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«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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8) La Giustizia pesò una lacrima

8) La Giustizia pesò una lacrima

«Un giudice deve conoscere il limite della propria luce.»

Oren pronunciava le sentenze con una spada nella mano destra e una bilancia nella sinistra.

Non portava benda. Diceva che la giustizia doveva guardare.

Sul banco delle prove era custodita una chiave d’ottone legata a un filo rosso. Proveniva dal processo di un auriga. Nessuna serratura del tribunale le corrispondeva.

Selene entrò nell’aula a mezzanotte.

Era accusata di avere annegato il custode delle chiuse. Tre persone l’avevano vista sul fiume. Due giuravano che indossasse una veste bianca. La terza una veste nera.

«Quale portavi?» chiese Oren.

«Entrambe.»

«È impossibile.»

«Non quando la luna è piena.»

Oren posò una pietra su un piatto della bilancia. «Qui non giudichiamo i sogni.»

Selene pianse una sola lacrima. Cadde sull’altro piatto.

La bilancia rimase in equilibrio.

giustizia davanti alla donna lunare

Oren interrogò Selene per sette notti.

Ogni versione era diversa. Nella prima aveva tentato di salvare il custode. Nella seconda lo aveva spinto. Nella terza non era mai stata al fiume.

Eppure ogni racconto conteneva un dettaglio vero.

«Stai mentendo», disse.

«Sto ricordando da luoghi diversi.»

Selene gli spiegò che il custode vendeva l’acqua ai villaggi ricchi. Quella notte aveva aperto le chiuse per impedire una piena. Lei lo aveva aiutato. Quando il meccanismo si era spezzato, l’uomo era caduto.

«Mi ha chiesto di lasciarlo andare per salvare il villaggio», disse. «In un ricordo gli ho obbedito. In un altro l’ho trattenuto.»

Oren non poteva condannare una possibilità. Non poteva nemmeno assolverla per una storia che cambiava.

Provò la chiave sulla porta dell’archivio dei ricordi. La serratura si aprì.

Dentro, ogni testimonianza assumeva una forma. Le versioni di Selene galleggiavano come lune nell’acqua.

Oren entrò con lei.

giustizia interroga selene

Videro il custode aggrappato alla leva.

Selene lo teneva per un polso. Sotto, l’acqua saliva verso le case. Lui le gridava di lasciarlo. Lei esitava.

Non esisteva un momento in cui lo spingeva.

Esistevano molti momenti in cui avrebbe potuto salvarlo sacrificando il villaggio.

Selene aprì le dita.

Oren uscì dal ricordo con la spada abbassata.

«Hai scelto di lasciarlo morire.»

«Sì.»

«Non lo hai ucciso.»

«La differenza non mi restituisce il sonno.»

Oren la assolse dall’omicidio. La condannò a testimoniare contro coloro che avevano manomesso le chiuse e a lavorare per ricostruirle.

«È una sentenza giusta?» domandò Selene.

Oren guardò la lacrima ancora sulla bilancia.

«È la più proporzionata che riesco a pronunciare.»

giustizia nellarchivio dei ricordi

Selene restò in città.

Di giorno progettava canali. Di notte parlava con Oren. Lui le insegnava a distinguere un fatto da un timore. Lei gli mostrava che due emozioni contrarie potevano essere vere nello stesso momento.

Non si promisero nulla. Ogni mese, quando la luna cambiava, sceglievano se incontrarsi ancora.

Oren mandò la chiave e la trascrizione del processo a un uomo che viveva sulla montagna. Si chiamava Oris e custodiva una lanterna accesa anche sotto il sole.

«Perché a lui?» chiese Selene.

«Perché un giudice deve conoscere il limite della propria luce.»

Il corriere salì verso la neve.

Oren rimase nell’aula vuota. Posò la spada e la bilancia sullo stesso tavolo.

La lacrima di Selene era evaporata.

Sul piatto restava un piccolo cerchio di sale.

Oren non tentò di pesarlo.

Lo lasciò lì, come memoria di tutto ciò che una sentenza può riconoscere senza riuscire a contenere.


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