storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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La puntura

La puntura

Il terzo giorno

Al terzo giorno, Elena saltava ancora.

Il materasso aveva perso la forma. La rete gemeva sotto i talloni nudi. A ogni balzo la camicia da notte si gonfiava, si appiccicava alla schiena e tornava a gonfiarsi. I capelli le coprivano gli occhi. Lei li scacciava con un colpo del mento, senza mai fermarsi.

Sul pavimento, ai piedi del letto, era steso un lenzuolo bianco. Ada vi aveva sparso nastri rossi, verdi e gialli. Nessuno ricordava più chi li avesse portati. Alcuni pendevano dalla spalliera, altri si attorcigliavano alle gambe delle sedie. Quando il tamburello batteva più forte, tremavano anche quelli che non erano toccati da nessuno.

Bruno teneva il violino sotto il mento. Dario tirava il mantice dell’organetto. Sergio, seduto accanto alla finestra, percuoteva il tamburello con il polso fasciato. Suonavano da tanto che il suono non sembrava più prodotto da loro. Veniva dai muri, dal ferro del letto, dalle stoviglie chiuse nella credenza.

Ogni tanto provavano un’altra aria.

Bruno sollevava l’archetto e guardava gli altri. Dario cambiava accordo. Sergio rallentava, poi chiamava un ritmo nuovo dal fondo della pelle tesa. Cercavano la musica della bestia. Quella che avrebbe costretto la taranta a dichiararsi, ballare e infine lasciare il corpo della donna.

Ma qualunque ritmo trovassero, Elena continuava a saltare.

elena salta sul letto

Fuori era quasi mezzogiorno. Il sole imbiancava il cortile e faceva piegare le galline sotto il fico. Dentro la stanza, invece, c’era una luce verdastra. Ada aveva chiuso le imposte e coperto lo specchio con uno scialle.

— Magari vuole il verde — disse una vicina.

Ada raccolse un nastro verde e lo agitò davanti alla figlia.

Elena gli sputò contro.

— Il rosso — suggerì un’altra.

Il nastro rosso le sfiorò il ginocchio. Elena lanciò un grido, cadde a quattro zampe sul materasso e morse il cuscino. Poi si rialzò di scatto.

Ada aveva smesso di piangere il primo giorno. Ora stava accanto al letto con una bacinella d’acqua e una pezzuola. Ogni volta che la figlia passava abbastanza vicino, cercava di bagnarle la fronte. Quasi sempre Elena le schiaffeggiava la mano senza guardarla.

— Dove ti ha punta? — chiese Ada.

Lo aveva già domandato cento volte.

Elena si arrestò in cima a un salto. Per un istante rimase sospesa, leggera come se il soffitto l’avesse tirata verso di sé. Quando ricadde, il letto tacque.

Anche i musicanti smisero.

Elena fissò un punto tra la porta e la credenza.

— Non lo so.

Poi si portò una mano alla caviglia sinistra. Sulla pelle non c’erano che due graffi sottili, quasi paralleli.

Dal muro scese l’ombra di un ragno. Attraversò il lenzuolo bianco e sparì sotto il letto.

Sergio si chinò a cercarlo. Non trovò nulla.

— Continuate — ordinò Ada.

Il tamburello riprese. Elena cominciò a dondolare prima ancora che arrivasse il violino.

La parola

Nel pomeriggio la stanza si riempì. C’erano le donne delle case vicine, due contadini richiamati dai campi e il vecchio medico che non era riuscito a trovare né febbre né veleno. Si era seduto in cucina. Da lì ascoltava la musica e ogni tanto scuoteva il capo.

Elena era scesa dal letto.

Strisciava sul lenzuolo con la guancia contro il pavimento. Le dita si chiudevano sui nastri, li tiravano, li annodavano. Quando ne afferrò uno grigio, rimasto per caso tra quelli colorati, lo portò al viso e inspirò.

— Sa di lui — mormorò.

Ada si inginocchiò.

— Di chi?

Elena serrò il nastro nel pugno.

Il violino allungò una nota. Sottile, ostinata. Elena sollevò il bacino, puntò le mani a terra e si mise a girare attorno a se stessa.

— È venuto di notte.

Nessuno parlò. Anche il medico apparve sulla soglia.

— Chi è venuto? — chiese Ada.

— Quello con la giacca chiara.

La madre le prese il viso tra le mani.

— Che cosa ti ha fatto?

Elena si divincolò. Si raggomitolò sotto il letto e da lì rispose con una voce che sembrava appartenere a una bambina.

— Mi voleva prendere.

La parola rimase nella stanza. Prendere.

Le donne si guardarono. Una si chiuse lo scialle sul petto. Un’altra fece il segno della croce. I due uomini abbassarono gli occhi, come se il pavimento fosse diventato improvvisamente interessante.

— Ti ha toccata? — domandò il medico.

Elena non rispose.

— Ti ha fatto male?

Dal buio sotto il letto uscì una risata secca.

— Aveva paura più di me.

La vicina più anziana si chinò verso Ada.

— La giacca chiara la porta Matteo.

Ada non la guardò.

— La portano in tanti.

— Con una toppa scura sul gomito destro?

Elena cominciò a battere il pugno sul pavimento.

— Il gomito — disse. — Il gomito nero.

il nastro e la parola

La voce corse nel paese prima che la musica arrivasse alla strada. Matteo aveva una giacca di tela chiara, rammendata sul gomito destro. La indossava anche d’estate quando andava alla masseria, perché le spine non gli strappassero la camicia. Due sere prima era stato visto vicino alla cisterna. Qualcuno ricordò che Elena era passata di là. Qualcun altro disse di averli sorpresi a guardarsi durante la festa di maggio. Un terzo assicurò che Matteo aveva chiesto di lei.

Ogni ricordo tirava il successivo, come ciliegie legate per il gambo.

— Andate a prenderlo — disse lo zio di Elena.

Il medico gli si mise davanti.

— Andate a chiamarlo. È diverso.

Lo zio lo fissò a lungo. Poi uscì con uno dei contadini.

Elena rotolò fuori dal letto. Aveva il nastro grigio stretto tra i denti. Quando la porta del cortile sbatté, il suo corpo si irrigidì.

Per la prima volta dopo tre giorni, cercò sua madre con gli occhi.

Ada indietreggiò.

Il fiato

Matteo lavorava in un podere lontano. Dissero che ci sarebbe voluta almeno un’ora.

Bruno abbassò il violino. Aveva due dita aperte e lucide di sangue. Dario chiuse il mantice. Il silenzio entrò nella stanza con la stessa violenza con cui era entrata la musica tre giorni prima.

Elena si rannicchiò sul lenzuolo. Le gambe ebbero ancora qualche scatto, poi si fermarono. Ada la coprì senza avvicinarsi troppo.

Dal cortile giunse il cigolio del cancello.

Rosa, la moglie di Bruno, comparve con un canestro al braccio. Dietro di lei camminava Luca, il loro figlio. Aveva dodici anni e portava una brocca che gli sbatteva contro il ginocchio. Si fermò sulla soglia della stanza, vide Elena per terra e diventò pallido.

— Non guardare — disse Rosa.

Il ragazzo obbedì, ma soltanto con il viso. Gli occhi tornarono indietro da soli.

In cucina, Rosa tagliò il pane. Aveva portato pomodori, formaggio, olive e una camicia pulita per il marito. Bruno immerse le mani in una scodella. L’acqua si colorò di rosa.

— Torni stasera? — gli chiese lei.

Bruno osservò la porta della camera. Anche a riposo, l’archetto gli tremava tra le dita.

— Non lo so.

— Domani devi suonare al matrimonio.

— Lo so.

— E allora?

Bruno si asciugò le mani sulla camicia sporca.

— Una così non l’ho mai vista.

Dario smise di masticare. Sergio aveva il pane a metà strada tra il piatto e la bocca.

— Neppure io — disse Dario. — Di solito la musica la trova. Prima o dopo trova il punto e quella si lascia portare. Questa invece cambia appena cambiamo noi.

— È come se ci ascoltasse da un’altra stanza — aggiunse Sergio.

Rosa guardò i tre uomini.

— Quanto ancora?

Bruno aprì le mani.

— Finché cade. Finché parla. Finché la lascia.

— Chi?

Nessuno rispose.

il riposo dei musicanti

Luca si era avvicinato al violino. Sfiorò una corda e la stanza restituì una nota bassa.

Dal pavimento della camera Elena rispose con un gemito.

Il ragazzo ritrasse il dito.

— Papà, è vero che il ragno sceglie la sua musica?

Bruno guardò la moglie, poi il figlio.

— Qualche volta è la persona che sceglie il ragno.

Ada era rimasta in piedi nell’angolo della cucina. Alla frase del musicante, lasciò cadere il bicchiere. Non si ruppe. Rotolò fino alla soglia, descrisse un cerchio e si fermò davanti a Elena.

La ragazza aprì gli occhi.

— Sta tornando — disse.

In strada abbaiò un cane.

I musicanti posarono il pane e ripresero gli strumenti.

La giacca

Matteo entrò senza giacca.

Aveva la camicia sporca di terra e un graffio fresco sul collo. Lo zio lo seguiva con una mano serrata attorno al suo braccio, ma Matteo non cercava di liberarsi.

Quando vide Elena distesa sul lenzuolo, si fermò.

— Che cosa le avete fatto?

Lo zio lo spinse verso il letto.

— Dovresti dircelo tu.

Gli raccontarono della notte, della giacca chiara, della toppa scura. Gli dissero che Elena aveva parlato di un uomo venuto a prenderla. Nessuno pronunciò la parola che tutti avevano pensato.

Matteo ascoltò con la bocca aperta. Poi guardò Ada.

— Io non sono stato.

— Dove avevi la giacca? — chiese il medico.

— Qui.

Matteo indicò Ada.

Ogni volto si girò verso di lei.

— Gliel’ho portata da rammendare quattro giorni fa. La signora Ada cuce meglio di mia sorella.

Ada si chinò sulla bacinella, come se dovesse cercarvi qualcosa.

— È vero — disse.

— E dov’è adesso? — domandò lo zio.

— Nell’altra stanza.

La recuperarono. Era piegata sopra una cassapanca. Chiara, quasi bianca sulle spalle, con la toppa nera al gomito destro.

Matteo la prese e la strinse al petto.

Elena cacciò un urlo.

Si levò dal pavimento con un solo movimento e gli si gettò addosso. Lo colpì sul petto, sulle braccia, sul viso. Matteo rimase immobile. Non alzò le mani neppure per difendersi.

— Io non c’ero — ripeteva. — Elena, non c’ero. Mi dispiace, ma non c’ero.

Lei gli afferrò la giacca e vi affondò il volto. Inspirò. Tutto il suo corpo fu attraversato da un brivido.

Poi lo spinse lontano.

— Non ha lo stesso odore.

Il tamburello mancò un colpo.

— Che odore aveva? — chiese il medico.

Elena annaspò. Guardava la giacca, ma sembrava vedere una notte lontana.

— Sapone. Rosmarino. Fumo del camino.

Matteo scosse il capo.

— Io dormo alla masseria. Non ho un camino.

Ada si portò una mano alla gola.

Matteo fece un passo verso Elena. Lei arretrò, ma non per paura. Le dita cercarono il bordo del lenzuolo. Le guance le si accesero.

— Perché eri vicino alla cisterna? — domandò lo zio.

Matteo abbassò gli occhi.

— Aspettavo lei.

— Per farle che cosa?

— Per parlarle.

— E le hai parlato?

— No.

— Perché?

Matteo guardò Elena. Lei teneva ancora in mano una manica della sua giacca.

— Perché sono rimasto dietro il muro finché non se n’è andata.

Qualcuno rise. Non era una risata cattiva, ma Matteo diventò rosso fino alle orecchie.

— Sono tre mesi che fai così — disse Ada.

La frase le era uscita troppo in fretta.

Matteo la fissò.

— Come lo sapete?

Nella stanza, i nastri si sollevarono tutti insieme. Le imposte erano chiuse. Non c’era vento.

matteo davanti al letto

Elena lasciò la giacca. Si voltò verso la madre.

— La voce non era la sua — disse.

Ada fece un passo indietro.

— Eri confusa.

— Cercava di farla grossa. Ma sotto tremava.

— Stai delirando.

— Come tremi tu adesso.

Il violino tacque. L’organetto esalò l’ultimo fiato. Sergio posò una mano sulla pelle del tamburello.

Elena avanzò verso sua madre.

— Fammi vedere le mani.

Ada le nascose nel grembiule.

La madre

Fu Luca a raccogliere il piccolo oggetto caduto accanto ai piedi di Ada.

— È vostro? — chiese.

Sul palmo del ragazzo brillava un ditale d’argento.

Elena lo riconobbe. Sua madre lo portava sempre, anche quando non cuciva. Diceva che un ago decide da solo dove entrare e che una donna prudente deve avere la pelle di metallo.

Elena prese il ditale.

Nella sua memoria la notte si aprì.

Era uscita nel cortile perché non riusciva a dormire. La luna tagliava in due il fico e faceva bianca la cisterna. Accanto al muro c’era una figura con la giacca di Matteo e il berretto calato sulla fronte.

La figura non l’aveva toccata. Non si era neppure avvicinata.

Aveva aperto le braccia.

— Se mi vuoi, vieni — aveva detto con una voce bassa e malferma.

Elena aveva sentito il sangue batterle nelle tempie. Aveva desiderato attraversare il cortile. Aveva desiderato fuggire. Le due volontà si erano scontrate dentro di lei e, per un istante, nessuna delle due aveva saputo muoverle le gambe.

Poi un riflesso era scivolato dalla manica della figura. Un lampo piccolo e rotondo: il ditale.

Elena era corsa verso la porta. Una spina le aveva graffiato la caviglia. Nel letto aveva continuato a sentire quella punta, sempre più profonda, finché all’alba il tamburo aveva cominciato a suonare senza che nessuno lo toccasse.

— Eri tu — disse.

Ada si sedette.

Sembrò invecchiare nel tempo di un respiro.

— Non ti ho messo le mani addosso.

— Eri tu.

— Sono rimasta vicino al fico. Tu sei scappata prima che potessi spiegare.

— Perché avevi la sua giacca?

Ada guardò Matteo.

— Perché lui viene da me da mesi. Mi porta una camicia da cucire, un bottone da attaccare, una tasca che non ha niente. Poi si siede in cucina e mi chiede come stai. Se mangi. Se dormi. Se andrai alla festa. Una volta ha portato un pantalone senza nemmeno uno strappo.

Matteo si coprì il viso con una mano.

— Non dovevate dirlo.

— Tu non dicevi niente. Lei non diceva niente. Vi guardavate e lasciavate passare i giorni. Allora ho pensato che se Elena ti avesse visto venire di notte, avrebbe finalmente capito.

Elena strinse il ditale.

— Che cosa avrei dovuto capire?

— Se volevi seguirlo oppure no.

— Ma non era lui.

— No.

— Mi hai ingannata.

Ada chinò il capo.

— Sì.

Lo zio mosse un passo, ma il medico lo trattenne. Nessuno aveva più bisogno della sua rabbia.

Elena guardò sua madre a lungo. Il suo petto si alzava ancora al ritmo di una musica ormai finita.

— Quando ho detto che mi voleva prendere — sussurrò — voi che cosa avete capito?

Le donne abbassarono gli occhi.

— Io dicevo portare via — continuò Elena. — Dicevo scegliere. Dicevo tutte le cose che non sapevo dire.

Matteo si avvicinò. Questa volta non rimase dietro un muro.

— Io non voglio prenderti — disse. — Voglio chiederti se posso camminare accanto a te. Anche se dici di no. Anche se tua madre non mi rammenda più niente.

Elena lo osservò. Poi guardò Ada.

— La risposta spettava a me anche prima.

— Lo so — disse la madre.

Era la prima cosa giusta che diceva da tre giorni.

il ditale della madre

Elena aprì la mano. Il ditale cadde sul pavimento e rotolò verso il letto. Sotto la rete apparve un piccolo ragno scuro. Salì sull’argento, vi rimase dentro come in una coppa e poi scomparve.

Nessuno cercò di schiacciarlo.

Bruno alzò il violino.

— Ancora? — domandò Dario.

Elena scosse il capo. Poi guardò Matteo.

— Una sola.

Sergio batté piano sul tamburello. Non era più il ritmo affannoso dei giorni precedenti. Era una pizzica leggera, quasi timida. Bruno la seguì. Dario aprì il mantice.

Elena tese una mano a Matteo.

Lui la prese soltanto quando lei chiuse le dita.

Ballarono sul lenzuolo disfatto. All’inizio senza guardarsi. Poi Elena alzò il volto. Matteo sorrise. Lei non sorrise ancora, ma gli si avvicinò di un passo.

Ada rimase seduta contro il muro. Aveva le mani nude sulle ginocchia.

Fuori, il sole cominciava a scendere. Le galline tornarono sotto il fico. Rosa chiamò Luca e gli mise in mano la brocca vuota. I musicanti suonarono fino alla fine dell’aria, poi posarono gli strumenti.

Quella sera tornarono a casa.

Sulla caviglia di Elena, i due graffi erano spariti. Rimaneva un punto rosso, piccolo come la puntura di un ago.


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Una risposta a “La puntura”

  1. Avatar cfleone73

    Molto bello! Aspetto il prossimo!

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