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«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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14) Temperanza versò il mare in una coppa

14) Temperanza versò il mare in una coppa

«Tu hai bisogno di non avere bisogno.»

Avelar versava acqua tra due coppe senza interrompere il filo.

Una mano teneva l’acqua calda. L’altra quella fredda. Con un piede stava sulla riva e con l’altro nel mare.

Gli abitanti lo chiamavano quando una febbre saliva troppo o un dolore non voleva diminuire. Avelar riportava ogni cosa alla misura.

Alla cintura teneva una chiave d’ottone legata a un filo rosso, sospesa tra le due coppe.

Vaedra arrivò su una nave dalle vele nere.

Indossava gioielli pesanti e rideva come se ogni notte fosse l’ultima. Portava una fiala piena di mare concentrato. Una goccia dava energia per un giorno. Due rendevano invincibili. Tre bruciavano il cuore.

«Curami», disse.

«Da cosa?»

Vaedra bevve una quarta goccia.

«Dalla voglia della quinta.»

temperanza incontra vaedra

Avelar le tolse la fiala.

Vaedra tremò per tre giorni. Lo insultò, lo supplicò e tentò di sedurlo. Lui rimase calmo.

«Non senti niente?» gridò.

«Sentire non aiuta a dosare una medicina.»

«Forse non senti per non dover scegliere.»

Avelar continuò a versare acqua.

La notte, Vaedra rubò la fiala. Corse verso il mare. Avelar la raggiunse sulla scogliera. Lei teneva il vetro sulle labbra.

«Se me la togli, domani la desidererò ancora.»

«Se la bevi, potresti morire.»

«Almeno avrò desiderato qualcosa.»

Avelar le confessò che da ragazzo aveva perduto un paziente per una dose eccessiva. Da allora aveva tolto dalla propria vita tutto ciò che non poteva misurare: rabbia, amore, piacere.

Vaedra gli porse la fiala. «Allora sei dipendente quanto me. Tu hai bisogno di non avere bisogno.»

temperanza sulla scogliera

Il mare cominciò a ritirarsi.

La fiala lo aveva concentrato goccia dopo goccia. Sulla spiaggia restavano pesci e navi inclinate.

Avelar inserì la chiave nel tappo. Il vetro si aprì, ma il mare non poteva essere restituito tutto insieme. Avrebbe sommerso la costa.

Lui e Vaedra si disposero tra acqua e terra. Versarono il contenuto da una coppa all’altra, diluendolo con pioggia, lacrime e acqua di sorgente.

Lavorarono per sette giorni.

Avelar perse la calma. Urlò quando una coppa si spezzò. Rise quando Vaedra scivolò nel fango. Pianse senza sapere perché.

Vaedra sentì il desiderio della fiala. Non lo negò. Continuò a versare.

Il mare tornò.

temperanza restituisce il mare

Vaedra non guarì per sempre.

Alcune mattine chiedeva ad Avelar di custodire le fiale. Altre riusciva a farlo da sola. Lui smise di curarla come un oggetto rotto e imparò a starle accanto senza controllarla.

Aprirono una casa per chi aveva perduto la misura. Non promettevano purezza. Insegnavano a mescolare.

Un uomo di nome Varyn arrivò con catene d’oro al collo. Possedeva le miniere, le case da gioco e metà dei piaceri della città.

«Non voglio essere guarito», disse. «Voglio comprare la vostra sorgente.»

Vaedra rise. Avelar gli offrì una coppa d’acqua.

Varyn notò la chiave sul tavolo. «Quella è mia.»

«Perché?»

«Apre una catena che porto da quando sono nato.»

Avelar gliela consegnò. Non perché gli credesse. Perché la chiave non aveva mai accettato di restare.

Varyn uscì facendo tintinnare l’oro.

Vaedra guardò Avelar. «Hai appena dato uno strumento potente a un uomo pericoloso.»

«Sì.»

«E sei calmo?»

Avelar osservò il mare. «Per niente.»

Si presero per mano. Tra le loro dita non c’era equilibrio perfetto.

C’era una misura viva, che dovevano scegliere ancora.


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