storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Ci vediamo lungo la strada – 10. L’ultimo incontro

Ci vediamo lungo la strada – 10. L’ultimo incontro

«Puoi cominciare senza promettere.»

Romanzo breve in dieci puntate — decima parte.

§ 30

La pensione aveva sei camere sopra una birreria.

Quella sera c’era musica dal vivo. Un trio suonava canzoni lente in un angolo. Tommaso prese una stanza e chiese se potesse mettere la moto nel magazzino.

Il proprietario aprì una porta laterale. «Accanto ai fusti. Se cade, beviamo birra alla benzina.»

Tommaso sistemò la Guzzi. La campanella urtò il pavimento quando mise il cavalletto centrale.

Salì in camera, fece una doccia e stese le lettere sul letto.

Scelse quella scritta da Arturo dopo la morte della madre.

Ho amato tua madre male, ma l’ho amata. Lei ha amato te con tutto quello che aveva, anche con la paura.

La frase gli sembrava una forma di perdono che Arturo non aveva avuto il coraggio di consegnare.

Tommaso prese le lettere di lei.

Ne restava una che non aveva letto. Era l’ultima del fascio. Non aveva data.

Arturo,

oggi Tommaso mi ha chiesto se tu sei stato il grande amore della mia vita. Ho risposto che il grande amore non ti lascia sola con un bambino. Lui ha detto che allora non lo sei stato.

Ho mentito un’altra volta.

Sei stato il mio grande amore e la mia grande paura. Per anni non ho saputo distinguerli. Quando te ne sei andato ho creduto di dover cancellare l’amore per liberarmi della paura. Poi ho visto che Tommaso ti aspettava. Ho avuto paura che amasse te più di me. Ho fatto in modo che smettesse.

Non riesco a chiederti scusa. Se lo facessi dovrei ammettere che non l’ho protetto soltanto da te. L’ho protetto dal rischio che potesse perdonarti e lasciarmi sola.

So che un giorno potrebbe scoprire tutto. Se accadrà, digli che non ero cattiva. Ero spaventata. Non basta, lo so. Ma è la verità più vicina che possiedo.

Non c’era firma.

Tommaso lesse fino a imparare il ritmo delle righe.

Sua madre non aveva spedito quella lettera. Arturo l’aveva ricevuta comunque. Forse lei gliel’aveva consegnata durante la seconda visita. Forse era la ragione per cui lui non si era presentato dopo il funerale.

Tommaso provò rabbia. Poi pena. Poi di nuovo rabbia.

Non doveva scegliere.

Scese nella birreria e ordinò una zuppa. Il trio stava suonando una canzone che sua madre ascoltava mentre puliva casa. Tommaso non ricordava il titolo. Conosceva però il punto in cui lei alzava la voce, stonando.

Il cantante arrivò a quel verso.

Tommaso sentì la voce di lei sovrapporsi per un istante.

Appoggiò il cucchiaio.

Una cameriera si avvicinò. «Non va bene?»

«È buona.»

«Allora perché la guarda come se l’avesse insultata?»

«Mia madre faceva una zuppa così.»

«Meglio?»

«Peggio.»

La cameriera sorrise. «Le madri vincono anche quando cucinano male.»

Tommaso finì tutto.

Dopo cena telefonò a Elena.

«Dormo qui.»

«Dove?»

«Vicino al cimitero.»

«Hai deciso di andare.»

«Domattina.»

«Vuoi che resti con te al telefono?»

«No.»

Elena non disse niente.

Tommaso aggiunse: «Voglio che mi racconti la tua giornata. Poi voglio stare da solo.»

«Va bene.»

Lui sorrise. «Questa volta sì.»

Elena raccontò. Tommaso ascoltò senza interrompere. Quando ebbe finito, le parlò della casa, del dente, di Silvia, del cancello chiuso.

«E di tua madre?» chiese lei.

«Ho trovato un’altra lettera.»

«La leggerai domani?»

«L’ho già letta.»

«Vuoi dirmi cosa c’è scritto?»

«Non ancora.»

«Va bene.»

Tommaso guardò la finestra. Dalla strada saliva una luce gialla.

«Elena, quando torno vorrei parlarti di alcune cose.»

«Mi stai lasciando?»

«No.»

«Bene. Perché ho appena comprato il latte e tu ne bevi più di me.»

«Vorrei parlarti di tutte le volte che sono rimasto senza esserci.»

Elena tacque.

«Non voglio promettere che cambierò,» continuò. «Mio padre prometteva troppo.»

«Puoi cominciare senza promettere.»

«Come?»

«Torna.»

«Domani.»

«Non intendevo soltanto a casa.»

Tommaso chiuse gli occhi.

«Ci provo.»

«Questo puoi prometterlo.»

Dopo la chiamata scese nel magazzino. Si sedette su un fusto accanto alla Guzzi.

La moto era fredda. Tommaso passò il panno sulle gocce rimaste sul serbatoio. Pulì il fango dalle cromature. Controllò l’olio e la tensione dei cavi. Strinse una vite dello specchietto.

Infine si sdraiò sul pavimento e guardò la campanella.

L’anello era duro, deformato dagli anni. Per aprirlo avrebbe dovuto usare due pinze.

Domani, pensò.

Poi spense la luce.

§ 31

Alle sette e venticinque Tommaso era davanti al cimitero.

Il cielo era limpido. Il sole non aveva ancora superato i tetti. Sul cancello c’era un lucchetto.

Ettore arrivò alle sette e cinquantotto su una bicicletta. Non si scusò.

«Hai dormito?»

«Sì.»

«Bugiardo.»

Aprì il cancello.

«Arturo è nel campo nuovo, fila dodici. Tua madre nel portico vecchio, nicchia centosette.»

Tommaso entrò spingendo la moto.

Ettore gli sbarrò il passo. «Quella resta fuori.»

«Non posso lasciarla sulla strada con la scatola.»

«Qui rubano i fiori, non le Guzzi.»

«La porto fino al parcheggio interno.»

Il custode guardò la moto, poi il viale.

«Motore spento.»

Tommaso spinse. La Guzzi pesava. Ogni passo produceva un tintinnio sotto il telaio.

Il parcheggio interno era vicino a una cappella. Mise la moto sul cavalletto e sciolse la borsa degli attrezzi. Prese due pinze.

Si sdraiò sull’asfalto.

Ettore lo osservava da qualche metro.

«Problemi?»

«No.»

Tommaso afferrò l’anello della campanella con entrambe le pinze. Tirò. Il metallo resistette. Cambiò angolo e spinse con il palmo. L’anello si aprì di pochi millimetri.

La campanella cadde nella sua mano.

Senza, la moto sembrò improvvisamente incompleta. Sul telaio rimase una zona più chiara, protetta per anni dalla polvere.

Tommaso tenne la campana nel pugno. Era fredda.

«La lasci a lui?» chiese Ettore.

«Sì.»

«Portagli anche le pinze. Qui spariscono sempre.»

Tommaso le rimise nella borsa.

Percorse il viale centrale. I cipressi proiettavano ombre lunghe. Una donna lavava una lapide. Un uomo disponeva fiori artificiali in un vaso. Da qualche parte, un rubinetto perdeva.

La fila dodici era in fondo al campo nuovo.

Tommaso contò le tombe.

Vide prima i fiori secchi, poi la fotografia.

Arturo aveva settant’anni. Nella foto sorrideva appena. Il naso era davvero diventato una patata. Portava una camicia aperta sul collo e guardava fuori dall’inquadratura, come se qualcuno lo avesse chiamato un istante prima.

La lapide era semplice. Nome, date, fotografia.

Tommaso si fermò a due passi.

Non provò ciò che aveva immaginato. Nessuna rivelazione, nessun sollievo. Il padre era morto prima della lettera, prima del garage, prima di tutti gli incontri. Eppure Tommaso sentì di averlo perduto soltanto in quel momento.

Si avvicinò.

Sul marmo c’erano piccoli oggetti lasciati dagli amici: un dado da gioco, una candela, una vite, una fiche rossa, un cavallino di plastica, una conchiglia. Qualcuno aveva appoggiato una tazzina da caffè scheggiata.

Tommaso riconobbe la mano di ognuna delle storie senza sapere chi avesse portato cosa.

Posò la campanella davanti alla fotografia.

Il metallo toccò il marmo e suonò.

Un solo colpo.

campanella sulla tomba

«Non so se ti perdono,» disse.

La propria voce gli sembrò troppo alta. Si guardò intorno. Nessuno badava a lui.

«Non so nemmeno cosa significhi. Non eri innocente. Non eri quello che diceva lei. Non eri quello che dicono loro.»

Si accovacciò.

«Eri tu.»

Passò un dito sul bordo della fotografia.

«Avresti dovuto venire.»

Il vento muoveva i cipressi.

«Avresti dovuto bussare anche se non aprivo. Avresti dovuto telefonare anche se cambiavo numero. Avresti dovuto smettere di pensare che la mia vita fosse una cosa fragile che potevi proteggere restandone fuori.»

Tommaso prese fiato.

«Io avrei dovuto aprire una lettera.»

La frase gli fece male più delle altre.

«Ma ero tuo figlio. Non dovevo essere io quello coraggioso.»

Rimase accovacciato. La campanella rifletteva un frammento di cielo.

«Mi hai lasciato una moto e una strada piena di persone. È una cosa assurda. Molto da te, a quanto pare.»

Tommaso sorrise.

«La tengo. Non perché è tua. Perché adesso è mia.»

Si alzò.

Avrebbe voluto dire addio. Non gli sembrò la parola giusta.

Si limitò a toccare due volte il serbatoio immaginario che non era lì, un gesto visto fare a Cesare prima di partire.

Poi si allontanò.

La campanella rimase sulla tomba, silenziosa.

§ 32

La nicchia della madre era nel portico vecchio.

Tommaso attraversò quasi tutto il cimitero. Conosceva quella strada. L’aveva percorsa molte volte nei primi mesi dopo la sua morte, poi sempre meno. Portava fiori al compleanno e a Natale. A volte si fermava soltanto davanti al cancello.

La fotografia la mostrava come lui la ricordava: capelli corti, una collana chiara, il sorriso composto che usava quando qualcuno le chiedeva di mettersi in posa.

Sotto c’erano fiori freschi lasciati da sua zia.

Tommaso appoggiò una mano al marmo.

«Ho trovato le lettere.»

Nel portico, la voce non si disperdeva. Tornava appena indietro.

«Non tutte. Abbastanza.»

Guardò il viso della madre.

La vide preparargli la colazione, controllare i compiti, aspettarlo sveglia quando tornava tardi. La vide lavorare con la febbre perché non potevano perdere un giorno di paga. La vide riparare una scarpa con la colla, ridere davanti a un film, piangere in cucina pensando che lui dormisse.

La vide chiudere le tende mentre Arturo aspettava sotto casa.

Tutte quelle donne erano lei.

«Avevi paura,» disse. «Lo so.»

Tommaso estrasse dalla giacca l’ultima lettera e la tenne piegata tra le mani.

«Ma mi hai fatto credere che non mi volesse. Hai preso le cose peggiori che aveva fatto e le hai usate per cancellare tutto il resto. Mi hai insegnato a sentirmi abbandonato anche quando lui cercava di arrivare.»

La fotografia continuava a sorridere.

«Non era giusto.»

Un’anziana passò dietro di lui trascinando un annaffiatoio. Il rumore si allontanò.

«Per molto tempo sei stata l’unica persona che avevo. Forse avevi paura che, se lo avessi amato, avrei amato meno te.»

Tommaso appoggiò la fronte al marmo freddo.

«Non funzionava così.»

Chiuse gli occhi.

Ricordò la canzone nella birreria. La voce stonata della madre. La fotografia sulla spiaggia. Il casco bianco nella casa di Ravenna. Luce, aveva scritto Arturo.

«Ti perdono.»

Lo disse piano.

Non accadde niente.

Il dolore non si sciolse. La rabbia non sparì. Nessuna parte della storia cambiò.

Tommaso ripeté: «Ti perdono.»

Questa volta non era una sentenza. Non diceva che lei aveva avuto ragione, né che il male fosse piccolo. Diceva soltanto che lui non avrebbe continuato a vivere dentro la sua paura.

«Ti perdono perché non voglio più chiederti di essere diversa da quella che sei stata. E perché mi hai amato. Male, qualche volta. Ma mi hai amato.»

Posò la lettera nella tasca. Non la lasciò sulla tomba. Non apparteneva ai morti.

Sfiorò la fotografia.

«Avresti dovuto dirmelo.»

Poi aggiunse: «Avrei voluto conoscerti prima che avessi paura.»

Rimase ancora un poco. Non contò i minuti.

Quando si voltò, il sole entrava sotto il portico e illuminava la polvere nell’aria.

§ 33

Ettore stava spazzando il viale vicino al parcheggio.

«Hai trovato tutti?» chiese.

«Sì.»

«Allora sei fortunato. Qui molti cercano persone che non sono mai state sepolte.»

Tommaso raggiunse la Guzzi. Senza la campanella, il telaio mostrava un piccolo anello vuoto.

«Posso accenderla qui?»

Ettore guardò verso l’ingresso. «Piano.»

Tommaso mise il casco. Girò la chiave e premette il pulsante.

Il motore partì al secondo giro. Il suono riempì il parcheggio, profondo ma non aggressivo. Alcune persone si voltarono. Un bambino vicino alla cappella si tappò le orecchie e sorrise.

Tommaso avanzò al minimo.

Prima dell’uscita il viale passava di nuovo accanto al campo nuovo. La tomba di Arturo era a pochi metri, oltre una fila di rose basse.

Tommaso rallentò.

Da quella direzione vide la lapide intera. Quando era arrivato, il riflesso del mattino aveva coperto la parte sotto la fotografia. Ora il sole si era spostato.

La campanella di ottone era appoggiata sul marmo. Sotto il volto di suo padre, incisa in caratteri piccoli, c’era una frase che Tommaso non aveva letto.

«Ci vediamo lungo la strada.»

Il motore batté due volte al minimo.

Tommaso sollevò una mano dal manubrio.

Poi uscì dal cimitero.

§ 34

La città si svegliava. I bar alzavano le serrande. Le persone portavano cani, borse, bambini. Tommaso attraversò le strade in cui era cresciuto senza cercare la vecchia casa.

Al primo semaforo telefonò a Elena usando l’auricolare.

«Sto tornando.»

«Come stai?»

Tommaso guardò la luce rossa.

«Non lo so ancora.»

«Hai visto tuo padre?»

«Ho visto dove lo hanno messo.»

«E tua madre?»

«Le ho detto che la perdono.»

Elena respirò dall’altra parte.

«E lui?»

«Gli ho lasciato la campanella.»

«Quindi adesso chi protegge te?»

Il semaforo diventò verde.

Tommaso inserì la prima.

«Io, spero.»

«È un inizio.»

«Elena.»

«Sì?»

«Quando arrivo potremmo non parlare subito?»

«Certo.»

«Ma resta con me.»

«Resto.»

Tommaso accelerò. La città finì, i palazzi si abbassarono e la strada tornò tra i campi.

La Guzzi correva verso ovest. Dietro la sella portava una scatola di ricambi, alcune lettere, un dente da latte e un aquilone giallo. Sotto il telaio non suonava più nulla.

Non ne aveva bisogno.

Davanti, la strada si stringeva fino a diventare una linea chiara nell’orizzonte.

Tommaso la seguì.

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