storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Ci vediamo lungo la strada – 5. La pioggia e la nebbia

Ci vediamo lungo la strada – 5. La pioggia e la nebbia

«Un uomo non risolveva il dolore. Lo rendeva più difficile da odiare.»

Romanzo breve in dieci puntate — quinta parte.

§ 14

La strada si allargava e si restringeva seguendo paesi, fabbriche e filari. Tommaso procedeva verso est. Ravenna non era ancora vicina, ma aveva smesso di pensare ai chilometri.

Verso mezzogiorno il motore perse un colpo.

Poi un altro.

La Guzzi continuò a correre, ma a gas costante tossiva. Tommaso ricordò le parole di Cesare sulla carburazione. Chiuse un poco l’aria, provò ad accelerare. Il difetto peggiorò.

Si fermò davanti a un’officina chiusa. Sul cancello c’era un cartello con scritto Chiuso, senza indicazione di giorno o ora.

Tolse una candela con gli attrezzi di Arturo. Era nera. Pulì l’elettrodo sul bordo del marciapiede, rimontò tutto e accese. Il motore girò meglio per trenta secondi, poi ricominciò.

Un bambino lo osservava dall’altra parte della strada. Aveva una bicicletta troppo grande e un casco giallo.

«È rotta?» chiese.

«No. Sta pensando.»

«Mio nonno aggiusta le moto.»

«Questa officina è sua?»

«No. Mio nonno aggiusta le moto nel pollaio.»

Il bambino partì pedalando. Tornò dieci minuti dopo seguito da un uomo su un trattore. Il nonno aveva un cappello di paglia, nonostante fosse autunno, e un sigaro spento tra i denti.

«Fammi sentire.»

Tommaso accese.

L’uomo ascoltò piegando la testa prima da un lato, poi dall’altro.

«Puntine.»

«Nella borsa ci sono.»

«Allora perché sei ancora qui?»

«Non so cambiarle.»

«Impari.»

Portarono la moto in un cortile dietro una casa. Nel pollaio non c’erano polli, ma scaffali pieni di carburatori, serbatoi, catene e fanali. Il nonno si chiamava Orlando. Il bambino, Pietro.

Orlando fece sedere Tommaso su uno sgabello e gli mise in mano un cacciavite.

«Apri.»

«Se sbaglio?»

«La moto resta rotta. È già rotta.»

Tommaso rimosse il coperchio dello spinterogeno. Orlando gli spiegò la distanza dei contatti, il punto morto superiore, il segno sul volano. Non toccò nulla finché Tommaso non glielo chiese.

Pietro osservava.

«Come sai tutte queste cose?» domandò al nonno.

«Ho rotto più moto di lui.»

Quando il motore ripartì regolare, Tommaso provò un piacere infantile. Diede due colpi di gas. La Guzzi rispose piena.

Orlando si tolse il sigaro di bocca.

«Di chi era?»

Tommaso esitò. «Di Arturo Valenti.»

Il vecchio non mostrò di riconoscere il nome.

Tommaso provò sollievo e, insieme, una delusione che lo sorprese.

«Quanto le devo?»

«Niente. Hai fatto tu.»

«Mi ha insegnato.»

«Allora insegna a qualcun altro.»

Pietro tese la mano. «A me.»

Tommaso gli mostrò le vecchie puntine e quelle nuove. Gli spiegò quello che aveva appena imparato. Il bambino annuiva con serietà.

Prima che ripartisse, Orlando guardò la campanella.

«Quella funziona?»

«Non abbastanza.»

«Allora sei ancora vivo per merito tuo. È meglio.»

Tommaso salutò. Per alcuni chilometri sentì le dita odorare di metallo e benzina dentro i guanti.

Pensò che la magia di cui scriveva Arturo poteva essere anche quella: arrivare incapaci in un posto e ripartire sapendo fare una cosa.

Il pensiero gli sembrò troppo vicino a suo padre. Accelerò per lasciarlo indietro.

§ 15

Nel tardo pomeriggio il cielo cambiò.

Da est arrivarono nuvole basse. Il vento piegò le cime dei pioppi e portò odore di pioggia prima che cadesse la prima goccia.

Tommaso vide una pensilina abbandonata accanto a una vecchia pesa pubblica. Frenò e spinse la moto sotto il tetto di lamiera proprio mentre l’acqua cominciava a scendere.

In meno di un minuto la strada scomparve dietro una tenda grigia.

La pensilina aveva tre pareti, una panca rotta e manifesti strappati. Sul pavimento c’erano foglie, bottiglie e un guanto da lavoro. Tommaso spense il motore, ma il vento portava la pioggia di traverso. Riaccese e si accovacciò accanto alla Guzzi.

I cilindri a V sporgevano nel vuoto. Avvicinò le mani alle alette calde senza toccarle. Il metallo irradiava un calore asciutto, vivo. Odorava di olio e polvere bagnata.

Non prese il telefono. Non aprì la lettera. Non cercò indicazioni.

Guardò davanti a sé.

pioggia e cilindri

L’acqua correva sull’asfalto, riempiva le buche, cancellava i margini. Ogni tanto un’auto passava sollevando due ali bianche. Dietro tornava il vuoto.

Tommaso lasciò che i pensieri arrivassero senza ordinarli.

Vide sua madre seduta sul bordo del letto, con una mano sulla guancia. Aveva trent’anni e sembrava vecchia. Tuo padre non sa amare nessuno.

Vide Arturo nella fotografia davanti ai campi. La libertà vera è più scomoda.

Vide Mara sotto il neon. Aveva orgoglio negli occhi.

Vide Cesare schiacciare il bicchiere. La verità non è un tribunale.

Non una di quelle immagini cancellava le altre.

Per tutta la vita Tommaso aveva creduto che conoscere il padre significasse scegliere tra due uomini: quello terribile raccontato dalla madre e quello assente che non aveva mai parlato. Ora gli incontri ne stavano costruendo un terzo. Non era innocente. Non era nemmeno il colpevole perfetto che aveva custodito.

Era un uomo che giocava e pagava. Che fuggiva dalle liti e tornava indietro per gli amici. Che non aveva saputo crescere un figlio e aveva difeso una sconosciuta. Che si vergognava abbastanza da soffrire, non abbastanza da trovare il coraggio.

Un uomo non risolveva il dolore. Lo rendeva più difficile da odiare.

Tommaso allungò le mani verso i cilindri. Il calore stava diminuendo.

Si chiese quante volte Arturo si fosse fermato sotto un riparo come quello. Se avesse guardato la pioggia. Se avesse pensato a lui. Se avesse preso il telefono e poi l’avesse rimesso in tasca.

La domanda successiva arrivò senza difese: quante volte Tommaso aveva fatto lo stesso con Elena?

Il rumore della pioggia riempì tutto.

Lui rimase lì per quasi un’ora, senza leggere nulla, senza cercare risposte. Fissava la strada e si scaldava al calore irradiato dai cilindri della Guzzi.

Quando l’acqua rallentò, il motore era tiepido.

Tommaso spense, aspettò ancora qualche minuto e ripartì.

La strada bagnata rifletteva il cielo. Per un tratto sembrò che la moto corresse sopra la luce.

§ 16

Raggiunse l’Albergo Roma dopo il tramonto. Era una trattoria con quattro camere, costruita accanto a un vivaio. L’insegna era scolorita.

Tommaso entrò gocciolando.

«Le camere sono finite,» disse il ragazzo alla reception.

«Posso aspettare che smetta.»

«Ha già smesso.»

Tommaso guardò fuori. Era vero.

«Allora mangio.»

La sala era affollata. Lo fecero sedere a un tavolo lungo con altre cinque persone: due venditori di macchine agricole, una donna anziana con una gabbia vuota, un giovane in abito scuro e un uomo dalla pelle bruna che portava tre denti d’oro.

Tommaso ordinò zuppa e carne. Non aveva voglia di parlare.

L’uomo con i denti d’oro lo osservava.

Ogni volta che Tommaso alzava gli occhi, quello sembrava guardare altrove. Aveva capelli neri pettinati indietro, un cappotto troppo leggero e un anello massiccio all’indice.

Dopo cena Tommaso pagò e tornò alla moto.

La notte era fredda. Il parcheggio si estendeva dietro la trattoria, illuminato soltanto da una lampada vicino ai bidoni. Mentre infilava i guanti sentì passi sulla ghiaia.

L’uomo dai denti d’oro avanzava verso di lui.

Tommaso guardò intorno. Non c’era nessuno.

«Bella moto,» disse l’uomo.

«Grazie.»

«Dove vai?»

«Non sono affari tuoi.»

L’uomo sorrise. L’oro brillò nella luce.

«Questa risposta la conosco.»

Tommaso mise una mano nella tasca della giacca. Non aveva niente che potesse servirgli. Le chiavi erano già nel quadro.

«Lasciami passare.»

L’uomo continuò ad avvicinarsi.

«Come ti chiami?»

«Fatti indietro.»

«Tommaso?»

Il nome lo immobilizzò.

L’uomo si fermò a due metri. Alzò le mani, palmi aperti.

«Io sono Janko.»

janko nella nebbia

«Come sai chi sono?»

Janko indicò la moto. «Questa fa più domande di un poliziotto.»

«Conoscevi mio padre.»

«Era mio amico.»

Tommaso tolse la mano dalla tasca.

«Mi stavi seguendo?»

«Volevo essere sicuro. A tavola avevi una faccia cattiva.»

«E adesso?»

«Adesso hai paura. È meglio.»

Tommaso sentì la vergogna trasformarsi in rabbia. «Non ho paura.»

Janko rise. «Allora sei stupido come Arturo.»

Si sedette sul bordo di un’aiuola e accese una sigaretta.

«Da dove vieni?» chiese Tommaso.

«Da qui. Da venticinque anni. Prima da molti posti.»

«Sei rom?»

Janko mostrò i denti d’oro. «Sono zingaro quando qualcuno vuole insultarmi e rom quando qualcuno vuole dimostrare di essere educato. Per gli amici sono Janko.»

«E mio padre come ti chiamava?»

«Ladro.»

Tommaso lo fissò.

«Io lo chiamavo fallito.» Janko aspirò il fumo. «Eravamo amici onesti.»

Il tono era serio, ma gli occhi ridevano.

«Che cosa vuoi raccontarmi?»

«Niente. Volevo vedere se eri vivo.»

«Perché non dovrei esserlo?»

«Arturo diceva che tua madre ti aveva chiuso in una stanza senza porte.»

Tommaso fece un passo verso di lui. «Non parlare di lei.»

Janko non si mosse.

«Vedi? La stanza.»

«Tu non sai niente.»

«So che un giorno tuo padre venne al nostro campo con la faccia rotta. Aveva cercato di vederti. Tua madre chiamò suo fratello e suo fratello lo picchiò.»

Tommaso ricordava lo zio rientrare con le nocche gonfie. Aveva detto di essere caduto.

«Arturo poteva denunciarlo.»

«Non lo fece.»

«Perché?»

«Perché pensava che avresti creduto di essere la causa.»

Janko gettò la cenere nella ghiaia.

«Rimase da noi per due giorni. I bambini gli dipinsero la moto con il fango. Lui li lasciò fare. Poi passò una settimana a pulirla.»

«Questo dovrebbe renderlo buono?»

«No. Lo rende un uomo con una moto sporca.»

Tommaso appoggiò il casco sulla sella.

«Tutti avete una storia pronta.»

«Io ne ho molte. In una tuo padre mi rubò una cassetta di attrezzi. In un’altra io gli rubai il portafoglio. In una terza lui mi prestò denaro quando nessuna banca mi avrebbe lasciato entrare. In una quarta io glielo restituii e lui contò i soldi davanti a tutti.»

«Non si fidava.»

«Si fidava abbastanza da prestarmeli. E mi rispettava abbastanza da contarli.»

Janko si alzò.

«Una volta un uomo accusò mio figlio di avergli preso un orologio. Tutti gli credettero. Arturo no. Andò nel bar dove quell’uomo aveva bevuto e trovò l’orologio sotto una sedia.»

«Poteva averlo messo lui.»

«Questo pensi di tutti?»

«Di mio padre sì.»

«Allora perché porti la sua moto?»

Tommaso afferrò il casco.

«Devo prendere dei ricambi.»

«Certo.» Janko sorrise. «E io vado in chiesa per controllare l’intonaco.»

Fece per andarsene, poi tornò indietro.

«Aspetta qui.»

«No.»

Janko era già sparito dietro la trattoria. Ricomparve con una coperta arrotolata e una chiave.

«Le camere sono finite. Dietro il vivaio ho una roulotte. Pulita. Puoi dormire lì.»

«Preferisco continuare.»

«Hai guidato sotto la pioggia, sei stanco e la strada è nera. Se parti adesso, tuo padre mi viene in sogno a rompere le scatole.»

«Non credo ai sogni.»

«Neanche io. Ma credo che Arturo romperebbe le scatole anche da morto.»

Tommaso guardò la strada oltre il parcheggio. Un velo di nebbia cominciava a salire dai campi.

Prese la chiave.

La roulotte era vecchia ma ordinata. Sapeva di legno, sapone e tabacco. Sul tavolo c’era una fotografia di Janko, molto più giovane, accanto ad Arturo. Tra loro sedeva una donna con lunghi capelli scuri. Tutti e tre mostravano una campanella appesa a una corda.

Tommaso avvicinò la foto alla lampada.

Janko entrò senza bussare con due bicchieri e una bottiglia.

«Chi è lei?» chiese Tommaso.

L’uomo guardò la fotografia. «Mia sorella, Zora.»

«È lei che gli ha regalato la campanella?»

Janko versò un liquore trasparente.

«Sì.»

Tommaso attese.

«Erano innamorati?»

«Per una settimana.»

«Una settimana?»

«La settimana può bastare, se uno dei due deve partire.»

«Dov’è andata?»

«È morta.»

Janko bevve. Tommaso non toccò il bicchiere.

«Incidente?»

«Malattia. Molto tempo fa. La campana era per la strada, ma anche per lei. Zora diceva che quando suonava sapeva dove si trovava Arturo.»

«Mio padre era ancora con mia madre?»

Janko lo guardò. «Erano già separati.»

Tommaso non seppe se il sollievo che provava fosse per Arturo o per sé.

«La campanella deve essere regalata,» disse.

«Sì.»

«E protegge dai guai.»

«No.» Janko riempì di nuovo il proprio bicchiere. «Ti ricorda soltanto che qualcuno vorrebbe vederti tornare. Sei tu che devi evitare i guai.»

Tommaso pensò a Elena.

«Perché non gliel’hai chiesta indietro?»

«Perché era un regalo.»

«Ora è mia.»

«Ora suona per te.»

Janko si avviò alla porta.

«Domattina mia moglie porta il caffè alle sette. Se le dici che non lo vuoi, lo versa lo stesso.»

«Janko.»

L’uomo si voltò.

«Mio padre era una brava persona?»

I denti d’oro non comparvero.

«A volte.»

«E le altre?»

«Le altre cercava di diventarlo.»

Chiuse la porta.

Tommaso rimase con la fotografia in mano. Fuori, la nebbia cancellava il vivaio. Dal punto in cui aveva parcheggiato la Guzzi arrivò un tintinnio breve.

Una volta.

Poi più nulla.

§ 17

La moglie di Janko bussò alle sette precise con un vassoio.

Si chiamava Rada. Era bassa, robusta, con capelli grigi raccolti in una treccia e una gonna azzurra sotto un giaccone da uomo. Portava caffè, pane caldo, burro e una ciotola di marmellata scura.

«Non doveva disturbarsi.»

«Janko ha detto che avresti detto così.»

Entrò senza attendere l’invito. Posò il vassoio e aprì le tende. La nebbia era ancora fitta. Le sagome delle piante emergevano in file ordinate, come persone in attesa.

Rada vide la fotografia sul tavolo.

«Zora era bella.»

«Sì.»

«Arturo anche, prima che il suo naso diventasse una patata.»

Tommaso guardò il volto giovane del padre. «Perché è diventato una patata?»

«Un pugno a Trieste. O una porta a Ferrara. Cambiava storia.»

Versò il caffè in una tazza. «Mangia.»

Tommaso spezzò il pane. Era ancora tiepido.

«Lei lo conosceva bene?»

«Abbastanza per non prestargli la macchina.»

«Perché tutti lo aiutavano se era così inaffidabile?»

Rada lo studiò come se la domanda fosse più semplice di lui.

«Perché arrivava quando serviva.»

«Non con me.»

«Tu non eri qui.»

«Avrebbe potuto venire.»

«Sì.»

Tommaso spalmò la marmellata con troppa forza. Il pane si ruppe.

Rada raccolse le briciole con un dito. «Quando mia figlia si sposò, non voleva suo zio alla festa. Avevano litigato dieci anni prima. Diceva che era morto per lei. Lo zio morì davvero l’anno dopo. Adesso mia figlia racconta che lui non sarebbe venuto comunque. Così non deve pensare che poteva invitarlo.»

«Non è la stessa cosa.»

«Niente è mai la stessa cosa. Per questo parliamo.»

Rada uscì. Tornò un momento dopo e gli porse un sacchetto di carta.

«Per la strada.»

Dentro c’erano due panini e tre mele.

«Quanto le devo?»

La donna gli prese il polso e gli chiuse la mano.

«Tuo padre, una volta, portò mio figlio in ospedale nel mezzo della notte. Non accettò soldi.»

«Io non sono lui.»

«Questa frase la dici perché hai paura che qualcuno vi confonda. Non c’è pericolo.»

Rada lasciò il polso.

«Tu dici grazie in modo diverso.»

Tommaso abbassò gli occhi sul sacchetto.

«Grazie.»

«Vedi?»

Nel cortile, Janko stava controllando la pressione delle gomme. Aveva una sigaretta spenta tra i denti e un berretto di lana.

«Non serviva.»

«La posteriore era bassa.»

«È stata riparata ieri.»

«Appunto.»

Tommaso legò la borsa sul portapacchi. Janko gli restituì la fotografia di Zora e Arturo.

«Non è mia.»

«Ne ho altre.»

«Non la voglio.»

Janko la infilò nella tasca esterna della borsa. «Allora buttala più avanti. Qui Rada la trova e mi picchia.»

Tommaso accese il motore. La nebbia inghiottiva il cancello.

«La strada principale è da quella parte,» disse Janko indicando a sinistra.

«Lo so.»

«Tu andrai a destra.»

«Perché?»

«Perché tuo padre andava sempre a destra quando sapeva che la strada era a sinistra.»

Tommaso inserì la prima. «Io non sono mio padre.»

Janko mostrò l’oro. «Lo so. Tu lo annunci.»

Tommaso partì verso sinistra. Dopo cento metri trovò il ponte chiuso per lavori e dovette tornare indietro.

Janko era ancora al cancello. Non disse nulla. Alzò soltanto una mano mentre la Guzzi passava verso destra.

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