storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Quella sera il faro guardava verso terra

Quella sera il faro guardava verso terra

«Odden appoggiò il martello sul nome di suo padre e non riuscì subito a riprenderlo.»

Il faro si voltò verso terra alle sei della sera, quando Odden aveva ancora sulle dita l’odore del petrolio.

Non fu un colpo del vento. Il vento veniva da ponente e batteva contro i vetri con raffiche brevi. La lente girò dalla parte opposta, superò il fermo di ferro e puntò il fascio sulla casa bassa dietro il magazzino delle reti.

Poi si fermò.

Odden rimase con lo straccio in mano.

Sulla piattaforma, il rumore degli ingranaggi continuava. I denti scorrevano, il contrappeso scendeva nel pozzo centrale, ma la grande corona di vetro non seguiva più il movimento. La luce attraversava il cortile dei depositi, una fila di botti e il muro imbiancato della casa. La porta era illuminata dal chiavistello fino alla soglia.

«Talen.»

Il suo aiutante salì gli ultimi gradini portando il recipiente del combustibile.

«Che c’è?»

Odden indicò la lente.

Il ragazzo posò il recipiente così in fretta che una goccia cadde sul pavimento.

«Il perno?»

«Guarda.»

Talen si chinò sotto la corona. Fece scorrere un dito sul giunto e lo mostrò pulito.

Nessun dente era spezzato. Il fermo di ferro, che avrebbe dovuto impedire alla luce di finire verso le case, era ancora al suo posto. La lente lo aveva oltrepassato senza piegarlo.

Dal mare arrivò il suono di una campana.

Odden uscì sul ballatoio. Fra la pioggia e il promontorio si vedeva la vela scura di una nave. Stava aspettando i tre passaggi di luce che, nelle nuove istruzioni del porto, autorizzavano l’ingresso nel canale orientale.

«Chiudi il mantello», disse.

Talen abbassò le lamine che coprivano la fiamma. La casa scomparve nel buio.

Odden prese la manovella di servizio.

Suo padre gli aveva insegnato a usarla soltanto con il meccanismo fermo. Lui lo fermò. Controllò due volte il freno. Poi inserì la manovella e spinse.

La lente resistette.

Era composta da decine di elementi di vetro, montati uno a uno in una gabbia di ottone. Su ciascuno suo padre aveva lavorato per giorni. Odden conosceva le piccole differenze fra una superficie e l’altra, le bolle rimaste nel margine, la giuntura che prendeva il colore del miele al tramonto.

Spinse ancora.

La corona scattò verso il mare con un rumore simile a un respiro trattenuto troppo a lungo.

«Apri.»

La luce raggiunse la nave. Odden fece compiere alla lente i tre passaggi previsti. Poi liberò il freno.

Per qualche secondo tutto funzionò.

La vela cambiò inclinazione. La nave cominciò a entrare nel canale.

Il fascio si spostò di nuovo verso la casa.

Questa volta Odden vide la nave continuare senza la luce. Vide una fila di schiuma comparire dove la carta indicava acqua profonda. Vide la vela piegarsi e sentì un grido arrivare spezzato dal vento.

«Il corno», disse.

Talen esitò.

«Subito.»

Odden corse fuori e agitò una lanterna rossa. Suonò finché gli mancò il fiato. La nave virò con una lentezza terribile. La chiglia o qualcosa che pendeva sotto lo scafo raschiò gli scogli. Il rumore arrivò al faro insieme a un’onda più alta.

Poi la vela si allontanò dal bianco della secca.

Odden continuò a tenere sollevata la lanterna anche quando non serviva più.

Dietro di lui, attraverso i vetri della torre, la casa chiusa era luminosa come a mezzogiorno.

⁂

La capitana arrivò al molo interno su una barca di servizio, mezz’ora dopo.

Si chiamava Vessa. Aveva un sopracciglio spaccato e una mano fasciata con una striscia della propria camicia. Due marinai la seguivano senza parlare.

Odden scese ad aspettarla.

«Tre passaggi», disse lei.

«Li ho dati io.»

«Lo so chi li ha dati.»

La donna salì sul pontile. Sotto il telo bagnato della giacca, il petto si alzava con respiri corti.

«Abbiamo perso parte del timone. Un ragazzo ha il braccio rotto. Se non vedevo la schiuma, adesso venivo qui in un altro modo.»

Odden guardò verso l’imboccatura.

«La carta dice che il canale è libero.»

«La carta non galleggia.»

Tirò fuori un foglio arrotolato e glielo premette contro il petto. Era la copia delle istruzioni che il faro aveva distribuito alle navi. In fondo c’era il segno di Odden, accanto alla dichiarazione che i nuovi segnali erano stati verificati.

Non li aveva verificati.

Ruvik, proprietario dei moli, gli aveva portato i rilievi fatti dai suoi uomini dopo l’ultima mareggiata. Odden aveva controllato le somme, i segni e le distanze riportate. Quando due pescatori avevano detto che a levante si rompeva il mare anche con vento basso, li aveva mandati a discutere con chi aveva misurato i fondali.

«Ci sono altre navi in arrivo?» chiese.

«Due. Una carica di legname, l’altra di gente.»

La parola gente rimase fra loro.

Dal magazzino uscì Ruvik con il mantello allacciato alto. Dietro di lui camminava il responsabile dei suoi guardiani.

«Ho sentito il corno. Per fortuna il mio rimorchiatore era già pronto.»

Vessa si girò.

«È arrivato dopo che eravamo fuori.»

«E adesso la porterà al sicuro.»

«A quale prezzo?»

Ruvik guardò Odden, come se la domanda fosse una scortesia a cui il farista dovesse porre rimedio.

L’uomo possedeva quasi tutti i pontili, i magazzini e le funi da ormeggio. Non possedeva il faro, ma pagava il combustibile quando il consiglio ritardava le forniture. Negli ultimi anni aveva anticipato anche il denaro per i vetri e per lo stipendio di Talen.

Odden sentì il petrolio sulle dita, benché si fosse lavato.

«Il canale orientale non è sicuro», disse.

«La nave ha anticipato la svolta.»

Vessa fece un passo verso Ruvik. Uno dei marinai le posò una mano sul gomito.

«Venga a guardare il fondo del mio scafo», disse lei.

Ruvik non abbassò gli occhi.

«La sua nave ha bisogno del bacino. Le faccio preparare i fogli.»

«Non firmo niente.»

«Allora resterà fuori. Non posso tenere occupato un approdo per una discussione.»

Odden guardò la mano fasciata di Vessa. Il sangue aveva raggiunto il bordo della stoffa.

«La faccio entrare io.»

Ruvik sorrise appena.

«Con quale rimorchiatore?»

La domanda non era retorica. Odden non ne aveva uno.

Sulla collina, il faro continuava a illuminare la porta della casa bassa.

il fascio fermo sulla casa chiusa

⁂

Odden tornò alla torre per chiudere la luce.

Talen gli mostrò il registro. Aveva scritto l’ora del primo movimento, quella dei tre passaggi e quella del richiamo con il corno. Sotto, aveva lasciato uno spazio.

«Cosa metto?»

Odden guardò il punto bianco sulla casa.

«Quello che hai visto.»

«Non so cos’ho visto.»

«Allora quello che è successo.»

L’aiutante bagnò la penna.

«Vuoi che scriva guasto?»

Odden pensò al fermo intatto, alla corona che continuava a ignorare gli ingranaggi.

«Scrivi che non sappiamo perché.»

Chiusero il mantello davanti alla fiamma. La lente, senza luce, restava orientata verso terra.

Odden si mise il cappotto.

«Vai alla cappella del molo. Chiedi le lanterne grandi, quelle che usavano prima della torre. E trova Ena, la pescatrice. Dille che avevo torto sul canale.»

Talen sollevò gli occhi.

«Dille proprio così. Se vuole venire a ripetermelo, l’aspetto.»

Uscì senza sapere se Ena sarebbe venuta.

La casa bassa aveva una porta di legno e due finestre protette da assi. Non sembrava abbandonata. Dal camino usciva un fumo sottile, che il vento schiacciava contro il tetto. Davanti all’ingresso erano appoggiate tre casse di sughero.

Odden bussò.

Qualcuno si mosse all’interno. Una voce infantile disse qualcosa, subito zittita.

«Sono del faro.»

La risposta arrivò dopo alcuni istanti.

«Lo sappiamo.»

Era una donna.

Odden toccò il chiavistello. Era chiuso dall’esterno con una catena.

«Chi ha la chiave?»

«Quello che passa coi conti.»

La voce non chiese aiuto. Questo gli fece più impressione della catena.

Dal magazzino venne un colpo di tosse. Un guardiano era comparso sotto la tettoia.

«Sono lavoranti di Ruvik. Non ricevono visite.»

«C’è stata una perdita di petrolio lungo il muro», mentì Odden. «Devo controllare.»

Il guardiano guardò il terreno. Non c’era alcuna macchia.

«Allora controllo io.»

«Sai cosa cercare?»

L’uomo non rispose.

Odden si sentì ripetere, nello stesso tono usato tante volte con Talen:

«Se prende fuoco questa parete, il vento porta le fiamme alle reti. Poi al tuo magazzino. Chiedi al padrone se vuole che aspettiamo.»

Il guardiano esitò, poi andò a prendere la chiave.

Dentro c’erano cinque persone.

Il padre aveva una caviglia gonfia stretta in una fascia. La madre sedeva accanto al focolare. Una ragazza teneva in mano un ago da reti. Due bambini più piccoli erano sotto il tavolo, dove avevano costruito una casa con pezzi di cassa.

Odden si tolse il berretto.

«Non c’è una perdita», disse piano.

La donna lo guardò senza cambiare espressione.

«Lo sappiamo anche questo.»

Il guardiano si era fermato fuori. Odden sentiva le sue scarpe sulla ghiaia.

La donna si chiamava Dema, il marito Sarn. Erano arrivati in primavera per riparare le reti. Ruvik aveva anticipato il viaggio, l’alloggio e il materiale. Quando Sarn si era fatto male scaricando una bobina, i giorni senza lavoro erano entrati nel conto. Anche il cibo dei figli.

«Ogni settimana manca più di prima», disse Dema.

La ragazza smise di muovere l’ago.

«Io ho chiesto di vedere i numeri.»

«Eri», disse la madre.

«Li ho visti. Non tornano.»

Odden guardò le assi sulle finestre.

«Perché vi tengono chiusi?»

Sarn abbassò il capo.

«Abbiamo provato a raggiungere una barca.»

«Per andarcene», aggiunse Eri. «Non per portargliela via.»

Fuori il guardiano picchiò due dita contro la porta.

Odden si chinò vicino al focolare, fingendo di osservare il muro. Vide le mani di Dema, la pelle screpolata e il filo entrato in una piccola ferita.

«Quante volte è venuto qualcuno?» chiese.

«Lei è il primo che guarda la catena», disse la donna.

⁂

Ruvik lo aspettava nel cortile.

Il guardiano aveva richiuso la porta. Odden ascoltò il giro della chiave prima di voltarsi.

«Sono debiti di lavoro», disse il proprietario.

«Ci sono bambini.»

«Che mangiano ogni giorno.»

«La porta si chiude da fuori.»

«Perché il padre è scappato lasciandomi il materiale.»

Odden sentì crescere una rabbia troppo rapida. La riconobbe dal calore dietro gli occhi. Era quella che gli faceva prendere gli attrezzi prima di capire il guasto.

«La famiglia esce adesso.»

Ruvik fece un cenno al guardiano, che arretrò ma non se ne andò.

«Venga nel mio ufficio.»

«Non devo firmare niente.»

«Neanch’io.»

L’ufficio aveva due finestre sul porto e una stufa accesa. Sopra la scrivania erano disposti i registri degli approdi. Ogni nave occupava una riga. Odden vide che la nave di Vessa era già stata segnata nel bacino di Ruvik, con un importo accanto.

«Non ha accettato», disse.

«Accetterà.»

Ruvik si tolse il mantello. La mano destra aveva due dita più corte delle altre.

«Lei pensa che il mare aspetti le persone ragionevoli.»

Odden non si sedette.

«Io penso che abbia dato dei rilievi falsi al faro.»

«Il fondo cambia.»

«I suoi uomini lo sapevano.»

«I miei uomini tengono aperto questo porto.»

La stufa mandò uno schiocco. Ruvik fissò il fuoco per un istante, poi aprì un piccolo cassetto e ne tirò fuori un pezzo di corda sfilacciata.

«Avevo quindici anni quando ci chiusero l’accesso al porto settentrionale. Una barca come tante. Mio padre aveva finito il denaro. Dissero che non potevano farci entrare gratis mentre gli altri pagavano.»

Odden conosceva la storia a metà. Sapeva che Ruvik aveva perso due dita per il freddo, non il resto.

«Mia sorella aveva dodici anni. Le avevo legato questa intorno al polso, così non l’avrei persa.»

Posò la corda sulla scrivania.

Non disse se il nodo avesse ceduto o se fosse rimasto stretto. Odden guardò le fibre e non fece la domanda.

«Io ho costruito moli dove non ce n’erano», continuò Ruvik. «Ho comprato barche che escono quando le altre restano legate. La salvezza costa. Qualcuno deve pagarla.»

«E chi non può?»

«Lavora.»

«E se si fa male?»

Ruvik rimise la corda nel cassetto.

«Non mi faccia domande come se non avesse mai preso il mio combustibile.»

Odden sentì l’odore del petrolio più forte, benché nell’ufficio ci fosse soltanto legna bruciata.

Il proprietario si avvicinò alla finestra.

«Riaccenda il faro. Dalle navi vedono buio e si spaventano. Ho già mandato due uomini a dare una mano al suo ragazzo.»

Odden si girò verso la porta.

«Il faro non lo toccate.»

«Allora torni a fare il suo lavoro.»

⁂

Ena lo fermò sotto la torre.

Portava tre lanterne, legate insieme per i manici. Talen ne aveva altre due. Accanto a loro, Vessa teneva il braccio fasciato contro il petto.

«Due navi», disse la capitana. «Quella del legname è già in vista.»

Odden salì i gradini due alla volta.

Nella stanza della luce trovò i due uomini di Ruvik. Avevano aperto il mantello. La lente continuava a puntare sulla casa.

Uno teneva la manovella.

«Non forzatela.»

L’uomo gli mostrò un foglio con il sigillo del proprietario dei moli.

«Dobbiamo ripristinare il servizio.»

«Sono io il responsabile.»

«Allora lo faccia.»

Odden vide sul pavimento un secondo bruciatore e un recipiente pieno. Anche se avesse tolto la lampada, avrebbero potuto sostituirla in pochi minuti. Il combustibile arrivava dal magazzino di Ruvik; i ricambi pure.

Dietro il vetro, la nave del legname apparve fra due strisce di pioggia.

Odden chiuse di nuovo il mantello. L’uomo con la manovella gli prese il polso.

Vessa salì l’ultimo gradino.

«Se vuole sapere come funzionano i suoi tre lampi, venga sulla mia nave.»

La ferita al sopracciglio si era riaperta. Il sangue le scendeva vicino all’occhio.

Il guardiano lasciò il polso di Odden, ma rimase davanti al bruciatore.

Ena si chinò sulla carta dei segnali. Non guardò il foglio nuovo. Tirò fuori da sotto il ripiano una tavoletta consumata che portava ancora le vecchie tacche.

«Queste funzionano senza il faro.»

Era il sistema delle lanterne di costa. Tre punti fissi, tenuti in vista l’uno dell’altro, indicavano il tratto d’acqua dove aspettare al largo. Prima della torre, i pescatori le portavano sulle rocce nelle notti cattive. Si coprivano e scoprivano a mano per comunicare da una postazione all’altra.

Odden lo conosceva. Aveva imparato quei gesti prima di saper leggere.

«Servono persone», disse.

«Le persone ci sono.»

«Il sentiero basso è già bagnato.»

«Per questo siamo venuti adesso.»

Odden guardò la grande lente. Sulla fascia di ottone, suo padre aveva inciso il proprio nome. Accanto c’era l’anno in cui l’avevano montata insieme. Avevano dormito per tre notti sul pavimento, per non lasciare incustoditi gli elementi di vetro.

Vessa seguì il suo sguardo.

«Che cosa vuole fare?»

Odden non rispose. Prese dal muro il martello da manutenzione, poi lo posò sulla panca.

Prima doveva avere altri fuochi accesi.

⁂

Scesero nella stanza delle corde per dividere le lanterne.

Ena segnò sulla tavoletta tre punti. Il primo era la terrazza sotto il faro. Il secondo, la roccia piatta sopra la cappella. Il terzo, il vecchio palo dei pescatori, prima della cala occidentale.

«Ho controllato l’acqua stamattina», disse. «Alla cala c’è fondo sufficiente per aspettare. Non per entrare tutti insieme.»

Vessa studiò il disegno.

«La nave con le persone resta fuori finché quella del legname non ha preso posto.»

«Esatto.»

Talen preparò stoppini di ricambio, teli per riparare le fiamme e funi da fissare ai paletti del sentiero. Odden contò le lanterne. Una aveva il vetro incrinato. La sostituì con quella che suo padre usava nella stanza degli attrezzi.

Ena se la legò al polso.

«Dopo me la riporta», disse Odden.

La pescatrice lo guardò.

«Se posso, sì.»

Lui abbassò gli occhi. Era una promessa che non poteva pretendere.

Da sopra arrivò il rumore di un passo. I due uomini di Ruvik erano ancora nella torre. Vessa mandò un marinaio a stare accanto a loro, con l’ordine di non toccare nessuno e di chiamarla se avessero aperto la luce.

«Non li terrà fermi per sempre», disse.

«Lo so.»

Odden prese una delle lanterne piccole.

«C’è una famiglia nella casa.»

«L’abbiamo vista tutti. Da quando il suo faro la indica, è difficile non vederla.»

«Devono uscire.»

Ena chiuse il nodo della fune.

«La scala dietro la cappella porta al cortile. Ma fra poco l’acqua la copre.»

Odden ricordò la parete del focolare, il pavimento basso, Sarn che non poteva camminare. La casa non era soltanto una prigione. Con il vento che cresceva, sarebbe diventata una trappola.

«Portate qualcuno alla scala.»

«Quanti?»

«Cinque. Uno va sorretto.»

Vessa chiamò il secondo marinaio e gli consegnò la lanterna piccola.

«Tu vai con lui. Io resto qui finché le tre postazioni non rispondono.»

Odden annuì e uscì.

Non era un piano completo. Avevano persone, corde, un posto asciutto e poco tempo. Il resto avrebbero dovuto farlo guardando.

⁂

Il guardiano della casa si chiamava Bren.

Odden lo seppe perché l’uomo, vedendolo tornare, gli disse:

«Se vuole denunciarmi, almeno scriva il nome giusto.»

Odden si fermò sotto la pioggia.

«Non sono venuto per questo.»

«Il padrone dice che lei fa confusione.»

«L’uomo dentro ha una caviglia che va curata.»

Bren guardò il marinaio alle sue spalle.

«E lui è un guaritore?»

«No. È uno che può aiutarmi a portarlo.»

Il guardiano strinse la chiave nella mano.

Dall’interno arrivò un colpo di tosse. Poi un altro, più piccolo.

«La casa prende acqua dal retro», disse Odden.

«La prende ogni inverno.»

«Ci sono stati bambini chiusi dentro anche gli altri inverni?»

Bren distolse lo sguardo.

Alla fine aprì.

«Potete entrare. Nessuno esce senza Ruvik.»

Il marinaio rimase sotto la tettoia con lui. Odden capì che non avrebbe potuto limitarsi a sollevare Sarn e attraversare la porta. Avrebbero dovuto trovare un altro passaggio o convincere un uomo che aveva già deciso di non ascoltare più domande.

Dema stava raccogliendo l’acqua che filtrava sotto le assi posteriori. La metteva in una scodella e la versava in un secchio.

«Voglio portarvi alla cappella», disse Odden.

Lei si fermò con la scodella in mano.

«Quando?»

«Appena ci riusciamo.»

Eri indicò il muro dietro il focolare.

«C’è una porta vecchia. L’hanno coperta quando hanno fatto il magazzino.»

Odden toccò le assi. Erano inchiodate sopra un telaio. Dietro, se ricordava bene la disposizione dei depositi, c’era un corridoio aperto verso la scala di Ena.

«Come lo sai?»

«Ho tolto una scheggia. Si vede luce di giorno.»

La ragazza gli mostrò la fessura. Aveva già sfilato due chiodi con l’ago grosso delle reti.

Odden le prese la mano per guardarla. Il palmo era segnato di piccoli tagli.

«Non toccarli più. Li togliamo dall’altra parte.»

«Ci ho provato per settimane.»

«Lo vedo.»

Non aggiunse che era stata coraggiosa. Lei non sembrava aver bisogno di una parola da lui. Voleva che il passaggio si aprisse.

Il più piccolo dei bambini uscì da sotto il tavolo.

Aveva una scodella sporca di zuppa e la teneva davanti al petto con entrambe le mani.

«Questa viene?»

Dema gli fece cenno di posarla.

«Viro, lascia stare.»

«È mia.»

Odden si inginocchiò.

«Se la laviamo, puoi portarla senza sporcare tutto.»

La madre lo guardò. Per un istante parve sul punto di dirgli che non era il momento. Poi gli passò il piccolo recipiente d’acqua pulita.

Odden aveva fretta. Sentiva i passi del guardiano, il vento sulle assi e il richiamo lontano della nave. Tuttavia prese la scodella.

Viro la strofinò con il pollice. C’era una crosta attaccata al bordo.

«Va così», disse Odden, versando poca acqua e lasciandola ammorbidire.

Il bambino aspettò. Poi riprovò.

Stettero per qualche respiro accanto al fuoco, con la scodella fra loro. Odden si accorse che Viro guardava le sue dita.

«Puzzi di lampada.»

«È il mio lavoro.»

«Anche quando non lavori?»

Odden annuì.

Il bambino gli porse un angolo pulito del grembiule della madre. Lui si pulì le mani, benché sapesse che l’odore sarebbe rimasto.

Quando la scodella fu pronta, Dema la avvolse in un panno e la mise nella piccola sacca del figlio.

Odden si rialzò.

«Prendete quello che riuscite a portare. Il resto lo lasciamo.»

Sarn guardò le reti accatastate.

«Dirà che abbiamo rubato.»

«Le reti restano qui.»

«Dirà lo stesso.»

Odden non trovò una risposta che fosse vera e rassicurante insieme. Posò una mano sul tavolo, per un momento, poi uscì.

la scodella lavata accanto al fuoco

⁂

Nel cortile trovò Talen.

Era sceso correndo. Aveva il fiato spezzato e la faccia bianca.

«Hanno aperto il mantello. Vessa cerca di fermarli.»

Odden guardò verso la torre.

La luce era tornata sulla casa. Poi si mosse.

Per qualche istante illuminò i due uomini nel cortile, le casse, la pioggia. Continuò a girare verso il mare.

Qualcuno stava usando la manovella.

La prima nave rispose con un suono lungo.

Odden sentì nel petto lo stesso vuoto provato davanti alla nave di Vessa. La luce del faro aveva un’autorità che le loro piccole lanterne non avrebbero potuto contraddire. I capitani non sapevano cosa stesse accadendo nella torre. Avevano istruzioni firmate e un segnale che sembrava confermarle.

«Dov’è Ena?»

«Al palo vecchio. La seconda postazione è pronta. Manca la nostra.»

Odden guardò il marinaio.

«Dietro questa casa c’è una porta murata con assi. La ragazza vi mostra il punto. Portateli fuori da lì e poi alla cappella. Non sulla strada del magazzino.»

Bren fece un passo avanti.

«Ho detto che nessuno esce.»

Il marinaio non gli mise le mani addosso. Si limitò a stare fra lui e la porta.

«Allora venga ad aiutarci a non farli cadere.»

Odden affidò a Talen la lanterna della prima postazione.

«Sulla terrazza. Aspetta di vedere le altre due. Ripeti soltanto i segnali che conosci. Se uno sparisce, non inventare niente.»

Il ragazzo annuì.

«E tu?»

Odden cominciò a salire.

La lente compì il secondo passaggio sul mare mentre lui attraversava il ballatoio.

Dentro, Vessa era fra i due uomini e la manovella. Uno la teneva per il braccio sano. L’altro cercava di spostarla senza colpirla, mentre il marinaio tentava di fargli abbassare le mani.

«Fermi», disse Odden.

Nessuno lo ascoltò subito.

Prese il mantello metallico e lo abbassò davanti alla fiamma. Il rumore fece voltare tutti.

«Il terzo passaggio non ci sarà.»

L’uomo più alto gli mostrò ancora il foglio.

Odden non lo guardò.

«Quello non porta la nave fuori dagli scogli.»

«Risponde lei dei danni?»

«Di quelli che ho già fatto, sì.»

Vessa liberò il braccio. Si mise accanto a Odden.

Dal basso arrivò il segnale di Talen: un colpo breve sul tubo di richiamo. Poi un secondo. La prima e la seconda postazione erano pronte. Per la terza dovettero aspettare.

Odden prese il martello dalla panca.

Sulla fascia di ottone, il nome di suo padre era più scuro negli incavi. Lo aveva pulito tante volte senza mai riuscire a togliere tutta la polvere.

Odden appoggiò il martello sul nome di suo padre e non riuscì subito a riprenderlo.

Vessa guardò il gesto, poi il vetro.

«Non si può smontare?»

«Non in tempo. E loro lo rimetterebbero.»

«Il bruciatore?»

Odden indicò quello di ricambio.

La capitana chiuse la bocca.

Il terzo colpo arrivò dal tubo.

Odden spense la fiamma. Vessa spostò il recipiente del combustibile dietro la porta. Lui coprì con un telo la parte inferiore del vetro, perché i frammenti non finissero sugli uomini e sulle scale.

Il guardiano alto gli prese la manica.

«Non lo faccia.»

Odden si fermò.

«Allora mi dia la sua parola che nessuno riaccenderà e nessuno toccherà la manovella finché le navi non saranno al largo.»

L’uomo guardò il foglio che teneva nell’altra mano.

Non rispose.

Odden liberò la manica.

Il primo colpo scheggiò soltanto un bordo.

Il suono non fu grande come si aspettava. Un piccolo schiocco, quasi secco. Una crepa attraversò la superficie e si fermò davanti alla giuntura color miele.

Gli tornò in mente suo padre che gli spostava il polso per insegnargli a reggere un elemento senza sporcarlo. Aveva ancora le mani di un ragazzo, in quel ricordo.

Alzò di nuovo il martello.

Questa volta la corona cedette.

Il vetro cadde nel telo con un fragore fitto. Uno degli uomini si coprì la faccia. Vessa si voltò verso la porta. Odden colpì anche il secondo settore, quello che avrebbe potuto concentrare ancora la luce in un fascio riconoscibile.

Poi lasciò andare il martello.

Il faro era diventato una stanza con una lampada spenta.

Dal ballatoio si vedevano tre piccoli punti di fuoco contro il nero dell’acqua.

⁂

La pioggia faceva sembrare lontanissime le lanterne.

Odden raggiunse Talen sulla terrazza. Il ragazzo teneva il riparo sopra la fiamma e muoveva lo schermo di legno con l’altra mano. Tremava tanto che Odden gli prese il polso.

«Appoggialo qui.»

Gli fece usare il bordo della ringhiera per non dover sostenere tutto il peso.

Dal secondo punto risposero. Poi dal terzo.

Vessa, sul ballatoio, suonò il corno con il ritmo d’attesa. Questa volta non dovevano invitare le navi a entrare. Dovevano fermarle abbastanza lontano dal canale orientale e guidarle, una alla volta, verso l’acqua controllata da Ena.

La nave del legname continuò ad avanzare.

Odden le vedeva la luce di prua comparire e sparire dietro le onde. Forse non avevano riconosciuto il cambio. Forse, dopo due passaggi del faro, aspettavano ancora il terzo.

Talen lo guardò.

Odden ebbe l’impulso di inventare un segnale più forte, qualcosa che non potessero ignorare.

Invece ripeté quello concordato.

La terza lanterna si spense.

O parve spegnersi.

Talen bloccò la mano. Odden contò lentamente, con gli occhi fissi sul buio. Dietro di lui la torre scricchiolava. Se Ena fosse caduta, non avrebbero saputo subito dove cercarla.

La luce ricomparve più bassa.

Poi risalì al palo.

La nave cambiò direzione.

Non fu una svolta improvvisa. La prua si spostò di poco, poi ancora. Odden capì che li avevano visti soltanto quando la luce di bordo smise di avvicinarsi al bianco della secca.

Vessa gridò qualcosa dall’alto. Il vento portò via le parole, ma non il tono.

Odden lasciò Talen alla lanterna e corse verso la scala della cappella.

Dema era già sul sentiero, con Viro legato alla schiena da una fascia. L’altro bambino teneva la mano di Eri. Il marinaio e Bren sostenevano Sarn da due lati.

Il guardiano aveva perso la chiave. O l’aveva lasciata nella casa. Non la stringeva più. Dalla cintura gli pendeva un ferro da leva, con un chiodo ancora impigliato all’estremità. Quando vide Odden, indicò Sarn con il mento.

«Dietro le assi il pavimento era già sotto acqua. Non potevamo tenerlo lì.»

Eri portava in mano l’ago da reti. Aveva legato un panno intorno al palmo e teneva stretto il fratello con l’altra mano.

Alla curva più bassa un’onda raggiunse il sentiero.

Dema si fermò. Eri tirò il fratello verso il muro. Il marinaio scivolò con un piede, Sarn gridò e Bren lo afferrò sotto il braccio ferito.

Odden raggiunse la fune fissata ai paletti. La tese verso di loro.

«Uno alla volta.»

Non c’era spazio per passare accanto a Sarn. Dovevano sollevarlo oltre il gradino rotto prima che arrivasse un’altra onda.

Odden si mise davanti, con la schiena contro il muro. Bren gli passò il peso dell’uomo. La caviglia gonfia sfiorò la roccia e Sarn gli strinse il collo così forte da togliergli il fiato.

Odden non cercò di liberarsi. Aspettò che il marinaio trovasse appoggio sopra il gradino.

In tre riuscirono a spostarlo.

Dietro, Dema chiamava i figli per nome. Non gridava aiuto. Continuava a dire i loro nomi, uno dopo l’altro, come per tenerli dentro il piccolo spazio ancora asciutto.

Raggiunsero la cappella quando la seconda nave gettò l’ancora al largo della cala.

Il custode aprì entrambe le porte. Qualcuno portò coperte. Qualcuno si occupò della caviglia di Sarn. Viro, deposto sul pavimento, cercò subito nella sacca.

La scodella era intera.

Odden rimase fuori finché non vide anche l’ultimo marinaio entrare.

Poi si sedette sul gradino, con le mani fra le ginocchia. Dalle maniche bagnate usciva ancora l’odore del petrolio.

le lanterne lungo la costa buia

⁂

Il mattino dopo, Ruvik andò alla cappella con i conti della famiglia.

Non entrò. Sulla porta c’erano Vessa, Ena e il custode. Gli dissero che avrebbe mostrato i fogli davanti a testimoni e che nessuno sarebbe tornato nella casa chiusa.

Ruvik lasciò le carte sul gradino.

Odden le vide più tardi, ma non le esaminò. Non era lui a dover decidere quanto valessero le giornate di Sarn, né a stabilire quali somme fossero state inventate. Aveva già firmato una cosa che non conosceva. Questa volta consegnò ciò che sapeva e lasciò spazio a chi avrebbe controllato il resto.

Le navi rimasero due giorni nella cala.

Il legname arrivò a terra bagnato. Alcune casse andarono perdute. La nave di Vessa dovette essere riparata altrove, e il ragazzo con il braccio rotto non tornò al lavoro per molto tempo. Nessuno chiamò perfetto quel salvataggio.

Ena riportò la lanterna del padre di Odden. Il vetro era opaco e un lato ammaccato.

«Sono scivolata», disse.

Odden la prese.

«L’ho visto.»

«Non credo.»

Aveva ragione. Lui aveva visto spegnersi una luce. Lei era stata sulla roccia.

L’indagine sul faro durò settimane. Odden consegnò il registro di Talen senza togliere una riga. Disse di aver forzato il meccanismo. Disse di aver dato i tre passaggi. Disse che il proprio segno sotto i rilievi non corrispondeva a una verifica fatta in mare.

Quando gli chiesero della lente, non cercò di attribuire il colpo a un guasto.

Perse l’incarico.

Non lo perse soltanto per il vetro distrutto, e questo fu più difficile da accettare. C’erano persone che lo chiamavano salvatore e altre che ricordavano la nave condotta verso gli scogli. Entrambe parlavano di qualcosa che aveva fatto.

Ruvik non tornò a decidere gli approdi da solo. I suoi registri furono confrontati con quelli delle navi e dei lavoranti. Il magazzino rimase aperto, ma le chiavi della casa bassa passarono al custode della cappella. Per un po’ la usarono per asciugare coperte. Le assi sulle finestre furono tolte.

Sarn e Dema andarono a vivere in una stanza vicino al cantiere, dove lui poteva lavorare seduto. Eri continuò a riparare reti, ma portava a casa un foglio con il lavoro contato e lo faceva leggere alla madre.

Un giorno Viro mostrò a Odden la scodella. Aveva una piccola crepa sul fondo.

«L’hai rotta?» chiese il farista.

«È caduta.»

Il bambino lo disse senza vergogna, come si dice una cosa successa. Odden passò il pollice sul bordo e gliela restituì.

⁂

Ricostruirono il faro prima dell’inverno.

La lente nuova arrivò in più casse, con pezzi fatti da mani diverse. Non aveva la giuntura color miele. Il servizio fu affidato a due custodi, con turni separati e un registro che anche i capitani e i pescatori potevano consultare. I cambiamenti dei segnali dovevano essere provati in acqua prima di essere annunciati.

Odden lavorava al cantiere quando accesero la prima fiamma.

Aveva trovato un posto riparando ferramenta e manici. La paga era più bassa. La sera saliva spesso verso la torre, poi si fermava all’inizio del sentiero. Non sempre per nostalgia. A volte perché il corpo ricordava un turno che non aveva più.

Talen venne a cercarlo il giorno prima della prova.

Portava un piccolo involto.

Dentro c’era un pezzo della fascia di ottone, con il nome del padre. Il resto era stato tagliato per adattare il nuovo sostegno.

«Non sapevo se lo volevi.»

Odden lo tenne sulle ginocchia.

«Sì.»

«La prova è domani. Puoi venire.»

Odden guardò la torre dalla porta del cantiere.

«In mare o lassù?»

«In mare. Ena ha detto che c’è posto sulla barca.»

La mattina salirono in quattro. Odden portò la vecchia lanterna ammaccata, anche se c’era luce sufficiente e probabilmente non sarebbe servita.

Dalla barca vide il fascio nuovo passare sopra le onde. Non era più bello del precedente. Era diverso.

Ena gli indicò un punto vicino alla scogliera.

«Da qui manca un tratto. Lo vedi?»

Odden guardò a lungo. Una sporgenza nascondeva la luce per qualche istante, quanto bastava a ingannare chi non conosceva il passaggio.

Prese la tavoletta e segnò il punto.

Questa volta aspettò di averlo visto dal mare.

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