storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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10) La Ruota di fortuna tornò alla stessa locanda

10) La Ruota di fortuna tornò alla stessa locanda

«La ruota gira perché tu continui a chiederle di portarti in alto.»

Ravel vinse la locanda a mezzanotte.

Con un doppio sei prese il denaro. Con un quattro e un tre il cavallo dell’oste. Con l’ultimo tiro ottenne la stanza in cima alle scale.

Sul soffitto era dipinta una grande ruota. Quattro creature alate leggevano libri negli angoli. Da un lato un uomo saliva. Dall’altro cadeva.

Appesa a un chiodo c’era una chiave d’ottone col filo rosso.

Ravel la infilò in tasca.

Sul letto sedeva una donna che leggeva.

«Questa stanza è mia», disse lui.

«Lo era anche ieri.»

Si chiamava Ysara. Portava una veste blu e parlava senza alzare gli occhi dal libro.

Ravel si addormentò.

Al risveglio era di nuovo seduto al tavolo da gioco. Non aveva denaro, cavallo o stanza.

L’oste agitò i dadi.

«Vuoi tentare la fortuna?»

ruota di fortuna nella locanda

Ravel rivisse la notte.

La seconda volta vinse prima. La terza perse tutto. La quarta rubò i dadi. La quinta uscì dalla locanda, ma la strada lo riportò alla stessa porta.

Ysara lo aspettava ogni volta nella stanza.

«Tu ricordi?» domandò.

«Leggo.»

Il suo libro raccontava ciò che accadeva durante ogni giro. Le pagine aumentavano. Ravel cercò la fine. Non c’era.

«Come si ferma?»

«La ruota gira perché tu continui a chiederle di portarti in alto.»

Ravel baciò Ysara per sorprenderla. Al giro successivo lei lo schiaffeggiò prima che potesse avvicinarsi.

«Questo non era scritto», disse lui.

«Io non sono la tua fortuna.»

Ravel cominciò ad aspettare la stanza più del tavolo. Ogni notte raccontava a Ysara qualcosa di diverso. Lei gli mostrava ciò che aveva già detto. Lentamente, tra una ripetizione e l’altra, smisero di recitare.

«Se usciamo», disse Ravel, «dimenticherai tutto?»

«Forse.»

Per la prima volta ebbe paura di vincere.

ruota rivive la stessa notte

Al giro successivo l’oste gli offrì i dadi.

Ravel non li prese.

«Ho finito.»

La ruota sul soffitto cominciò a girare. Il pavimento si inclinò. Monete, bicchieri e persone scivolarono verso il muro.

L’oste gli promise il regno, la giovinezza e l’amore di Ysara in ogni futuro.

Ravel mise la chiave al centro del tavolo.

«Non scommetto ciò che non possiedo.»

La ruota si fermò.

Era mattina.

Ysara uscì dalla stanza con il libro sotto il braccio. Guardò Ravel come uno sconosciuto.

«Ci conosciamo?»

Lui avrebbe potuto raccontarle tutto e pretendere che quei ricordi valessero anche per lei.

«Non ancora», rispose.

Le offrì la colazione.

Ysara accettò.

ruota si ferma sul tavolo

Ravel non smise di giocare.

Imparò a perdere senza chiamare il destino ingiusto e a vincere senza credersi invincibile. Ysara viaggiava con lui e annotava soltanto ciò che decideva di ricordare.

Alla fiera di Saren, Ravel perse la chiave contro un domatore di leoni. Avrebbe potuto barare. Non lo fece.

Il domatore si chiamava Aren. Entrava nella gabbia senza frusta. Sul polso portava una ghirlanda di fiori.

«Non è una chiave fortunata», lo avvertì Ravel.

«Non credo nella fortuna.»

Ysara chiuse il libro. «Tutti ci credono quando la ruota sale.»

Aren legò il filo rosso alla criniera del leone.

Ravel lo guardò allontanarsi. La perdita gli fece male. Non cercò di annullarla con un’altra scommessa.

Ysara gli prese il braccio.

«Dove andiamo?»

Ravel lanciò una moneta. La lasciò cadere a terra senza guardare il risultato.

«Dove scegliamo.»

Dietro di loro, la grande ruota della fiera continuava a girare.

Non aveva più bisogno di fermarla.


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