«La verità non è un tribunale. Non serve soltanto a condannare o assolvere.»
Romanzo breve in dieci puntate — terza parte.
§ 8
Il nipote di Ada si chiamava Michele e aveva mani sottili, inadatte all’idea che Tommaso si era fatto di un meccanico. Smontò la ruota posteriore in pochi minuti.
«Un chiodo da falegname.» Lo sollevò tra due dita. «Lungo così non capita. Ti ha proprio scelto.»
«Quanto ci vuole?»
«Se vuoi farlo bene, un’ora.»
«E per farlo male?»
«Mezz’ora. Però poi ci rivediamo.»
Tommaso scelse un’ora.
Ada gli portò caffè e pane tostato sotto il pergolato. Non parlarono di Arturo. Prima di ripartire, Tommaso pagò la camera, la cena e il lavoro. Ada tentò di restituirgli metà del denaro.
«Tuo padre mi ha aiutata quando è morto mio marito.»
«Io non sono mio padre.»
«Appunto. I debiti non passano agli eredi.»
Tommaso lasciò i soldi sul banco.
«Consideri la differenza un anticipo per la prossima gomma.»
Ada sorrise. «Questa era una frase sua.»
Tommaso uscì prima di poter cambiare idea.
Sulla via Emilia il cielo era pulito. L’aria del mattino sapeva di fumo, foglie e benzina. La campanella oscillava sotto la pedana. A ogni sconnessione mandava un suono che il motore inghiottiva.
Dopo un’ora, in una piccola stazione di servizio, trovò ad aspettarlo un uomo alto accanto a una Moto Guzzi California color crema.
Tommaso rallentò. L’uomo alzò il braccio e indicò il piazzale.
Lui pensò di proseguire. Poi vide i capelli grigi raccolti dietro la nuca e riconobbe vagamente un volto apparso in una fotografia a casa di Ada.
Entrò nel piazzale.
«Sei Tommaso.»
«Dipende.»
L’uomo rise. «Allora sei proprio tu. Io sono Cesare Rinaldi. Mi chiamano Cese.»
«Ada l’ha avvisata.»
«Mi ha detto che un ragazzo antipatico aveva bucato con la Rossa.»
«Ho quarant’anni.»
«E sei antipatico da tutti e quaranta?»
Tommaso tolse il casco.
Cesare aveva un viso stretto, segnato da rughe profonde e un naso rotto male. Portava una giacca nera con toppe cucite e stivali consumati.
«Eri amico di mio padre.»
«Sì.»
«Vuoi raccontarmi anche tu che era un uomo meraviglioso?»
«No.»
La risposta arrivò così rapida che Tommaso non riuscì a difendersi.
Cesare si avvicinò alla V7 e guardò la ruota riparata.
«Arturo era testardo, vanitoso, incostante e incapace di chiedere scusa prima di aver dimostrato per tre ore di avere ragione. Una volta mi ha lasciato a piedi in Croazia perché avevamo litigato su chi dovesse pagare una multa.»
«Finalmente.»
«Poi è tornato indietro per centoventi chilometri.»
Tommaso si rimise il casco.
«Devo andare.»
«Vengo con te.»
«No.»
«Fino al Crocevia delle Querce.»
«Preferisco viaggiare solo.»
«Anch’io. Per questo è bello viaggiare insieme a qualcuno che preferirebbe essere solo.»
Cesare montò sulla California e accese il motore.
Tommaso avrebbe potuto partire nella direzione opposta. Invece lo seguì.
§ 9
Cesare guidava senza fretta. Non sorpassava quasi mai e segnalava con una gamba ogni buca. Dopo pochi chilometri lasciò la strada principale per una provinciale che correva tra argini e campi.
Si fermarono davanti a un bar chiuso. Sotto una tettoia c’erano due sedie di plastica e un distributore automatico. Cesare comprò due caffè in bicchieri di carta.

«Tuo padre odiava queste macchine,» disse. «Diceva che il caffè senza una persona dall’altra parte del banco è soltanto acqua nervosa.»
Tommaso non prese il bicchiere.
«Perché sei venuto?»
Cesare bevve il proprio. «Per vederti.»
«Mi hai visto.»
«E per dirti una cosa che Arturo non avrebbe saputo dirti.»
«Non mi interessa.»
«Lo so.»
Il vento spingeva foglie secche contro la saracinesca.
«Tua madre aveva ragione su molte cose,» disse Cesare. «Arturo se ne andava. Prometteva di tornare alle sette e arrivava alle undici. Spendeva soldi che non aveva. Quando litigavano, prendeva la moto perché sulla strada nessuno poteva chiedergli di restare seduto e ascoltare.»
Tommaso fissò il bicchiere che Cesare continuava a porgergli.
«Quindi?»
«Quindi lei si stancò.»
«Mi ha abbandonato.»
«Vi ha lasciati. Sì.»
«Avevo sei anni.»
Cesare posò il secondo caffè sulla sedia vuota.
«Lo so.»
«No, non lo sai. Tutti sapevano quanto soffriva lui. Nessuno sa che cosa significava aspettare qualcuno che non arrivava.»
«Hai ragione.»
Tommaso alzò la voce. «Smettetela di darmi ragione.»
Cesare lo guardò senza muoversi.
«Vuoi che ti dica che eri un bambino stupido? Non lo eri. Eri un bambino a cui due adulti avevano consegnato una guerra.»
Tommaso si voltò verso la strada.
Cesare continuò: «Dopo che se ne andò, Arturo venne a casa mia. Dormì sul divano per tre settimane. Ogni mattina diceva che sarebbe tornato da voi. Ogni sera trovava un motivo per aspettare il giorno dopo. La vergogna può sembrare indifferenza, vista da fuori.»
«Mia madre diceva che non pagava gli alimenti.»
«A volte non li pagava in tempo.»
«Diceva che beveva.»
«Beveva.»
«Che giocava.»
«Giocava.»
«Che aveva altre donne.»
Cesare abbassò gli occhi. «Ne ebbe.»
Tommaso prese il bicchiere e lo gettò nel cestino senza bere.
«Allora che cosa dovrei scoprire? Che era un bastardo simpatico?»
«Che ti voleva bene.»
«Non basta.»
«No.» Cesare prese il proprio bicchiere e lo schiacciò. «Ma è vero.»
Il vento scosse la tettoia.
«Ti scriveva,» disse Cesare. «All’inizio ogni settimana. Poi una volta al mese. Alcune lettere tornarono indietro. Su altre non seppe niente.»
«Non le ho mai viste.»
«Provò a venirti a prendere fuori da scuola.»
Un ricordo si aprì in Tommaso come una fessura. Aveva nove anni. Dall’altra parte della strada c’era un uomo vicino a una moto. La maestra lo aveva trattenuto nell’atrio fino all’arrivo della madre. Quella sera lei aveva pianto, dicendo che Arturo voleva rapirlo.
«Mia madre aveva paura.»
«Sì.»
«Lui la minacciava.»
«Una volta le disse che avrebbe portato via te e sarebbe sparito. Era ubriaco e furioso. Il giorno dopo si presentò dai carabinieri per mettere a verbale che non intendeva farlo.»
Tommaso strinse le mani.
«Come fai a saperlo?»
«Ero con lui entrambe le volte.»
«Perché non mi ha cercato quando sono diventato adulto?»
Cesare si sedette sulla sedia rimasta.
«Lo fece. Tu gli restituisti una lettera senza aprirla.»
Tommaso ricordava quella busta. Diciannove anni, primo anno di università. La madre l’aveva trovata nella cassetta e gliel’aveva appoggiata davanti. Ora puoi decidere da solo. Lui aveva scritto destinatario sconosciuto e l’aveva imbucata.
«Una lettera non è cercare qualcuno.»
«Telefonò. Cambiavi numero.»
«Avrebbe potuto venire.»
«Veniva fino alla tua strada e poi tornava indietro.»
«Questo dovrebbe commuovermi?»
«No. Dovrebbe farti arrabbiare nel modo giusto.»
Tommaso si voltò.
«Qual è il modo giusto?»
«Quello che non ha bisogno di inventare niente.»
Cesare si alzò. «Tuo padre non è stato l’uomo che avrebbe dovuto essere quando tu eri piccolo. E tua madre non è stata la donna che avrebbe dovuto essere quando ti ha insegnato a odiarlo. Queste due cose possono essere vere insieme.»
Tommaso sentì un tremore nelle braccia.
«Non parlare di mia madre.»
«Era mia amica prima che conoscesse Arturo.»
«Allora perché hai scelto lui?»
«Non ho scelto lui.» Cesare guardò le due moto. «Lei smise di parlarmi quando rifiutai di confermare che Arturo ti aveva picchiato.»
«Mi aveva picchiato.»
«Ti diede uno schiaffo.»
«Avevo cinque anni.»
«Fece male. Si vergognò. Non lo fece più.»
«Tu eri lì?»
«Sì. Avevi tirato un sasso contro tua madre e le avevi aperto il labbro. Arturo perse la testa. Poi rimase seduto fuori dalla tua camera tutta la notte.»
Tommaso ricordava lo schiaffo. Il sasso non c’era più nella sua memoria. Cercò e trovò un’immagine: la ghiaia del cortile, il sangue sulla bocca della madre, le proprie dita sporche di terra. Subito dopo veniva il volto di Arturo, enorme, e la guancia che bruciava.
Sua madre aveva raccontato quella scena per anni. Non aveva mai menzionato il sasso.
Tommaso si allontanò dalla tettoia. Camminò fino al bordo del campo.
«Non cambia quello che ha fatto.»
«No.»
«Non lo giustifica.»
«No.»
«E allora a cosa serve?»
Cesare rispose da dietro di lui. «A ricordarti che la verità non è un tribunale. Non serve soltanto a condannare o assolvere.»
Rimasero fermi. Un trattore avanzava in lontananza, lento come se il campo non dovesse finire mai.
Tommaso tornò verso la moto.
«Dov’è il Crocevia delle Querce?»
«Tra venti chilometri.»
«Andiamo.»
Cesare sorrise appena. Non era una vittoria. Tommaso gliene fu grato.
Ripartirono.
Al crocevia, Cesare indicò una trattoria sulla destra.
«Io mi fermo qui.»
«Non dovevi accompagnarmi soltanto fino al crocevia?»
«Infatti.»
«Pensavo che volessi mangiare.»
«Sto aspettando che tu me lo chieda.»
Tommaso guardò l’insegna scolorita della trattoria.
«Mangiamo.»
Cesare parcheggiò accanto a lui. «Tuo padre avrebbe detto: offri tu, visto che hai ereditato.»
«Io non sono mio padre.»
«Meno male. Uno bastava.»
Dentro ordinarono cappelletti e arrosto. Parlarono di moto. Soltanto di moto. Cesare gli spiegò come sentire una carburazione troppo magra, come usare il tallone sul bilanciere del cambio, come non stringere il manubrio quando la ruota prende una giuntura dell’asfalto.
Prima di separarsi gli consegnò un pezzo di carta con un numero.
«Se hai bisogno.»
«Non ne avrò.»
«Lo immaginavo.»
Tommaso mise il foglio nella tasca della giacca.
Quando Cesare accese la California, la campanella sotto la V7 tintinnò.
«Gliel’hai regalata tu?» chiese Tommaso.
Cesare guardò l’oggetto di ottone.
«No.»
«Sai chi è stato?»
«Sì.»
«E chi?»
Cesare abbassò la visiera. «Chiedilo alla strada.»
Partì ridendo prima che Tommaso potesse insultarlo.
§ 10
Nel pomeriggio la via Emilia diventò una successione di luci rosse, distributori e vetrine. Tommaso avrebbe potuto prendere l’autostrada. Preferì restare sulla strada vecchia.
Si fermò in un bar perché aveva bisogno di benzina e di un bagno. Il locale era collegato a una sala scommesse. Sugli schermi correvano cavalli, numeri e partite giocate in paesi di cui Tommaso non conosceva le bandiere.
Un uomo magro, con una cravatta verde sopra una camicia a quadri, uscì dalla sala mentre Tommaso beveva acqua.
Guardò la moto attraverso la vetrina. Poi guardò Tommaso.
«No.»
Tommaso posò il bicchiere.
«No cosa?»
«Non può essere.»
L’uomo corse fuori senza prendere il cappotto. Fece il giro della Guzzi, si chinò verso la targa e tornò dentro.
«È lei.»
«Se intende la moto, sì.»
«La Rossa di Arturo.»
Tommaso prese il casco.
«Aspetta. Sei Tommaso, vero?»
«Devo andare.»
«Io sono Fosco.»
«Buon per lei.»
Fosco gli afferrò il braccio. Tommaso lo spinse via.
L’uomo alzò entrambe le mani. «Scusa. Hai ragione. Ma lasciami offrire qualcosa al figlio dell’unico uomo che mi ha fatto vincere scommettendo contro se stesso.»
Tommaso si fermò.
«Che significa?»
Fosco sorrise. Aveva un incisivo scheggiato.
«Una sera Arturo disse che sarebbe riuscito a non giocare per un mese. Io puntai cento euro che non avrebbe resistito una settimana. Lui ne mise cento su se stesso.»
«E vinse?»
«Resistette ventinove giorni. L’ultima sera entrò qui, si sedette davanti a me e giocò tutto su un cavallo che si chiamava Ultimo Respiro.»
«Quindi perse.»
«Il cavallo vinse a ventidue contro uno.»
Fosco scoppiò a ridere. Il barista sorrise senza smettere di pulire un bicchiere.
«Tuo padre prese i duemiladuecento euro, mi pagò i cento della nostra scommessa perché aveva giocato prima della scadenza e offrì da bere a tutti. Poi diede il resto a una donna che non riusciva a pagare l’affitto.»
«Una donna.»
«Aveva settantasei anni e i baffi.»
«Mio padre era un giocatore.»
Fosco smise di ridere. «Sì.»
«Ha perso soldi che servivano alla sua famiglia.»
«Probabile.»
«E tu lo trovi divertente.»
«Trovo divertenti molte cose sbagliate.» Fosco si sistemò la cravatta. «Non ti dirò che Arturo giocava per bontà o che vinceva sempre. Perdeva quasi sempre, come tutti. Però pagava. Se prometteva una cifra, la metteva sul tavolo. Se non l’aveva, lavorava finché poteva pagarla. Non si nascose mai dietro una carta strappata.»
Indicò gli schermi.
«Qui dentro l’onore è una parola sciocca. Proprio per questo riconosci chi ce l’ha.»
Tommaso guardò i cavalli correre senza suono.
«Quando lo hai visto l’ultima volta?»
«Tre mesi fa. Non giocò. Rimase seduto là per un’ora.»
«Ti parlò di me?»
Fosco inclinò la testa. «Mi chiese se un uomo può lasciare un’eredità fatta soltanto di errori.»
«E tu cosa dicesti?»
«Che dipende dalle quote.»
Tommaso quasi sorrise.
«Poi gli dissi che gli errori non sono un’eredità. Sono debiti. Un figlio può decidere di non riscuoterli.»
Fosco prese dal portafoglio una banconota da cinquanta euro e la posò sul banco.
«Che fa?»
«Arturo mi doveva questi.»
Tommaso spinse indietro la banconota. «Non pago i suoi debiti.»
«Non li sto chiedendo. Li metto su di te.»
«Su di me cosa?»
«Che arriverai a Ravenna.»
«Ci arriverò.»
«Allora fammi vincere.»
Tommaso lasciò la banconota sul banco e uscì.
Fosco lo seguì fino alla porta.
«Tuo padre mi manca!» gridò mentre il motore si accendeva. «Non mi sono mai divertito così tanto con nessuno!»
Tommaso innestò la prima.
Fosco aggiunse: «E quando perdeva pagava sempre!»
«Questo l’hai già detto.»
«Le cose importanti vanno ripetute.»
Tommaso ripartì. Nello specchietto vide Fosco raccogliere la banconota che il vento aveva spinto in mezzo al piazzale.
Per la prima volta si chiese se anche sua madre avesse mai riso così con Arturo.

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