«Ruvan non sorrideva mai. Per questo Avarin sapeva che la sua gioia era vera.»
Il sorriso di Avarin scese sotto il minimo consentito alle diciotto e dodici.
Se ne accorse perché il lampione sopra di lui cambiò colore. La luce bianca diventò arancione e una voce gentile gli parlò dall’altoparlante.
«Cittadino Avarin, il tuo volto sta esprimendo un’emozione non collaborativa. Fermati, respira e ricorda: la felicità è un bene comune.»
Le persone sul marciapiede si voltarono. Sorrisero tutte nello stesso modo, mostrando i denti senza rallentare il passo. Una donna che spingeva una carrozzina sollevò il pollice per incoraggiarlo. Il bambino sotto la coperta dormiva con due piccoli sensori incollati alle guance.
Avarin portò gli angoli della bocca verso l’alto.
«Grazie», disse alla telecamera. «Va già meglio.»
Il lampione tornò bianco.
Sul bracciale comparve il nuovo punteggio: settantuno. Era ancora al di sopra della soglia di convocazione, ma non di molto. La settimana precedente aveva perso quattro punti durante un funerale civico, perché aveva abbassato gli occhi mentre il celebrante ricordava alla famiglia che ogni fine libera spazio per una nuova opportunità.
Riprese a camminare. Sopra i palazzi, i pannelli del Ministero della Solarità trasmettevano volti radiosi.
OGGI È IL GIORNO MIGLIORE.
DOMANI SARÀ ANCORA PIÙ LUMINOSO.
SE SEI TRISTE, NON TENERE TUTTO PER TE: CONDIVIDI SUBITO LA TUA ANOMALIA.
Avarin entrò nel proprio edificio e aspettò che l’ascensore gli misurasse l’espressione. Soltanto quando la porta del suo appartamento si chiuse alle sue spalle lasciò cadere il sorriso.
Per alcuni secondi non accadde nulla.
Poi dal corridoio arrivò un rumore di unghie sul pavimento. Ruvan comparve di corsa, una massa di pelo crema e fulvo, con la grande criniera che oscillava intorno al muso scuro. Frenò male, scivolò sul tappeto e si sollevò sulle zampe posteriori contro il petto di Avarin. La coda folta si mosse in archi larghi, mentre il cane gli spingeva il naso sotto il mento e protestava con piccoli suoni impazienti per tutte le ore in cui era rimasto solo.
Avarin rise.
Non il suono chiaro che usava davanti alle telecamere, ma una risata storta, interrotta dal peso del cane e dal bisogno improvviso di respirare. Si sedette sul pavimento. Ruvan gli girò intorno due volte, poi gli si appoggiò addosso con la dignità distratta di chi fingeva che quel contatto fosse capitato per caso.
«Settantuno», gli disse Avarin. «Un altro giorno splendido.»
Ruvan lo guardò senza scodinzolare.
Era il solo essere vivente che non gli chiedesse di sembrare diverso da ciò che era.

⁂
Dopo la Sesta Pandemia, il governo aveva sostituito tutte le serrature.
La legge si chiamava Protocollo della Porta Sicura e prometteva interventi immediati in caso di contagio, incendio, infiltrazione nemica, tradimento domestico o crisi emotiva. Le vecchie chiavi erano state raccolte nelle piazze e fuse durante una cerimonia trasmessa su ogni schermo. Al loro posto erano arrivate serrature digitali collegate alla Chiave Civica Universale.
«La tua casa è inviolabile», aveva spiegato il Ministero, «da chiunque non agisca per il tuo bene.»
Gli agenti della Solarità potevano entrare ovunque.
All’inizio lo avevano fatto soltanto durante le emergenze. Poi erano cominciati i Controlli di Serenità: funzionari sorridenti aprivano le porte all’alba, verificavano che le pareti avessero colori positivi e rimuovevano libri, fotografie o oggetti capaci di favorire la malinconia. Infine era arrivata la Tutela delle Relazioni.
Secondo il Ministero, ogni rapporto doveva aumentare il benessere collettivo. Le coppie che litigavano venivano trasferite in quartieri diversi. Gli amici sorpresi a lamentarsi insieme ricevevano nuovi turni di lavoro. I bambini di genitori troppo ansiosi erano affidati a famiglie con un indice solare più alto. Anche gli animali potevano essere riassegnati, perché nessun essere dipendente doveva restare accanto a un cittadino incapace di irradiargli ottimismo.
Avarin conosceva quelle regole. Lavorava nell’Archivio delle Infrastrutture Superate, dove trascorreva le giornate a digitalizzare mappe di fognature, ferrovie, porte e cunicoli costruiti quando le città non sapevano ancora osservare chi le abitava. Il Ministero considerava il suo reparto innocuo. Il passato era soltanto materiale da cancellare con ordine.
Lui, invece, trovava conforto nelle linee disegnate a mano. Ogni correzione, ogni macchia e ogni nota a margine gli ricordavano che le cose erano state create da persone imperfette. Alcune avevano sbagliato. Altre avevano cambiato idea. Nessuna mappa fingeva di essere felice.
Tre giorni dopo l’avvertimento del lampione, sul suo terminale apparve una convocazione.
MINISTERO DELLA SOLARITÀ.
COLLOQUIO DI SOSTEGNO OBBLIGATORIO.
PORTA CON TE GRATITUDINE E DISPONIBILITÀ.
Avarin cancellò il messaggio. Il sistema lo fece ricomparire.
Quella sera rimase a lungo seduto accanto a Ruvan. Il cane aveva appoggiato la testa sulle sue ginocchia e dormiva. Nel silenzio, Avarin sentiva il respiro dell’animale salire e scendere sotto la propria mano.
«Dovrò sorridere», mormorò.
Ruvan aprì un occhio, poi lo richiuse.
⁂
Il Ministero occupava un edificio di vetro giallo. Nell’atrio non esistevano angoli bui e una fragranza di agrumi usciva dalle pareti a intervalli regolari. I dipendenti portavano uniformi color crema e un piccolo sole dorato sul petto.
Due funzionari accolsero Avarin nella Sala del Sollievo. La donna si presentò come Maelis, Custode di Secondo Raggio. L’uomo si chiamava Odran e sorrideva senza muovere gli occhi.
«Siamo felici che tu sia qui», disse Maelis.
«Anch’io.»
Un segnale rosso si accese sul tavolo.
«Il rilevatore indica un’incongruenza tra voce ed espressione», osservò Odran con dolcezza. «Vuoi riprovare?»
Avarin inspirò. «Sono contento che vogliate aiutarmi.»
Il segnale rimase rosso.
Maelis aprì il suo fascicolo. Conteneva fotografie di Avarin in metropolitana, all’Archivio, davanti al funerale civico e nel negozio dove comprava il cibo per Ruvan.
«Hai trascorso il quattordici per cento del mese con un’espressione neutra», disse. «In tre occasioni sei apparso triste. I tuoi colleghi riferiscono che non partecipi al saluto gioioso del mattino.»
«Partecipo.»
«Muovi le labbra. Non trasmetti entusiasmo.»
Odran si sporse verso di lui. «La vita qui è protetta. Hai una casa, un impiego, assistenza sanitaria e un compagno animale. Che cosa ti manca?»
Avarin osservò il riflesso dei loro sorrisi sul tavolo lucido.
«Niente.»
«Allora perché non sei felice?»
«A volte lo sono.»
Maelis smise di scrivere. «A volte?»
«Quando torno a casa e Ruvan mi corre incontro. Quando camminiamo prima dell’alba e le telecamere non vedono bene il mio viso. Quando trovo una nota scritta a matita su una vecchia mappa. Altre volte sono stanco, arrabbiato o triste.»
I due funzionari si scambiarono uno sguardo.
«Hai appena descritto un grave squilibrio», disse Odran. «La felicità non può dipendere da circostanze esterne.»
«Neanche la tristezza.»
«La tristezza è una scelta antisociale.»
Avarin pensò a Ruvan. Il cane poteva accoglierlo saltandogli addosso oppure ignorarlo per un’ora, offeso da un ritardo. Poteva ringhiare nel sonno, rifiutare una carezza e, poco dopo, sedersi contro la sua gamba. Non c’era contraddizione in quei gesti. C’era una relazione.
«Ruvan non sorride mai», disse. «Eppure so quando è felice.»
Maelis digitò una nota. «L’attribuzione di emozioni non certificate a un animale è un segnale di proiezione.»
«Non sto proiettando.»
«Ti preghiamo di non assumere un tono difensivo.»
Il segnale sul tavolo lampeggiò più in fretta.

⁂
Lo convocarono altre tre volte.
Gli assegnarono esercizi di gratitudine, sedute di risata guidata e otto ore di video nei quali cittadini esemplari raccontavano di aver superato il lutto in meno di quarantotto ore. Avarin provò a collaborare. Non perché credesse alle cure, ma perché ogni comunicazione del Ministero conteneva una riga che non riusciva a ignorare.
LA PERSISTENZA DELL’ANOMALIA PUÒ COMPORTARE LA RIASSEGNAZIONE DEI LEGAMI.
Imparò ad alzare le guance quando usciva di casa. Ridusse la durata degli sguardi verso il basso. Durante il saluto gioioso muoveva le braccia come gli altri e pronunciava lo slogan con un’intensità sufficiente a ingannare i microfoni.
Non bastò.
Il sistema non misurava soltanto il sorriso. Misurava il tempo necessario a produrlo, la tensione intorno agli occhi e la differenza tra la voce registrata in pubblico e quella che filtrava attraverso i dispositivi domestici. Una sera Avarin litigò con Ruvan perché il cane aveva strappato un cuscino. Alzò la voce. Ruvan si ritirò in corridoio e rimase lontano da lui per quasi mezz’ora.
Poi Avarin raccolse l’imbottitura, si sedette sul pavimento e disse: «Ho sbagliato.»
Ruvan tornò. Gli annusò la mano, girò la testa con ostentata severità e infine si sdraiò a un passo da lui.
Il mattino dopo arrivò un avviso.
CONFLITTO RELAZIONALE RILEVATO.
Il quarto colloquio durò undici minuti.
«Ti avevamo dato strumenti», disse Maelis.
«Li ho usati.»
«Hai manifestato rabbia davanti a un essere dipendente.»
«Mi sono scusato.»
Odran inclinò il capo. «Una relazione sana non richiede scuse, perché non produce ferite.»
«Una relazione che non produce mai ferite non esiste.»
I sorrisi dei due funzionari rimasero identici, ma nella stanza cambiò qualcosa. Il sole dorato sul petto di Maelis registrò la frase e la inviò al fascicolo.
«Puoi andare», disse lei.
Avarin uscì sapendo di aver detto la verità e di aver commesso un errore.
Due sere dopo tornò a casa alle diciotto e quarantasette.
La serratura riconobbe il suo volto e aprì la porta. Ruvan non arrivò.
Avarin posò la borsa. Aspettò il rumore delle unghie, il tonfo sul tappeto, il respiro impaziente. Chiamò una volta, poi una seconda. Attraversò la cucina e il corridoio. Guardò sotto il tavolo, dietro il divano e nella piccola stanza dove Ruvan si rifugiava durante i temporali.
La ciotola dell’acqua era ancora piena. Sul pavimento c’erano alcuni ciuffi di pelo chiaro.
Il guinzaglio era scomparso.
Il pannello della porta conservava il registro degli accessi.
ORE 14:22 — CHIAVE CIVICA UNIVERSALE.
INTERVENTO DI TUTELA.
Sul tavolo apparve una comunicazione del Ministero.
IL COMPAGNO ANIMALE RUVAN È STATO RIASSEGNATO A UN AMBIENTE SOLARMENTE IDONEO. QUESTA MISURA TI CONSENTIRÀ DI CONCENTRARTI SUL TUO MIGLIORAMENTO. SORRIDI: HAI RICEVUTO UNA NUOVA POSSIBILITÀ.
Avarin rimase in piedi fino a quando le parole si spensero.
Poi emise un suono basso, che il sistema domestico classificò come pianto, e strappò il sensore dalla parete.

⁂
Per due giorni Avarin andò al lavoro e sorrise.
Il suo punteggio salì da sessantotto a ottantadue. I colleghi si congratularono per la guarigione. Maelis gli inviò un sole animato e Odran lo invitò a registrare una testimonianza sulla forza educativa della perdita.
Avarin ringraziò tutti.
Poi aprì le mappe che il Ministero gli aveva ordinato di distruggere.
I trasferimenti degli animali passavano dal Centro di Riarmonizzazione Affettiva, un complesso costruito sopra una vecchia stazione merci. I nuovi progetti mostravano pareti senza finestre, cancelli biometrici e corridoi sorvegliati. Sotto quelle linee perfette, però, Avarin trovò la pianta originaria: un condotto per lo scarico delle acque correva dal deposito fino a una galleria ferroviaria abbandonata. Era stato chiuso prima della digitalizzazione e nessun sistema moderno lo considerava ancora un accesso.
Quella sera Avarin non tornò a casa.
Raggiunse la stazione quando il coprifuoco solare aveva svuotato le strade. Entrò nella galleria attraverso un edificio in rovina e camminò tra rotaie coperte di polvere. Non aveva un piano degno di quel nome. Aveva una lampada, la vecchia mappa e il guinzaglio di riserva che teneva nell’armadietto dell’Archivio.
Il condotto terminava dietro una grata corrosa. Oltre, centinaia di animali dormivano in recinti illuminati a giorno. Alcuni abbaiavano. Altri giravano in cerchio. Una voce ripeteva da altoparlanti nascosti: «La separazione è una forma di cura. La gratitudine rende docili.»
Avarin avanzò tra le file chiamando Ruvan sottovoce.
Lo vide nell’ultimo corridoio.
Ruvan sedeva al centro del recinto con il pelo lungo aggrovigliato intorno al collo. Non abbaiava e non cercava l’attenzione degli addetti. Guardava la porta. Quando Avarin apparve, il cane rimase immobile per un istante, come se la speranza avesse bisogno di riconoscerne l’odore.
Poi si lanciò contro la rete.
Avarin aprì il recinto. Ruvan gli saltò addosso con tanta forza da farlo cadere. Gli premette il muso sul viso, si allontanò, tornò, gli mise le zampe sul petto e lasciò uscire un lamento che somigliava a una domanda rimasta troppo a lungo senza risposta.
«Sono qui», ripeté Avarin. «Sono qui.»
Le luci diventarono rosse.
Non fu necessario spiegare a Ruvan che dovevano correre.

⁂
La vecchia ferrovia attraversava la Cintura Grigia e proseguiva verso le montagne del nord, dove la rete di sorveglianza perdeva forza. Avarin e Ruvan corsero lungo il tunnel mentre alle loro spalle si aprivano porte e si accendevano sirene.
Un drone entrò nella galleria. Il suo fascio di luce passò sopra le rotaie e si fermò a pochi metri da loro. Ruvan spinse Avarin verso una rientranza nel muro un attimo prima che la luce li raggiungesse. Rimasero stretti nel buio, il cane davanti all’uomo, finché il ronzio non si allontanò.
Camminarono per tutta la notte.
All’alba uscirono in una valle coperta di erba pallida. Dietro di loro, la città era una macchia luminosa sotto il cielo. I pannelli più alti continuavano a mostrare soli sorridenti, visibili perfino da quella distanza.
Il bracciale di Avarin vibrò.
CITTADINO, SEI IN PREDA A UNA CRISI.
FERMATI E ATTENDI I CUSTODI.
LA FUGA NON È UNA RISPOSTA POSITIVA.
Avarin lo tolse e lo lasciò su una pietra. Lo schermo continuò a lampeggiare mentre lui e Ruvan salivano verso il passo.
Le pattuglie li raggiunsero prima di mezzogiorno. I droni comparvero nel cielo e una voce ordinò ad Avarin di inginocchiarsi, promettendo comprensione, riabilitazione e la possibilità di meritare di nuovo un legame.
Ruvan si fermò accanto a lui. Non ringhiò. Guardò la strada davanti a sé e poi Avarin.
Per anni quell’uomo aveva creduto che la propria rigidità fosse un difetto. Gli altri sapevano piegare il volto, la voce e perfino il dolore fino a farli entrare nella forma richiesta. Lui non ne era capace. In quel momento capì che non tutte le cose che non si piegano sono fragili. Alcune indicano una direzione.
Ripresero a correre.
Superarono il passo mentre i droni perdevano il collegamento con la città. Dall’altra parte trovarono una frontiera fatta di pali di legno e una casa bassa. Nessuna telecamera lesse il volto di Avarin. Nessun lampione gli chiese di sorridere.
Una guardia uscì dalla casa e li osservò. Aveva rughe profonde intorno alla bocca e un’espressione stanca.
«Da dove venite?» domandò.
Avarin indicò le luci oltre il passo.
«E che cosa cercate qui?»
Pensò alla casa vuota, alla Sala del Sollievo e alla voce che definiva antisociale ogni emozione non autorizzata. Ruvan si sedette contro la sua gamba.
«Un posto dove poter essere triste in pace.»
La guardia guardò il cane, poi aprì il cancello.
«Qui si può», disse. «E qualche volta, senza che nessuno te lo ordini, si può essere anche felici.»
⁂
Molto tempo dopo, Avarin viveva in una casa ai margini di un bosco.
La porta aveva una serratura di metallo e due chiavi. Una restava nella sua tasca. L’altra era nascosta sotto una pietra per gli amici. Nessun ministero ne possedeva una copia.
Ruvan dormiva davanti alla finestra. Il pelo lungo, tornato folto e pulito, raccoglieva la luce del pomeriggio in sfumature crema e fulve. Alcuni giorni correva incontro ad Avarin prima ancora che aprisse la porta. Altri sollevava appena la testa, lo fissava con l’aria severa e aspettava che fosse lui ad avvicinarsi.
In quel paese le persone litigavano. Si riconciliavano oppure si lasciavano. Piangevano ai funerali e qualche volta ridevano nei momenti sbagliati. Nessuno misurava quanto durasse un sorriso.
Una sera Avarin tornò dal villaggio con una brutta notizia. Un uomo che conosceva si era ammalato e lui non aveva potuto fare nulla. Entrò in casa, posò la borsa e si sedette sul pavimento senza accendere la luce.
Ruvan gli si avvicinò. Non fece feste. Gli annusò le mani e si sdraiò accanto a lui, abbastanza vicino perché le loro schiene si toccassero.
Avarin pianse.
Dopo un po’, infilò le dita nella criniera del cane. Ruvan sospirò e appoggiò il muso sulla sua gamba.
Fuori, il bosco diventava scuro. Dentro quella casa nessuno sorrideva.
Erano felici.

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