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«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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La biblioteca che divora i suoi libri

La biblioteca che divora i suoi libri

1) Il viaggio di un libro con un localizzatore.

Un libro viene ordinato insieme a circa mille altri. Prima della spedizione, al suo interno viene nascosto un localizzatore. Il pacco attraversa gli Stati Uniti e termina il proprio viaggio in un impianto Amazon di Las Vegas identificato dalla sigla VGT3.

Secondo le testimonianze raccolte nell’inchiesta che ha seguito la spedizione, lì gli addetti registrano l’ISBN, eliminano la rilegatura e introducono le pagine sciolte negli scanner. Il volume fisico non sopravvive al procedimento.

Amazon ha confermato di acquistare libri attraverso normali canali commerciali per sviluppare e migliorare prodotti e servizi destinati ai clienti. Non ha però chiarito quali sistemi vengano addestrati, quali testi entrino nei diversi archivi, per quanto tempo siano conservate le scansioni e quali criteri proteggano gli esemplari difficili da sostituire.

Il dato essenziale, dunque, non è una supposizione: Amazon compra libri, li digitalizza in modo distruttivo e utilizza il materiale per lo sviluppo dei propri sistemi. Restano invece aperte molte domande sulla scala dell’operazione e sulla destinazione precisa dei dati.

2) Vecchio, raro e prezioso non significano la stessa cosa.

La parola “raro” accende immediatamente l’immaginazione. Fa pensare a un incunabolo, a una prima edizione annotata dall’autore o all’ultima copia di un’opera dimenticata. La realtà emersa finora è meno semplice.

Il libro seguito dal localizzatore proveniva da un venditore specializzato e faceva parte di un ordine anomalo. Questo non dimostra però che tutti i volumi acquisiti siano antichi o preziosi. Le ricostruzioni disponibili parlano soprattutto di saggistica fuori catalogo, manuali, testi tecnici e libri pubblicati tra gli anni Settanta e Novanta. Alcuni sono difficili da trovare, ma hanno un valore commerciale modesto; altri potrebbero invece contenere conoscenze non disponibili altrove.

Una ricostruzione prudente degli acquisti internazionali ha evidenziato proprio questa incertezza: sappiamo che enormi quantità di libri usati vengono ordinate, ma non sappiamo ancora quanti esemplari siano davvero insostituibili.

Esagerare indebolirebbe la critica. Non serve immaginare falò di manoscritti medievali. È già abbastanza significativo che un’impresa privata possa trasformare migliaia di opere difficilmente reperibili in un archivio digitale chiuso, distruggendo le copie acquistate e senza pubblicare un catalogo completo.

3) Perché le macchine hanno fame di libri.

Un libro non è soltanto una lunga sequenza di parole. È un testo selezionato, organizzato, corretto e collocato in un contesto. Anche il manuale più oscuro possiede una data, un autore, un editore e spesso un apparato di fonti. Per chi addestra un modello linguistico, questo materiale è molto più ordinato del rumore raccolto indiscriminatamente sul web.

I libri pubblicati prima della diffusione di massa dei generatori di testo hanno inoltre un’altra qualità: sono quasi certamente stati scritti da esseri umani. Internet, invece, contiene ormai una quantità crescente di pagine prodotte o riscritte dalle macchine.

Il problema non è solo estetico. Uno studio pubblicato su Nature ha mostrato che l’uso indiscriminato di dati generati dai modelli per addestrare le generazioni successive può provocare il cosiddetto model collapse: le distribuzioni si impoveriscono, le informazioni meno frequenti scompaiono e gli errori si accumulano.

È un paradosso quasi letterario. Dopo avere riempito la rete di testi sintetici, l’intelligenza artificiale torna alla carta per ritrovare una voce umana abbastanza pulita da poter essere imitata.

4) La distruzione è il mezzo, non il fine.

Tagliare il dorso consente di separare rapidamente le pagine e alimentare scanner automatici. Esistono tecnologie capaci di digitalizzare un libro senza danneggiarlo, ma sono più lente e costose. Quando l’obiettivo è acquisire milioni di pagine, pochi secondi risparmiati su ogni volume diventano una voce enorme di bilancio.

La macchina industriale non odia i libri. Semplicemente, non riconosce loro un valore diverso dal contenuto estraibile. La copertina, le note a margine, la carta, la provenienza e la possibilità che qualcuno possa leggere ancora quell’esemplare sono costi logistici.

Qui si trova il punto più inquietante. Non nel gesto teatrale della distruzione, ma nella riduzione del libro a materia prima: un oggetto viene acquistato, aperto, smembrato e convertito in un vantaggio competitivo che nessun lettore può consultare direttamente.

5) Comprare una copia significa poterla trasformare?

Negli Stati Uniti il dibattito è stato segnato dal caso Anthropic. Documenti giudiziari hanno mostrato che l’azienda acquistò milioni di libri, ne rimosse la rilegatura e li scansionò. Nel 2025 un giudice federale ritenne protetto dal fair use sia l’addestramento sia il cambio di formato delle copie regolarmente acquistate, distinguendo però questa condotta dalla costituzione di una biblioteca ottenuta mediante copie pirata. La vicenda giudiziaria ricostruita da Associated Press mostra quanto il modo di acquisire i testi possa essere giuridicamente decisivo.

Quella decisione non autorizza automaticamente qualsiasi progetto di scansione e non stabilisce da sola la disciplina applicabile ad Amazon. Il fair use statunitense dipende dai fatti del singolo caso; inoltre, possedere un oggetto materiale e possedere i diritti sull’opera contenuta al suo interno rimangono concetti distinti.

In Italia e nell’Unione europea il quadro è diverso. Gli articoli 70-ter e 70-quater della legge sul diritto d’autore, introdotti dal decreto legislativo 177/2021, disciplinano l’estrazione di testo e dati partendo dall’accesso legittimo e, per gli utilizzi generali, dall’assenza di una riserva espressa dei titolari. Nel caso generale previsto dall’articolo 70-quater, le copie possono essere conservate soltanto per il tempo necessario all’estrazione.

La direttiva europea 2019/790 e l’AI Act vanno nella direzione di una maggiore tracciabilità: i fornitori di modelli per finalità generali devono adottare una politica rispettosa del diritto d’autore e rendere pubblico un riepilogo sufficientemente dettagliato dei contenuti usati per l’addestramento. Non è un catalogo completo, ma è il riconoscimento che la provenienza dei dati non può restare un segreto assoluto.

6) Il vero scandalo è una biblioteca privata e invisibile.

Un libro comune non diventa sacro soltanto perché qualcuno lo mette in uno scanner. Molte biblioteche eliminano periodicamente doppioni e volumi deteriorati; tonnellate di libri invenduti vengono già mandate al macero. Difendere ogni copia fisica come una reliquia sarebbe una posa sentimentale.

La differenza è ciò che nasce dalla distruzione. Una biblioteca pubblica digitalizza per conservare, studiare e rendere accessibile. Qui, invece, il patrimonio diventa un corpus proprietario che migliora un prodotto commerciale. Il lettore non conosce il catalogo, l’autore non sa se la propria opera è presente e lo studioso non può verificare errori, esclusioni o distorsioni.

Avevo già osservato, parlando della possibile scomparsa degli editori, che la tecnologia modifica gli intermediari senza eliminare il bisogno di selezione e responsabilità. Nel caso dell’intelligenza artificiale, l’intermediario rischia di diventare ancora più potente proprio perché non mostra la propria biblioteca.

E mentre nei concorsi letterari si combatte spesso una guerra mal posta contro l’AI, le questioni decisive restano sullo sfondo: chi controlla i testi, chi trae profitto dalla loro elaborazione e quali possibilità concrete conserva l’autore.

7) Conservare prima di addestrare.

Non serve vietare ogni scansione né fingere che l’addestramento possa fare a meno dei libri. Serve pretendere un metodo più adulto.

Prima di distruggere un volume dovrebbe essere verificato che esistano altre copie accessibili e che l’esemplare non abbia valore storico, documentale o bibliografico. I titoli acquisiti dovrebbero essere registrati in inventari verificabili. Gli autori e gli editori dovrebbero poter conoscere l’impiego delle opere, esercitare con efficacia la riserva dei diritti e partecipare al valore prodotto quando la legge o gli accordi lo prevedono. Le copie digitali di opere fuori commercio potrebbero inoltre alimentare, con garanzie adeguate, archivi di conservazione accessibili alla ricerca.

La domanda non è se una macchina possa leggere. Può farlo, e leggerà sempre di più. La domanda è se per insegnarle a leggere dobbiamo accettare che la memoria collettiva venga trasferita in depositi privati, opachi e irraggiungibili.

Una civiltà non si misura soltanto dai libri che scrive. Si misura anche da ciò che decide di conservare dopo averli letti.

8) Passa all’azione.

Per il tuo appuntamento con me, chiama il numero 059 761926 e concorda il tuo primo incontro, anche a distanza.

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