesse raggiunto, i parti della seconda ombra sarebbero finiti. Nel villaggio si attendeva quel tempo per anni. Le donne conservavano i velli migliori, gli uomini riparavano i recinti, i bambini facevano scommesse su chi avrebbe ricevuto un compagno.
Lera aveva aspettato più degli altri.
Sette mesi prima suo padre era caduto nel vallone. Aveva lasciato il sentiero per raccogliere una radice adatta a intagliare e il terreno, sotto il suo peso, aveva ceduto. Lera lo aveva trovato al buio, dopo ore passate a chiamarlo. Aveva ancora negli occhi la sua bocca impastata di terra e nelle orecchie il rumore che faceva tentando di respirare senza muovere il fianco.
Da allora, quando non sentiva un oggetto posarsi nella stanza accanto, andava a controllare.
Maro se n’era accorto. All’inizio aveva tossito apposta, per farle sapere che era lì. Poi aveva smesso.
«La minestra è sul fuoco», disse dalla casa.
Lera posò il cesto e lo seguì.
Lui aveva apparecchiato per due. Si sedeva sempre sul lato lungo del tavolo, così il ginocchio rigido poteva distendersi. Sotto la panca, la nuova ombra ripeteva quella posizione, ma la testa era rivolta verso la figlia.
«Ha fatto qualcosa?» chiese Lera.
«Mi ha accompagnato.»
«È quello che deve fare.»
«Anche dietro la stalla.»
Lei spezzò il pane. Cercò una risposta che non fosse una risata.
«Non ti guarda come una persona.»
«Come mi guarda?»
Lera si chinò a raccogliere una briciola che non era caduta.
Quando rialzò gli occhi, suo padre aveva cominciato a mangiare. Il cucchiaio batteva piano contro la ciotola. L’ombra, sotto il tavolo, teneva la testa girata verso di lei.
⁂
Al recinto grande si arrivava passando accanto alle vasche di lavaggio. In quei giorni nessuno vi immergeva la lana delle madri. L’acqua avrebbe portato via l’odore necessario ai compagni per ritrovare il primo riparo.
Ulden, custode degli allevamenti, camminava fra i cancelli con una verga sottile. Non colpiva gli animali. Gli bastava toccare il legno per ottenere silenzio.
«Come va con tuo padre?»
Lera aveva preparato una domanda diversa. Voleva sapere se una presenza potesse aspettare fuori da una porta. Sentendo il tono soddisfatto dell’uomo, disse invece:
«Cresce in fretta.»
«Hai scelto una buona madre.»
La madre era Lisca, una pecora dal muso stretto che Lera aveva allevato con il latte in una scodella. Aveva partorito due volte agnelli normali. Alla terza, sotto la luce sdoppiata, era venuto fuori un involto scuro, umido e senza peso. Lera lo aveva asciugato con una striscia presa dalla manica di suo padre. La creatura aveva seguito quella stoffa fino alla casa.
Lisca era rimasta al recinto grande, come stabiliva l’accordo.
Non era sola. Lera aveva ceduto al custode le sue tre pecore migliori in cambio della sorveglianza dei parti, del ricovero e della scelta di un compagno forte. Avrebbe potuto riprenderne una, l’anno dopo, consegnando metà del ricavato della tosatura. Le altre due appartenevano ormai all’allevamento.
Ulden aprì un piccolo sportello e le mostrò il registro delle madri.
«Nessuno dei compagni della sua linea ha mai perso una persona.»
Lera guardò i nomi. Accanto ad alcuni c’era una croce minuta.
«Quelli?»
«Persone morte. Il compagno è rimasto fino alla fine.»
Passò il dito sulle righe come per togliere della polvere.
Dalla penultima gabbia arrivò un rumore leggero. Un’ombra appena nata si era arrampicata sul dorso della madre, cosa che Lera non aveva mai visto fare a un’ombra. Sembrava una toppa di fumo agganciata alla lana.
Un ragazzo tentò di attirarla con una sciarpa. La creatura allungò il muso, annusò e tornò a rannicchiarsi.
«Questa non va bene», disse Ulden.
«Perché?»
«Si distrae.»
Il ragazzo spostò la sciarpa davanti alle sbarre. L’ombra non si mosse.
«Forse non vuole lui.»
Ulden richiuse il registro.
«Non devono scegliere a ogni passo. Se una protezione si stanca, che protezione è?»
Fece cenno al ragazzo di portare la madre nel recinto aperto sul prato. Appena il cancelletto fu libero, la pecora uscì. L’ombra saltò a terra e la seguì, poi si fermò a osservare una farfalla. La sua forma si sfilacciò nell’erba finché Lera non riuscì più a distinguerla.
«La perderemo?» chiese il ragazzo.
«Non ci serve», rispose Ulden.
Lera vide che nel recinto appena svuotato non c’era la corda rossa che circondava gli altri. Ogni madre aveva una treccia del proprio vello passata intorno a un piolo. Al centro della treccia, una striscia di stoffa apparteneva alla persona assegnata al figlio.
Il ragazzo richiuse il cancelletto.
«Quella di tuo padre è ben legata», disse il custode.
Lera avrebbe voluto chiedergli perché avesse usato proprio quelle parole. Invece si sporse ad accarezzare Lisca. Sotto le dita, la lana tratteneva l’umidità della notte.

⁂
Il terzo giorno il compagno salvò Maro.
Lera era al pozzo, con il secchio a metà della risalita, quando sentì spezzarsi un’asse. Si voltò e vide suo padre cadere dal piccolo ballatoio della legna. La scala era scivolata sul terreno bagnato. Lui aveva ancora un fascio di rami fra le braccia.
Qualcosa si staccò dal muro.
Non fu un salto. La sagoma nera si piegò nello spazio fra Maro e la pietra, diventando spessa, quasi una coperta tesa da mani invisibili. Il corpo dell’uomo la colpì. La presenza cedette senza rompersi e lo posò a terra.
Lera lasciò la corda del pozzo. Il secchio precipitò nell’acqua.
Arrivò correndo, si inginocchiò, gli prese la testa.
«Guardami. Dove ti fa male?»
«Se mi lasci, te lo dico.»
«Il fianco? Il ginocchio?»
«La mano.»
Aveva una scheggia nel palmo. Solo quella.
Lera cominciò a piangere mentre cercava di estrarla. Maro aspettò, con la bocca stretta. La presenza era tornata piatta, lunga sulla terra. Una delle sue estremità si appoggiava al tallone dell’uomo.
Quella sera Lera portò a Ulden una forma di formaggio.
«Non dovevi», disse lui, prendendola con entrambe le mani.
Le mostrò le nuove chiusure che stava montando sui recinti. Dopo il tramonto successivo la seconda ombra avrebbe toccato il segno rosso. Le trecce, tenute tese fino a quel momento, avrebbero fissato il legame.
«Non potrà più smarrirsi.»
Lera pensò alla caduta del pomeriggio.
«Neanche se mio padre si allontana?»
«Soprattutto allora.»
Tornò a casa più leggera. Si fermò persino a parlare con Neda, che stendeva panni davanti alla sua porta. Anni prima, il compagno di suo padre gli era rimasto accanto per tutta una febbre invernale. Ora ne aveva chiesto uno per il figlio, che si alzava nel sonno e apriva la porta senza svegliarsi. La prima notte la nuova presenza lo aveva riportato a letto. Neda disse che non avrebbe saputo ringraziare abbastanza.
Lera annuì. Aveva bisogno di sentire proprio quello.
A casa trovò suo padre seduto senza candela. Aveva sulle ginocchia un pezzo di legno e il coltello da intaglio, chiuso.
«Perché stai al buio?»
«Mi piaceva.»
Lera accese la lampada. Sulla parete si formarono due sagome. Una seguiva il movimento del braccio di Maro. L’altra rimase ferma, con il capo inclinato.
«Non riesco a distinguere la mia», disse lui.
«Con la luce del mattino si vede meglio.»
Maro passò il pollice sul legno.
«Non parlavo della luce.»
Lei rimase accanto alla lampada. Avrebbe potuto sedersi. Invece controllò che il coltello fosse davvero chiuso, poi andò a togliere la minestra dal fuoco.
⁂
Il giorno dopo mancava una lettera.
Lera lo seppe prima ancora di sapere che suo padre ne avesse scritta una. La trovò sullo sgabello della cucina, piegata in quattro. La carta aveva un angolo bagnato e un’impronta scura che svanì mentre la guardava.
Sulla parte esterna c’era il nome di un uomo del paese oltre il valico.
Lera lo conosceva. Era stato amico di sua madre, prima che lei venisse a vivere nel villaggio. Ogni estate passava per vendere sale e comprare pelli.
Non aprì subito il foglio. Lo girò. La piega cedeva già da sola.
Lesse soltanto la prima riga, si disse.
Poi lesse anche la seconda.
Maro chiedeva un posto sul carro che sarebbe passato due mattine più tardi. Voleva scendere verso la costa, dove sua moglie era nata. Aveva messo da parte il denaro, avrebbe portato pochi oggetti, non desiderava che lo aspettassero se il tempo fosse peggiorato.
Non c’era scritto quando sarebbe tornato.
Lera sentì il freddo salire dalle ginocchia.
«Quella era nella borsa di Sando.»
Suo padre era sulla porta. La presenza passò davanti a lui e si distese sotto lo sgabello.
«Te l’ha riportata», disse Lera.
«L’avevo consegnata.»
«Volevi partire senza dirmelo.»
«Volevo prima sapere se c’era posto.»
«E se c’era?»
Maro guardò il foglio nelle sue mani.
«Avremmo parlato.»
«Come del vallone?»
Lui indietreggiò di mezzo passo. Lera riconobbe quel movimento e continuò ugualmente.
«Anche quel giorno dovevi soltanto fare un giro. Io ero su al pascolo. Ti ho cercato fino a notte. Avevo le mani spaccate dalle pietre.»
«Lo so.»
«Non puoi chiedermi di dimenticarlo.»
«Non te l’ho chiesto.»
Il compagno si sollevò contro la porta. Il suo contorno si allargò, occupando il passaggio.
Maro provò a uscire. La sagoma non lo toccò con una mano, perché non aveva più mani distinguibili. Gli oppose tutta la propria superficie. La camicia dell’uomo si increspò come contro vento.
«Lera.»
Lei strinse la lettera.
«Forse pensa che tu sia agitato.»
«Fallo passare.»
«Aspetta un momento.»
«Non stavo parlando a lui.»
Lera posò il foglio, ma l’ombra non si abbassò. Maro tornò verso il tavolo e solo allora il varco si liberò.
Mangiarono separati. Lei in cucina, lui nella stanza dove conservava gli attrezzi. Verso sera Lera sentì muovere la maniglia della porta esterna. Uscì sul corridoio e trovò suo padre immobile davanti al battente.
La seconda sagoma era tesa sulla soglia. Quella vera, gettata dalla lampada, tremava sul muro.
«Dove vuoi andare?»
«Alla fontana.»
«L’acqua c’è.»
Maro non rispose.
Per la prima volta Lera si domandò se la creatura stesse seguendo suo padre o il timore che lei aveva avuto mentre l’asciugava.
⁂
Ulden la ricevette nel deposito dei velli. La pioggia aveva costretto a chiudere le imposte. L’odore di lana era così fitto che sembrava di poterlo spostare con le mani.
«Ha impedito un’altra caduta?»
«Gli impedisce di uscire.»
Il custode sistemò sul ripiano la matassa che stava dividendo.
«Dopo uno spavento può succedere.»
«Ha preso una lettera dalla borsa di un uomo.»
«Un uomo che conosceva?»
«No.»
«Allora ha riconosciuto qualcosa di suo e l’ha riportato al sicuro.»
La spiegazione era pronta, precisa. Lera cercò il punto in cui introdurre ciò che mancava.
«Mio padre non voleva che lo facesse.»
Ulden si sedette. La gamba sinistra restava sempre un po’ stesa.
«Quando la gente sta male, non vuole molte cose. Non vuole mangiare. Non vuole essere aiutata. A volte si vergogna perfino di chiamare.»
«Non è questo.»
«Tu l’hai trovato nel vallone. Sai cosa sarebbe successo senza di te.»
Lera fissò la treccia rossa appesa al muro.
«Posso farlo aspettare fuori dalla porta?»
«Puoi chiederglielo.»
«E se non lo fa?»
Ulden non rispose subito. Aprì un cassetto e ne estrasse una piccola campana incrinata. La posò fra loro.
«Quando avevo ventidue anni mi ammalai nella casa alta. Quella che nessuno abita più. Mi lasciarono questa. Bastava suonarla, dissero.»
Lera conosceva qualcosa della storia. Non tutta.
«La strada era chiusa dalla neve.»
«Il primo giorno. Il secondo c’erano già le impronte sotto la finestra.»
Fece oscillare la campana. Non uscì alcun suono.
«Si stancarono di venire. Avevano lavoro, bambini, il mercato. Uno disse che dormivo e non voleva disturbarmi. Rimanere senza bere fa fare sogni strani. Sognavo il secchio appeso sopra la testa.»
Lera abbassò gli occhi sulla gamba rigida.
«Mi dispiace.»
«A me non basta che dispiaccia.»
Rimise la campana nel cassetto.
Per un momento lei vide il ragazzo che aveva atteso dietro la finestra. Poi Ulden riprese la matassa.
«Ho cominciato con le madri che davano figli capaci di tornare al richiamo. Poi ho tenuto soltanto quelle i cui compagni non si allontanavano mai. Ci sono voluti anni.»
«Quello che si è perso nell’erba?»
«Un difetto della linea. Non tutti i parti riescono.»
«È andato via perché il recinto era aperto.»
Le dita del custode si fermarono.
«La madre era libera e il legame non era stato fissato», disse infine. «Sono cose che non devi fare con un compagno già assegnato.»
«Perché?»
«Potrebbe andarsene. Potrebbe restare. Non lo sapresti più.»
Lera aspettò che aggiungesse qualcosa. Che parlasse di una malattia della creatura, di un dolore inflitto alla pecora. Ulden si limitò a riprendere il lavoro.
«Puoi allentare la treccia di Lisca?»
«Non dopo quello che mi hai raccontato.»
«Non te lo sto chiedendo per averlo più forte.»
«Io non metto a rischio una persona perché i suoi familiari hanno un momento di debolezza.»
Lera si alzò.
«Lui è il familiare. Non è il rischio.»
Fuori, la seconda ombra del tetto aveva raggiunto il piede delle vasche. Mancava un giorno alla chiusura dei legami.
⁂
Quella notte Lera non controllò la stanza di suo padre.
Si sedette vicino alla porta, però. Da lì sentiva abbastanza.
A un certo punto il pavimento scricchiolò. Poi venne il suono del catino spostato. Il compagno scivolò sotto il battente e la sfiorò passando. Non aveva freddo né caldo. Era come un tratto di pavimento che avesse smesso di sostenere il peso.
Lera tirò indietro i piedi.
La creatura tornò dentro.
Al mattino trovò Maro già vestito, seduto sul letto. Aveva la barba lunga e la stessa stanchezza di quando si erano alternati accanto al letto di sua madre.
«Ho parlato con Ulden.»
Lui attese.
«Non vuole sciogliere il legame.»
Maro guardò il pavimento. Lera si accorse di quanto spesso, ormai, tenesse gli occhi bassi.
«E tu?»
Lei avrebbe voluto raccontargli la campana. Avrebbe voluto spiegare che il custode non faceva quelle cose senza una ragione, che anche la sua paura aveva una ragione. Ma suo padre non le aveva chiesto di Ulden.
«Io voglio che tu possa aprire una porta.»
La sagoma si mosse vicino al letto.
«Anche se dall’altra parte non ci sei tu?»
Lera strofinò il pollice contro il palmo. Lo faceva quando doveva contare le pecore e il numero non tornava.
«Anche allora.»
Maro si piegò per prendere gli stivali. Uno gli cadde di mano. La presenza lo spinse verso di lui con un movimento gentile.
Nessuno dei due la ringraziò. A Lera dispiacque anche questo.
Non era un cane cattivo da cacciare. Era nata da pochi giorni e stava facendo esattamente quello che avevano preteso da lei.
⁂
La pecora più vecchia di Lera non era andata al recinto grande.
Si chiamava Busa, aveva un orecchio spezzato e partoriva ormai soltanto in primavera. Lera l’aveva tenuta per abitudine, benché il vello fosse diventato grossolano e il latte bastasse appena all’agnello. Quella mattina la trovò impigliata nei rovi dietro la stalla. La lana delle zampe era pesante d’acqua.
«Dobbiamo toglierle almeno questa», disse.
Maro uscì con le forbici. Il compagno lo seguì.
Lera preparò una coperta sotto il portico. Non era una tosatura da mercato. Avrebbero liberato soltanto il ventre e le parti sporche, lasciando il dorso protetto dal freddo.
Suo padre si sedette sullo sgabello basso. Lei gli sistemò Busa fra le ginocchia, badando a non urtare quella malata.
«La tengo io», disse lui.
Lera tolse le mani.
Il primo colpo delle forbici fece scoprire una pelle rosea, più fragile di quanto ricordasse. Il vello veniva via in ciocche scure. Maro parlava alla pecora come aveva parlato a lei da bambina, quando le districava i capelli dopo il bagno.
«Questa non è una zampa. È un intero cespuglio.»
Busa mosse l’orecchio sano.
«Non mi crede», disse.
Lera sorrise. Il sorriso le parve una cosa fuori posto, poi rimase.
Continuarono senza parlare. Dalla gronda cadevano gocce regolari. L’odore caldo dell’animale, sotto quello della lana bagnata, le ricordò le mattine in cui sua madre scaldava il latte e lei si addormentava di nuovo sulla panca.
«Cosa stavi intagliando?» chiese.
Maro indicò con il mento la tasca della giacca.
Lera ne estrasse un uccellino di legno. Un’ala era finita, l’altra ancora chiusa nel blocco. Il becco era lungo.
«Non è una delle nostre rondini.»
«Vostra madre diceva che al mare ne vedeva di simili.»
Suo padre diceva ancora vostra madre, come quando il fratello di Lera viveva in casa. Il ragazzo lavorava lontano, da quattro anni. Scriveva di rado. Lera aveva imparato a non chiedere se sarebbe tornato.
«Volevi portarlo laggiù?»
«Volevo vedere se l’avevo sbagliato.»
Lei rigirò il legno.
«Potevi dirmelo.»
«Sì.»
Maro non aggiunse che lei non lo avrebbe ascoltato. Tagliò una ciocca attorno alla coda di Busa.
«E potevi non leggere la lettera.»
«Sì.»
Il compagno era steso poco oltre la coperta. Quando una goccia cadde dal tetto, la sua testa incerta si voltò. Per un istante Lera riconobbe il movimento del piccolo essere che aveva visto seguire la farfalla.
Depose l’uccello accanto alle forbici.
«Non so se riuscirò a scioglierlo.»
«Io non so se riesco a fare tutto il viaggio.»
La pecora tentò di alzarsi. Maro la trattenne, poi guardò sua figlia.
«Adesso dammi una mano.»
Lei si chinò. Insieme liberarono l’ultima zampa.

⁂
Lera andò al recinto prima del pasto di mezzogiorno, quando Ulden controllava i parti nella stalla alta. Portava una cesta di erba asciutta e sotto l’erba un cuneo di quercia.
Non aveva deciso di rompere niente finché non aveva visto il nuovo lucchetto.
Il custode aveva fatto scorrere una lunga sbarra davanti ai cancelli delle madri. Le trecce rosse erano raccolte sulla stessa traversa, riparate dalla pioggia con una tettoia. La stoffa della camicia di suo padre si riconosceva per la cucitura storta sull’orlo.
Il ragazzo delle sciarpe stava riempiendo un abbeveratoio. Si chiamava Nevin. Aveva sedici anni e le mani screpolate.
«Ulden ha detto che Lisca non deve uscire», disse.
«Lo so.»
Lera posò la cesta.
«Tu hai visto cosa succede quando si allentano le trecce?»
Nevin guardò verso la stalla alta.
«Alcuni tornano. Altri no.»
«Stanno male?»
«La prima volta piangono. Come quando cerchi la madre nel recinto sbagliato.»
«E le pecore?»
«Vanno a mangiare.»
Si asciugò le mani sui pantaloni.
«Non posso darti la chiave.»
«Non te l’ho chiesta.»
Il ragazzo la fissò. Lera si vergognò della frase: era un modo di lasciare a lui il compito di capire, senza assumersene il peso.
«Voglio aprire», disse. «Non far finta di non avermi vista. Se vuoi chiamarlo, chiamalo.»
Nevin lasciò il secchio e corse.
Lera non cercò di fermarlo.
Lisca premeva il muso contro le assi. Lera passò due dita fra le fessure e le toccò il naso. Poi si inginocchiò davanti al cardine basso del cancello esterno.
Conosceva quella costruzione. Ogni inverno il legno si gonfiava e bisognava sollevarlo per aprire. Il chiavistello chiudeva il lato destro, ma il perno sinistro era infilato dall’alto. Bastava alleggerire il peso, spingere il perno e inclinare il battente.
Infilò il cuneo.
Al primo colpo le scivolò la pietra di mano. Al secondo il legno si sollevò di poco. Il rumore corse fra i recinti. Alcune pecore belarono.
Dietro di lei qualcuno disse il suo nome.
Era Neda. Aveva sentito i colpi dalla strada. Accanto alla sua gonna si muoveva la piccola ombra del figlio, ancora così recente da poter lasciare il ragazzo addormentato per tornare alla madre pecora.
«Cosa fai?»
Lera non riuscì a trovare una parola che sembrasse innocua.
«Apro.»
Neda guardò la sbarra.
«Ci sono anche le nostre.»
«Devo liberare Lisca.»
«Aspetta il custode.»
«Non vuole.»
La donna scese i due gradini. Prese il polso di Lera, senza violenza ma con forza sufficiente a fermarla.
«Mio figlio esce di casa dormendo. Tu lo sai. Una volta l’ho trovato sulla strada dei carri.»
Lera guardò la presenza vicino alla gonna. Il contorno tremava, richiamato da qualcosa oltre i cancelli.
«Non voglio portartela via.»
«Ma potresti.»
Lera annuì.
Neda le lasciò il polso. Non perché fosse d’accordo. Si era accorta di Ulden che arrivava dalla stalla.
Il custode camminava in fretta, trascinando la gamba rigida. Nevin gli correva dietro. Portava ancora il secchio vuoto.
«Togli quel cuneo.»
Lera si alzò.
«Apri Lisca. Sciogli la treccia. Non ti chiedo altro.»
«Non ti appartiene più.»
Era vero. Lera aveva messo il proprio segno sull’accordo. Per un momento le sembrò di poter risolvere tutto pagando, anche se non sapeva con che cosa.
«Ti restituisco il valore.»
«Non vendo indietro una sicurezza già affidata.»
L’uomo si chinò verso il cuneo. Lera gli mise davanti il piede.
Ulden si fermò.
«Hai idea di quante famiglie aspettino questo giorno?»
«Non tutte sanno cosa hai fatto alle corde.»
«Sanno che i loro cari non saranno lasciati soli.»
«Mio padre non riesce più a uscire.»
«Suo padre è caduto due volte», disse il custode rivolgendosi a Neda.
Lera sentì la tentazione di negare la seconda caduta, come se la verità di quel fatto potesse togliere verità a tutto il resto. Non lo fece.
«E il compagno lo ha salvato. Poi gli ha impedito di andare alla fontana.»
Neda spostò gli occhi dall’uno all’altra.
Ulden indicò il cielo. La luce sottile si era fatta più chiara dietro le nuvole. La seconda ombra della tettoia avanzava verso il palo centrale.
«Tra poco sarà stabile. Smetterà di reagire a ogni cosa.»
«Smetterà di poter scegliere.»
Il custode tese la mano verso il cuneo.
Lera gli afferrò la manica. Lui la spinse via e perse l’equilibrio sulla gamba malata. Nevin lasciò cadere il secchio per sorreggerlo.
Il suono del metallo fece scattare tutte le pecore.
Da dentro i recinti uscì un lamento sottile. Non veniva dalle loro gole.
⁂
Maro arrivò mentre Lera tentava di sfilare il perno.
Camminava appoggiato al bastone. Il compagno gli si avvolgeva attorno ai piedi e lui avanzava con la fatica di chi attraversa acqua alta.
«Non venire qui», gridò Lera.
Si morse il labbro subito dopo.
Suo padre si fermò alla vasca. Respirava a bocca aperta.
«Dove vuoi che aspetti?»
Lei guardò il terreno, la pendenza, il bordo scivoloso.
«Sulla panca. Se riesci.»
Maro annuì. Impiegò parecchio a raggiungerla. La presenza si stese davanti a lui come per impedirgli l’ultimo passo, poi esitò. Dall’altro lato del recinto Lisca belava.
Lera capì che anche lei stava chiamando.
Ulden si era ripreso. Cercò le chiavi nella tasca, ma invece di aprire passò dietro la traversa e tese la corda principale. Le trecce delle madri si sollevarono.
La sagoma intorno a Maro si fece più scura.
Lui piegò il busto in avanti, stringendo il bastone.
«Basta», disse Neda.
Il custode non la guardò.
«Se cede adesso, la perderanno tutti.»
«Ho detto basta.»
Neda prese il braccio dell’uomo. Non riuscì a sciogliere il nodo, ma gli impedì di tirare ancora.
Lera tornò al perno. Ne spinse la testa verso l’alto con la punta della pietra scheggiata che usava per battere. Il metallo si alzò di un dito. Le mancava una leva più lunga.
Nevin raccolse dal terreno la verga del custode.
Non gliela diede. La infilò lui stesso sotto la testa del perno e premette.
Il cancello si inclinò.
Lera lo afferrò per evitare che cadesse sulle zampe di Lisca. Il peso le strappò un dolore alla spalla. Riuscì ad accompagnarlo fino a terra. Ora il passaggio esterno era aperto, ma la sbarra tratteneva ancora i cancelli interni.
«La chiave», disse a Ulden.
Lui teneva una mano sopra la tasca.
Non c’era più tempo per persuaderlo. La seconda ombra del palo toccava il primo dei segni incisi sul legno. Le trecce cominciavano a perdere la consistenza di lana. Le fibre si appiattivano, diventavano linee nere.
Lera prese le forbici dalla cintura.
Tagliò la fune che reggeva un’estremità della traversa. Non era il legame magico: era soltanto canapa, e oppose una resistenza dura e familiare. Servirono tre morsi delle lame. La sbarra cadde da un lato. Nevin sollevò l’altro e la trascinò fuori dai ganci.
I piccoli cancelli si aprivano verso il corridoio.
Lera passò dall’uno all’altro, sfilando i pioli. Sotto le dita le trecce di lana erano tese e tiepide. Sciolse quella di Lisca. Il nodo non cedette; dovette tagliare il tratto del vello che la teneva alla pecora, senza avvicinare le lame alla pelle.
Dagli altri recinti vennero mani.
Nevin apriva. Neda, ancora pallida, liberava la propria madre pecora. Due uomini arrivati dalla strada tenevano fermo Ulden, che cercava di riprendere la sbarra.
Lera non seppe chi avesse chiamato chi. Sentì soltanto il custode gridare:
«Quando ve li ritroverete morti, ricordatevi di oggi.»
La frase la colpì più del peso del cancello.
Per un istante vide suo padre nel vallone, immobile. Vide la scala rotta, la testa vicina alla pietra. Le forbici le tremarono in mano.
Lisca spinse il muso contro il suo fianco.
Lera aprì l’ultimo cancelletto.

⁂
Le pecore non fuggirono.
Uscirono a piccoli gruppi, annusando la cesta rovesciata e i sassi umidi. Una si fermò a grattarsi contro il palo. Un’altra tornò dentro per chiamare l’agnello rimasto nell’angolo.
Le presenze arrivavano invece da ogni direzione.
Scivolavano sotto le porte, si staccavano dai muri, attraversavano la strada senza oscurarla. Alcune avevano ancora la forma bassa di un agnello. Altre portavano già le spalle, il cappello, perfino il modo di tenere la testa delle persone a cui erano state assegnate.
Intorno a Maro, il compagno si allentò.
Il padre di Lera sollevò un piede. Lo posò oltre il bordo scuro. La creatura non lo seguì subito.
Lisca belò dal prato.
La sagoma si rivolse verso di lei. Per qualche istante rimase fra la pecora e l’uomo, allungandosi nelle due direzioni. Lera si inginocchiò sulla terra. Aveva ancora nella tasca la striscia avanzata della camicia paterna.
La estrasse.
Il compagno si avvicinò. Toccò la stoffa senza prenderla. Lera sentì tornare tutto quello che aveva pagato per avere lì quella presenza: le tre pecore, le notti senza dormire, la certezza che almeno una cosa avrebbe continuato a vegliare quando lei non ce la faceva più.
Poteva richiudere le dita. Poteva trattenerlo ancora un momento, aspettare che la luce finisse di cambiare.
Lera lasciò la mano aperta, benché tutto il braccio le chiedesse di stringere.
La creatura oltrepassò la stoffa.
Andò verso Lisca, si fermò sotto il suo ventre e rimase lì mentre la pecora brucava. Poi si spostò nel prato. Il vento piegò l’erba, la sagoma scivolò nella direzione opposta e diventò sempre più sottile.
Maro non chiamò.
Neda era seduta sul muretto con il figlio, arrivato scalzo dalla casa. La piccola presenza girò intorno alla madre pecora, poi tornò al ragazzo. Gli si posò accanto senza toccargli i piedi.
Lui le fece posto.
Altre tre ombre attraversarono la strada verso le case. Alcune seguirono le greggi. Di due Lera non vide più nulla.
Ulden era rimasto vicino al cancello abbattuto. Non tentava più di raggiungere le corde. Guardava le figure che si allontanavano, con una faccia che a Lera fece pensare alla finestra della casa alta.
Gli si avvicinò.
«Posso portarti una sedia.»
«Non voglio niente da te.»
Lei lasciò la sedia poco distante. Non rimase ad aspettare che la usasse.
Quando tornò alla panca, suo padre aveva il ginocchio gonfio.
Quella fu la prima cosa di cui dovettero occuparsi senza il compagno.
⁂
Non partirono la mattina prevista.
Maro aveva bisogno di riposo. Lera aveva una spalla che le impediva di sollevare il braccio e un recinto da ricostruire. Il carro del mercante passò senza di loro, lasciando nel fango due solchi profondi.
Nel villaggio non tutti le parlavano.
Una donna la fermò davanti al forno per domandarle chi avrebbe vegliato suo marito. Lera non disse che era meglio così. Chiese a che ora lui restasse solo. La donna non rispose, ma il giorno dopo le mandò a dire che il pomeriggio era il momento peggiore.
Non bastava per risolvere tutto. Cominciarono da quello.
Le madri tornarono in recinti separati, con cancelli che si potevano aprire dall’esterno senza chiedere una chiave a Ulden. Il custode conservò il suo alloggio, ma non fu più lasciato da solo a decidere i legami. Non accettò la cosa in silenzio. Per settimane disse che prima o poi avrebbero capito.
Lera pagò il cancello, la sbarra e il legname. Nessuno le restituì le due pecore cedute. Per riprendere Lisca vendette quasi tutta la lana che aveva tenuto per l’inverno. Le restò Busa, un piccolo gregge meno buono e molto lavoro da fare.
Quando il ginocchio di Maro lo permise, prepararono il viaggio verso la costa.
Lera controllò gli stivali, il bastone e la fascia. Mise due volte nella bisaccia il panno per le medicazioni e due volte suo padre lo tirò fuori perché occupava troppo spazio. Alla fine lo piegarono più stretto.
«Vengo fino al valico», disse lei.
«Io pensavo fino al primo paese.»
Lera aprì la bocca per spiegargli che il valico era il tratto più difficile.
Poi guardò la cartina stesa sul tavolo.
«Possiamo farlo insieme e salutarci dall’altra parte?»
Maro seguì con il dito il sentiero.
«Se poi torni davvero alle pecore.»
«Se mi fai sapere quando arrivi.»
Stabilirono dove avrebbe lasciato notizie e quanto avrebbero aspettato prima di preoccuparsi. Non promisero che non sarebbe successo niente. Maro poteva cadere ancora. Lera poteva sbagliare ancora nel decidere quando avvicinarsi e quando no.
Partirono con una luce sola.
Alla prima salita il padre si fermò a riprendere fiato. Lera fece altri due passi prima di accorgersene. Il corpo le diede subito l’ordine di tornare indietro e afferrargli il braccio.
Si voltò.
«Vuoi appoggiarti?»
Maro guardò la mano che lei gli offriva.
«Fino a quel sasso.»
Camminarono insieme fino al sasso. Poi lui la lasciò.
Lera continuò al suo fianco, abbastanza vicina da sentire il suo respiro, non tanto da decidere il passo al posto suo.
⁂
Tre settimane dopo arrivò una lettera macchiata di olio.
Maro aveva trovato una stanza sopra la bottega di un riparatore di reti. L’uccello era sbagliato, scriveva: il becco doveva essere più corto. Sarebbe rimasto fino alla fine dell’autunno, se il ginocchio e il denaro glielo avessero consentito. Chiedeva a Lera se poteva venirgli a trovare dopo l’ultima tosatura, non prima, perché voleva avere qualcosa da mostrarle.
Lei rilesse la riga sul ginocchio. La lettera aveva impiegato cinque giorni ad arrivare. In cinque giorni poteva essere successo di tutto.
Si alzò per cercare la bisaccia.
Dalla finestra vide Busa che spingeva con il muso una ciotola vuota. Si fermò con la mano sul gancio. Rilesse la data, poi il passaggio in cui suo padre spiegava chi avrebbe mandato notizie se avesse avuto bisogno.
La bisaccia rimase dov’era.
Scrisse che sarebbe arrivata il primo giorno della settimana dopo la tosatura. Chiese se quella data gli andasse bene. Aggiunse che Lisca aveva ripreso peso e che lei, nel riparare il cancello, aveva finalmente imparato a non piantare i chiodi storti.
Quando la risposta arrivò, c’era dentro una piccola piuma grigia.
Il giorno stabilito Lera scese dal carro davanti alla bottega delle reti. Suo padre era sulla porta, con il bastone e una giacca troppo leggera. Lei pensò subito alla giacca più pesante che aveva lasciato a casa.
Maro le prese la bisaccia.
«Prima mangiamo o vuoi vedere il mare?»
Lera guardò la strada chiara dietro le sue spalle. L’odore di sale si mescolava a quello della lana umida del proprio mantello.
«Il mare», disse.
Suo padre chiuse la porta e le mostrò la strada.

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