storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Ci vediamo lungo la strada – 7. Le lettere mai spedite

Ci vediamo lungo la strada – 7. Le lettere mai spedite

«Il figlio era cresciuto dentro la versione di lei. Ora sedeva tra i resti della versione di lui. Nessuna delle due era una vita.»

Romanzo breve in dieci puntate — settima parte.

§ 21

Passò il pomeriggio tra le lettere.

Non le lesse tutte. A un certo punto comprese che non avrebbe potuto. Ogni foglio apriva una giornata che non aveva vissuto e non poteva restituirgli. Scelse gli anni, i timbri, le grafie che cambiavano.

lettere a ravenna

A vent’anni, Arturo gli aveva scritto:

Ho saputo che hai lasciato l’università. Non so se è vero. Se lo è, non permettere a nessuno di chiamarlo fallimento prima di aver capito dove stai andando. Io ho lasciato tre lavori per stupidità e due per salvarmi. Da fuori sembrano cinque errori uguali.

A ventitré:

Cesare dice che lavori in uno studio di progettazione. Io non so bene che cosa progetti. Spero ponti. I ponti mi piacciono perché ammettono che due rive non sono capaci di raggiungersi da sole.

A ventisette:

Ti ho visto al mercato. Eri con una ragazza dai capelli rossi. Ti ho seguito per cinquanta metri, poi mi sono fermato. Ridevi. Non ho avuto il coraggio di rischiare che smettessi.

La ragazza non era Elena. Si chiamava Sara. Tommaso ricordava quel mercato e una sensazione improvvisa di essere osservato. Aveva cercato un volto tra la gente senza trovarlo.

A trentadue:

Ho ricevuto la tua lettera. Quella con scritto destinatario sconosciuto. È una buona battuta. Me la meritavo. Ho tenuto la busta perché contiene la cosa più vicina alla tua grafia che possiedo.

La busta era spillata al foglio. Le due parole di Tommaso apparivano in stampatello nero.

A trentotto:

Tua madre è morta. L’ho saputo tardi. Sono andato al funerale e sono rimasto fuori dal cimitero. Non volevo che mi vedessi proprio quel giorno. Avrei voluto odiarla. Non ci sono riuscito. Ho amato tua madre male, ma l’ho amata. Lei ha amato te con tutto quello che aveva, anche con la paura. Cerca di ricordarlo quando scoprirai il resto.

Tommaso lasciò cadere il foglio.

Uscì di nuovo. Il pomeriggio stava finendo. Irene non era più in cucina. Sul tavolo aveva lasciato un piatto coperto e un biglietto: Minestra. Scaldala.

Tommaso prese il telefono.

Elena rispose subito.

«Sei arrivato?»

Lui aprì la bocca. Non uscì nulla.

«Tommaso?»

«Mia madre gli scriveva.»

«A tuo padre?»

«Gli ha detto di stare lontano. Gli ha detto che io dormivo meglio se pensavo che non mi volesse.»

Elena non parlò.

«Lo sapeva,» continuò lui. «Sapeva che mi cercava. Mi ha mentito.»

«Dove sei?»

«Nella sua casa.»

«C’è qualcuno con te?»

«La proprietaria è andata via.»

«Siediti.»

«Sono seduto.»

Non era vero. Tommaso camminava dalla finestra al tavolo.

«Respira,» disse Elena.

«Non parlarmi come se stessi avendo un attacco di panico.»

«Come devo parlarti?»

«Dimmi che era una stronza.»

Il silenzio di Elena durò molto.

«No.»

Tommaso si fermò.

«Perché?»

«Perché era tua madre. Perché ti ha cresciuto. Perché era spaventata e ferita. Perché quello che ha fatto è grave anche senza trasformarla in un mostro.»

«Mi ha rubato mio padre.»

«E lui si è lasciato rubare.»

«Non difenderlo.»

«Non lo sto difendendo.»

«Non difendere lei.»

«Sto cercando di difendere te.»

Tommaso appoggiò una mano alla parete.

«Da cosa?»

«Dal bisogno di trovare un nuovo colpevole perfetto.»

La cucina era immobile. Sul piano c’era ancora una briciola di pane, forse rimasta da quando Arturo viveva lì, forse caduta quella mattina dalla borsa di Irene.

«Io l’ho assistita fino alla fine,» disse Tommaso. «Mi teneva la mano. Mi disse che aveva fatto tutto per proteggermi.»

«Probabilmente lo credeva.»

«Quindi va bene?»

«No.»

«Allora perché non riesci a essere arrabbiata?»

«Perché tu lo sei abbastanza per tutti.»

Tommaso chiuse gli occhi.

«Vieni qui.»

Le parole uscirono prima che potesse fermarle.

Elena rispose piano. «Vuoi che venga?»

Tommaso guardò la moto nel cortile, le lettere sul pavimento, la scatola dei ricambi.

«No.»

«Hai appena detto il contrario.»

«Lo so. Ma devo finire da solo.»

«Finire cosa?»

«Non lo so.»

Elena attese.

«Vorrei che tu fossi qui,» disse Tommaso. «E ho bisogno che tu resti a casa. Non so come possono essere vere entrambe.»

«Possono.»

«Non dire che va bene.»

«Non l’ho detto.»

Lui sedette davvero.

«Parlami.»

Elena gli raccontò la propria giornata. La riunione, un collega che aveva confuso due file, il gatto che continuava a cercare la tazza rotta. Tommaso ascoltò. Ogni tanto guardava le lettere.

Quando lei ebbe finito, disse: «Resto al telefono mentre mangi.»

Tommaso scaldò la minestra. Posò il cellulare contro una bottiglia. Mangiarono a distanza, lui nella cucina vuota di Arturo, lei nella loro casa.

Non parlarono più dei morti.

Quando chiusero, Tommaso sistemò le lettere nella valigia. Mise quelle della madre sopra le altre. Portò la valigia e la scatola vicino alla moto.

Poi entrò nelle stanze del piano terra.

Il soggiorno era vuoto. La camera conservava soltanto un letto senza materasso. In fondo al corridoio trovò una stanza piccola che Irene non aveva svuotato.

Sulla porta c’era un foglio attaccato con il nastro: NON BUTTARE.

Dentro c’erano scaffali pieni di oggetti. Una chitarra senza una corda. Un aquilone giallo ancora confezionato. Una coppa di plastica con scritto Gara di nuoto, categoria ragazzi. Un ritaglio di giornale con il nome di Tommaso tra i partecipanti a una mostra di progetti. Una fotografia di Elena presa da un profilo pubblico, stampata male. Una cartina stradale con cerchi rossi intorno alle città in cui Tommaso aveva abitato.

Sul tavolo, un quaderno riportava indirizzi, numeri di telefono cancellati e brevi annotazioni.

Nuovo lavoro. Sembra contento.

Ha smesso di fumare? Chiedere a Cese.

Capelli più corti. Sta bene.

Non chiamare il giorno del compleanno. Potrebbe pensare che voglio rovinarglielo.

Tommaso appoggiò il quaderno.

Avrebbe voluto abbracciare quell’uomo e prenderlo a pugni.

Il desiderio era così netto che per un istante credette di trovarselo davanti.

«Perché non sei venuto?» disse alla stanza.

La casa restituì il ronzio del frigorifero di Irene al piano superiore.

Tommaso prese l’aquilone. La carta gialla era diventata fragile nella confezione. Lo rimise a posto.

Sotto il tavolo c’era una scatola di latta. Dentro trovò fotografie di sua madre.

In una era seduta sulla Guzzi, con un fazzoletto nei capelli e gli occhi chiusi. Arturo la teneva per la vita da dietro. In un’altra ballavano in una festa di paese. In una terza lei dormiva sulla spiaggia con la testa appoggiata alla giacca di lui.

Sul retro di quella fotografia Arturo aveva scritto: La prima persona con cui ho desiderato fermarmi.

Tommaso si sedette sul pavimento.

Sua madre aveva cancellato quell’amore dai racconti. Arturo lo aveva conservato in una scatola.

Forse entrambi avevano scelto la versione che permetteva loro di sopravvivere.

Il figlio era cresciuto dentro la versione di lei. Ora sedeva tra i resti della versione di lui.

Nessuna delle due era una vita.

§ 22

Irene gli preparò il letto al piano superiore.

«Puoi restare quanto vuoi.»

«Domani parto.»

«Allora puoi restare fino a domani.»

La stanza degli ospiti dava sul cortile. Tommaso vedeva il profilo della Guzzi sotto la tettoia. La valigia e la scatola dei ricambi erano legate sul portapacchi con corde trovate nel ripostiglio.

Irene portò due bicchieri di vino. Sedettero accanto alla finestra.

«Era malato?» chiese Tommaso.

«Il cuore. E i polmoni. Il medico gli aveva vietato quasi tutto quello che gli piaceva.»

«Continuava a bere?»

«Meno.»

«A giocare?»

«Piccole cifre.»

«Aveva una donna?»

Irene sorrise. «Pensi che fossi io?»

«Non lo so.»

«No. Dormimmo insieme una volta, quindici anni fa. Fu mediocre e decidemmo di restare amici.»

Tommaso quasi si strozzò con il vino.

«Non doveva dirmelo.»

«Hai chiesto.»

«Pensavo avrebbe risposto sì o no.»

«Le risposte corte sono quelle che vi hanno portato fin qui.»

Irene bevve.

«Negli ultimi anni vedeva una donna che si chiamava Silvia. Lei voleva convivere. Arturo no.»

«Perché?»

«Diceva che non sapeva restare e non voleva prometterlo un’altra volta.»

«Almeno aveva imparato.»

«Forse aveva soltanto trovato una frase elegante per la paura.»

Tommaso guardò il cortile.

«Era solo quando è morto?»

«Sì. Silvia era partita da mesi. Io ero al piano di sopra. Sentii cadere qualcosa. Quando scesi, lui era vicino alla porta.»

«Stava uscendo?»

«Aveva la giacca addosso e la chiave della moto in mano.»

«Ma la moto era nel garage.»

«Forse voleva venire a vederla.»

«O andare da qualche parte.»

Irene annuì.

«Disse qualcosa?»

«Sì.»

Tommaso aspettò.

«Disse il tuo nome.»

Il vino tremò nel bicchiere.

«Era cosciente?»

«Abbastanza da stringermi il braccio. Disse: la chiave a Tommaso. Poi: non fategli fretta.»

Tommaso si alzò e aprì la finestra. L’aria fredda entrò nella stanza.

«Avete chiamato l’ambulanza?»

«Subito.»

«Quanto ci ha messo?»

«Sette minuti.»

«E lui?»

«Meno.»

Tommaso guardò la Guzzi. La campanella non si muoveva.

«Non era qui,» disse. «La chiave non serviva.»

«Forse non parlava di quella.»

Irene uscì lasciandogli la bottiglia.

Tommaso non bevve altro.

Si sdraiò vestito e rimase a fissare il soffitto. Pensò al padre vicino alla porta, con una chiave in mano. Per tutta la vita Arturo era stato quello che se n’era andato. Alla fine era morto mentre forse cercava di uscire.

Tommaso si chiese se ci fosse una differenza.

Verso le tre scese nel cortile.

La notte era limpida. Accese la luce del ripostiglio e cercò tra gli attrezzi. Trovò una pinza. Si sdraiò a terra vicino alla moto e afferrò l’anello che teneva la campanella al telaio.

Voleva staccarla.

La pinza scivolò. Il metallo tintinnò.

Tommaso riprovò. Bastava aprire l’anello, sfilare la campana e lasciarla nella casa. Apparteneva ad Arturo, a Zora, a un mondo di persone che si erano conosciute senza di lui.

Avvicinò la pinza.

Ora suona per te, aveva detto Janko.

Tommaso lasciò andare l’anello.

Rimase sdraiato sul cemento. Sopra di lui, i cilindri della Guzzi sembravano due ali scure.

«Non so che cosa farmene,» disse.

La campanella non rispose.

§ 23

Al mattino Irene gli consegnò un casco.

Era piccolo, bianco, con una striscia rossa.

«Era di tua madre.»

Tommaso lo prese. La fodera odorava di stoffa vecchia.

«Perché era qui?»

«Lo portò la seconda volta. Disse che non voleva più averlo in casa.»

Sul lato c’era una scritta quasi cancellata: Luce.

«Mio padre la chiamava così?»

«Credo.»

Tommaso mise il casco sopra la valigia. Non poteva portarlo. Era troppo ingombrante.

«Lo lasci pure.»

«Sei sicuro?»

«No.»

Irene sorrise. «È una risposta migliore.»

Tommaso controllò le corde. La scatola dei ricambi era fissata dietro la sella; la valigia sarebbe stata troppo grande. Scelse le lettere della madre, una decina di quelle del padre, il quaderno e le fotografie. Il resto sarebbe rimasto da Irene finché non avesse deciso.

«Tornerò a prenderle.»

«Quando?»

Tommaso guardò la strada oltre il cancello. «Non lo so.»

«Allora non è una promessa.»

«No. È una possibilità.»

Irene gli porse un indirizzo scritto su un foglio.

«Che cos’è?»

«Silvia. L’ultima donna di tuo padre.»

«Non voglio incontrarla.»

«Buttalo.»

Tommaso mise il foglio nella tasca della giacca.

«Il cimitero è da un’altra parte,» disse Irene.

«Non ho chiesto.»

«No.»

Lei gli spiegò la strada. Tommaso ascoltò senza interrompere.

Prima di partire, entrò un’ultima volta nella stanza degli oggetti. Prese l’aquilone giallo e lo infilò sotto le corde, sopra la scatola dei ricambi.

Il casco della madre rimase sul tavolo.

Mentre chiudeva il cancello, Irene lo chiamò.

«Tommaso.»

Lui si voltò.

«Arturo non ti ha aspettato tutti i giorni. Alcuni giorni era felice. Alcuni non pensava a te. Alcuni faceva cose stupide e rideva. Non lasciare che queste lettere ti convincano che la sua vita fosse soltanto dolore.»

Tommaso strinse il casco sotto il braccio.

«Perché me lo dice?»

«Perché anche il rimpianto può diventare una bugia, se gli lasci mangiare tutto il resto.»

Tommaso annuì.

Accese la Guzzi. Irene appoggiò una mano al cancello mentre lui partiva.

Nello specchietto, la casa color sabbia si fece piccola. Il glicine secco sembrò muoversi nel vento, poi sparì.

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