storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

Iscriviti al blog







Unisciti a 48 altri iscritti

Ci vediamo lungo la strada – 8. La strada per il mare

Ci vediamo lungo la strada – 8. La strada per il mare

«Nelle conversazioni immaginarie l’altro dice sempre quello che serve.»

Romanzo breve in dieci puntate — ottava parte.

§ 24

Tommaso non andò al cimitero.

Prese la strada per il mare.

Non lo decise a un incrocio preciso. Seguì cartelli azzurri, attraversò pinete e canali, finché l’odore salato diventò più forte. Parcheggiò davanti a uno stabilimento chiuso e camminò sulla spiaggia con gli stivali in mano.

Il mare era grigio. Le onde arrivavano corte e regolari. Non c’era quasi nessuno.

Tommaso portava la busta di Arturo nella tasca. Sedette sulla sabbia umida e rilesse la lettera dall’inizio.

Questa volta non cercò inganni.

Quando arrivò alla frase sulla magia, guardò l’orizzonte.

La libertà non era stata gentile con suo padre. Arturo l’aveva usata per fuggire e per tornare, per salvare altri e per evitare ciò che gli faceva più paura. Aveva confuso il movimento con il cambiamento. Era rimasto lontano così a lungo da trasformare la distanza in destino.

Eppure aveva continuato a preparare una moto per un figlio che forse non sarebbe mai venuto.

Tommaso pensò alla propria vita. Al lavoro scelto perché era stabile. Alla casa comprata vicino a quella della madre. Alle vacanze pianificate con mesi di anticipo. A Elena, che ogni tanto proponeva un viaggio e riceveva un elenco di impegni. Aveva costruito l’opposto di Arturo con la precisione di un ingegnere.

Non si era chiesto se l’opposto fosse davvero lui.

Il telefono vibrò. Era Elena.

«Dove sei?»

«Al mare.»

«Hai preso i ricambi?»

«Sì.»

«E il regolatore?»

«Due. Uno da controllare.»

«Quindi adesso sei ricco.»

Tommaso sorrise. «Ho trovato le lettere.»

«Tutte?»

«Non so quante siano.»

«Le hai portate?»

«Solo alcune.»

«Hai fatto bene.»

«Non lo so.»

«Hai fatto bene anche a non saperlo.»

Tommaso raccolse una conchiglia rotta.

«Elena.»

«Sì?»

«Voglio chiederti una cosa senza aspettare che tu la indovini.»

«Mi sembra pericoloso.»

«Quando torno, partiamo per qualche giorno?»

«Dove?»

«Non lo so.»

«In moto?»

Tommaso guardò la Guzzi oltre le dune.

«Se vuoi.»

«Ho paura delle moto.»

«Anch’io.»

Elena rise.

«Allora sì.»

«Sì in moto o sì partiamo?»

«Non rovinare tutto con le specifiche.»

Rimasero in silenzio ad ascoltare il mare attraverso il telefono.

«Vai da lui?» chiese Elena.

«Non so se voglio.»

«Non devi.»

«Lo so.»

«Ed è per questo che andrai.»

«Mi conosci troppo.»

«No. Ti ascolto da molto.»

Tommaso chiuse la chiamata.

Camminò fino all’acqua. Gettò la conchiglia. Cadde a pochi metri senza rumore.

Poi tornò alla moto.

§ 25

Il foglio con l’indirizzo di Silvia uscì dalla tasca quando Tommaso cercò le chiavi.

Il vento lo spinse sulla sabbia. Lui lo fermò con uno stivale.

L’indirizzo era a pochi chilometri, in una frazione lungo la strada che avrebbe dovuto prendere per tornare verso ovest. Sul retro Irene aveva scritto un numero di telefono.

Tommaso raccolse il foglio e lo strappò a metà.

Rimase con i due pezzi tra le dita.

Li infilò nella tasca.

Partì.

La strada attraversava la pineta. Tronchi scuri si susseguivano ai lati, tutti uguali e tutti diversi. Il sole compariva tra i rami in lampi obliqui. La Guzzi procedeva con un suono regolare. I ricambi legati dietro facevano sentire il proprio peso nelle curve.

Al bivio per la frazione, Tommaso continuò dritto.

Dopo due chilometri rallentò.

Fece inversione davanti a un vivaio.

La casa di Silvia era alla fine di una strada bianca. Aveva un tetto basso, pareti rosse e un giardino pieno di sculture ricavate da pezzi di ferro. Una libellula costruita con posate arrugginite si muoveva nel vento.

Tommaso spense la moto davanti al cancello.

Un cane abbaiò dietro la casa. Poco dopo comparve una donna con stivali di gomma e una camicia da uomo. Aveva capelli bianchi tagliati all’altezza del mento e portava occhiali appesi al collo.

Guardò la Guzzi. Non chiese chi fosse.

«Irene ti ha dato il mio indirizzo.»

«Sì.»

«Le avevo detto di non farlo.»

«Posso andare.»

Silvia aprì il cancello. «Ora che sei qui, sarebbe sciocco.»

Il cane arrivò correndo. Era un meticcio nero con una zampa posteriore rigida. Annusò gli stivali di Tommaso e poi la moto.

«Si chiama Faro,» disse Silvia. «Era di Arturo.»

Tommaso si chinò. Il cane si lasciò toccare sotto il mento.

«Perché è rimasto con lei?»

«Perché io non me ne sono andata da lui. È lui che ha smesso di venire.»

Silvia gli indicò una veranda. Sul tavolo c’erano fili di ferro, pinze e il corpo incompleto di un uccello metallico.

«Caffè?»

«No.»

«Vino?»

«È mattina.»

«Questo non risponde.»

«Acqua.»

Silvia gli portò una caraffa. Faro si sdraiò tra loro.

«Che cosa vuoi sapere?»

Tommaso guardò le sculture in giardino. «Non lo so.»

«Ottimo. Le domande precise ricevono quasi sempre bugie precise.»

«Perché vi siete lasciati?»

«Questa è precisa.»

Silvia versò l’acqua.

«Gli chiesi di venire a vivere qui. Lui passava già quattro notti alla settimana da me. Aveva vestiti nell’armadio, libri, medicine. Faro dormiva sulla sua giacca. Ma quando parlavo di trasferire il resto, Arturo diventava cattivo.»

«Cattivo come?»

«Diceva che volevo possederlo. Che avevo trasformato l’amore in un contratto. Che una casa è soltanto un garage per persone.»

Tommaso sorrise nonostante tutto. «Sembra lui.»

«Lo conosci?»

La domanda non era ironica.

«Sto cominciando.»

Silvia accarezzò il cane con il piede.

«Una sera gli dissi che la sua libertà era soltanto paura con una bella giacca. Lui prese le sue cose e uscì.»

«Non tornò?»

«La mattina dopo. Aveva comprato pane e fiori. Non chiese scusa. Disse che la giacca almeno era di pelle buona.»

«E lei lo perdonò.»

«Quella volta.»

Silvia si tolse gli occhiali dal collo, pulì una lente e li rimise.

«Poi successe ancora. E ancora. Io gli volevo bene, ma cominciai a non volerne più alla donna che diventavo quando lo aspettavo.»

Tommaso pensò alla madre.

«Quindi se ne andò lei.»

«Sì.»

«Lui le raccontava che mia madre lo aveva allontanato da me?»

«A volte.»

«Le credeva?»

«Credeva di più alla storia in cui era colpa sua. Gli permetteva di soffrire senza dover tentare ancora.»

Tommaso bevve l’acqua.

«Perché non mi ha cercato dopo la morte di mia madre?»

«Lo fece.»

«No.»

«Arrivò fino a casa tua.»

Il bicchiere si fermò a metà strada.

«Come lo sa?»

«Ero con lui.»

Silvia guardò oltre il giardino.

«Parcheggiammo due vie più in là. Aveva preparato un discorso. Lo aveva scritto su un foglio e provato per tutto il viaggio. Prima avrebbe detto che gli dispiaceva per tua madre. Poi che non voleva sostituire una versione con un’altra. Poi ti avrebbe chiesto un caffè.»

«Non suonò.»

«No.»

«Perché?»

«Ti vide uscire con Elena. Avevate delle valigie. Ridevate. Lei ti baciò mentre chiudevi il bagagliaio.»

Tommaso ricordò. Il giorno dopo il funerale erano partiti per una casa in montagna. Elena aveva preparato tutto. Lui non voleva andare, poi sulla strada aveva cominciato a respirare.

«Arturo disse che tua madre aveva avuto ragione.»

«Su cosa?»

«Che ricomparire avrebbe rimesso il dolore al centro della tua vita.»

«Non poteva decidere per me.»

«Infatti decise per se stesso. Come aveva sempre fatto.»

Silvia non cercava di proteggerlo. Tommaso apprezzò la durezza.

«Cosa fece del discorso?»

«Lo strappò. Litigammo. Gli dissi che usava la tua felicità come un’altra scusa. Lui mi lasciò in una stazione di servizio e tornò indietro.»

«Da me?»

«No. A prendermi. Avevo il portafoglio nella sua giacca.»

Tommaso rise. Silvia rise con lui.

Faro alzò la testa, poi la riappoggiò sulle zampe.

«Era felice?» chiese Tommaso.

Silvia rifletté.

«A tratti. Come tutti quelli che non pretendono che la felicità resti ferma.»

«Aveva paura di morire?»

«Aveva paura di diventare incapace di guidare.»

«È diverso?»

«Per lui no.»

Silvia entrò in casa e tornò con una scatola lunga. La posò sul tavolo.

Dentro c’era un paio di guanti di pelle nera. Erano consumati sui palmi e irrigiditi dal tempo.

«Questi erano suoi. Li lasciò qui l’ultima sera.»

Tommaso li prese. Erano più grandi dei suoi.

«Perché li dà a me?»

«Non te li do. Te li mostro.»

Silvia li rimise nella scatola.

«Non tutto deve diventare tuo perché era suo.»

Tommaso annuì.

«La campanella, invece, è tua,» disse lei.

«La conosce anche lei?»

«La odiavo. Mi svegliava quando Arturo rientrava tardi.»

«Gliel’aveva regalata Zora.»

«Lo so.»

«Non era gelosa?»

Silvia sorrise. «Di una morta? Ho avuto rivali peggiori.»

«Mia madre?»

«Tu.»

Tommaso la guardò.

«Una parte di Arturo era sempre in una conversazione con te. Anche quando mangiavamo, anche quando facevamo l’amore, anche quando aggiustava una finestra. Non parlava continuamente di te. Era peggio: ti rispondeva in silenzio.»

«Non sapeva cosa avrei detto.»

«Nelle conversazioni immaginarie l’altro dice sempre quello che serve.»

Tommaso pensò a tutte le discussioni avute con il padre senza che il padre fosse presente. Anche Arturo aveva avuto un figlio immaginario. Forse si erano conosciuti così, ciascuno con una versione dell’altro incapace di contraddirlo.

«Sa dove è sepolto?»

«Sì.»

«Ci è andata?»

«Al funerale.»

«C’era molta gente?»

«Abbastanza da lasciarti un posto vuoto in prima fila.»

Tommaso abbassò gli occhi.

Silvia aggiunse: «Nessuno ti giudicava.»

«Come fa a saperlo?»

«Perché giudicavano lui.»

«Anche da morto?»

«Soprattutto da morto. Le persone amano gli uomini complicati quando non possono più complicare niente.»

Tommaso si alzò.

«Grazie per l’acqua.»

«Tutto qui?»

«Non so cosa altro dire.»

«Allora non dirlo.»

Faro lo accompagnò al cancello. Annusò la ruota anteriore, poi si sedette accanto alla moto.

«Vuole venire con me,» disse Tommaso.

«Vuole che tu resti.»

«Come distingue le due cose?»

«Io ho perso anni a non distinguerle.»

Tommaso accese il motore. Faro non abbaiò. Al suono della campanella inclinò la testa.

Silvia rimase dietro il cancello.

«Tommaso.»

Lui abbassò la visiera.

«Tuo padre non ti ha lasciato quella moto per farsi perdonare.»

«Come lo sa?»

«Perché gli dissi che era un’idea vigliacca. Lui rispose che probabilmente l’avresti venduta senza fare un chilometro.»

«Si sbagliava.»

Silvia sorrise. «Ogni tanto gli faceva bene.»

Tommaso imboccò la strada bianca. Nello specchietto vide Faro correre lungo la rete finché il giardino finì.

§ 26

Il cimitero si trovava nella città in cui Tommaso era cresciuto.

Arturo aveva scelto di essere sepolto lì, anche se non vi abitava da più di trent’anni. La madre di Tommaso riposava nello stesso luogo, in un settore diverso.

Per raggiungerlo sarebbero servite ancora diverse ore. Tommaso avrebbe potuto prendere l’autostrada, ma la Guzzi sembrava rifiutare l’idea. O forse era lui.

Tornò sulla via Emilia.

Nel primo pomeriggio il traffico era denso. I camion sollevavano polvere e foglie. Il cielo si era aperto, lasciando strisce azzurre tra le nuvole.

Tommaso guidò per quasi due ore senza fermarsi. Le vibrazioni gli addormentavano le dita. Il collo doleva. La scatola dei ricambi si era spostata di un centimetro verso sinistra; a ogni sosta la controllava.

In un paese vide una piccola folla davanti a una chiesa. Un matrimonio. Gli invitati occupavano il marciapiede e parte della strada. Tommaso rallentò.

Una bambina con un vestito rosa indicò la moto.

Un uomo anziano si voltò. Portava un completo blu e un fiore bianco all’occhiello. Quando vide la Guzzi, lasciò cadere la sigaretta.

Fece un passo in strada.

Tommaso frenò.

«Arturo!» gridò l’uomo.

Alcuni invitati si voltarono.

Tommaso sollevò la visiera. «Non sono Arturo.»

L’uomo si avvicinò. Aveva gli occhi lucidi, forse per il vino.

«Lo vedo.»

«Conosceva mio padre?»

«Sono Leone.»

Pronunciò il nome come se bastasse.

Una donna uscì dalla folla. «Papà, vieni via dalla strada.»

Leone non la ascoltò. Guardava il serbatoio, il manubrio, la campanella.

«È morto?»

Tommaso annuì.

L’uomo si tolse il fiore dall’occhiello e lo posò sotto la cinghia della borsa.

«Oggi si sposa mia nipote. Arturo doveva esserci.»

«Forse non lo sapeva.»

«Lo sapeva. Gli avevo mandato l’invito.»

La donna prese il padre per il braccio. «Chi è?»

«Il figlio di Arturo.»

La notizia passò tra gli invitati. Tommaso percepì sguardi, mormorii, sorrisi.

«Non posso fermarmi,» disse.

Leone afferrò il manubrio. «Cinque minuti.»

Tommaso pensò di liberarsi. Poi spense il motore.

Lo portarono nel cortile della chiesa. Qualcuno gli mise in mano un bicchiere. La sposa uscì sulla soglia, alta e luminosa dentro un abito semplice. Leone le parlò all’orecchio. Lei venne verso Tommaso.

«Tuo padre mi insegnò a ballare.»

«Non sapevo che ballasse.»

«Non sapeva. Per questo mi insegnò bene. Diceva che quando non conosci i passi devi ascoltare l’altro.»

La sposa guardò la moto.

«Avrebbe dovuto accompagnarmi fino alla chiesa. Mia madre glielo aveva proibito perché diceva che avrebbe rovinato il vestito.»

«Probabilmente aveva ragione.»

«Sicuramente.»

Leone portò una sedia. Tommaso rimase in piedi.

«Arturo e io lavorammo insieme in una fabbrica di piastrelle,» raccontò. «Durammo quattro mesi. Lui litigò con il caporeparto perché faceva timbrare il cartellino a un operaio che era in ospedale.»

«Era una frode.»

«Era un uomo con tre figli e nessun giorno di malattia rimasto.»

«Mio padre fu licenziato?»

«Ci licenziarono entrambi. Io perché avevo timbrato.»

Leone rise. «Per un mese mangiammo pane e cipolle. Arturo sosteneva che fosse una dieta filosofica.»

Tommaso bevve un sorso. «Se faceva tutto per gli altri, perché non riusciva a farlo per la famiglia?»

Leone smise di ridere.

«Perché con gli altri poteva essere l’uomo che voleva. A casa incontrava quello che era.»

La sposa abbassò lo sguardo.

Tommaso osservò le persone intorno. Nessuno sembrava voler convincerlo. Erano lì per un matrimonio e la moto aveva aperto per caso una porta.

Leone gli porse un dolce avvolto in un tovagliolo.

«Portalo con te.»

«Ho già abbastanza cibo per attraversare un continente.»

«Allora attraversalo.»

Tommaso mise il dolce nella borsa.

Prima che salisse in moto, la sposa gli chiese una fotografia. Si mise accanto alla Guzzi, tenendo il vestito sollevato dall’asfalto. Lo sposo arrivò di corsa e si sistemò dall’altro lato.

«Vieni anche tu,» disse lei.

«Non vi conosco.»

«Nemmeno noi.»

Tommaso rimase dietro la moto. Qualcuno scattò.

Nel momento della fotografia, Leone gridò: «Arturo, questa te la sei persa!»

Tutti risero.

Tommaso rise con loro.

Ripartì tra mani alzate e nastri bianchi. Per alcuni chilometri un nastro rimase impigliato allo specchietto. Poi volò via.

Se ti è piaciuto questo contenuto, iscriviti al blog per essere avvisato ogni volta che escono cose nuove.







Unisciti a 48 altri iscritti

Riceverai una mail a cui dovrai dare conferma per completare la tua iscrizione.

L’iscrizione è completamente gratuita e potrai cancellarla in qualsiasi momento.

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?