storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

Iscriviti al blog







Unisciti a 48 altri iscritti

Ci vediamo lungo la strada – 9. A cinquanta chilometri

Ci vediamo lungo la strada – 9. A cinquanta chilometri

«Gli stava togliendo il privilegio di odiarlo senza conoscerlo.»

Romanzo breve in dieci puntate — nona parte.

§ 27

Nel tardo pomeriggio si fermò in un caffè lungo la strada.

Il locale sorgeva in un tratto di strada senza case. Aveva una pompa di benzina fuori servizio e quattro tavoli sotto un portico. Tommaso ordinò caffè e acqua.

Nessuno riconobbe la moto.

Provò sollievo.

Sedette fuori. Aprì il sacchetto di Rada e mangiò uno dei panini. Era diventato duro, ma aveva ancora sapore. Poi prese il dolce del matrimonio.

Un uomo si sedette al tavolo vicino. Indossava pantaloni da lavoro sporchi di vernice e leggeva un giornale sportivo.

«Va bene?» chiese indicando la Guzzi.

«Sì.»

«Di che anno?»

«Settantuno.»

«Bella.»

Tornò al giornale.

Tommaso attese che aggiungesse il nome di Arturo. Non lo fece.

«Era di mio padre,» disse.

L’uomo alzò gli occhi. «Ah.»

«È morto.»

«Mi dispiace.»

«Non ci parlavamo da molti anni.»

L’uomo piegò il giornale. «Brutta cosa.»

«Pensavo fosse una persona diversa.»

«Succede.»

«Sto incontrando persone che lo conoscevano.»

«Bene.»

«Non so se sia bene.»

L’uomo guardò il proprio caffè. «Io non conosco né te né tuo padre.»

«Lo so.»

«Allora perché me lo racconti?»

Tommaso si appoggiò allo schienale. «Perché non lo conosce.»

L’uomo annuì, come se avesse senso.

«Mio figlio non mi parla da due anni,» disse. «Non per colpa della madre. Sua madre è morta. Per colpa mia.»

«Che ha fatto?»

«Gli ho detto che sua moglie lo tradiva.»

«Era vero?»

«Sì.»

«Allora perché non le parla?»

«Perché non voleva saperlo. E perché gliel’ho detto davanti ai suoi figli durante il pranzo di Natale.»

Tommaso aspettò.

«Ha provato a chiamarlo?»

«Ogni domenica.»

«Risponde?»

«No.»

«Continuerà?»

«Sì.»

«Perché?»

L’uomo riaprì il giornale. «Perché un giorno potrebbe farlo.»

Tommaso guardò la strada.

«Mio padre ha smesso.»

«Forse pensava di farti un favore.»

«Non gliel’ho chiesto.»

«Nemmeno mio figlio mi ha chiesto di telefonare.»

L’uomo si alzò, lasciò alcune monete e andò verso un furgone.

«Come si chiama?» chiese Tommaso.

«Dario.»

«Suo figlio?»

«Anch’io.»

«Spero che risponda.»

Dario aprì la portiera. «Io spero di saper stare zitto, se lo farà.»

Partì.

Tommaso rimase solo sotto il portico. Prese il telefono e cercò il numero dello Studio Solignani.

Era sabato. Non chiamò.

Scrisse un messaggio all’avvocato: Ho ritirato la moto. Ho trovato anche le lettere nella casa di Ravenna. Grazie.

La risposta arrivò dopo pochi minuti.

Tuo padre sperava che la strada facesse meglio di noi. Buon viaggio.

Tommaso rilesse la frase. Poi salvò il numero di Cesare, che aveva ancora sul pezzo di carta.

Gli scrisse: Ho trovato le lettere.

Cesare rispose con una sola parola: Tutte?

Abbastanza.

Questa volta la risposta tardò.

È sempre troppo e mai abbastanza.

Tommaso mise via il telefono.

Il proprietario del bar uscì a raccogliere le tazze.

«Vai lontano?»

Tommaso guardò la strada verso ovest.

«Sto tornando.»

«Allora non dovrebbe essere lontano.»

«Dipende da dove sono partito.»

Il proprietario prese le tazze. «Le moto fanno diventare filosofi perché non hanno la radio.»

Tommaso infilò il casco.

Ripartì.

§ 28

La spia della benzina non esisteva. Tommaso se ne ricordò quando il motore ebbe un vuoto lungo e riprese soltanto spostando il rubinetto sulla riserva.

Il distributore successivo aveva quattro pompe e un’officina per camion. Parcheggiò davanti alla colonnina più lontana, fece il pieno e annotò i chilometri sul retro di uno scontrino, come aveva visto fare nel quaderno di Arturo.

Mentre chiudeva il tappo, un uomo uscì dall’officina pulendosi le mani con uno straccio.

Aveva un grembiule nero, capelli rasati e una cicatrice che gli attraversava il dorso della mano destra.

«Quella era di Valenti.»

Tommaso ripose lo scontrino. «Sì.»

L’uomo si fermò accanto alla pompa. Non sorrideva.

«Sei il figlio?»

«Sì.»

«Gli assomigli meno di quanto dicono.»

Era la prima persona a dirglielo.

«Lo conosceva?»

«Enrico Bassi.»

Il nome non gli diceva nulla.

Enrico gettò lo straccio su un banco. «Lavoravamo insieme. Officina Mantovani, venticinque anni fa.»

Tommaso attese la storia. L’uomo indicò un distributore di bevande vicino alla porta.

«Caffè?»

«No, grazie.»

«Meglio. Fa schifo.»

Enrico prese una bottiglia d’acqua e si appoggiò al muro.

«Immagino che da quando è morto siano tutti amici.»

Tommaso sentì qualcosa cambiare. «Non lei.»

«No.»

«Perché?»

«Perché tuo padre era un prepotente.»

La parola rimase tra il rumore dei camion.

Tommaso avrebbe dovuto difendersi. Invece provò quasi sollievo.

«Che cosa fece?»

Enrico bevve.

«Io avevo ventidue anni. Ero appena arrivato. Sbagliai a montare il mozzo di un furgone. Il cuscinetto si scaldò durante la prova e la ruota si bloccò. Non si fece male nessuno.»

«Mio padre era il responsabile?»

«Caposquadra. Mi chiamò davanti a tutti. Mise il cuscinetto sul banco e mi chiese di spiegare che cosa avevo fatto. Io non riuscivo a parlare. Balbettavo quando ero nervoso.»

Enrico guardò la cicatrice sulla mano.

«Arturo cominciò a imitarmi.»

Tommaso abbassò gli occhi.

«Gli altri risero. Lui continuò finché l’officina intera mi guardava. Poi disse che uno che non sa parlare non dovrebbe mettere le mani su una macchina.»

«Mi dispiace.»

Enrico sollevò lo sguardo. «Non devi scusarti tu.»

«Lo fece mai lui?»

«No.»

«Forse non ricordava.»

«Io sì.»

Un compressore partì dentro l’officina. Enrico aspettò che il rumore calasse.

«Il giorno dopo non tornai al lavoro. Mantovani mi licenziò. Per due anni non entrai più in un’officina.»

«E poi?»

«Poi avevo bisogno di mangiare.»

Indicò i camion. «Ho imparato. Adesso questa è mia.»

Tommaso guardò l’insegna sopra il portone: Bassi Motori.

«Mio padre venne mai qui?»

«Tre volte.»

«Per chiedere scusa?»

«Per farsi regolare le valvole.»

«E lei gliele regolò?»

«Il lavoro è lavoro.»

«Gli disse quello che aveva fatto?»

Enrico strinse la bottiglia. «La seconda volta. Gli raccontai tutto. Sai cosa rispose?»

Tommaso scosse la testa.

«Disse che se una presa in giro era bastata a farmi lasciare il mestiere, forse non ero fatto per quel mestiere.»

La frase suonava diversa da tutte le altre. Nessun gesto generoso l’aspettava alla fine.

«Era una cosa crudele.»

«Sì.»

«Perché lo servì una terza volta?»

«Perché pagava.»

Enrico buttò la bottiglia nel contenitore della plastica.

«Quando ho visto la moto, ho pensato che fosse lui. Per un momento ho avuto voglia di mandarlo al diavolo un’altra volta.»

«Può mandare me, se serve.»

«Non serve.»

Tommaso guardò la Guzzi. Il serbatoio rifletteva le pompe in forme curve.

«Da due giorni incontro persone che mi dicono quanto fosse coraggioso, generoso, leale.»

«Poteva esserlo.»

«Lei non lo odiava?»

Enrico rifletté. «Per molti anni sì. Poi un giorno capii che continuavo a sentirlo imitare la mia voce anche quando lui non c’era. Ogni volta che sbagliavo, diventavo di nuovo quel ragazzo davanti al banco.»

«Come ha smesso?»

«Ho fatto una cosa che lui non aveva saputo fare.»

«Quale?»

«Ho assunto un ragazzo che balbettava.»

Dall’officina uscì un giovane con una chiave dinamometrica. «En-Enrico, il Volvo è pronto.»

«Arrivo, Davide.»

Il ragazzo rientrò.

Enrico guardò Tommaso. «La prima settimana ha stretto male quattro bulloni. Nessuna ruota si è staccata. Gli ho fatto rifare il lavoro.»

«Per dimostrare qualcosa a mio padre?»

«All’inizio sì. Poi Davide è diventato più bravo di me.»

Tommaso si tolse un guanto.

«Non so cosa fare delle cose che sto scoprendo.»

«Perché devi farne qualcosa?»

«È mio padre.»

«Era tuo padre anche prima che tu sapessi.»

«Pensavo di conoscerlo.»

«Pensavi male.»

Enrico prese lo straccio.

Tommaso guardò la cicatrice sulla sua mano. «È successo in officina?»

«Questa?» Enrico la sollevò. «No. Ho cercato di aprire una scatoletta con un cacciavite. Non tutte le cicatrici hanno una storia intelligente.»

Tommaso rise.

Enrico no. «Non ridere troppo. Quattordici punti.»

«Mi scusi.»

«Era una battuta.»

Questa volta risero entrambi.

Poi l’uomo indicò il motore. «Il cilindro sinistro trasuda olio dal coperchio.»

Tommaso si chinò. Una linea sottile scendeva tra le alette.

«È grave?»

«No. Ma stringi i dadi. Poco. Se spacchi l’alluminio, non dire che te l’ho insegnato io.»

Tommaso aprì la borsa. Enrico rimase accanto a lui mentre trovava la chiave giusta.

«Così?»

«Incrociato. Un quarto di giro.»

Tommaso strinse.

«Basta.»

Pulì l’olio con il panno.

«Quanto le devo?»

«Niente.»

«Preferisco pagare.»

Enrico lo studiò. «Questo è suo.»

«Me lo dicono tutti.»

«Non era un complimento.»

Tommaso chiuse la borsa.

«Grazie per avermelo raccontato.»

«Perché?»

«Perché gli altri rischiavano di restituirmi un uomo che non esisteva.»

Enrico annuì lentamente.

«Arturo esisteva. Era quello il problema.»

Tommaso salì in sella.

«Se la moto ha bisogno, posso portarla qui?»

«Sì.»

«Anche se era sua?»

Enrico rientrò nell’officina. «Adesso è tua.»

Tommaso accese il motore.

Prima di partire guardò attraverso il portone. Davide lavorava su un camion. Enrico gli stava mostrando come usare la chiave dinamometrica. Aspettò che il ragazzo ripetesse il gesto, poi lo fece ricominciare senza alzare la voce.

Tommaso imboccò la strada.

La testimonianza di Enrico non cancellava Mara, Fosco, Janko, Ada o Cesare. Non cancellava neppure il ragazzo umiliato davanti a un’officina.

Arturo aveva salvato persone e ne aveva ferite. Qualcuna entrambe le cose. Era stato onesto con il denaro e disonesto con le promesse. Aveva protetto la dignità di Mara e calpestato quella di Enrico. Non c’era un conto in cui sommare tutto e ottenere il risultato di un uomo.

Tommaso comprese che il viaggio non gli stava insegnando ad amare suo padre.

Gli stava togliendo il privilegio di odiarlo senza conoscerlo.

Poco dopo, la Guzzi cominciò a vibrare.

Non era il motore. Il tremore arrivava dal retro, regolare, più forte con la velocità. Tommaso rallentò e si fermò in una piazzola.

La scatola dei ricambi era scivolata. Una corda si era allentata e sfiorava la ruota. Il cartone aveva un angolo consumato.

Tommaso slegò tutto. Il regolatore, le bobine e le buste di minuteria erano ancora al loro posto. Una piccola scatola di legno, però, era caduta nell’erba.

La raccolse.

Non l’aveva vista nella casa. Doveva trovarsi sul fondo della scatola grande.

Sul coperchio, Arturo aveva inciso una T.

Tommaso si sedette sul guardrail e la aprì.

Dentro c’erano una chiave minuscola, una moneta bucata e un dente da latte.

Sotto, un foglio ripiegato.

Il primo dente di Tommaso. Ha pianto perché pensava che senza sarebbe uscita l’aria dalla bocca. Gli ho detto che i denti ricrescono. Sua madre mi ha guardato come se fossi scemo. Aveva ragione, ma Tommaso ha smesso di piangere.

Tommaso prese il dente tra due dita. Era piccolo, quasi trasparente.

Ricordò una notte in bagno. Il sangue sul fazzoletto. Suo padre che fingeva di avere perso anche lui un dente e parlava senza chiudere la bocca. Sua madre rideva appoggiata alla porta.

Il ricordo tornò intero.

Non era una storia raccontata da qualcuno. Era suo.

Tommaso chiuse gli occhi e vide la luce gialla del bagno, il pigiama azzurro, le mani di Arturo che cercavano il dente nel lavandino. Sentì la risata della madre. Per un momento nessuno aveva ancora fatto male a nessuno.

Si piegò in avanti.

Pianse senza rumore.

Le auto passavano sollevando aria. Nessuno si fermò. Tommaso ne fu grato.

Quando riuscì a respirare, rimise il dente nella scatola. Legò i ricambi con più attenzione, usando anche il filo metallico della borsa.

Prima di ripartire chiamò Elena.

«Ho trovato un dente.»

«Un dente?»

«Il mio.»

«Dove?»

«In una scatola.»

«Tommaso, hai pianto?»

Lui si asciugò il viso con il guanto.

«C’è vento.»

«Certo.»

«Mi ricordo una cosa.»

«Vuoi raccontarmela?»

Tommaso raccontò la notte del bagno. Nel dirla, alcuni dettagli cambiarono. Il pigiama forse era verde. La porta forse non era aperta. Ma la risata della madre restava, e Arturo continuava a parlare con la bocca spalancata.

«Eravamo felici,» disse.

«In quel momento sì.»

«Non ricordavo.»

«Adesso ricordi.»

«E se lo sto inventando?»

«Allora è un’invenzione che appartiene a te.»

Tommaso guardò la campanella.

«Vado al cimitero.»

«Oggi?»

«Se arrivo in tempo.»

«Non correre.»

«Chiude alle sei.»

«I morti ci saranno anche domani.»

Tommaso pensò a tutti gli anni in cui aveva creduto la stessa cosa delle persone vive.

«Hai ragione.»

«Questa frase la registro.»

«Non abituarti.»

Ripartì più piano.

§ 29

Alle cinque e quaranta era ancora a cinquanta chilometri dal cimitero.

Il sole scendeva. Tommaso avrebbe dovuto fermarsi per la notte. Invece continuò.

Non accelerò oltre il limite. Guidò con il corpo rilassato e gli occhi lontani, come gli aveva insegnato Cesare. Anticipava le rotonde. Lasciava spazio ai camion. La Guzzi sembrava avere trovato una velocità propria, un punto in cui il motore non faticava e la strada arrivava al momento giusto.

Alle sei e venti il cancello del cimitero era chiuso.

Tommaso parcheggiò davanti. Scese e guardò le sbarre.

Oltre, il viale centrale correva tra cipressi e tombe. Non c’era nessuno.

Avrebbe potuto scavalcare. Il muro laterale era basso. Posò il casco sulla sella, appoggiò un piede alla base del cancello e afferrò una sbarra.

«Se cade, chiamo l’ambulanza ma prima rido.»

La voce veniva da una casetta accanto all’ingresso. Un uomo anziano uscì con un annaffiatoio. Portava un gilet arancione e un berretto da baseball.

Tommaso scese.

«Devo entrare.»

«Tutti quelli davanti a un cancello chiuso devono entrare.»

«Mio padre è stato sepolto qui da poco.»

«Nome?»

«Arturo Valenti.»

L’uomo guardò la moto. «Quello dei motociclisti.»

Tommaso annuì.

«Al funerale sembrava una fiera. Moto dappertutto. Una ha perso olio davanti all’ossario.»

«Può aprire?»

«No.»

«Perché?»

«Perché ho chiuso.»

Tommaso strinse i denti. «Vengo da Ravenna.»

«La strada resta alla stessa distanza anche domani mattina.»

«Non voglio aspettare.»

L’uomo posò l’annaffiatoio. «Non hai aspettato tu o non ha aspettato lui?»

Tommaso fece un passo avanti. «Non mi conosce.»

«No. Ma conosco quelli che arrivano dopo la chiusura. Pensano che il dolore dia diritto a una chiave.»

«La chiave ce l’ha.»

«Appunto.»

L’uomo rientrò nella casetta.

Tommaso rimase davanti al cancello. La campanella oscillava appena.

Dopo un minuto l’uomo tornò con un mazzo di chiavi.

«Dieci minuti.»

«Grazie.»

«Domattina.»

Tommaso lo fissò.

Il custode indicò il cielo. «Fra dieci minuti è buio. Non sai dov’è la tomba. E tua madre sta dall’altra parte. Vuoi correre tra i morti per rispettare un orario che hai già mancato?»

«Come sa di mia madre?»

«Ho controllato quando hanno sepolto Arturo. Stesso cognome del figlio, settori diversi. Succede spesso.»

Tommaso guardò oltre il cancello.

«C’è una pensione?»

«Tre strade più avanti. C’è una pensione sopra una birreria. Di’ che ti manda Ettore e ti faranno pagare uguale.»

Tommaso prese il casco.

«A che ora apre?»

«Alle otto.»

«Io sarò qui alle sette e mezza.»

«Io no.»

Ettore rientrò con l’annaffiatoio.

Tommaso spinse la moto fino alla pensione. Non la accese. Aveva bisogno di sentire il peso.

Se ti è piaciuto questo contenuto, iscriviti al blog per essere avvisato ogni volta che escono cose nuove.







Unisciti a 48 altri iscritti

Riceverai una mail a cui dovrai dare conferma per completare la tua iscrizione.

L’iscrizione è completamente gratuita e potrai cancellarla in qualsiasi momento.

Ti è piaciuta questa storia? Che ne pensi?