«Sua madre non gli tese le braccia: gli mostrò il posto vuoto accanto alla sedia.»
Savel riconobbe sua madre dalle scarpe.
Una aveva il tacco più basso dell’altra. Lui glielo aveva riparato prima di partire, tagliando una striscia dalla vecchia cintura di suo padre. Il cuoio non era bastato e sua madre aveva detto che tanto non doveva andare a ballare.
Adesso quelle scarpe erano ferme sotto una sedia da cucina, ai piedi di un albero di ferro.
Savel si fermò davanti al cancello.
Le foglie suonavano nel vento. Non frusciavano. Si urtavano con un tintinnio sottile, simile a quello dei cucchiai quando qualcuno sparecchia in un’altra stanza. Il suono arrivava fino alla strada dei carri, ma da vicino non aveva più niente di domestico.
«Hai un permesso?» chiese la sentinella.
Savel mostrò il segno cucito sulla manica. Era diventato caposquadra quella mattina.
La sentinella gli aprì.
Sotto l’albero c’erano quaranta sedie, forse di più. Non erano uguali. Alcune avevano lo schienale alto, altre una seduta di paglia, altre ancora erano sgabelli. Le donne sedevano con coperte sulle ginocchia. Fra loro passavano due inservienti con una brocca.
Il terreno era segnato da radici nere che affioravano e tornavano sotto la terra. Una linea di pietre bianche circondava l’ultima radice visibile.
Sua madre era seduta vicino al tronco.
Savel aveva immaginato di trovarla a casa, davanti al forno. Nelle lettere le raccontava il poco che poteva raccontare: il pane distribuito al mattino, un compagno che russava, la pioggia che entrava nella tenda. Lei rispondeva con frasi brevi e gli domandava se avesse abbastanza calze.
L’ultima lettera era arrivata dieci giorni prima.
«Mamma.»
Lei alzò il capo.
Savel si aspettava che si mettesse a piangere o che si alzasse. Sua madre non gli tese le braccia: gli mostrò il posto vuoto accanto alla sedia.
«Mettiti lì. Non davanti. Da quella parte arriva un po’ di sole.»
Lui si inginocchiò.
Sua madre si chiamava Tersa. Aveva una piccola ruga nuova sul lato della bocca e le mani sporche di terra sotto le unghie.
«Mi avevano detto che eravate venute volontariamente.»
Tersa lo guardò.
Il tintinnio delle foglie riempì il silenzio.
«Chi te l’ha detto?»
«Alla consegna delle armi.»
«Allora chiedilo a loro.»
Savel si toccò l’elsa. La spada gli era stata affidata due settimane prima. Era leggera, senza una macchia, e non aveva perso il filo dopo tre scontri. Una volta aveva deviato un colpo che avrebbe dovuto spezzargli il polso. Un’altra aveva tagliato l’anello di una catena come se fosse cera.
Gli avevano detto che sua madre offriva il proprio tempo per proteggerlo.
«Non sapevo», disse.
Tersa guardò la lama.
«Adesso sì.»
⁂
Da lontano l’albero sembrava morto.
Non aveva gemme, non cambiava colore, non portava frutti. I rami più sottili erano fili scuri contro il cielo. Savel lo aveva visto arrivando al campo, ma allora gli ufficiali avevano parlato di un dono custodito per le ore difficili.
Gli avevano spiegato che le armi crescevano dove le madri lasciavano cadere una goccia del proprio sangue sulla radice. Non una ferita grande: un dito punto con l’ago, un gesto da niente. Una foglia si allungava, si faceva pesante, prendeva la forma di una lama. Quando veniva staccata per consegnarla al figlio, il ramo tornava leggero.
Savel aveva ricevuto la sua dal capitano. Non aveva visto il dito di sua madre.
«Posso portarti qualcosa?» chiese.
«Una sedia che non balli.»
Lui guardò le gambe dello sgabello.
«La faccio cambiare.»
«Questa è la mia.»
Tersa passò una mano sul bordo della seduta.
«L’hanno presa dalla cucina.»
Gli raccontò il viaggio senza alzare la voce. Due uomini erano arrivati con un carro. Avevano detto che si trattava di pochi giorni, che tutte le madri erano state invitate, che il figlio di chi rifiutava avrebbe combattuto senza protezione accanto agli altri.
«Non mi hanno legata», disse. «Hanno aspettato che capissi.»
Savel guardò le altre donne.
Una teneva un piccolo sacchetto contro il petto. Un’altra dormiva seduta con il mento abbassato. Due parlavano di una gallina che non faceva più uova, come se si fossero incontrate al mercato.
«Da quanto siete qui?»
«Diciotto giorni.»
«E la notte?»
Tersa indicò una tettoia sul lato opposto. Era dentro il cerchio delle pietre bianche.
«Ci spostiamo lì.»
«Potete uscire?»
Sua madre abbassò gli occhi sul suo fianco.
«Savel.»
Lui capì prima che lei finisse.
Gli avevano spiegato il limite durante l’addestramento. La madre doveva restare entro le ultime radici. Se attraversava la linea, il legame si spezzava. La lama si divideva in pezzi, dovunque si trovasse. Non feriva per magia il soldato, non gli toglieva il respiro. Lo lasciava soltanto con un’elsa vuota in mezzo agli altri uomini armati.
Allora la regola gli era sembrata semplice. C’erano sempre condizioni per ricevere qualcosa di buono.
Non aveva immaginato una latrina scavata dietro una tenda, il freddo della terra, la paura di alzarsi nel sonno e fare un passo di troppo.
Dal lato occidentale del cerchio si levò una voce.
Una donna stava tentando di raggiungere la sentinella. Stringeva un foglio.
«Mio figlio è morto. Me l’avete scritto voi.»
L’uomo la fermò prima della linea.
«Serve la conferma del reparto.»
«Questo è del reparto.»
«Non posso decidere io.»
La donna gli porse il foglio con entrambe le mani, perché non tremasse.
Savel si alzò.
Tersa gli prese la manica.
«Non fare una scena e poi andartene.»
Lui rimase immobile.
«Se vuoi aiutarci, prima guarda quanto è grande questa cosa.»
⁂
Il generale Arven lo ricevette dopo il rapporto della sera.
Aveva una mano ferma sulla carta e l’altra sotto la giacca. Savel sapeva che il braccio nascosto gli dava dolore. Durante una battaglia lontana era rimasto sotto un carro per quasi un giorno, mentre il resto dell’esercito si ritirava.
La storia veniva raccontata alle reclute per spiegare perché il generale non lasciasse mai indietro i suoi.
«Mia madre è sotto l’albero», disse Savel.
Arven non sembrò sorpreso.
«Lo so.»
«Le avevano promesso pochi giorni.»
«Anche a noi.»
Il generale spostò un peso sulla carta. Fuori dalla tenda passava un carro. Il rumore delle ruote coprì per qualche momento quello delle foglie.
«Non è venuta liberamente.»
Arven si appoggiò allo schienale.
«Tu hai accettato la spada.»
Savel sentì la faccia scaldarsi.
«Non sapevo come fosse arrivata.»
«Adesso vuoi combattere senza?»
La domanda aveva una risposta facile e una vera. Savel non diede nessuna delle due.
Il generale scoprì il braccio. Le dita erano piegate, la pelle tirata sopra una lunga cicatrice.
«Ero con ventisette uomini. Ci avevano promesso che avrebbero tenuto il passaggio finché non fossimo tornati. Quando siamo arrivati, il ponte era vuoto.»
Non lo diceva come un uomo che racconta una storia. Guardava un punto della tenda, all’altezza del ginocchio di Savel.
«Hanno avuto paura. Il capitano ha avuto paura, i soldati hanno avuto paura. Una paura comprensibile, scrissero dopo.»
Tornò a coprirsi il braccio.
«Io ne ho raccolti quattro. Gli altri sono rimasti sotto i carri, nel fosso, sulla strada. Alcuni chiamavano le madri.»
Savel pensò alle sedie.
«Quelle donne non erano sul ponte.»
«No. Ma i figli che sanno di averle qui non scappano lasciandoci un’altra volta.»
Arven si chinò sulla carta.
Il giorno dopo il reparto avrebbe attaccato il guado. Senza le lame dell’albero, disse, avrebbero dovuto ritirarsi dietro la gola e perdere il controllo delle due strade. Il paese nemico avrebbe chiesto terre, grano, forse uomini da trattenere come garanzia.
«Non sto chiedendo alle madri quello che non chiedo ai figli.»
Savel guardò il braccio sotto la giacca.
«I figli hanno almeno una spada.»
Il generale lo fissò a lungo.
Poi indicò la porta.
«Porta a tua madre una coperta. Ne farò distribuire altre. Domani il tuo posto è con la squadra.»
Savel uscì senza la risposta che era andato a cercare. Aveva ottenuto una coperta in più e la certezza che l’uomo non considerava il cerchio una prigione.

⁂
Il suo compagno di tenda si chiamava Orel.
Dormivano vicini da quattro mesi. Orel sapeva preparare il fuoco anche con i rami bagnati e conservava metà della propria razione quando Savel tornava tardi. Sua madre era seduta sul lato orientale dell’albero, vicino alla tenda dei medicamenti.
«La tua è arrivata?» chiese.
Savel annuì.
Orel sorrise.
«Allora capisci.»
«Cosa?»
«Perché la lama tiene.»
Savel posò la coperta sul letto.
«Non possono andarsene.»
Il sorriso si spense.
«E noi possiamo?»
«Non è la stessa cosa.»
«Mia madre ha venduto due capre per comprarmi gli stivali quando sono partito. Pensi che preferisca vedermi tornare senza una gamba piuttosto che stare seduta ancora qualche giorno?»
Savel non rispose. Conosceva la donna. Gli aveva dato una focaccia l’unica volta che era passato da casa loro.
«Gliel’hai chiesto?»
Orel si mise a piegare la camicia.
«Non ho bisogno di farle certe domande.»
Savel uscì di nuovo.
Passò davanti alla fucina, dove le lame comuni venivano affilate. I soldati senza madre viva non ricevevano il dono dell’albero. Neppure quelli le cui madri erano troppo lontane o malate per arrivare. Portavano ferri pesanti, ammaccati. Erano loro a tenere i lati del reparto, mentre le spade perfette avanzavano al centro.
Savel aveva ricevuto una paga più alta, un posto vicino al fuoco e quella mattina il grado di caposquadra.
Tutto questo gli pesò addosso mentre attraversava il campo.
Alla tenda dei feriti trovò un prigioniero. Era poco più vecchio di lui e aveva un piede gonfio. Lo avevano preso vicino al vecchio acquedotto, a nord dell’albero.
Il prigioniero fissava le armi appoggiate alla rastrelliera.
«Quella non si rompe», disse indicando la spada di Savel.
«Si rompe.»
«Non contro le nostre.»
Savel guardò il piede dell’uomo.
«Come sei arrivato fin qui?»
Il prigioniero tacque.
«Non ti sto chiedendo quanti siete.»
«È sempre così che cominciate.»
Savel prese una tazza d’acqua e gliela porse. L’altro la accettò senza ringraziare.
Sul lembo della sua giacca era rimasta una polvere bianca, diversa dalla terra del campo. Calce.
Il vecchio acquedotto attraversava la collina. Savel ne aveva visto l’imboccatura durante una ricognizione. Pensava fosse crollato.
«Il passaggio è ancora aperto.»
Il prigioniero sollevò gli occhi.
«Per una persona che striscia. Non per il tuo esercito.»
Savel guardò verso il cerchio delle sedie, oltre il telo aperto della tenda.
Non stava pensando al suo esercito.
⁂
L’acquedotto non bastava.
Savel lo capì appena ci entrò. Il primo tratto era alto abbastanza per camminare piegati. Il secondo obbligava a mettersi carponi. Più avanti l’acqua arrivava alle ginocchia e un muro di pietre lasciava soltanto un varco stretto.
Tersa avrebbe potuto passarci. Alcune donne no.
Tornò indietro con le mani fredde e il fango dentro gli stivali. Aveva creduto di aver trovato un’uscita. Aveva trovato soltanto un modo di lasciare indietro qualcuno.
Si fermò accanto alla vecchia vasca di decantazione.
Lì arrivava una strada di servizio, quasi cancellata dall’erba. Portava verso il mulino vuoto sulla collina settentrionale. Fra il mulino e l’albero c’era un pendio scoperto, visibile dalle sentinelle di entrambi gli eserciti.
Non poteva attraversarlo di nascosto con quaranta donne.
Gli servivano carri. Gli serviva tempo. Gli serviva che qualcuno dall’altra parte non le scambiasse per una colonna di soldati.
Il campanaro del campo, padre Lovan, stava legando le coperte su un carro da feriti quando Savel lo raggiunse. Non era un cappellano del generale: seguiva le truppe per raccogliere chi rimaneva a terra e aveva ottenuto, con fatica, che il suo carro potesse avvicinarsi alle due linee.
Savel gli raccontò del cerchio.
Lovan lo ascoltò fino alla fine.
«Lo so», disse.
«Allora perché non fate niente?»
L’uomo strinse il nodo, poi lo sciolse. Era venuto male.
«Ho chiesto che lasciassero partire le malate. Ne hanno fatte uscire due, quando i figli erano già morti.»
Savel abbassò la testa.
«Voglio portarle al mulino.»
«Loro cosa vogliono?»
Savel pensò alla mano di sua madre sulla manica.
«Non possono scegliere con i figli in battaglia.»
«Questo non ti dà il diritto di scegliere per loro.»
Il ragazzo si sedette sul bordo del carro.
Lovan lasciò passare un poco di tempo.
«Posso chiedere un passaggio per le donne e per i feriti. Ma non una strada aperta alle spalle del nemico. Vorranno garanzie.»
«Quali?»
«Che non portiamo armi. Che accettiamo di essere controllati. Forse di restare sotto custodia.»
Savel toccò il segno nuovo sulla manica.
«Vengo io.»
Il campanaro lo guardò senza ammirazione.
«Anche questa è una cosa che devi dire alle donne.»
Quella notte Savel non dormì. Contò le ore che mancavano all’attacco e, per la prima volta, non pensò a come avrebbe usato la spada.
Pensò a quante persone poteva contenere un carro senza farle cadere alla prima buca.
Andò a cercare Daro, che guidava il secondo carro dei medicamenti. Lo trovò intento a ingrassare un mozzo, con la spada comune appoggiata alla ruota.
«Posso chiederti una cosa?»
«Dipende se è un ordine.»
Savel guardò il segno sulla propria manica.
«Non lo è.»
Gli spiegò dove voleva andare. Daro ascoltò senza smettere di lavorare.
«Mia madre è morta quando avevo otto anni», disse. «Non ho niente da guadagnare con quell’albero.»
«Lo so.»
«Non credo. Fino a ieri ci mandavate sui fianchi con queste.»
Toccò con la punta dello stivale la spada contro la ruota. Savel ricordò una marcia in cui aveva passato avanti la propria squadra, lasciando gli altri nella pioggia. Gli era sembrato naturale: avevano le armi migliori, dovevano essere pronti.
«Non ti prometto che tornerai al reparto», disse.
«Se ci prendono, non ci torno di sicuro.»
Daro finì il mozzo, rimise il cappuccio di legno e lo batté col palmo.
«Guido io. Ma quando ti dico che il carro è pieno, è pieno. Non aggiungi una persona perché hai paura di fare un altro viaggio.»
Savel annuì.
«E comincia a procurarti delle assi. La strada del mulino ha un fosso che non passa da solo.»
Passarono il resto della notte a sistemarle sotto il pianale, abbastanza vicine da poterle sfilare senza scaricare chi sarebbe salito sopra.
⁂
Prima dell’alba Lovan partì con il carro dei medicamenti.
Aveva ottenuto il trasferimento del prigioniero alla postazione dove i feriti venivano scambiati. L’uomo, che si chiamava Osen, viaggiava accanto a lui con il piede avvolto. Portavano un telo bianco e una richiesta scritta, non una promessa di salvezza.
Savel tornò all’albero.
Le donne erano sveglie. Il freddo e il rumore delle foglie non lasciavano dormire a lungo. Alcune si erano sedute così vicine da condividere la stessa coperta.
Tersa gli fece posto.
«Hai trovato qualcosa?»
Savel le parlò della strada del mulino, dei carri, della possibile custodia. Cercò di dire tutto senza far sembrare sicuro ciò che non lo era.
Una donna dai capelli bianchi si avvicinò.
«Se esco, mio figlio perde la spada.»
«Sì.»
«Tu sai dov’è?»
«Posso cercarlo prima che parta.»
«E poi?»
Savel non rispose subito.
«Dovrà avere un’altra arma. O ritirarsi.»
La donna guardò le pietre bianche. Rimase a lungo senza parlare.
Altre si raccolsero intorno a loro. Una voleva sapere dove fosse il mulino. Una se ci fosse acqua. Una aveva due figli nell’esercito e chiese se le lame si sarebbero spezzate insieme.
«Sì», disse Savel.
Tersa si alzò dalla sedia.
«Non ditegli soltanto sì o no adesso. Prima facciamo i nomi. Chi vuole parlare con il figlio, glielo facciamo sapere. Chi non riesce a camminare, si mette sul carro. Chi vuole restare deve sapere che non sappiamo cosa succederà al campo se perdiamo.»
Savel la guardò. Parlava come quando preparava il forno comune prima di una festa, disponendo le cose nell’ordine in cui servivano.
Una donna la interruppe.
«E tu vuoi andare?»
Tersa si strinse lo scialle.
«Voglio poterlo decidere senza una lama alla gola di mio figlio.»
Non era una risposta utile per partire in fretta. Savel lo sentì e si vergognò dell’impazienza.
Presero una tavoletta. Scrissero i nomi dei figli, i reparti, ciò che ogni madre voleva dire. Non tutti i messaggi chiedevano di ritirarsi. Alcuni dicevano soltanto: vieni a vedermi. Uno era lungo tre parole: io sono stanca.
Savel li affidò a due ragazzi delle cucine, promettendo la propria paga. I ragazzi guardarono il segno sulla sua manica e accettarono.
Tersa aspettò che fossero usciti.
«Tu avevi già deciso che saremmo andate.»
«Avevo deciso di trovare una strada.»
«E hai offerto di farci prendere dagli altri.»
«Era una possibilità.»
«Detta da te.»
Savel si abbassò per raccogliere un pezzo di legno. Lo infilò sotto la gamba corta della sedia. Adesso non ballava più.
«Dovevo chiedertelo prima.»
Tersa provò la seduta.
«Sì.»
Lui aspettò una frase che rendesse meno pesante quella parola. Non arrivò.
⁂
Lovan tornò quando il campo cominciava a smontare le tende.
Con lui c’erano Osen e una donna che portava il segno dei soccorritori dell’altro esercito. Si fermarono fuori dal cerchio. La sentinella li fece aspettare finché un ufficiale non controllò il permesso dello scambio.
Le condizioni erano scritte su due fogli uguali.
Le donne e i feriti potevano raggiungere il mulino prima che il sole fosse sopra il ramo spezzato dell’albero. Nessuno avrebbe portato armi. Il gruppo sarebbe stato controllato e trattenuto nel cortile fino alla fine dello scontro. Non promettevano che potesse tornare alle case attraverso la linea.
I soldati che li accompagnavano avrebbero consegnato le armi e sarebbero rimasti prigionieri.
Savel lesse il foglio due volte.
«Se arriviamo tardi?»
Lovan indicò il campo oltre il pendio.
«Non posso far fermare una battaglia con una campana.»
Le donne ascoltarono. Alcune si spostarono vicino ai carri. Altre tornarono alle sedie.
Savel contò quelle che avevano bisogno di essere portate. Poi smise di contare ad alta voce. Gli sembrava di trasformarle in un carico prima ancora di aver capito chi volesse salire.
Osen si sedette su una pietra, fuori dalle radici. Aveva rimesso lo stivale ma non riusciva ad allacciarlo. La calza, tirata oltre il bordo, aveva un buco sul tallone.
La donna dai capelli bianchi, quella che aveva chiesto del figlio, gli si avvicinò con ago e filo.
«Toglilo.»
Osen sollevò lo sguardo.
«Lo stivale.»
Lui obbedì lentamente. La donna prese la calza.
Savel li guardò dal carro. Il figlio di quella donna stava per combattere contro uomini con lo stesso segno cucito sulla giacca di Osen.
«Non avete altro da fare?» chiese il prigioniero.
«Questa si apre tutta, se ci cammini.»
La donna infilò l’ago. Fece passare il filo attraverso i margini consumati e li tirò vicini. Osen tenne il piede nudo sopra l’erba, imbarazzato.
«Mia madre mette sempre troppo filo», disse.
«Perché tu non torni a fartela aggiustare finché non ci passa il piede intero.»
L’uomo sorrise appena.
Sopra di loro le foglie di ferro tintinnavano. La donna continuò a cucire, con piccoli gesti uguali. Per qualche minuto Savel sentì soltanto quel suono e il respiro dei cavalli.
Quando la calza fu pronta, Osen la prese con entrambe le mani.
«Il vostro nome?»
«Brina.»
Lui ripeté il nome, come per ricordarlo.
Brina tornò sotto l’albero. Suo figlio non era ancora arrivato.

⁂
Orel trovò Savel alla rastrelliera delle armi comuni.
Stava scegliendo le lame meno rovinate. Non per portarle al mulino: le preparava per quelli che avrebbero perso il dono dell’albero. Aveva chiesto al fabbro di metterle vicino alla strada del guado, dove le squadre si radunavano.
«Hai fatto correre i ragazzi per tutto il campo.»
«Le madri volevano parlare.»
«Il capitano dice che stai preparando una fuga.»
Savel posò una spada pesante.
«Sì.»
Orel aspettò che aggiungesse qualcosa.
«Puoi restare con tua madre fino all’ora di uscire», disse Savel. «Poi porti la squadra dietro il terrapieno. Lì non sarete allo scoperto quando le lame si spezzano.»
«E il centro?»
«Dovranno rinunciare all’attacco.»
«Non rinunceranno.»
Savel lo sapeva. Aveva portato la richiesta al capitano e ne aveva ricevuto l’ordine di rientrare al proprio posto. Il messaggero mandato al generale non era tornato.
«Se aspettiamo che sia comodo, non usciranno mai.»
Orel si guardò le mani.
«Mia madre ha detto che resta.»
Savel chiuse gli occhi per un istante.
«Le hai detto del mulino?»
«Le ho detto tutto.»
«Anche che potresti ritirarti?»
Orel gli prese la manica.
«Non fare così. Non trasformarla in una donna stupida perché non sceglie quello che vuoi tu.»
Savel abbassò lo sguardo sulla mano del compagno.
«Hai ragione.»
Orel lo lasciò.
Per un poco rimasero vicini alla rastrelliera, senza sapere come separarsi. Poi Orel prese la propria spada.
«Se succede qualcosa ai nostri, non venire a dirmi che non potevi saperlo.»
«Non lo dirò.»
Il compagno si allontanò verso la strada del guado.
Savel raccolse una delle lame comuni. Era più pesante della sua, sbilanciata verso la punta. La portò al fabbro.
«Mettetela con le altre.»
Si tolse il segno di caposquadra dalla manica. Non venne via bene. Il filo resistette, lasciando una piccola lacerazione nella stoffa.
Il fabbro lo vide.
«Sai che non basta togliere quello per smettere di rispondere degli uomini?»
Savel annuì.
Poi andò a cercare i ragazzi dei messaggi e chiese quali nomi non fossero riusciti a trovare.
Erano sei.
⁂
Il sole salì prima che Brina avesse visto suo figlio.
Dal guado arrivarono i primi rumori dello scontro. Non si distinguevano i singoli colpi. Era un frastuono intermittente, come legname rovesciato da un carro, seguito da grida e silenzi troppo brevi.
Le donne si voltarono tutte dalla stessa parte.
Savel sentì la propria spada muoversi nel fodero. Non davvero: era il corpo che si preparava a correre dove gli avevano insegnato a stare.
Lovan sistemò sul primo carro due donne che non riuscivano a camminare. Avevano accettato di partire. Una stringeva un sacchetto di pane, l’altra una scarpa del figlio, conservata da quando era piccolo.
Il cancello era ancora aperto per i medicamenti.
La sentinella guardò il carro.
«Per uscire serve l’ordine.»
Savel gli mostrò il foglio del passaggio.
«Questo è degli altri.»
«Lo so.»
«Io rispondo al generale.»
Savel guardò la lancia dell’uomo. Era una normale asta di frassino con una punta di ferro. La spada dell’albero l’avrebbe tagliata senza sforzo.
Si slacciò il cinturone.
Posò la lama a terra, davanti alle pietre bianche.
«Non combatterò contro di te.»
La sentinella arretrò di mezzo passo.
«Non voglio questo sulla coscienza.»
«Neanch’io.»
Non era una risposta. Savel lo sapeva. Non aveva una frase capace di togliere a entrambi quello che stava per accadere.
Il primo carro avanzò.
La donna con la scarpa del figlio strinse il bordo e cominciò a piangere.
«Fermate.»
Lovan tirò le redini.
Lei guardò il guado, poi le proprie ginocchia.
«Non ce la faccio.»
La fecero scendere. Nessuno la chiamò debole. Tersa le tenne il braccio finché non fu tornata sulla sedia.
Il carro ripartì con una persona sola.
Quando la ruota superò l’ultima radice, un ramo dell’albero emise un colpo secco.
Tutte le donne si irrigidirono.
Non si poteva vedere dove fosse il figlio. Savel aveva consegnato il messaggio al suo compagno di squadra, ma non sapeva se fosse arrivato. Quella incertezza avrebbe camminato con loro fino al mulino.
La sentinella non abbassò la lancia. La spostò di lato.
«Passate», disse.
Tersa rimase dentro il cerchio.
Savel si voltò.
Sua madre guardava Brina, ancora ferma vicino al tronco.
«Io aspetto lei.»
«Manca poco.»
«Lo vedo.»
Lui sentì la rabbia arrivare, assurda e improvvisa. Aveva trovato i carri, il passaggio, le persone. E adesso sua madre restava.
Stava per prenderle il braccio.
Si fermò.
«Vado fino alla curva con le prime. Torno.»
Tersa annuì.
Il tintinnio delle foglie aumentò. Non c’era più vento di prima.
⁂
Il generale arrivò a cavallo mentre il secondo carro passava il cancello.
Aveva tre uomini con sé. Uno portava un ordine ripiegato. Il cavallo era coperto di schiuma sul collo.
«Fermate tutto.»
Lovan tese le redini. Le donne che camminavano si strinsero intorno al carro.
Savel tornò dalla curva e si mise davanti al timone.
Arven guardò la sua manica strappata.
«Hai abbandonato il reparto.»
«Ho mandato gli avvisi.»
«Hai tolto le armi ai miei uomini durante uno scontro.»
«Ho chiesto di rinviare l’attacco.»
«Non sei tu a decidere quando si combatte.»
Il generale scese. Fece un cenno alla sentinella, che rimase immobile con la lancia vicina al corpo.
«Chiudi.»
La sentinella guardò le ruote del carro, già oltre la linea. Poi guardò la donna seduta sopra, che teneva una mano sul petto.
«Queste sono uscite.»
«Le altre no.»
Arven si mosse verso il cancello.
Tersa si trovava ancora dentro. Accanto a lei, Brina teneva una mano stretta intorno al filo rimasto nella tasca.
Un ragazzo arrivò correndo dalla strada del guado.
Non era uno dei messaggeri di Savel. Portava il segno della squadra di Brina. Si fermò davanti a lei, cercando il respiro.
«È dietro il terrapieno.»
La donna lo fissò.
«L’hai visto?»
«Mi ha mandato lui. Dice di andare. Ha preso una lama del fabbro.»
Brina mise una mano sulla bocca. Non pianse. Per qualche secondo sembrò non riuscire a capire cosa dovesse fare con i piedi.
Tersa le prese il gomito.
Il generale si mise fra loro e l’uscita.
«Il centro sta cedendo. Se le altre si alzano, perdiamo il guado.»
Tersa guardò l’uomo.
«Allora richiamateli.»
«Non è così semplice.»
«No.»
Arven sollevò la mano sana, come per ordinare a qualcuno di trattenerla. Savel si mosse d’istinto.
Uno dei soldati gli sbarrò il passo con il braccio. Lo spinse contro il palo. Savel sentì il legno premere fra le scapole e vide, vicino al proprio viso, il ferro della lancia.
Non aveva più la spada.
Dietro il generale, una delle madri cominciò ad alzarsi. Poi un’altra. Non tutte. Alcune restavano sedute, con gli occhi fissi sulle mani.
Dal guado arrivò il suono del corno di ripiegamento.
Arven voltò la testa.
Il messaggero col foglio gli parlò all’orecchio. Il generale ascoltò senza togliere gli occhi dal cerchio. Poi indicò Savel.
«Quest’uomo è agli arresti.»
Lovan sollevò il foglio del passaggio.
«Al mulino sarà prigioniero. Con me.»
«Non sotto la mia autorità.»
«Potete riprenderlo quando finirà lo scontro. Se lo uccidete adesso, non riavrete le lame.»
Per un momento Savel pensò che il generale avrebbe dato comunque l’ordine. Vide il braccio ferito premere sotto la giacca, come se qualcosa là dentro cercasse ancora di uscire da sotto il carro.
Arven tornò al cavallo.
«Fate uscire chi ha già scelto. Chi resta, resta. Dopo nessuno attraversa più il campo.»
Non era un permesso generoso. Era il tempo che la battaglia gli lasciava.
Tersa passò la linea sostenendo Brina.
La spada di Savel si spezzò ai piedi del palo.
Non esplose. Si divise in tre pezzi con un suono breve, quasi modesto. Il ragazzo guardò il ferro che gli aveva salvato la vita.
Poi lo lasciò lì.

⁂
Partirono in trentadue.
Savel non smise di voltarsi verso il cerchio. C’erano ancora donne sulle sedie. La madre di Orel era fra loro. Non la vide piangere, non la vide benedire il figlio. La vide sistemarsi la coperta sulle ginocchia.
Il pendio verso il mulino era più lungo di quanto gli fosse sembrato nella ricognizione.
Le ruote affondavano. Al fosso Daro fermò entrambi i carri e fece sfilare le assi. Savel le tenne ferme mentre passavano le ruote, sentendo il legno flettersi sotto il peso. Dovettero recuperarle per il tratto successivo. Una donna perse una scarpa e voleva tornare a cercarla. Un’altra dovette fermarsi perché le mancava il fiato. Lovan faceva suonare la piccola campana sul carro, ma il rumore dello scontro spesso la copriva.
A metà strada caddero due frecce davanti ai cavalli.
Non colpirono nessuno. Bastarono.
Le donne si abbassarono. Il cavallo del secondo carro si impennò di lato. Savel afferrò la briglia e sentì la corda bruciargli il palmo.
Osen uscì dal gruppo con il telo bianco sollevato.
Gridò nella lingua del proprio esercito. Savel non capì le parole. Capì soltanto il rischio che l’uomo correva restando in piedi mentre gli altri cercavano riparo.
Sul fianco della collina comparvero tre soldati.
Uno scese fino alla strada e controllò il foglio di Lovan. Gli altri tennero gli archi abbassati, ma pronti.
Non li abbracciarono. Non offrirono loro cibo. Dissero di avanzare senza allontanarsi dai carri e di lasciare a terra ogni coltello.
Tersa posò il piccolo coltello con cui tagliava il pane. Brina consegnò le forbicine del cucito. Il soldato le mise in un sacchetto e lo legò alla cintura.
Savel non aveva più niente da consegnare.
Gli legarono le mani.
Sua madre guardò la corda. Fece un passo verso di lui, poi si fermò quando il soldato le intimò di restare con le altre.
Arrivarono al mulino prima che il sole superasse il ramo indicato nel patto.
Li contarono di nuovo.
Trentadue donne, quattro feriti sul carro di Lovan, tre uomini dell’accompagnamento. Osen venne portato dai suoi. Prima di allontanarsi si voltò verso Brina e indicò il proprio piede.
Lei annuì.
Il cancello del mulino si chiuse dietro di loro.
Non era la libertà che Savel aveva immaginato. Era un cortile senza un albero al centro, dove almeno una donna poteva camminare da un muro all’altro senza spezzare la spada del figlio.
Quella differenza, per il momento, era tutto.
⁂
Persero il guado nel pomeriggio.
Savel lo seppe dal movimento delle truppe, poi dalle parole del custode che portò l’acqua. Il loro esercito si era ritirato oltre la gola. Alcuni reparti avevano resistito troppo a lungo, altri erano tornati indietro prima di essere travolti.
Le notizie dei singoli arrivarono più lentamente.
Il figlio di Brina era vivo. Aveva una ferita alla spalla e venne scambiato dopo nove giorni. Un uomo della squadra di Savel non tornò. Il ragazzo a cui aveva affidato l’avviso non lo aveva trovato e non sapeva se la sua lama si fosse spezzata prima o dopo che era stato colpito.
Savel ascoltò tutto senza cercare di riempire quel vuoto.
Orel sopravvisse. Gli fece sapere che non voleva vederlo.
Sua madre uscì dal cerchio soltanto dopo la ritirata, accompagnata dalle altre donne rimaste. Avevano spezzato le lame quando i figli erano già dietro la gola. Per quelle ore avevano avuto ancora il dono e la paura di perderlo.
Il generale Arven non morì in battaglia. Questa voce circolò per due giorni, poi fu smentita. Guidò il ripiegamento e consegnò il comando quando gli ufficiali vennero chiamati a rispondere dell’uso dell’albero e dei messaggi ignorati.
La pace non arrivò con l’apertura di un cancello.
Ci furono settimane di trattative. Il paese di Savel cedette il controllo di una strada, consegnò parte del grano e accettò che alcuni prigionieri restassero come garanzia fino al primo raccolto. Le famiglie dovettero fare i conti con i campi lasciati indietro e con uomini che non sarebbero tornati.
Savel rimase al mulino.
Gli tolsero le corde dopo i primi giorni, ma non gli lasciarono attraversare il cancello. Lavorava riparando carri e portando sacchi. Aveva perduto il grado, la paga e il diritto di rientrare nel reparto. Quando tornò sotto l’autorità dei suoi, gli imposero altro servizio senza armi per aver abbandonato il posto.
Non gli parve una conclusione giusta o ingiusta in una sola parola. Gli parve la vita che adesso aveva davanti.
Tersa ottenne di tornare a casa prima di lui.
Il giorno della partenza entrò nel cortile con la sedia. L’avevano portata via dal campo su un carro di recupero. Il pezzo di legno che Savel aveva infilato sotto la gamba non c’era più.
«Te la riportano?» chiese lui.
«L’ho fatta mettere sul carro.»
Restarono vicini senza abbracciarsi.
«Mi dispiace di averti offerta come una persona da spostare», disse Savel.
Tersa guardò la seduta consumata.
«Volevi tirarmi fuori.»
«Sì.»
«Ma avevi fretta che io volessi la stessa cosa nello stesso modo.»
Lui annuì.
Sua madre gli toccò la manica strappata. Non tentò di ricucirla.
«Quando torni, della sedia mi occupo io.»
«Va bene.»
Allora lo abbracciò. Non fu un ringraziamento, e Savel smise di aspettare che lo diventasse.
⁂
L’albero di ferro rimase sulla collina.
Non riuscirono ad abbatterlo. Le asce comuni si scheggiavano, il fuoco anneriva soltanto la terra. Tolsero le sedie, la tettoia e la linea di pietre bianche. Durante le trattative stabilirono che nessun reparto avrebbe potuto accamparsi lì senza essere visto dagli altri.
Non era una garanzia per sempre.
Savel passò dalla collina tornando a casa, mesi dopo. Il vento muoveva le foglie e il loro suono lo costrinse a fermarsi. Per un istante cercò con la mano una spada che non portava più.
Ai piedi del tronco c’erano ancora alcuni pezzi di ferro.
Non raccolse il proprio. Non avrebbe saputo riconoscerlo.
A casa trovò Tersa davanti al forno, con la sedia riparata e le due scarpe uguali. Aveva fatto rifare il tacco dal calzolaio del paese.
«Sei magro», disse.
Savel posò il sacco.
«Anche tu.»
Lei gli indicò una brocca.
«L’acqua è lì. Se hai fame, fra poco tiro fuori il pane.»
Lui si lavò le mani. Il rumore dell’acqua coprì per qualche momento tutti gli altri.
Tersa uscì nel cortile a prendere la legna. Savel la seguì con gli occhi mentre passava la porta, attraversava il sole e spariva dietro il muro.
Niente si spezzò.
Quando tornò, le liberò un posto sul tavolo per appoggiare il fascio.

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