storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Ci vediamo lungo la strada – 6. La casa di Ravenna

Ci vediamo lungo la strada – 6. La casa di Ravenna

«Per avere una voce minuscola quando tutto il resto scompariva.»

Romanzo breve in dieci puntate — sesta parte.

§ 18

La deviazione attraversava una campagna silenziosa. La nebbia riduceva il mondo a cinquanta metri di asfalto. Tommaso procedeva piano, seguendo i catarifrangenti e il ritmo del motore.

Per la prima volta capì perché Arturo avesse montato una campanella. Non per proteggersi dai mostri della strada. Per avere una voce minuscola quando tutto il resto scompariva.

Dopo mezz’ora raggiunse un paese. Un forno era già aperto. Davanti alla vetrina, una ragazza caricava cassette di pane in un furgone.

La Guzzi tossì una volta e si spense al semaforo.

Tommaso tentò di riavviarla. Il motorino girò a vuoto. La ragazza posò una cassetta.

«Benzina?»

«Ho fatto il pieno ieri.»

«Rubinetti?»

Tommaso controllò. Uno dei due rubinetti era chiuso. Lo aprì. Il motore partì immediatamente.

La ragazza rise.

«Grazie.»

«Sono quaranta euro.»

Tommaso quasi sorrise. «Fattura?»

«Solo focaccia.»

Entrò nel forno. Dietro il banco, una donna con le braccia infarinate stava disponendo filoni.

«Lorenza,» gridò la ragazza, «questo non apriva la benzina.»

«Capita ai motociclisti nuovi.»

Tommaso indicò una focaccia. «Quella, per favore.»

La donna guardò fuori. «Quella moto non è nuova.»

Si avvicinò alla vetrina, strizzò gli occhi e si pulì le mani sul grembiule.

«È tornata.»

Tommaso avvertì la solita resistenza. Ora, però, sotto c’era qualcos’altro. Un’attesa.

«Era di Arturo Valenti.»

Lorenza si girò lentamente. «Tu sei suo figlio.»

«Sì.»

La ragazza smise di caricare il furgone.

«Io sono Chiara,» disse. «Tuo padre mi portò all’esame di maturità con quella moto.»

«Perché?»

«Perché avevo perso l’autobus e mia madre non guidava.»

Lorenza scosse la testa. «Arrivò qui per comprare due michette. Lei piangeva. Lui disse: casco.»

Chiara aveva forse trent’anni. «Avevo studiato per mesi e sarei arrivata tardi. Arturo attraversò tre paesi in venticinque minuti.»

«Guidando come un criminale,» disse Lorenza.

«Arrivammo in anticipo.»

«Perché l’orologio della cucina era avanti.»

Chiara sorrise a Tommaso. «Presi novantadue.»

«Mio padre sosteneva di averti fatto promuovere?»

«Sosteneva che senza di lui avrei preso cento.»

Tommaso rise. Fu breve, ma entrambe le donne lo sentirono.

Lorenza prese dal banco un sacchetto di focaccia e glielo porse.

«Questa la paghi. Tuo padre aveva ancora un conto aperto.»

«Quanto?»

«Due euro e quaranta.»

«Dopo quanti anni?»

«L’onore è l’onore.»

Tommaso diede cinque euro. Lorenza restituì il resto fino all’ultimo centesimo.

«Passava spesso?» chiese lui.

«Una volta al mese. A volte meno.»

«Parlava di me?»

Lorenza non rispose subito. «Comprava una focaccia dolce quando aveva ricevuto tue notizie.»

«Come le riceveva?»

«Non lo so. Cesare, forse. O qualcun altro.»

«E quando non ne aveva?»

«Comprava pane nero.»

Tommaso guardò gli scaffali. «Perché?»

La donna alzò le spalle. «Diceva che almeno il pane doveva essere sincero.»

Fuori, la nebbia cominciava ad alzarsi. Chiara chiuse il furgone.

«A Ravenna vai sempre dritto fino al cavalcavia, poi segui le indicazioni.»

«Come sai che vado a Ravenna?»

«Con quella moto, andando a est, o vai a Ravenna o finisci in mare.»

Tommaso infilò la focaccia nella borsa insieme ai panini di Rada. Aveva cibo sufficiente per una settimana.

Ripartì con entrambi i rubinetti aperti.

§ 19

La nebbia si sciolse lasciando un cielo bianco. Tommaso attraversò paesi dai nomi che dimenticava appena superati. Si fermò soltanto per benzina e per controllare la ruota posteriore. La riparazione teneva.

Poco prima di mezzogiorno una pattuglia gli fece segno di accostare.

Tommaso parcheggiò sul piazzale di una pesa. Un agente giovane controllò targa e documenti. L’altro rimase vicino all’auto, osservando la Guzzi.

«La revisione è valida,» disse il primo. «Ma il passaggio di proprietà?»

Tommaso mostrò i documenti consegnati dallo studio e il certificato relativo alla successione.

L’agente li lesse due volte.

L’altro si avvicinò. Aveva capelli bianchi tagliati corti e un neo scuro sulla guancia.

«Posso vedere il libretto?»

Tommaso glielo porse.

L’uomo lesse il nome. Sollevò lo sguardo.

«Arturo Valenti.»

«Era mio padre.»

L’agente giovane sospirò. «Lo conosce anche lei?»

Il collega gli restituì il libretto. «Una volta mi ha impedito di rovinarmi la carriera.»

Tommaso attese.

«Ero appena entrato. Lo fermai perché aveva superato un camion dove non doveva. Lui scese e cominciò a discutere. Io avevo ventitré anni e volevo dimostrargli chi comandava.»

«Immagino che mio padre collaborasse.»

«Mi chiamò bambino con la divisa.»

L’agente giovane nascose un sorriso.

«Io lo spinsi. Forte. Lui cadde contro la moto.»

«La denunciò?»

«No. Mi guardò e disse: se mi tocchi ancora, ti rompo il naso; se ti calmi, facciamo finta che sei diventato adulto adesso.»

L’uomo indicò il proprio distintivo. «Mi calmai. Gli feci la multa. Lui la pagò il giorno dopo e non raccontò niente a nessuno.»

«Forse aveva paura.»

«Tuo padre?» L’agente sorrise. «Non abbastanza.»

Tommaso sistemò i documenti.

«Non le chiedo di dimenticare la multa.»

«Era giusta.»

L’agente giovane concluse il controllo. Prima di lasciarlo andare, quello anziano toccò il bordo della visiera.

«Mi dispiace.»

Tommaso annuì.

Ripartì. Nello specchietto vide i due agenti restare fermi a guardarlo finché la strada curvò.

Si domandò quante persone avrebbero potuto raccontare un pezzo di Arturo. Cento? Mille? Ogni storia restituiva un uomo diverso e, nello stesso tempo, una linea riconoscibile: impulsivo, ingombrante, incapace di voltarsi dall’altra parte quando qualcuno era nei guai. Capace invece di voltarsi quando il guaio era dentro casa.

Forse era più facile salvare una sconosciuta da tre uomini che bussare alla porta di un figlio.

Tommaso non lo assolse.

Ma smise di provare disgusto ogni volta che pronunciava il suo nome.

§ 20

Ravenna apparve senza annunciarsi. La strada si riempì di biciclette, rotonde e pini. L’aria aveva un odore diverso, umido e salato, anche se il mare non si vedeva.

L’indirizzo indicato da Arturo era in un quartiere di case basse. Il numero civico apparteneva a un edificio color sabbia, con persiane verdi e un glicine secco sul cancello.

Tommaso parcheggiò sul marciapiede.

La chiave cucita nella borsa aprì il cancello. La porta principale, però, era chiusa con una serratura diversa. Sul foglio del padre c’era scritto: Ingresso laterale, ripostiglio in fondo al cortile.

Seguì il vialetto. Dietro la casa trovò una tettoia, un lavatoio e una porta di legno. La chiave girò.

Il ripostiglio era buio. Tommaso cercò l’interruttore. Una lampadina nuda illuminò scaffali, barattoli e mobili coperti da teli.

La scatola dei ricambi era subito visibile. Arturo aveva scritto ROSSA sul coperchio con un pennarello nero.

Tommaso la sollevò. Pesava più di quanto immaginasse. Dentro, ogni pezzo era avvolto in carta oleata e accompagnato da un cartellino: bobina funzionante, regolatore da controllare, puntine nuove, cavo contachilometri, guarnizioni carburatori, lampade sei volt. C’erano anche dadi, rondelle, molle, due leve, una manopola e un piccolo specchio.

Sotto la scatola trovò una valigia.

Non era menzionata nella lettera.

La valigia era marrone, con angoli di metallo e una chiusura senza serratura. Sul coperchio c’era polvere, tranne una striscia pulita dove qualcuno aveva passato una mano.

Tommaso la aprì.

Dentro c’erano lettere.

Centinaia.

Alcune in buste chiuse, altre piegate senza busta. Erano divise da fasce elastiche e ordinate per anno. Su quasi tutte compariva il suo nome.

Tommaso si sedette sul pavimento.

La prima risaliva a quando aveva sette anni.

Oggi ho visto un aquilone giallo e ho pensato a quello che abbiamo perso nel campo dietro casa. Tu piangevi perché credevi che fosse salito fino al sole. Ho promesso che te ne avrei comprato un altro, ma non l’ho fatto. In questo periodo ho fatto molte promesse e ne ho mantenute poche. Non so se un aquilone può aspettare. Spero che tu possa.

La lettera non era mai stata spedita.

Ne aprì una con il timbro postale. Sulla busta, sopra l’indirizzo, qualcuno aveva scritto RIFIUTATO.

Ho saputo che hai vinto una gara di nuoto. Non so se è vero. Ho raccontato a tutti che sei arrivato primo. Se invece sei arrivato ultimo, non dirglielo: ormai ci ho fatto una gran figura.

Tommaso sorrise e sentì subito gli occhi bruciare.

Prese una lettera di quando aveva quindici anni.

Cesare dice che suoni la chitarra. Io ne avevo una, ma tua madre la ruppe durante una lite. Aveva ragione. Non perché si debbano rompere le chitarre, ma perché la suonavo mentre lei cercava di parlarmi. A volte uno usa la musica per non ascoltare. A volte usa una moto. Tu, se puoi, impara a smettere quando qualcuno ti chiede di restare.

Quella era senza busta.

Un rumore nel cortile lo fece voltare.

Una donna anziana apparve sulla porta. Portava una borsa della spesa e un mazzo di chiavi.

«Tu devi essere Tommaso.»

Lui asciugò il viso con il dorso della mano prima di alzarsi.

«Chi è lei?»

«Irene. La proprietaria.»

«Pensavo non abitasse più nessuno qui.»

«Io abito al piano di sopra. Arturo aveva il piano terra.»

Irene guardò la valigia aperta. «L’hai trovata.»

«Sapeva che c’era?»

«L’ho spostata io quando abbiamo svuotato la casa.»

«Perché non è stata consegnata allo studio?»

«Arturo disse che avresti trovato quello che eri pronto a cercare. Gli avvocati non amano queste frasi, quindi non glielo disse.»

Tommaso pensò al modo in cui Tiziano aveva guardato la busta gialla. Forse sapeva. Forse aveva scelto di non sapere.

«Sono tutte per me.»

«Quasi.»

Irene posò la spesa su uno scaffale e si chinò. Da un lato della valigia estrasse un fascio più piccolo legato con un nastro blu.

«Queste sono di tua madre.»

Tommaso non le prese.

«A lui?»

«Sì.»

«Mia madre non gli scriveva.»

«Queste lettere dicono il contrario.»

Irene gliele porse. «Io preparo il caffè. Non leggerle tutte insieme se non vuoi diventare vecchio in un pomeriggio.»

Uscì.

Tommaso rimase con il nastro blu tra le dita.

La prima lettera era datata due anni dopo la separazione.

Arturo,

Tommaso si sveglia ancora quando sente una moto. Non venire sotto casa. Non aspettarlo fuori da scuola. Non telefonare la sera. Ogni volta ricomincia a chiedere quando torni e io non so più che cosa rispondere.

Hai detto che lo porteresti via. So che eri ubriaco, ma io non posso dimenticarlo soltanto perché il giorno dopo ti sei pentito. La paura non obbedisce alle rettifiche.

Se vuoi vederlo, passa attraverso l’avvocato e accetta che ci sia qualcun altro. Non presentarti come se questa fosse ancora casa tua.

Tommaso lesse due volte.

La lettera successiva era di Arturo, una copia a carbone.

Accetto. Dimmi il giorno.

Poi una lettera della madre.

Non questo mese. Ha la febbre e poi andiamo da mia sorella.

La risposta di Arturo:

Dimmi il mese prossimo.

Un’altra della madre, sei settimane dopo.

Ha cominciato la scuola. Non è il momento.

Poi non c’erano risposte per quasi un anno. Soltanto copie delle lettere di Arturo, sempre più brevi.

Quando?

Posso almeno parlargli?

Ho lasciato il regalo da Cesare. Decidi tu se darglielo.

Infine una busta aperta con la grafia della madre.

Gli ho detto che non vuoi vederlo.

Tommaso smise di respirare.

La frase continuava.

So che non è vero. In quel momento mi ha chiesto perché tu non venissi e non sono riuscita a dirgli che ho paura. Ho detto la cosa che lo avrebbe fatto smettere di aspettarti. Ha funzionato. Da tre notti dorme.

Mi odio per questo, ma odio di più quello che diventiamo quando ricompari. Lui corre verso la finestra. Io torno a essere la donna che conta i soldi e aspetta il rumore della chiave. Tu prometti, io urlo, lui ci guarda. Non posso continuare.

Forse un giorno gli dirò la verità. Adesso ho bisogno che tu resti lontano.

La risposta di Arturo non era una copia. Era l’originale, mai spedito.

Se stare lontano lo fa dormire, starò lontano. Ma non trasformarmi in qualcuno che non lo ama. Puoi dirgli che sono vigliacco, inaffidabile, povero, ubriaco, infedele e stupido. In certi giorni sono stato tutte queste cose. Non dirgli che non lo voglio. Quella è l’unica colpa che non ho.

Tommaso posò il foglio.

Il ripostiglio sembrò restringersi. La lampadina ronzava. Da fuori arrivava il rumore di una bicicletta.

Si alzò troppo in fretta e urtò lo scaffale. Una scatola cadde, spargendo viti sul pavimento.

Uscì nel cortile.

L’aria era fredda. Si piegò sul lavatoio e vomitò il caffè, la focaccia e tutto quello che aveva mangiato.

Irene comparve con una tazza in mano. Non disse niente. Aprì il rubinetto e lasciò scorrere l’acqua.

Tommaso si sciacquò la bocca.

«Lei sapeva?»

«Conoscevo le lettere.»

«Ha conosciuto mia madre?»

«Due volte.»

«Quando?»

Irene indicò la porta di casa. «Vieni dentro. Qui fa freddo.»

La cucina di Arturo era rimasta quasi vuota. Un tavolo, quattro sedie, una credenza verde. Sulla parete c’era un rettangolo più chiaro dove era stato tolto un quadro. Irene posò caffè e acqua.

«Tua madre venne qui la prima volta quando tu avevi diciassette anni. Rimase fuori in macchina. Arturo scese. Parlarono per quasi un’ora.»

«Di cosa?»

«Non lo so. Dopo, lui salì e ruppe un piatto.»

«E la seconda?»

«Cinque anni fa. Era già malata.»

Tommaso sollevò la testa. Sua madre era morta quattro anni prima, dopo una malattia durata meno di un anno.

«Che cosa voleva?»

«Chiedergli di non cercarti dopo la sua morte.»

«Perché?»

«Diceva che tu avevi costruito un equilibrio. Che avevi una donna, un lavoro, una casa. Temeva che la verità ti avrebbe tolto tutto.»

«Quale verità?»

Irene guardò verso il cortile. «Quella che hai appena letto, immagino.»

«E lui accettò?»

«No. Litigarono. Lei lo accusò di aspettare che morisse per presentarsi come quello buono. Lui le disse che non era buono e che proprio per questo non voleva morire dentro la storia che aveva raccontato lei.»

«Come finì?»

«Tua madre pianse. Arturo la accompagnò alla macchina.»

«E poi?»

«Poi non ti cercò.»

Tommaso rise senza allegria. «Quindi accettò.»

«Forse ebbe paura.»

«Tutti avevano paura. Mia madre aveva paura. Mio padre aveva paura. Intanto decidevano per me.»

Irene annuì. «Sì.»

«E adesso sono morti.»

«Sì.»

«E io dovrei fare cosa con queste lettere?»

«Quello che vuoi.»

Tommaso colpì il tavolo con il palmo. La tazza saltò.

«Non voglio essere libero di decidere! Voglio che uno di loro sia qui e mi dica perché.»

Irene raccolse con calma il caffè versato usando un panno.

«Questa casa è stata piena di perché. Non hanno risposto a nessuno.»

Tommaso si alzò e camminò fino alla finestra. La Guzzi era nel cortile, macchiata di fango. Il gambo del garofano resisteva ancora sul manubrio.

«Lui parlava di me?»

«Sì.»

«Con tutti, a quanto pare.»

«Con me no. Parlava da solo.»

Tommaso si voltò.

«Negli ultimi mesi dimenticava che io fossi nella stanza. Una volta stava pulendo i carburatori e disse: Tommaso non stringere troppo, spacchi l’alluminio. Un’altra apparecchiò per due.»

Irene piegò il panno.

«Non so se ti vedeva o se provava una conversazione che non aveva mai avuto.»

Tommaso tornò nel ripostiglio.

Raccolse le viti una alla volta.

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