storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Per tornare a casa serviva una voce umana

Per tornare a casa serviva una voce umana

«Deren posò il palmo sul vetro e aspettò che dall’altra parte qualcuno facesse lo stesso.»

La nave le chiese di ripetere il proprio nome.

Deren aveva ancora il collare della medicazione intorno al collo. Il dolore era diventato una cosa piccola e ferma, nascosta dietro ogni tentativo di deglutire. Aprì la bocca, lasciò uscire l’aria e sentì soltanto un soffio.

Sul pannello comparve di nuovo la richiesta.

Dall’altra parte del vetro, il corridoio di rientro era acceso. Le luci verdi correvano lungo il pavimento fino alla sala di allineamento. Bastavano dodici passi per raggiungere il posto da cui avrebbe portato la nave nel varco dell’approdo.

Dodici passi e una voce che non aveva più.

Scrisse il proprio nome sulla tavoletta.

Il pannello riconobbe la scrittura, mostrò la sua immagine, confermò il battito e il calore del volto. Poi chiese la voce.

Deren premette il comando di lettura. La tavoletta pronunciò le due parole con un tono limpido, privo di esitazioni.

La luce diventò rossa.

Voce generata. Accesso rifiutato.

L’uomo della sicurezza alle sue spalle si schiarì la gola.

«Possiamo riprovare più tardi.»

Deren guardò il conto alla rovescia sopra il portello. Mancavano due ore e diciassette minuti alla chiusura della finestra di rientro. Dopo, la nave avrebbe superato l’arco dei rimorchiatori principali e sarebbe tornata verso il buio esterno. Con i motori danneggiati, nessuno sapeva quanto tempo avrebbe impiegato a fermarsi.

Scrisse: Non abbiamo più tardi.

L’uomo lesse, ma non la guardò.

Il vetro tremava sotto le dita di Deren. Il tremore era diverso da quello abituale. Per tutta la vita aveva sentito la nave attraverso il pavimento, i corrimano, il bordo del letto. Da bambina riconosceva il cambio dei turni dalla vibrazione delle pompe, prima che suonasse la campana.

Adesso una pulsazione mancava ogni quattro.

Dietro di lei, qualcuno disse:

«Lasciatela passare.»

Era Iven, il responsabile delle riparazioni esterne. Aveva la tuta aperta fino alla vita e una striscia di polvere chiara sulla fronte.

La guardia scosse il capo.

«Non decido io.»

Iven si avvicinò al pannello e lesse il rifiuto.

«Lei è qui. Noi la vediamo.»

«La nave no.»

Deren chiuse gli occhi per un momento.

Quella frase non era vera. La nave la vedeva, la riconosceva e aveva ricevuto l’ordine di considerare tutto insufficiente.

⁂

La Lunga attesa viaggiava da centotrentadue anni.

Non era il nome che portava alla partenza. Quello originario compariva ancora sulle piastre più antiche, sotto strati di vernice e riparazioni. Ma i bambini avevano cominciato a chiamarla così, poi gli adulti, e alla fine anche i registri.

Trasportava millequattrocento persone verso il mondo da cui erano partiti i loro antenati. La colonia lontana non aveva più potuto mantenerli. I primi passeggeri avevano creduto di tornare da vecchi. Erano morti nel viaggio. I loro figli avevano imparato a coltivare insalata sotto le lampade, a far durare le scarpe, a sposarsi davanti a un cielo proiettato.

Deren era nata nel settore dei serbatoi, dove lavorava sua madre. Non aveva mai sentito il peso della pioggia.

Da tre settimane, però, il mondo d’origine era visibile a occhio nudo.

All’inizio sembrava una perla opaca. Poi erano comparsi il bordo chiaro delle nubi e le macchie scure dell’acqua. Sua figlia, Neri, aveva preparato un elenco di cose da fare a terra. La prima era stare ferma senza sentire niente muoversi sotto i piedi.

Deren le aveva detto che anche i pianeti si muovono.

Neri aveva alzato gli occhi al soffitto.

«Mamma. Hai capito.»

Lei aveva capito. Ma le era piaciuto correggerla, perché correggere una piccola cosa lasciava meno spazio alla paura di quella grande.

L’incidente era avvenuto durante il cambio dei turni.

Un frammento di metallo, rimasto per anni in viaggio su un’orbita non segnalata, aveva colpito la parte alta della nave. La sala dei navigatori era stata attraversata da una scheggia e dal vapore di una condotta. Deren ricordava il rumore, il pavimento inclinato, la mano di Selan che cercava un appiglio. Dei tre navigatori presenti, soltanto lei era stata tirata fuori viva.

Si era svegliata nell’infermeria. Il medico le aveva detto che respirava, che era stata fortunata, che per il momento non doveva tentare di parlare.

Lei aveva indicato la finestra.

Il pianeta era ancora lì.

Quando il medico aveva capito che voleva andare al ponte, aveva scosso il capo. Poi erano arrivati gli uomini della sicurezza con la richiesta di trasferimento.

Nessuno di loro le aveva domandato come stesse. Avevano bisogno della voce che la nave riconosceva.

La restrizione era stata introdotta quindici anni prima, dopo il sabotaggio dei serbatoi d’aria. Qualcuno aveva usato la voce ricostruita di un ufficiale per aprire tre separazioni di emergenza. Quarantasette persone erano morte.

Da allora il comando di rientro richiedeva una voce viva, riconosciuta e verificata con frasi imprevedibili. Registrazioni, letture sintetiche e riproduzioni venivano respinte.

I navigatori autorizzati erano stati ridotti a tre.

Deren aveva chiesto più volte di aggiungerne altri. Radal, il responsabile della sicurezza, aveva rimandato le prove: prima bisognava essere certi delle famiglie, dei legami, dei movimenti dei candidati. Poi mancava il tempo. Poi erano quasi arrivati.

Adesso gli altri due nomi erano spenti sul pannello.

Il suo era verde.

Per la nave, Deren era presente e insieme impossibile.

⁂

Radal li raggiunse con due guardie.

Aveva portato la scatola della separazione del ponte, una custodia rossa che Deren aveva visto soltanto durante le esercitazioni. Al suo interno c’erano due leve e le istruzioni per staccare la parte di comando dal resto della nave.

Iven la guardò.

«Non siamo ancora a quel punto.»

«Il corridoio non si apre.»

«Ci sono altre strade.»

«Le stiamo esaminando.»

Radal posò la scatola sulla panca davanti al portello.

Il ponte poteva diventare una piccola imbarcazione autonoma. Aveva aria, propulsione e posto per ventiquattro persone. Era stato progettato per portare soccorso al resto della nave, non per lasciarlo andare alla deriva.

Deren scrisse una domanda.

Radal lesse la tavoletta e rispose:

«Ci sono venti posti già assegnati. Tu e tua figlia ne avete due.»

Lei cancellò la domanda e la riscrisse più grande.

Gli altri?

«Le sezioni abitate sono ancora stabili. Una volta raggiunto l’approdo, manderemo aiuto.»

Iven si piegò verso il display dei consumi.

«Se stacchiamo il ponte, perdono anche il controllo delle riserve anteriori. Le pompe locali non bastano a mantenere tutti i settori per il tempo necessario.»

«Non tutti i settori sono occupati da persone verificate.»

Deren alzò lo sguardo.

Radal aveva sempre usato parole simili. Persone verificate. Presenze provvisorie. Accessi non confermati. Dopo il sabotaggio aveva espulso intere famiglie dai settori centrali perché qualcuno aveva condiviso una mensa con un sospetto o lavorato sullo stesso turno. Le aveva spostate nei dormitori di servizio, lontano dalle riserve migliori.

Deren aveva protestato per due persone che conosceva. Aveva ottenuto che tornassero.

Non aveva fatto abbastanza domande sugli altri.

Scrisse: L’aria non può dipendere dal tuo elenco.

Radal lesse senza cambiare espressione.

«Mio marito era nel terzo serbatoio.»

Lo sapevano tutti. Deren ricordava la fotografia appesa nel suo ufficio: un uomo seduto davanti a una vasca di piante, con una mano sporca di terra sul ginocchio.

«Gli avevano detto di fidarsi della voce che veniva dall’altoparlante. Era la voce del suo comandante.»

Radal toccò la scatola rossa.

«Non farò entrare un’altra voce falsa nel sistema. E non porterò sul ponte persone che non riesco a controllare.»

Deren sentì il dolore alla gola crescere. Avrebbe voluto pronunciare il nome del marito, ricordargli che anche quell’uomo aveva abitato dormitori senza finestre prima di diventare responsabile dei serbatoi.

Sulla tavoletta scrisse invece: Nessuno ti chiede di fidarti di una voce falsa. Ti chiediamo di guardare noi.

Radal spostò gli occhi sul portello.

«Hai un’ora per trovare una soluzione. Poi preparo la separazione.»

«Non puoi farla da solo», disse Iven.

«Per questo lei è qui.»

La seconda leva richiedeva un navigatore presente. Non la sua voce: era un comando meccanico, pensato per funzionare anche se il ponte fosse rimasto senza energia.

Deren guardò le proprie mani.

C’erano ancora due modi in cui il sistema la considerava utile. Parlare, oppure lasciare indietro quasi tutti.

le mani sul vetro del portello

⁂

Neri arrivò mentre Iven stava esaminando la vecchia pianta della nave.

Aveva diciannove anni e lavorava nelle colture. Si era legata i capelli con un pezzo di nastro verde. Deren vide prima quello, poi la paura che la ragazza cercava di non mostrare guardando il collare.

«Posso abbracciarti?»

Deren annuì.

Neri si avvicinò con cautela. Per un momento la navigatrice sentì il peso familiare della figlia e pensò ai ventiquattro posti. Bastava accettare. Potevano sedersi l’una accanto all’altra, raggiungere terra, chiedere soccorso da una stanza con l’aria buona.

La mano le si chiuse sulla schiena di Neri.

Poi la lasciò andare.

Scrisse: Dove sono quelli delle colture?

«Nelle sale basse. Dicono che alcuni non possono passare verso i serbatoi centrali.»

Deren girò la tavoletta verso Iven.

Lui lesse e si passò una mano sul viso.

«Mi servono persone laggiù. Le pompe vanno tenute in funzione a turno.»

Neri si tolse la giacca.

«Dimmi cosa fare.»

Deren le prese il polso.

Voleva scrivere che non era sicuro. Ma la figlia aveva appena visto il collare, i vetri rotti nel corridoio e la scatola rossa sulla panca. Lo sapeva.

Scrisse: Non andare da sola. Tieni qualcuno con te e fate confermare ogni cambio.

Neri lesse due volte.

«Va bene.»

Prima di andarsene, toccò la tavoletta.

«Funziona per parlarmi. Non devi sforzarti.»

Deren abbassò la testa. Era la prima persona che glielo diceva senza aspettare che la voce tornasse.

Iven stese la pianta sul pavimento.

Il corridoio di rientro portava ai comandi principali, quelli collegati all’approdo maggiore. Ma la nave aveva ancora un collegamento di servizio nella parte esterna, costruito prima che le restrizioni vocali fossero introdotte. Serviva ai rimorchiatori di manutenzione, non ai passeggeri.

«L’approdo secondario può prenderci da lì», disse.

Deren indicò il tracciato dei cavi. Il collegamento esterno non rispondeva più da anni. Avevano rimandato la sostituzione perché richiedeva di attraversare una zona senza pressione e smontare parte del rivestimento.

Scrisse: Non basta riaccenderlo. Dobbiamo separarlo dal controllo di rientro.

Iven annuì.

«Altrimenti torna a chiedere la voce.»

Deren disegnò due linee. La prima finiva contro il portello chiuso. La seconda passava intorno alla sala di allineamento, raggiungeva il giunto esterno e tornava a un quadro locale.

Non avrebbe aperto la strada principale. Avrebbe permesso a un’altra persona, fuori dalla nave, di aiutarli.

«Quanto tempo?» chiese Iven.

Deren guardò il conto alla rovescia.

Non lo sapeva.

Scrisse: Più di quello che Radal ci vuole dare.

Iven si sedette accanto a lei.

«Allora cominciamo prima che finisca di discuterne.»

⁂

Trovarono tre tute funzionanti e una quarta con un guanto che perdeva.

Iven lasciò la quarta nell’armadio. Deren, ancora seduta, seguiva il controllo delle chiusure. Il medico non approvò la sua uscita, ma dopo aver visto la pianta e le altre persone disponibili non finse di avere un’alternativa senza rischio. Le sistemò la protezione intorno al collare e scrisse le condizioni oltre le quali avrebbero dovuto rientrare.

Deren le lesse. Le fece leggere anche a Iven.

La terza tuta era per Sira, una manutentrice delle serre. Radal aveva negato il rinnovo del suo accesso centrale tre anni prima. Suo fratello aveva lavorato vicino a uno degli autori del sabotaggio, senza essere coinvolto.

Sira arrivò portando un fascio di collegamenti di ricambio.

«Questi passano nella canalina vecchia», disse.

Iven li controllò.

Deren prese la tavoletta per ringraziarla.

Sira le fermò la mano.

«Dopo. Adesso mi dici perché serve che venga anche tu.»

La domanda era giusta. Deren non aveva più forza degli altri, né mani più ferme.

Disegnò sulla pianta il raccordo fra i due sistemi. Il vecchio collegamento di servizio poteva comandare soltanto le piccole correzioni laterali. Per affidare la nave al rimorchiatore senza spezzarne le sezioni, serviva trasferire la lettura del carico e il controllo delle riserve. Iven conosceva le parti. Deren conosceva i movimenti che quelle parti avrebbero prodotto.

Scrisse: Se sbagliamo il passaggio, tiriamo da una parte mentre la nave corregge dall’altra.

Sira lesse e annuì.

«Allora vieni. Ma se non capisco, ti fermo.»

Deren batté due volte il palmo sulla panca.

Era un gesto che faceva da sempre per dire d’accordo.

Sira la guardò.

«Questo cosa vuol dire?»

La navigatrice rimase con la mano alzata.

Iven intervenne.

«Prima impariamo a non indovinare.»

Si sedettero davanti all’armadio delle tute. Mancava ancora un controllo sulle bombole e per alcuni minuti non potevano fare altro.

Iven le mostrò un gioco che faceva con i bambini nei turni di silenzio delle serre. Una mano diventava una casa, l’altra una persona che bussava. Chi riceveva il gesto doveva ripeterlo prima di cambiarlo.

Deren provò. Fece una porta, poi indicò se stessa.

Iven ripeté la porta e indicò lei.

Sira sorrise.

«Vuoi entrare o vuoi che entri io?»

Deren cancellò il gesto scuotendo la mano.

Ricominciare, stabilirono, sarebbe stato proprio quello.

Inventarono soltanto pochi segni: fermarsi, tornare, aspettare, sì, no. Non una lingua intera in dieci minuti. Per tutto il resto avrebbero usato la tavoletta, le figure della pianta e le domande.

Deren disegnò una piccola finestra con le dita. Iven ci mise dentro il pollice come una testa e lo fece sparire.

Sira rise piano.

La navigatrice sentì il proprio sorriso tirare sotto il collare. Non provò a trasformarlo in un suono.

Poi le tute furono pronte.

Iven batté il guanto sul corrimano. La vibrazione passò nel metallo e arrivò al palmo di Deren.

Due colpi. Attenzione, avevano deciso.

Non d’accordo. Non ancora.

i segni imparati prima delluscita

⁂

Il tratto senza pressione cominciava dietro la sala dei filtri.

Prima dell’incidente era un corridoio di deposito. C’erano ancora casse fissate alle pareti e una fila di scarpe appese ad asciugare. Il vuoto aveva tolto ogni suono. Quando la porta interna si chiuse, Deren vide una scarpa muoversi lentamente sulla propria cinghia e non sentì niente.

La radio trasmetteva soltanto nelle parti ancora coperte dai ripetitori. Quelli del tratto esterno erano spenti insieme alla rete locale. Iven aveva steso un collegamento provvisorio fino al primo quadro, ma oltre avrebbero avuto solo le luci dei caschi, le mani e la tavoletta.

Controllarono l’aggancio delle funi.

Sira passò per prima. Iven si fermò accanto al quadro di ritorno. Deren avanzò lungo il corrimano, senza staccare entrambe le mani nello stesso momento.

La gravità artificiale funzionava a tratti. In alcuni punti il corpo pesava. In altri bastava una spinta per salire troppo. Deren sentiva il collare premere contro la gola quando il peso tornava.

Alla prima curva si fermò per controllare la respirazione.

Sira si voltò. Fece il segno di domanda che avevano scelto, poi indicò la via del ritorno.

Deren mostrò il no. Aspettò che Sira lo ripetesse. Soltanto dopo mosse il pollice verso il quadro successivo.

La manutentrice non la trattava come una persona fragile da trascinare. La costringeva però a essere precisa, e quella precisione richiedeva tempo.

In fondo al corridoio trovarono il danno.

La scheggia aveva attraversato il rivestimento, piegato due supporti e spezzato la canalina che conteneva i comandi di servizio. Una parte del collegamento pendeva nel vuoto. Il pannello esterno era rimasto bloccato dietro una traversa.

Deren appoggiò il palmo.

Sentì tre pulsazioni vicine, poi una pausa. La stessa mancanza avvertita davanti al portello. Le correzioni automatiche stavano ancora tentando di mantenere l’orientamento usando una sezione che non rispondeva.

Indicò il tracciato sulla pianta.

Sira avvicinò la luce. Il vecchio fascio di cavi era riconoscibile dalla guaina color sabbia. Quello nuovo era nero. Nel punto in cui si incrociavano, qualcuno aveva montato una protezione senza aggiornare il disegno.

La manutentrice mostrò prima la pianta, poi il metallo.

Non uguale.

Deren annuì.

Avrebbe potuto dirle di continuare. Il collegamento di cui avevano bisogno doveva essere lì. Ma doveva non bastava. Fece il segno di fermarsi e scrisse sulla tavoletta: Cerchiamo entrambe le estremità.

Il conto alla rovescia continuava nell’angolo del display.

Per seguirle dovettero tornare indietro di tre metri, togliere una copertura e spostare una cassa. Sira aveva le mani più piccole e raggiunse il fermo prima di lei. La cassa si staccò dal supporto, ruotando lentamente.

Deren la prese per la cinghia.

Dentro, attraverso la griglia, c’erano piantine giovani, morte da poco. Le foglie erano ancora verdi.

Pensò a Neri, nelle serre. Poi legò la cassa a un anello della parete.

Non poteva portare tutto con sé.

⁂

Il quadro locale si accese dopo il secondo tentativo.

Non diede subito il controllo. Mostrò soltanto le parti raggiungibili: tre piccoli motori laterali, il sensore di carico, una riserva di energia. Il collegamento con il ricevitore esterno restava spento.

Sira indicò il portello oltre la traversa.

Deren conosceva quel punto dalle esercitazioni antiche, quelle che ormai nessuno faceva più. C’era un raccordo accessibile dalla superficie della nave. Da dentro lo si poteva vedere, non raggiungere.

Tornò verso Iven.

L’uomo ascoltò la lettura della tavoletta, poi guardò le condizioni della tuta sul suo polso.

«Posso andarci io.»

Deren scrisse: Tu devi tenere il quadro stabile. Se perdiamo il ritorno, non sappiamo cosa muoviamo.

«Sira?»

La manutentrice guardò la pianta.

«Io non riconosco quella vecchia lettura. Posso accompagnarla fino al bordo.»

Iven si piegò sul pannello.

«Potremmo trasmettere un’immagine.»

Deren indicò il ripetitore spento. Avrebbero dovuto prima riparare anche quello. Mancavano cinquantaquattro minuti alla fine della finestra principale, meno al limite che Radal aveva stabilito.

Iven rimase in silenzio.

Deren scrisse una frase, la cancellò e la riscrisse.

Non sono l’unica che può farlo. Sono quella che può farlo adesso senza insegnare tutto da capo.

L’uomo la lesse. Non sembrò rassicurato.

«Se la tua pressione cambia, torni. Anche se manca un solo pezzo.»

Lei annuì.

«Non voglio un sì per farmi stare zitto.»

Deren fece il gesto di ricominciare. Posò la tavoletta e ripeté le condizioni scritte dal medico, indicando sul display i valori da controllare. Iven le ripeté a sua volta.

Era lento. Era irritante. Era l’unico modo che avevano per sapere se stavano parlando della stessa cosa.

Alla camera esterna li raggiunse un messaggio di Radal.

La separazione sarebbe stata pronta in dieci minuti. Deren doveva rientrare al ponte. Neri era stata convocata al punto d’imbarco.

Iven lasciò il messaggio aperto.

Non le disse che era un ricatto, né che sua figlia se la sarebbe cavata. Deren gli fu grata per entrambe le cose.

Chiese di parlare con Neri.

La ragazza rispose da un locale rumoroso.

«Sono con tre persone. Abbiamo riaperto il passaggio fra le due serre. Ci sono famiglie che non avevano più accesso alle riserve.»

Deren digitò: Ti hanno chiamata al ponte.

«Sì.»

Un silenzio.

«Tu vai?»

Deren guardò la porta esterna. Oltre c’era il raccordo da riparare. Dietro di lei c’era il corridoio che portava ai ventiquattro sedili.

Scrisse: Se partiamo, quelli che sono con te potrebbero non avere abbastanza aria prima dei soccorsi.

La tavoletta pronunciò la frase con una calma che lei non possedeva.

Neri non rispose subito.

«Ho paura», disse infine.

Deren tenne le dita sopra lo schermo.

Anch’io.

La ragazza fece un respiro che arrivò chiarissimo attraverso il collegamento.

«Non voglio lasciarli. Ma non voglio perdere te.»

Deren sentì gli occhi riempirsi. Nel casco non poteva strofinarli. Abbassò il capo e aspettò che riuscisse a vedere bene.

Scrisse: Non posso prometterti nessuna delle due cose. Provo a tornare con gli altri.

Neri disse soltanto:

«Allora fatti aiutare.»

Deren chiuse il collegamento.

Mandò a Radal il rifiuto della separazione. Lo inviò anche a chi gestiva le riserve e a chi coordinava i dormitori, perché non restasse una discussione fra loro due.

Poi diede a Iven la propria autorizzazione per spostare energia dal ponte alle pompe abitate.

Una parte dell’energia che avrebbe fatto correre lontano ventiquattro persone tornò nel corpo della nave.

⁂

Fuori non c’era un sopra.

La prima cosa che Deren vide fu il pianeta. Occupava metà del vetro del casco, enorme e quieto. La nave non lo faceva sembrare più vicino: era lei a sembrare improvvisamente piccola.

Sira rimase nell’apertura, con una mano sulla sua fune.

Deren avanzò lungo il rivestimento. La parte esterna portava i segni di quattro generazioni di riparazioni: piastre di colore diverso, numeri incisi a mano, una saldatura coperta da un materiale più chiaro. Sotto i piedi non c’era il suolo. C’era la casa di millequattrocento persone, e la sua pelle era più sottile di quanto avesse voluto pensare.

Raggiunse il raccordo.

La copertura era stata colpita da una scheggia più piccola. Il bordo si era ripiegato e teneva premuto il gruppo mobile contro il suo alloggiamento. Non serviva un nuovo comando. Serviva spazio perché il pezzo tornasse a muoversi.

Deren fissò il sacco degli attrezzi.

Scelse la leva corta, poi la rimise dentro. Con una sola mano non avrebbe controllato il movimento. Se il bordo avesse ceduto di colpo, avrebbe potuto colpire il guanto o il vetro del casco.

Fece segno a Sira di avvicinarsi.

La manutentrice non capì. Dal suo punto di vista il gesto sembrava indicare il rientro.

Cominciò a tirare la fune.

Deren si fermò. Non cercò di vincere la trazione. Mostrò il palmo aperto, aspettò che Sira si arrestasse, poi tirò fuori la tavoletta e disegnò due persone accanto al raccordo.

Sira ripeté il disegno con due dita.

Deren confermò.

La donna arrivò lentamente, assicurando la propria fune a un attacco diverso. Si misero ai due lati della copertura. Una teneva il pezzo, l’altra lavorava sul bordo.

Il metallo cedette poco alla volta.

Deren sentiva la vibrazione nelle ossa delle mani, anche attraverso i guanti. Ogni piccolo scatto diceva che qualcosa stava cambiando. Non poteva sapere se fosse la piega che si apriva o un’altra parte che si rompeva.

Si fermavano a ogni scatto. Guardavano. Riprendevano.

Quando la copertura fu libera, una molla spinse il raccordo verso l’esterno.

Sira lo trattenne.

Deren vide sulla sua visiera il riflesso della propria mano sollevata. Per un istante sembrò che qualcuno dall’altra parte dello spazio le stesse rispondendo.

Collegarono il ricambio.

La luce sul polso di Sira diventò verde. Il quadro di Iven aveva riconosciuto il ricevitore.

Non avevano ancora un approdo. Avevano soltanto una strada aperta per chiedere.

il raccordo sulla pelle della nave

⁂

Radal li aspettava dietro il vetro della camera di ritorno.

Aveva due guardie con sé. La porta interna non si aprì dopo il primo ciclo.

Deren controllò il display. La pressione era tornata sufficiente. Il blocco non veniva dalla macchina.

Radal parlò attraverso il collegamento locale.

«Hai sottratto energia al ponte.»

Deren sollevò la tavoletta.

L’ho data alle pompe.

«Hai affidato un sistema di governo a una persona non verificata.»

Sira, accanto a lei, non abbassò gli occhi.

Deren scrisse: Ci ha riportate qui.

«Non è una verifica.»

Sul display del raccordo comparve un segnale in arrivo dall’esterno. L’approdo secondario stava rispondendo. Iven chiese accesso al canale.

Radal lo interruppe.

«Prima lei viene al ponte. La finestra di separazione non è ancora chiusa.»

Deren guardò le due guardie. Uno degli uomini era quello che le aveva detto di riprovare più tardi. L’altro teneva una mano sul comando della porta.

Scrisse: Se ci tieni qui, consumiamo le riserve delle tute senza motivo.

Radal continuò a parlare del controllo del ricevitore.

Deren non lesse tutto ciò che compariva nei sottotitoli. Lasciò scendere la tavoletta.

Deren posò il palmo sul vetro e aspettò che dall’altra parte qualcuno facesse lo stesso.

La guardia più vicina la guardò.

Lei indicò il valore dell’aria sul proprio polso. Poi quello di Sira. Non erano ancora in pericolo immediato. Stavano però perdendo tempo che nessuno avrebbe potuto restituire.

L’uomo si avvicinò e posò la mano contro la sua.

Radal disse il suo nome.

La guardia guardò il pannello della camera, poi aprì la porta.

Deren passò piegata, con Sira al fianco. Iven le aiutò a togliere i caschi. Il primo odore dell’aria della nave fu quello delle guarnizioni calde.

Il medico le raggiunse. Controllò Deren, le fece sedere e le porse una maschera. Lei indicò il segnale dell’approdo.

«Puoi stare seduta e lavorare», disse. «Non devi dimostrare altro con le gambe.»

Deren annuì.

Radal rimase davanti alla scatola rossa che aveva portato fin lì.

«Non avete idea di chi risponderà da fuori.»

Iven spostò il segnale sullo schermo comune.

«Allora ascoltiamo e controlliamo insieme.»

Nessuno promise che sarebbe bastato.

⁂

L’operatrice dell’approdo si chiamava Arel.

Non riconosceva la loro nave nel formato dei vecchi registri. La rotta esisteva, il nome originario anche, ma l’ultimo aggiornamento era precedente alla nascita di Deren.

Iven comunicò il nome della navigatrice e la natura del danno.

Arel chiese di sentirla.

Per un momento nessuno si mosse.

Poi Deren digitò: Posso rispondere per iscritto. Non posso parlare.

La donna dall’altra parte non fece una pausa lunga.

«Va bene. Scrivi piano se serve. Noi vediamo la nave, ma dobbiamo capire quali comandi hai davvero.»

Deren appoggiò la tavoletta sulle ginocchia.

Quella domanda, almeno, non chiedeva al suo corpo di essere quello di prima.

Inviarono la pianta, la lettura dei carichi e le parti ancora attive. Arel le confrontò con ciò che il rimorchiatore vedeva dall’esterno. Un valore non coincideva. La nave dichiarava chiusa una separazione che, nell’immagine, era ancora aperta.

Deren riconobbe il settore.

Le serre di Neri.

Per mantenere il passaggio delle famiglie, avevano lasciato aperto il portello fra due sezioni. Questo cambiava la distribuzione delle masse durante la correzione.

Deren non ordinò di richiuderlo. Chiamò Neri e le chiese quante persone stessero ancora passando.

«Ventisette. Due vanno portate.»

Arel lesse la risposta.

«Possiamo aspettare alcuni minuti. Non molti.»

Iven controllò il quadro. Il ricevitore di servizio era stabile, ma una delle tre unità laterali stava scaldando troppo.

«Se la perdiamo, non teniamo l’orientamento», disse.

Deren studiò i valori. Il vecchio sistema di mantenimento automatico stava ancora cercando di correggere la nave contro la trazione proposta dal rimorchiatore. Dovevano interrompere quella correzione e passare al nuovo controllo nello stesso intervallo.

Non poteva farlo dalla tavoletta.

Il comando locale era nel tratto senza pressione, quello a cui Iven aveva steso il collegamento provvisorio. L’uomo avrebbe dovuto tornare lì e muovere il selettore quando Arel avesse confermato la presa.

Iven si rimise il casco.

Deren gli mostrò la sequenza. Lui la ripeté. Sira la controllò.

Radal osservava senza intervenire. Deren non seppe se stesse comprendendo o aspettando il loro fallimento.

Il rimorchiatore comparve sullo schermo esterno.

Non era grande. Sembrava troppo piccolo per la Lunga attesa. Ma non doveva trascinarla di forza fuori dal cielo. Doveva cominciare a cambiarne il movimento con pazienza, prima che la distanza diventasse irrecuperabile.

Deren sentì un colpo leggero attraverso la panca.

Il primo contatto.

Neri comunicò che l’ultimo gruppo era passato. Le separazioni tornarono chiuse. Deren verificò i valori con Arel, poi mostrò a Sira il punto della sequenza in cui erano.

La manutentrice lo indicò a sua volta.

«Qui.»

Deren annuì.

Arel diede la conferma.

Deren inviò a Iven il comando scritto. Sullo schermo vide la sua mano avvicinarsi al selettore, poi fermarsi.

«C’è una vibrazione che non avevamo», disse l’uomo.

La navigatrice chiuse gli occhi e posò entrambe le mani sulla panca.

La pulsazione mancava ancora ogni quattro, ma in mezzo ne era comparsa una più lenta. Non veniva dai motori interni. Era il rimorchiatore che tendeva il collegamento.

Scrisse: È la presa esterna. Non muovere finché Arel non la conferma sul suo lato.

La donna controllò.

«Confermata. La lettura è la stessa.»

Iven spostò il selettore.

Per alcuni secondi non accadde niente che Deren potesse riconoscere.

Poi il pavimento sembrò inclinarsi senza muoversi. La pressione della panca cambiò sotto una coscia. Un recipiente scivolò di pochi centimetri e Sira lo fermò.

Il pianeta, sullo schermo, smise di crescere dalla parte sbagliata.

Arel non disse che erano salvi.

«La correzione tiene. Continuiamo.»

Deren rimase seduta, con la tavoletta sulle ginocchia e le mani che tremavano. Per la prima volta da quando si era svegliata nell’infermeria, nessuno le chiese di provare a pronunciare una parola.

⁂

Non scesero a terra quel giorno.

L’approdo secondario era un anello di servizio, fatto per le navi da riparare. Non aveva stanze per millequattrocento persone. Li accolse con bracci di attracco, riserve d’aria, acqua e personale che entrava portando materiali invece di cerimonie.

La Lunga attesa rimase agganciata per settimane.

Ci furono malati da trasferire, settori da mettere in sicurezza, corpi da cercare nella sala dei navigatori. Deren chiese di conoscere il momento in cui avrebbero recuperato Selan e l’altra collega. Non voleva che i loro nomi diventassero soltanto due indicatori spenti su un pannello.

Radal venne sollevato dall’incarico in attesa dell’esame dei registri.

Non bastò raccontare che aveva perso il marito. Le famiglie espulse dai settori centrali mostrarono le richieste respinte, i controlli ripetuti senza una ragione nuova, le restrizioni applicate anche ai bambini. Alcuni di quelli che aveva escluso avevano tenuto in funzione le pompe durante l’avvicinamento.

Deren rese la propria testimonianza per iscritto.

In una parte aggiunse i nomi delle due persone per cui era intervenuta anni prima. Scrisse anche che non aveva chiesto notizie degli altri. Non era una colpa uguale a quella di Radal, ma era sua e non intendeva lasciarla fuori.

La voce non tornò.

All’inizio Deren misurava ogni mattina il silenzio, aspettando una differenza. I medici dell’approdo parlarono di cure, tempi e limiti senza prometterle un recupero. Nei mesi successivi imparò a usare un comunicatore più rapido e cominciò a studiare una lingua dei segni con altre persone.

I primi giorni era impaziente. Le sembrava di avere pensieri troppo veloci per le mani. Sbagliava, ricominciava, si irritava quando qualcuno finiva le frasi al suo posto.

Sira imparò insieme a lei, quando i turni lo consentivano.

Iven conservò il loro piccolo gioco della casa e della persona che bussava. Non lo usarono mai per sostituire la lingua che Deren stava imparando. Rimase un gioco, e le fece bene che una cosa potesse restare soltanto quello.

Il comando della nave venne ricostruito prima della ripartenza verso l’orbita bassa.

Non permisero alle voci sintetiche di autorizzare da sole qualunque cosa. Tolsero però alla voce il potere di essere l’unica prova. Distribuirono i compiti, prepararono percorsi manuali verificabili e fecero esercitare persone di settori diversi. Una decisione importante doveva poter essere compresa e controllata da più di un corpo.

Deren continuò a navigare.

Non dalla stessa sedia, non nello stesso modo.

⁂

La prima volta che camminò a terra, Neri le rimase accanto senza prenderle il braccio.

Erano su una terrazza dell’approdo costiero. Sotto c’era un’acqua scura, diversa da quella delle vasche. Il vento portava odori che Deren non sapeva nominare.

La figlia si fermò.

«Senti?»

Deren guardò il comunicatore, poi lei.

Neri sorrise e indicò il pavimento.

Non vibrava.

La navigatrice rimase immobile. Aspettò la pulsazione delle pompe, il passaggio dei carrelli, il tremore lieve che per tutta la vita aveva accompagnato ogni stanza.

Non arrivò.

Provò un piccolo capogiro. Neri se ne accorse e le offrì il gomito. Deren lo prese per qualche passo, poi lo lasciò.

Raggiunsero il parapetto.

Sul vetro, una goccia d’acqua scendeva lentamente. Poi ne arrivò un’altra. Deren alzò il viso. Neri fece per aprire il riparo che portava nella borsa, ma lei le toccò la mano.

Aspetta.

La ragazza ripeté il gesto.

Aspetto.

Deren lasciò che la pioggia le toccasse la fronte. Non aveva bisogno di darle un nome per sapere che era arrivata.

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