«La forza che dipende da una serratura non è ancora libera.»
Aren entrava nella gabbia con una ghirlanda di fiori.
Il leone si chiamava Var. Pesava quanto tre uomini e aveva una cicatrice sul muso. Aren gli appoggiava una mano sulla criniera. La bestia chiudeva gli occhi.
Il pubblico applaudiva.
Nessuno sapeva che Aren aveva paura della propria rabbia più che dei denti del leone.
Da bambino aveva ferito suo fratello durante un litigio. Da allora parlava piano, sorrideva sempre e accettava ogni offesa.
La chiave d’ottone col filo rosso era legata alla criniera di Var. Il leone non permetteva a nessuno di toccarla.
Selis arrivò con due brocche. Versava acqua dall’una all’altra senza perderne una goccia. Era guaritrice della fiera.
«Il leone non è calmo», disse. «Ti sta imitando.»
«Io sono calmo.»
Var ruggì.

⁂
Il padrone della fiera, Odran, voleva uno spettacolo più pericoloso.
Ordinò di affamare Var. Aren protestò con gentilezza. Odran rise e lo colpì davanti agli altri.
Aren abbassò lo sguardo.
Quella notte Selis curò la ferita sul suo volto.
«Perché non hai reagito?»
«Perché so di cosa sono capace.»
«Sai soltanto cosa accade quando perdi il controllo. Non sai cosa può fare la tua collera quando la ascolti.»
Selis versò acqua calda in quella fredda. Trovò la temperatura giusta senza spegnere nessuna delle due.
Aren entrò nella gabbia. Var camminava avanti e indietro. La fame gli aveva reso gli occhi scuri.
«Anch’io vorrei mordere qualcuno», disse Aren.
Il leone si fermò.
Aren gli tolse la chiave dalla criniera. Aprì il lucchetto.
Non la porta della gabbia. La catena che teneva Var legato al pavimento.

⁂
Durante lo spettacolo Odran ordinò ad Aren di mettere la testa tra le fauci del leone.
Aren rifiutò.
Odran entrò con la frusta. Var scattò.
Aren si mise tra loro. Non colpì il leone e non permise al padrone di colpirlo. Afferrò la frusta. Sentì la rabbia salire dalle mani al petto.
«Basta», disse.
Non urlò. La parola attraversò la gabbia come un tuono.
Var si sedette.
Odran lasciò la frusta.
Aren avrebbe potuto spezzargli il braccio. Lo desiderò. Riconobbe quel desiderio e scelse di non obbedirgli.
Aprì la porta della gabbia.
Il pubblico fuggì. Var uscì, annusò l’aria e si sdraiò ai piedi di Selis.

⁂
La fiera cambiò proprietario.
Gli artisti la comprarono insieme. Gli animali non furono più costretti a esibirsi. Var restò perché seguiva Aren ovunque.
Selis e Aren vissero in una casa con due porte. Quando litigavano, lei non cercava di diluire ogni emozione. Lui non confondeva più la bontà con l’assenza di confini.
Un acrobata di nome Kael cadde durante una prova. Rimase appeso a una fune sopra il vuoto, con una gamba impigliata.
Aren salì per liberarlo. Kael, a testa in giù, vide la chiave d’ottone nella sua tasca.
«Quella apre il ponte sospeso di Nair», disse. «La cerco da anni.»
Aren gliela consegnò.
«Sei sicuro?» chiese Selis.
Aren guardò Var. Il leone non aveva più bisogno di una chiave sulla criniera.
«La forza che dipende da una serratura non è ancora libera.»
Kael partì portando la chiave al collo. Camminava con un passo strano, come se il mondo gli sembrasse più naturale quando lo guardava capovolto.
Aren lo seguì con gli occhi.
Var sbadigliò, mostrando tutti i denti.
Aren gli accarezzò il muso senza temere né la bestia né la propria mano.

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