storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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La città senza ombre

La città senza ombre

Quando il morto aprì gli occhi, Elyra lasciò cadere l’ago d’argento.

Il corpo giaceva sul tavolo di pietra della Biblioteca del Grande Crepuscolo. Era un vecchio, avvolto in un lenzuolo color cenere. Lo avevano portato all’alba. La famiglia aspettava al piano superiore che la sua ombra venisse separata, catalogata e custodita.

I morti non aprivano gli occhi durante il rito.

Quello lo fece.

«Dov’è?» sussurrò.

Elyra arretrò. La fiamma della lampada tremò nella sua mano.

«Che cosa cercate?»

Le pupille del vecchio erano già velate. Si mossero verso di lei senza vederla.

«La bambina nel grano.»

Poi gli occhi si richiusero.

Elyra rimase immobile. Sotto il tavolo non c’era nulla.

Ogni uomo e ogni donna di Veyra riceveva un’ombra alla nascita. Le levatrici spegnevano tutte le luci e lasciavano accesa una sola candela. Quando il neonato piangeva, l’ombra compariva sulla parete. Piccola. Incerta. Legata ai piedi da un filo che nessuno poteva toccare.

Da quel momento custodiva ciò che la mente non riusciva a portare da sola. Il primo dolore. La prima vergogna. I volti perduti. Le promesse infrante. Tutto scendeva nell’ombra e lì restava, senza sparire.

Alla morte, i raccoglitori la conducevano alla Biblioteca del Grande Crepuscolo. I restauratori la distendevano su una pagina di vetro nero. Ricucivano gli strappi. Le restituivano i contorni. Poi la chiudevano in uno degli scaffali sotterranei, accanto alle ombre degli antenati.

La città ricordava grazie a loro.

Elyra si chinò. Passò la lampada da un lato all’altro del tavolo. Il corpo avrebbe dovuto proiettare una sagoma lunga e sottile.

La pietra rimase nuda.

Vaelor arrivò quando lei fece suonare la campana d’allarme. Portava ancora il mantello da notte sopra la veste dei custodi. I capelli bianchi gli cadevano sugli occhi.

«Hai controllato le caviglie?» chiese.

«Tre volte.»

Vaelor sollevò il lenzuolo. Sul tallone sinistro del morto c’era il segno circolare del filo reciso.

Non disse nulla.

«Qualcuno gli ha preso l’ombra prima di noi», disse Elyra.

«Forse l’ha perduta molti anni fa.»

«Un uomo senza ombra non arriva alla vecchiaia.»

Vaelor abbassò il lenzuolo. «Non dovrebbe.»

Dal piano superiore giunse il pianto della figlia del morto. Era un pianto breve, quasi educato. Poi la donna cominciò a ridere con qualcuno.

Elyra guardò il soffitto.

«La bambina nel grano», disse. «Sapete chi era?»

Vaelor prese l’ago caduto e lo posò sul vassoio. «Non fare domande ai morti. Hanno già dato tutte le risposte che potevano.»

Uscì dalla sala.

Elyra rimase accanto al tavolo. La sua ombra si allungava dietro di lei, sottile nella luce della lampada.

Quando si voltò, la vide ritirare una mano.

Lei non aveva mosso la propria.

restauratrice biblioteca ombre

Nei sette giorni successivi arrivarono altri nove morti senza ombra.

Un mugnaio. Due sorelle morte nella stessa notte. Un soldato con una cicatrice sul viso. Una bambina che sembrava dormire. Nessuno portava il filo alle caviglie. Nessuna sagoma seguiva i loro corpi.

Elyra cercò i loro nomi nei registri.

Le pagine erano bianche.

Non cancellate. Bianche. Come se i nove non fossero mai nati.

Scese nei depositi più antichi. Contò gli scaffali. Ogni nona lastra di vetro era vuota. Là dove avrebbe dovuto riposare un’ombra, restava soltanto una macchia tiepida.

Vaelor la trovò all’alba, seduta sul pavimento con i registri aperti intorno.

«Quante?» domandò.

«Trecentododici.»

Il vecchio custode chiuse gli occhi.

«Lo sapevate.»

«Sapevo che alcune si erano assottigliate.»

«Sono state rubate.»

«Le ombre non possono lasciare la Biblioteca.»

Elyra indicò gli scaffali. «Allora sono ancora qui?»

Vaelor non rispose.

Dal cortile arrivò uno squillo di tromba. Non era la chiamata dei raccoglitori. Era una melodia più antica.

Elyra salì di corsa.

Le strade erano piene. Bandiere bianche pendevano dalle finestre. Portavano il segno di una torre aperta da una crepa. Un uomo distribuiva nastri ai bambini. Una donna aveva portato fuori un tavolo e versava vino a chiunque passasse.

«Che cosa festeggiate?» chiese Elyra.

La donna sollevò il bicchiere. «Il ritorno di Savael.»

Elyra sentì il nome nello stomaco.

«Savael è morto.»

«Sciocchezze. È stato esiliato.»

«Ha fatto incendiare il quartiere delle fornaci.»

Il sorriso della donna si spense per un istante. «L’incendio fu un incidente.»

«Mio padre è morto là.»

La donna le riempì un bicchiere. «Allora oggi devi bere più degli altri.»

Elyra lasciò il vino sul tavolo.

Attraversò la piazza. Ogni passo le mostrava qualcosa di sbagliato. Il monumento ai caduti era coperto di fiori bianchi, gli stessi che un tempo indicavano le case dei traditori. I soldati avevano lucidato vecchie fibbie con la torre spezzata. Le persone ridevano, si abbracciavano, ballavano.

Eppure, sotto i loro piedi, non c’erano ombre.

Il sole di mezzogiorno batteva sui tetti. Gli alberi disegnavano rami netti sul selciato. Le tende dei mercanti gettavano rettangoli scuri. Soltanto gli uomini e le donne camminavano nella luce come figure ritagliate.

Elyra fermò un panettiere che conosceva da bambina.

«Dov’è Lyris?»

L’uomo aggrottò la fronte.

«Tua figlia», disse Elyra. «Lyris.»

Il panettiere si guardò le mani infarinate. Su un dito portava ancora un anello di rame con inciso quel nome.

«Non ho figli.»

Lyris era morta nelle prigioni di Savael a diciassette anni.

Elyra lo lasciò in mezzo alla strada. Dietro di lei la sua ombra esitò, come se volesse restare con lui.

La sera, il Consiglio annunciò che Savael sarebbe entrato in città entro tre giorni. Avrebbe parlato dalla terrazza del Palazzo delle Acque. Le campane suonarono fino a notte.

Vaelor chiuse tutte le porte della Biblioteca.

«Non possiamo fermarlo», disse.

Elyra posò sul tavolo le lastre vuote.

«Possiamo trovare ciò che ci è stato tolto.»

«Non sai dove cercare.»

Lei sollevò una delle lastre verso la fiamma. Sulla superficie apparve un’impronta nera. Cinque dita sottili. Della stessa misura delle sue.

«Qualcuno è passato da qui», disse. «E la mia ombra sa chi è.»

Alle sue spalle, la sagoma sul muro si fece più piccola.

abitanti senza ombre

Vaelor la condusse sotto il deposito più antico.

Spostò una lastra che portava il nome del primo re di Veyra. Dietro c’era una porta tanto bassa che dovettero inginocchiarsi per attraversarla.

Una scala scendeva nel buio.

«La Biblioteca non fu costruita per custodire le ombre», disse Vaelor. «Fu costruita sopra il luogo in cui andavano da sole.»

Accese una lanterna. La luce mostrò pareti coperte di graffi.

«Perché impedirglielo?»

«Perché insieme diventano affamate.»

«Di cosa?»

«Di essere ricordate.»

Scesero.

La scala sembrava non finire. A ogni svolta l’aria diventava più fredda. Elyra sentiva bisbigli dietro le pietre. Non erano parole. Erano respiri trattenuti, singhiozzi inghiottiti, nomi pronunciati nel sonno.

Dopo molto tempo arrivarono davanti a un arco di ferro. Non aveva serratura. Al centro era incastonata una coppa.

Vaelor appoggiò due dita sul bordo.

«Il varco si apre soltanto davanti a un ricordo che fa ancora male.»

Chiuse gli occhi.

Nella coppa cadde una goccia scura. Per un momento Elyra vide il riflesso di un giovane riverso sulla neve. Vaelor gli teneva la testa tra le mani. Il giovane cercava di parlare, ma dalla bocca usciva sangue.

L’arco restò chiuso.

Vaelor si accasciò.

«Non ricordo chi fosse», disse. Toccò la goccia. «So che l’ho amato. Non so più come.»

Elyra gli prese il braccio.

«Tornate indietro.»

«Non posso lasciarti.»

«Sì che potete. Tra poco dimenticherete anche perché siete venuto.»

Vaelor la fissò. La paura gli passò sul viso e sparì subito, come una parola cancellata.

Elyra si voltò verso la coppa.

Cercò suo padre. Trovò una stanza piena di fumo, ma nessun volto. Cercò sua madre. Le venne incontro l’odore del sapone e poi svanì. Cercò il giorno in cui aveva scelto di diventare restauratrice. Vide soltanto un ago d’argento tra le dita.

I ricordi erano già vuoti.

La sua ombra si mosse sul pavimento. Allungò un braccio verso la coppa.

Elyra lo ritrasse.

«No.»

L’ombra insistette.

Lei appoggiò la mano sul ferro. Le tornò alla mente una porta rossa. Qualcuno bussava dall’altra parte. Tre colpi. Una pausa. Altri due.

Il cuore cominciò a correrle nel petto.

Vide la propria mano di bambina sollevare il chiavistello.

Subito dopo il ricordo si spezzava.

Una goccia nera le scivolò dal dito nella coppa.

L’arco si aprì con un gemito.

Dietro non c’era una grotta.

C’era una città.

Torri capovolte scendevano da una volta senza stelle. Ponti sottili univano tetti immersi in una luce color tè. Migliaia di finestre si aprivano e si chiudevano come palpebre. Nelle strade, figure nere camminavano senza corpo.

Elyra fece un passo oltre il varco.

Vaelor le afferrò il mantello.

«Se un’ombra ti offre un ricordo, non guardarlo.»

«Sono venuta per questo.»

«No. Sei venuta per riportarle indietro.»

Elyra sciolse il fermaglio del mantello. Lo lasciò nelle mani del vecchio e attraversò l’arco.

La porta si chiuse tra loro.

discesa citta delle ombre

Le ombre la notarono subito.

Si staccarono dai muri. Scesero dai balconi. Emersero dalle fessure del selciato. Non avevano occhi, ma tutte si voltarono verso di lei.

Elyra sollevò la lanterna.

«Cerco le ombre di Veyra.»

Un bambino nero le passò accanto correndo. Quando la sfiorò, Elyra vide una donna chiudergli una porta in faccia. Sentì il gelo sotto i piedi nudi. La visione durò un respiro.

Un soldato senza volto le toccò il polso. Elyra si ritrovò su un campo coperto di corpi. Nelle sue mani c’era una spada. Chiese perdono a qualcuno che non poteva più sentirla.

Si liberò e corse.

Le ombre la seguirono. Ognuna voleva consegnarle qualcosa. Una febbre. Un abbandono. Una parola detta troppo tardi. Le memorie le entravano nella pelle come aghi.

Elyra arrivò a una piazza rotonda. Al centro sorgeva un albero bianco. Dai rami pendevano centinaia di sagome ripiegate, legate con fili d’argento.

Le ombre rubate.

Salì sul bordo della fontana asciutta. Tagliò il primo filo con l’ago da restauratrice.

La sagoma cadde e si distese ai suoi piedi. Mostrò il profilo di una bambina tra alte spighe di grano. Un uomo la sollevava verso il sole. Lei rideva.

Era il ricordo cercato dal vecchio morto.

Elyra tagliò un secondo filo. Poi un terzo.

«Non farlo.»

La voce venne dall’altra parte dell’albero.

Una figura uscì lentamente dalla luce seppia. Aveva la forma di una giovane donna. I suoi capelli si muovevano senza vento. Il viso era liscio, incompleto, ma la linea del mento e la curva delle spalle erano quelle di Elyra.

Elyra abbassò l’ago.

La figura fece lo stesso gesto.

«Sei tu che le hai rubate.»

«Le ho liberate.»

«Le hai incatenate.»

«Per impedire che tornassero nei loro carcerieri.»

Intorno a loro, le ombre si fermarono.

Elyra guardò a terra.

La lanterna proiettava l’albero, la fontana, i fili d’argento. Non proiettava lei.

La figura allungò una mano.

«Finalmente te ne accorgi.»

Elyra indietreggiò. Il tallone urtò la fontana.

«Quando ti sei staccata?»

«Non mi sono staccata. Mi hai lasciata andare.»

«Non è vero.»

La figura inclinò la testa. «La porta rossa.»

Tre colpi. Una pausa. Due colpi.

La piazza scomparve.

Elyra aveva di nuovo otto anni. Era rannicchiata sotto un tavolo. Sua madre le premeva un dito sulle labbra. Nella cantina respiravano dodici persone. Suo padre teneva una lama, ma la mano gli tremava.

Qualcuno bussò alla porta rossa.

Tre colpi. Una pausa. Due colpi.

Il segnale degli amici.

Elyra corse ad aprire prima che la madre potesse fermarla.

Fuori c’era Savael.

Non era vecchio come nei ritratti che ora pendevano in città. Portava un’armatura bianca e sorrideva. Dietro di lui aspettavano i soldati.

«Brava», disse alla bambina. «Hai ricordato bene.»

Elyra vide suo padre lanciarsi verso la porta. Vide la lancia entrare sotto le sue costole. Vide sua madre spingerla dentro una credenza e chiudere le ante.

Poi urla. Passi. Il rumore del legno che bruciava.

La bambina restò in silenzio mentre tutti morivano.

Quando le ante si riaprirono, Savael era inginocchiato davanti a lei.

«Se qualcuno ti chiederà che cosa è successo, dirai che tuo padre ha rovesciato una lampada.»

Elyra smise di respirare.

«Dillo.»

«Mio padre ha rovesciato una lampada.»

Savael le accarezzò i capelli.

La piazza tornò intorno a lei.

Elyra era in ginocchio. Le mani premute sulle orecchie. L’ombra con il suo volto la osservava.

«Ti ho salvata», disse la figura. «Ho portato quel giorno al posto tuo.»

«Perché rubare anche le altre?»

«Perché stavano per svegliarti. Ogni ombra ricordata chiamava la tua. Ogni delitto di Savael conduceva a quella porta.»

Elyra alzò il viso. «Hai cancellato una città per proteggermi.»

«Ora ridono.»

«Non sanno perché portano le cicatrici.»

«Le cicatrici non fanno male, se non hanno un nome.»

Un tremito percorse i fili d’argento. Le sagome appese si contorsero. Nella luce dell’albero apparve la piazza di Veyra. Operai montavano un palco sotto il Palazzo delle Acque. I soldati innalzavano la torre spezzata.

«Domani Savael entrerà in città», disse Elyra.

«Domani nessuno avrà paura.»

«È questo che vuole.»

La figura le si avvicinò. Il volto diventò più nitido. Era il suo, ma più stanco.

«Resta qui. Non dovrai più vedere la porta. Non dovrai più sentire tuo padre cadere.»

Elyra chiuse gli occhi.

Per un momento desiderò soltanto quello.

incontro con la propria ombra

Quando riaprì gli occhi, vide una piccola ombra accovacciata ai piedi dell’albero.

Era la bambina morta arrivata in Biblioteca tre giorni prima. Stringeva tra le braccia un cavallo di legno. Qualcuno glielo strappava dalle mani. Un uomo con la torre spezzata sul petto la trascinava via.

Elyra riconobbe il cortile delle vecchie prigioni.

«Lei non ride», disse.

La sua ombra seguì lo sguardo. «Non sente più nulla.»

«Non è la stessa cosa.»

La figura tese ancora la mano. «Se torni con me, sentirai tutto.»

«Lo so.»

«Crederai di avere ucciso tuo padre.»

«Avevo otto anni.»

«Questo non impedirà al ricordo di accusarti.»

Elyra raccolse l’ago d’argento.

«Allora dovrò rispondergli ogni volta.»

La figura si ritrasse.

Elyra le afferrò il polso.

Il freddo le attraversò il braccio. La città sotterranea si piegò su se stessa. Ogni finestra si aprì. Migliaia di ricordi gridarono insieme.

L’ombra cercò di liberarsi.

«Lasciami.»

«No.»

«Ti spezzerò.»

«Sei già la parte spezzata.»

Elyra la tirò verso di sé.

La figura entrò nel suo corpo senza rumore.

Il dolore arrivò dopo.

Elyra cadde sul selciato. Rivide la porta. Suo padre. La mano di Savael tra i capelli. Rivide anche ciò che la sua ombra aveva custodito lontano da lei: sua madre che, prima di spingerla nella credenza, le aveva baciato la fronte.

«Non è colpa tua», le aveva detto.

Quelle parole erano rimaste sepolte insieme al resto.

Elyra pianse finché non riuscì più a distinguere le proprie lacrime da quelle degli altri.

Quando si rialzò, aveva di nuovo un’ombra ai piedi.

Non la seguiva perfettamente. Tremava. Ogni tanto esitava. Ma era sua.

Elyra salì sull’albero bianco.

Tagliò i fili uno dopo l’altro.

Le ombre liberate riempirono la piazza. Si arrampicarono sulle torri. Attraversarono le finestre. La città sotterranea si fece buia man mano che se ne andavano.

L’ultima sagoma rimase appesa al ramo più alto.

Era alta e larga. Portava sul petto una torre spezzata.

Elyra la sfiorò.

Vide Savael davanti a uno specchio. Era giovane. Con un coltello tagliava il filo alla propria caviglia. La sua ombra si dibatteva sul pavimento, ma due uomini la inchiodavano a una lastra.

«Un sovrano non deve essere perseguitato dai rimorsi», diceva.

Elyra strappò il filo.

L’ombra di Savael non corse verso l’alto.

Rimase accanto a lei.

La seguì fino al varco.

Quando Elyra riemerse, a Veyra era mattina.

Vaelor sedeva davanti all’arco. Teneva ancora il suo mantello. Appena la vide, la chiamò per nome. Poi portò una mano alla bocca.

«Mi sono ricordato», disse.

Elyra lo aiutò ad alzarsi.

Non ci fu tempo per altro.

Dal soffitto arrivò un boato. Le ombre stavano tornando.

Attraversarono la Biblioteca come una piena nera. Scivolarono sugli scaffali, salirono le scale, uscirono dalle finestre. Ogni sagoma cercava il corpo a cui apparteneva.

Elyra e Vaelor corsero verso la piazza.

Savael era già sul palco.

I capelli gli erano diventati bianchi durante l’esilio, ma il sorriso era lo stesso. Portava un mantello candido. Dietro di lui, la torre spezzata copriva la facciata del palazzo.

«Veyra non ha bisogno del peso del passato», diceva. «Veyra merita di essere felice.»

La folla applaudì.

Poi la prima ombra arrivò.

Entrò nei piedi del panettiere. L’uomo lasciò cadere il cesto che aveva in mano. Le pagnotte rotolarono sul selciato.

«Lyris», disse.

Cadde in ginocchio.

Altre sagome attraversarono la piazza. Una donna si portò le mani al ventre. Un soldato strappò la fibbia bianca dalla propria uniforme. Un vecchio guardò Savael e mostrò una cicatrice sulla lingua.

Le grida si alzarono una dopo l’altra.

Non erano tutte grida di rabbia. C’erano nomi. C’erano scuse. C’erano persone che si cercavano tra la folla e altre che non potevano più essere trovate.

Savael arretrò.

«È un inganno!» gridò. «La Biblioteca vi avvelena!»

Ordinò ai soldati di chiudere la piazza.

Nessuno si mosse.

Elyra salì sul palco.

Savael la riconobbe. Per un istante tornò l’uomo inginocchiato davanti alla credenza.

«Tu sei morta nell’incendio», disse.

Elyra sentì la propria ombra tendersi dietro di lei.

«Mio padre ha rovesciato una lampada», rispose.

Il sorriso di Savael ricomparve. «Brava.»

«È la menzogna che mi hai insegnato.»

La folla tacque.

Elyra raccontò della porta rossa. Dei soldati. Della cantina. Disse i nomi che ricordava. Quando la voce le si spezzò, Vaelor salì sul primo gradino del palco. Non la toccò. Rimase lì.

Era abbastanza.

Savael estrasse una lama dal mantello.

La sua ombra arrivò prima che potesse usarla.

Salì sul palco come fumo controvento. Gli avvolse le caviglie. Savael colpì il vuoto. La sagoma gli prese il braccio e glielo piegò dietro la schiena, nello stesso modo in cui i suoi soldati avevano immobilizzato i prigionieri.

Lui urlò.

«Toglietemela!»

Nessuno avanzò.

Savael guardò ai propri piedi. Per la prima volta dopo molti anni, vide tutto ciò che aveva fatto.

Il coltello cadde.

ritorno delle ombre

La Biblioteca rimase chiusa per quaranta giorni.

Non per nascondere le ombre. Per cambiare le porte.

Quando riaprì, gli scaffali non avevano più serrature. Chiunque poteva chiedere di sedersi davanti alla lastra di un antenato. Un restauratore restava accanto a lui, perché certi ricordi erano troppo pesanti per essere sollevati da soli.

Vaelor tornò ogni mattina all’ombra del giovane morto sulla neve. Non disse mai a Elyra chi fosse. Un giorno, però, arrivò con due tazze invece di una.

Il panettiere cominciò a cuocere ogni anno un pane piccolo, dolce, con una L incisa nella crosta.

Le bandiere bianche sparirono dalle finestre. Al loro posto comparvero fili di molti colori. Ogni filo portava il nome di qualcuno che la città aveva quasi dimenticato.

Savael fu rinchiuso nella torre che aveva usato come prigione. La sua ombra restò con lui. Le guardie raccontavano che di notte l’uomo implorava di avere una stanza senza luce.

Elyra continuò a restaurare le ombre.

La sua non tornò mai docile. A volte indicava una strada diversa. A volte si fermava davanti a una porta mentre lei continuava a camminare. Elyra aveva imparato ad aspettarla.

Una sera, una levatrice arrivò con un neonato avvolto in una coperta scura. La madre era morta durante il parto e non c’erano parenti. Bisognava chiamare l’ombra del bambino e registrare il suo primo legame.

Elyra spense tutte le lampade tranne una.

Il neonato pianse.

Sulla parete comparve una sagoma minuscola. All’inizio tremò. Poi sollevò le braccia verso la luce.

Elyra prese l’ago d’argento e controllò il filo alla caviglia. Era sottile, ma saldo.

Il bambino le strinse un dito.

Dietro di lei, la sua ombra fece lo stesso.

Elyra sorrise.

«Non devi portare tutto da solo», disse.

Fuori, Veyra accendeva le luci della sera. Le ombre si allungavano nelle strade. Si toccavano. Si sovrapponevano. Nessuna era uguale a un’altra.

Nessuna veniva più chiusa fuori.


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