storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Ci vediamo lungo la strada – 4. La donna sotto il neon

Ci vediamo lungo la strada – 4. La donna sotto il neon

«Gli mancavi moltissimo. Quando pronunciava il tuo nome aveva orgoglio negli occhi.»

Romanzo breve in dieci puntate — quarta parte.

§ 11

La domanda lo accompagnò per molti chilometri.

Non era un pensiero completo. Appariva nelle pause del motore, al semaforo, quando il vento cambiava direzione o quando una macchina davanti a lui rallentava senza motivo. Tommaso tentava di cacciarla ricordando le sere in cui sua madre sedeva in cucina con gli occhi rossi. Arturo aveva portato via i soldi. Arturo aveva promesso. Arturo aveva urlato. Arturo aveva scelto la strada invece della famiglia.

Quelle frasi erano vere. O almeno contenevano cose vere.

Ma ora tra una frase e l’altra cominciavano ad aprirsi spazi.

In uno di quegli spazi sua madre era una ragazza che rideva al tavolo di un bar. In un altro sedeva dietro Arturo sulla Guzzi, stringendogli la vita. Tommaso non aveva fotografie di loro così. Eppure doveva essere successo. Non si erano conosciuti già stanchi e furiosi. Prima della guerra c’era stato qualcosa per cui avevano creduto di poter vivere insieme.

Il sole scese dietro una fila di pioppi. Il freddo entrò nei guanti.

Tommaso decise di fermarsi nella prima pensione che avesse un’insegna accesa. Ne superò due perché sembravano sporche e una perché sembrava troppo pulita. Scelse infine una costruzione stretta tra un negozio di serramenti e un magazzino di mangimi.

La proprietaria gli mostrò una camera al secondo piano. Il pavimento scendeva verso la finestra e il termosifone emetteva colpi metallici.

«La moto può metterla nel cortile,» disse. «Chiudo il cancello a mezzanotte.»

Tommaso portò la Guzzi sul retro. Nel cortile c’erano bidoni, biciclette e un albero di cachi carico di frutti troppo maturi. Sistemò il bloccasterzo e controllò due volte la campanella.

Si lavò il viso, cambiò la maglietta con una comprata al distributore e uscì a piedi.

Il paese aveva un corso principale lungo meno di un chilometro. I negozi erano chiusi. Da un ristorante usciva odore di fritto. Un gruppo di ragazzi fumava davanti a una sala giochi. Tommaso mangiò una pizza al banco e bevve una birra.

Quando uscì erano quasi le undici.

La vide sotto la luce azzurra di una farmacia.

Era alta, con un cappotto chiaro e stivali neri. I capelli biondi cadevano sulle spalle in onde troppo precise per essere casuali. Aveva un viso bello, ma non delicato. Gli zigomi e la bocca davano l’impressione che potesse ridere di qualcuno senza diventare crudele.

Tommaso la guardò soltanto perché lei lo stava già guardando.

La donna sorrise.

Lui distolse gli occhi e proseguì.

«Ehi, motociclista.»

Tommaso continuò a camminare.

«Quello con la Guzzi.»

Si fermò.

La donna attraversò la strada. Da vicino aveva qualche ruga intorno agli occhi e una piccola cicatrice sotto il mento.

«Dov’è Arturo?»

La domanda non lo sorprese più. Lo stancò.

«È morto.»

Il sorriso della donna scomparve. «Quando?»

«Quasi un mese fa.»

Lei abbassò lo sguardo. Il neon della farmacia le rendeva la pelle pallida.

«Tu sei il figlio.»

«Sì.»

«Tommaso.»

Lui infilò le mani nelle tasche.

«Anche lei mi riconosce dalla fronte?»

La donna lo guardò meglio. «No. Dalla rabbia.»

Tommaso fece per andarsene.

«Aspetta.» Lei gli toccò appena la manica. «Io sono Mara.»

mara sotto il neon

«Buonasera, Mara.»

«Tuo padre mi ha salvato la vita.»

La frase aveva il tono delle cose raccontate troppe volte a se stessi e mai alla persona cui erano destinate.

Tommaso si voltò.

«In che modo?»

Mara indicò un bar ancora aperto. «Ti offro da bere.»

«Non serve.»

«Allora offrilo tu a me.»

Sedettero a un tavolo d’angolo. Il barista portò a Mara un bicchiere di vino bianco senza chiedere. Tommaso ordinò acqua.

«Lavoro sulla strada da molto tempo,» disse lei. «Non serve che tu faccia finta di non averlo capito.»

«Non sono affari miei.»

«Questa risposta è sua.»

Tommaso bevve.

Mara teneva il bicchiere dallo stelo. Le unghie erano rosse e corte.

«Era una notte d’estate. Faceva un caldo che non si respirava. Tre uomini mi caricarono su un furgone. Li conoscevo di vista. Pensavo volessero andare in un albergo. Invece uscirono dal paese e presero una strada tra i campi.»

La voce non cambiò. Tommaso sentì il proprio corpo diventare più attento.

«Uno guidava. Gli altri due avevano bevuto. Cominciarono a tirarmi i vestiti. Io colpii quello vicino al portellone. Lui mi diede un pugno.»

Mara sfiorò la cicatrice sotto il mento.

«Il furgone rallentò perché davanti c’era una moto. La tua moto. Arturo aveva visto dal vetro che succedeva qualcosa. Si mise in mezzo alla strada.»

«Da solo contro tre?»

«Era stupido abbastanza.»

Per la prima volta lei sorrise di nuovo.

«Quello che guidava scese con una chiave inglese. Arturo non fece l’eroe. Gli lanciò il casco in faccia e lo buttò in un fosso. Poi aprì il portellone. Io scesi. Gli altri lo presero a calci. Lui continuava a urlarmi di salire sulla moto.»

Tommaso immaginò il padre a terra. Non riuscì a decidere quale età dargli.

«Sei salita?»

«No. Presi la chiave inglese e la usai meglio del primo.»

Il barista alzò gli occhi, poi li riabbassò.

«Siamo scappati insieme. Arturo aveva due costole rotte e perdeva sangue da un sopracciglio. Guidò per trenta chilometri perché aveva paura che ci seguissero.»

«Avete denunciato?»

«Io non volevo. Lui sì. Litigammo. Alla fine mi portò al pronto soccorso e rimase fuori tutta la notte.»

«Perché?»

Mara inclinò il bicchiere e guardò il vino salire sul vetro.

«Glielo chiesi. Disse che nessuno dovrebbe uscire da solo da un posto in cui è entrato per colpa di altri.»

Tommaso sentì una fitta di rabbia.

«Però suo figlio poteva.»

Mara non abbassò gli occhi.

«Sì.»

La risposta gli tolse la forza di attaccare.

«Dopo quella notte lo vedevi?»

«Ogni tanto. Passava. Bevevamo qualcosa. A volte mi accompagnava a casa.»

«E non voleva niente?»

Mara rise piano. «Mi voleva. Non era morto.»

Tommaso si irrigidì.

«Ma non mi prese mai.» La donna continuò. «Io glielo proposi. Più di una volta. Ero innamorata di lui, o di quello che aveva fatto, che per una donna come me può sembrare la stessa cosa.»

«Perché rifiutava?»

«Diceva che se mi avesse toccata non avrei mai saputo se lo desideravo o se stavo pagando un debito. Non voleva essere pagato.»

Tommaso guardò fuori. Una macchina passò lentamente davanti alle vetrine.

«Aveva altre donne.»

«Sì. Io ne conoscevo due.»

La schiettezza di Mara non lasciava spazio alla leggenda.

«Ti parlava di me?»

«Non all’inizio.»

«E dopo?»

«Una sera vide un ragazzo attraversare la strada. Da dietro ti assomigliava. Arturo si alzò così in fretta che rovesciò il tavolo. Corse fuori. Quando quello si voltò, capì che non eri tu.»

Mara bevve un sorso.

«Rientrò e per mezz’ora non disse niente. Poi mi raccontò che avevi gli occhi di tua madre e il suo stesso modo di stringere la bocca quando non volevi piangere.»

Tommaso strinse la bocca.

«Non poteva saperlo. Non mi vedeva da anni.»

«Forse alcune cose non cambiano.»

Mara aprì la borsa e cercò qualcosa. Estrasse un piccolo portachiavi di plastica, ingiallito. Dentro c’era la fotografia di un bambino seduto sul manubrio di una bicicletta.

Tommaso riconobbe la maglia a righe, i pantaloni corti e il cortile della prima casa.

«Dove l’hai presa?»

«Me la diede lui.»

Tommaso prese il portachiavi. La plastica era rigata, l’immagine quasi cancellata sui bordi.

«Perché?»

«Quella sera disse che aveva paura di dimenticare il tuo viso. Io gli dissi che certe facce restano anche quando non le guardi. Lui rispose che il problema non era dimenticare la faccia. Era dimenticare il diritto di chiamarti figlio.»

Mara si passò un dito sotto un occhio. Non c’erano lacrime.

«Gli mancavi moltissimo. Quando pronunciava il tuo nome aveva orgoglio negli occhi. E una tristezza che faceva arrabbiare, perché non muoveva un passo.»

«Avrebbe potuto.»

«Sì.»

«Avrebbe potuto cercarmi davvero.»

«Sì.»

«Tutti continuate a raccontarmi quanto soffriva. Come se soffrire fosse fare qualcosa.»

«Non lo è.» Mara gli tolse il bicchiere vuoto dalle mani. «Ma forse tu sei venuto fin qui perché vuoi sapere se almeno soffriva.»

Tommaso posò il portachiavi sul tavolo.

«Tienilo,» disse lei.

«Era tuo.»

«No. Era sempre stato tuo.»

Mara si alzò. Tommaso la seguì fuori.

Sotto la luce della farmacia, lei gli accarezzò una guancia. Fu un gesto rapido, privo di seduzione.

«Hai anche il suo modo di sembrare solo quando qualcuno ti sta vicino.»

«Non mi conosci.»

«Conosco quel modo.»

Si allontanò sui tacchi. Due uomini in macchina rallentarono. Mara si chinò verso il finestrino, ascoltò, poi salì.

Tommaso rimase sul marciapiede con il portachiavi nel pugno.

§ 12

Elena non rispose.

Tommaso la chiamò due volte dalla camera dell’albergo. Alla terza lasciò squillare soltanto fino al quarto tono. Posò il telefono sul comodino, aspettò un minuto e scrisse: Scusa per prima.

Cancellò.

Scrisse: Ho incontrato una donna che conosceva mio padre.

Cancellò anche quello.

Infine mandò: Sono arrivato in albergo. Sto bene.

La risposta arrivò dopo dieci minuti.

Bene. Buonanotte.

Tommaso lesse il messaggio più volte. Avrebbe preferito una lite. La gentilezza di Elena era una porta chiusa senza rumore.

Si spogliò e mise il portachiavi sul comodino accanto alla busta. Nella fotografia aveva cinque anni. Il sorriso era largo, i denti piccoli. Chi aveva scattato quella foto? Forse Arturo. Forse sua madre. In ogni caso, per un istante erano stati tutti lì.

Il termosifone batté tre volte.

Tommaso riaprì la lettera del padre.

Lesse soltanto il passaggio sulla libertà.

Poi chiamò Elena di nuovo.

«È mezzanotte,» disse lei.

«Lo so.»

«Stavi bene dieci minuti fa.»

«Sto ancora bene.»

«Allora che c’è?»

Tommaso prese il portachiavi.

«Ti ho mai raccontato di quella volta che mio padre mi insegnò ad andare in bicicletta?»

«No.»

«Perché non è mai successo.»

Elena aspettò.

«Però ho una foto sulla bicicletta. Non ricordo chi mi insegnò.»

«Forse tua madre.»

«Lei diceva che era stato mio zio.»

«Può essere.»

«Mio zio viveva all’estero quell’anno.»

«Può essersi sbagliata.»

«Mia madre non si sbagliava mai su mio padre.»

Elena espirò. «Tommaso.»

«Ho conosciuto una prostituta.»

«Questa conversazione ha fatto una curva interessante.»

«Era innamorata di lui.»

«Di tuo padre?»

«Dice che le ha salvato la vita. Che poteva approfittarsi di lei e non l’ha fatto.»

«Ti ha fatto stare male?»

«Non lo so.»

«Ti ha fatto cambiare idea?»

«No.»

«Allora perché mi hai chiamata?»

Tommaso guardò la finestra. Il proprio riflesso galleggiava sul buio.

«Perché mi dispiace di averti chiuso il telefono.»

Elena rimase in silenzio.

«Non era una domanda,» aggiunse lui.

«Lo so.»

«E non devi dire che va bene.»

«Non va bene.»

«Grazie.»

«Ma accetto le scuse.»

Tommaso si sedette sul letto.

«Perché non sei venuta?»

«Te l’ho detto. Devo lavorare.»

«Avresti potuto prendere un giorno.»

«Tu avresti potuto chiedermelo.»

«Volevo che lo capissi.»

«Io capisco molte cose, Tommaso. Non voglio passare la vita a indovinarle.»

La frase rimase sospesa.

«Mio padre se ne andava quando litigavano,» disse lui.

«Lo so.»

«Io non me ne vado.»

«Tu resti nella stanza e diventi irraggiungibile. Non sempre è diverso.»

Tommaso sentì la risposta formarsi: una difesa precisa, con esempi e date. La lasciò passare.

«Torno tra due giorni,» disse.

«Non tornare per dimostrare che non sei lui.»

«Perché dovrei tornare?»

«Perché vuoi stare con me.»

Questa volta fu lui a dire: «Va bene.»

Elena rise piano.

Parlarono ancora per mezz’ora. Di cose piccole. Del gatto, della verifica contabile, della giacca troppo larga che Nello gli aveva venduto. Prima di chiudere, Tommaso le lesse due righe della lettera di Arturo.

Non quelle che parlavano di lui. Quelle sul cavo rotto e sui locali chiusi.

«Mi piace,» disse Elena.

«È retorica da motociclista.»

«Anche tu stai diventando retorico.»

«Buonanotte.»

«Buonanotte, motociclista.»

Tommaso dormì senza sogni.

§ 13

La mattina seguente trovò un fiore sul serbatoio della Guzzi.

Era un garofano rosso, legato al manubrio con un filo argentato. Tommaso pensò a Mara. Poi vide un biglietto sotto la manopola.

A tuo padre piaceva offrire la colazione. Oggi tocca a me. Giada, camera 8.

Alla reception, la proprietaria gli spiegò che Giada era una rappresentante di medicinali che dormiva lì ogni martedì da quindici anni.

«Ma oggi è sabato.»

«È venuta per un funerale.»

«Conosceva mio padre?»

La proprietaria guardò la moto attraverso la porta.

«Con quella moto ormai lo conosciamo tutti.»

Giada era seduta nella sala colazioni, davanti a un computer. Aveva capelli cortissimi e occhiali rossi. Quando Tommaso si presentò, chiuse lo schermo.

«Mi dispiace. Non volevo essere invadente.»

«Perché il fiore?»

«Una volta tuo padre mi trovò qui mentre piangevo. Avevo appena ricevuto una diagnosi sbagliata. O almeno, allora non sapevo ancora che fosse sbagliata.»

Tommaso sedette.

«Che diagnosi?»

«Una malattia degenerativa. Mi avevano detto che in pochi anni non avrei più camminato.»

«E lui cosa fece?»

«Mi chiese se volevo fare un giro.»

Tommaso guardò il garofano che aveva portato con sé.

«Sulla moto?»

«Sì. Io pensai che fosse matto. Lui disse che, se le mie gambe avevano intenzione di smettere, prima potevano stringere forte.»

«Molto delicato.»

«Arturo non era delicato. Era presente.»

Giada sorrise.

«Andammo fino al mare. Faceva freddo. Non avevo casco, lui mi diede il suo e guidò con un berretto di lana. Arrivati sulla spiaggia mi disse: adesso hai avuto paura per una cosa che stava succedendo davvero, puoi riposarti da quella che forse non succederà.»

«E la diagnosi?»

«Un secondo medico la escluse. Avevo un’infezione curabile.»

«Quindi mio padre non fece niente.»

«Mi portò al mare.»

Tommaso abbassò gli occhi.

Giada riaprì il computer. «Non devi trovarlo straordinario. Per me, quel giorno, lo fu.»

«Tutti mi dite che non devo fare niente, poi mi consegnate una storia.»

«Che cosa dovremmo consegnarti? Il silenzio?»

Tommaso non rispose.

Giada gli indicò il buffet. «Ho pagato per due. Se non mangi, Arturo vince un’altra volta.»

«In che senso?»

«Diceva che rifiutare un regalo per orgoglio significa lasciare che l’orgoglio se lo mangi.»

Tommaso prese un caffè e una fetta di torta.

Prima di uscire legò di nuovo il garofano al manubrio. Durò venti chilometri. Poi il vento staccò i petali uno alla volta, finché rimase soltanto il gambo.

Tommaso non lo tolse.

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