storie mai raccontate

«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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La porta che si restringeva

La porta che si restringeva

La porta comparve nel muro la notte in cui Avarin decise di fuggire.

Prima non c’era mai stata. Al suo posto, tra la torre dei tintori e la casa delle campane, cresceva un rampicante secco. Quella notte il rampicante era scomparso. Nel muro si apriva un arco di pietra bianca, alto abbastanza per un cavallo.

Oltre la soglia si vedeva un campo d’estate.

Mara correva tra le spighe.

Non zoppicava. Non portava le fasce alle gambe. Rideva come prima della febbre.

«Avarin!» gridò. «Hai trovato la cura.»

Lui fece un passo avanti.

La porta si strinse.

Le pietre scivolarono l’una verso l’altra con un suono profondo. L’arco perse la larghezza di una mano.

Avarin si fermò.

Il campo restò al di là. Mara lo chiamò ancora.

Un vecchio sedeva accanto al muro. Aveva un mantello grigio e un bastone storto. Avarin era certo che un momento prima non ci fosse.

«Che porta è?» domandò.

«Quella che conduce dove vuoi andare.»

«Perché si è chiusa?»

«Hai portato qualcosa che non passa.»

Avarin guardò la sacca. Conteneva pane, due camicie e le sette monete rubate al maestro speziale.

«Quanto devo pagare?»

Il vecchio rise. «Ecco un’altra cosa che non passa.»

L’arco si strinse di nuovo.

Avarin afferrò il bordo di pietra. «Mia sorella sta morendo.»

«Allora non perdere tempo.»

«Dimmi cosa vuole.»

«La porta non vuole nulla. Sei tu a essere troppo largo.»

Avarin si voltò verso la finestra della loro casa. Una candela ardeva dietro il vetro. Mara dormiva lassù, con le gambe immobili e il respiro corto.

Quando tornò a guardare il muro, il vecchio non c’era più.

Avarin posò la sacca a terra ed entrò.

avarin davanti alla porta

Il passaggio era più lungo di quanto permettesse lo spessore del muro.

Le pareti bianche continuavano davanti a lui. Il campo era scomparso. In fondo brillava una luce dorata.

Avarin avanzò di fianco. La pietra gli sfiorava già le spalle.

Dopo pochi passi trovò una bilancia. Su un piatto c’era una moneta nera. L’altro era vuoto.

Una voce uscì dal muro.

«Che cosa hai preso?»

«Nulla.»

Le pareti si chiusero di un dito.

Avarin sentì le monete rubate contro il fianco.

«Era il salario che mi spettava», disse. «Il maestro mi pagava poco.»

La pietra gli premette sul petto.

Tolse la sacca. Posò le sette monete sulla bilancia.

«Le ho rubate.»

La moneta nera divenne chiara. Le pareti si allontanarono appena.

Avarin lasciò lì il denaro.

Più avanti incontrò uno specchio. Nel vetro non vide se stesso. Vide il maestro speziale addormentato, la chiave che sporgeva dalla tasca e la propria mano che la prendeva.

«L’ho fatto per Mara», disse.

Il riflesso mostrò anche i dadi sul tavolo della taverna. Le monete perse la sera prima. La rabbia con cui Avarin aveva rovesciato il bicchiere. Il giorno seguente aveva rubato al maestro.

«L’ho fatto perché avevo perso il mio denaro», ammise.

Lo specchio si incrinò e cadde in polvere.

Il passaggio si aprì abbastanza da lasciarlo respirare.

Avarin continuò.

La luce in fondo sembrava più vicina, ma le pareti tornavano a stringersi a ogni passo. Gli chiesero perché non avesse chiamato un guaritore. Rispose che nessuno voleva aiutarli. Il muro gli mostrò tre guaritori ai quali non aveva mai bussato, per paura di sentirsi dire che la malattia di Mara non aveva rimedio.

Gli chiesero perché volesse salvarla. Rispose che l’amava. La pietra gli mostrò la stanza vuota che avrebbe avuto se Mara fosse morta, il silenzio che temeva, la colpa che lo avrebbe seguito.

«La amo», ripeté. «E ho paura di restare solo.»

Il corridoio respirò con lui.

A metà del cammino incontrò una donna inginocchiata.

Indossava una veste azzurra. Era incastrata tra le pareti e teneva stretto al petto un medaglione d’oro.

«Aiutami», disse.

Avarin provò a tirarla per le braccia. La porta si chiuse ancora.

«Che cosa porti?» le domandò.

«Il ricordo di mio figlio.»

Aprì il medaglione. Dentro c’era il ritratto di un giovane.

«Non può essere quello.»

La donna abbassò gli occhi. «L’ho lasciato partire al posto mio. La guerra cercava un uomo per ogni casa. Lui aveva sedici anni.»

«Ti penti?»

«Ogni giorno.»

«Allora dillo.»

Lei scosse la testa. «Se ammetto ciò che ho fatto, non sarò più sua madre.»

Le pareti le serrarono le braccia.

Avarin guardò la luce lontana. Ogni momento trascorso lì era un momento sottratto a Mara.

Poteva lasciarla.

Fece due passi. La donna non lo chiamò. Il medaglione tintinnò contro la pietra.

Avarin tornò indietro.

«Forse essere sua madre significa anche dire la verità su quel giorno.»

«Non sai niente di me.»

«No. Ma so quanto pesa una scusa ripetuta fino a sembrare una ragione.»

La donna cominciò a piangere.

«Avevo paura», disse. «Ho mandato mio figlio perché avevo paura.»

Il medaglione si aprì da solo. Il ritratto del giovane sorrise. Le pareti si allargarono.

La donna riuscì ad alzarsi.

Camminarono insieme finché il corridoio si divise. Davanti a lei apparve una spiaggia. Sulla riva, il figlio aspettava.

«È davvero lui?» chiese Avarin.

«Non lo so.»

La donna gli prese il viso tra le mani. «Ma ora posso incontrarlo senza mentire.»

Attraversò la propria soglia e sparì.

Avarin rimase solo.

incontro nel passaggio stretto

Alla fine del corridoio la porta era diventata poco più larga della sua testa.

Oltre vedeva di nuovo il campo. Mara sedeva tra le spighe e muoveva le gambe nude.

Avarin cercò di infilare un braccio. La pietra non cedette.

«Ho confessato tutto!» gridò.

La voce nel muro rispose.

«Non tutto.»

«Non ho altro.»

Le pareti gli mostrarono il suo riflesso.

Non il ladro. Non il giocatore. Non il fratello spaventato.

Vide un bambino che studiava erbe fino a notte. Un ragazzo che sapeva riconoscere una radice velenosa dal profumo. Un apprendista che aveva curato di nascosto i mendicanti scacciati dal maestro. Vide Mara che gli diceva di sostenere l’esame dei guaritori.

«Non sono abbastanza bravo», aveva risposto ogni volta.

Nel passaggio, Avarin abbassò gli occhi.

Aveva chiamato prudenza il disprezzo per se stesso. Aveva aspettato una magia perché non credeva che le sue mani potessero servire. Aveva rubato una cura già pronta invece di chiedere aiuto e usare ciò che aveva imparato.

«Sono un fallimento», disse.

La porta si chiuse fino a sfiorargli le tempie.

Avarin urlò e spinse, ma la pietra non si mosse.

Allora ricordò la donna con il medaglione.

Una colpa non era un nome.

«Ho fallito», disse. «Non sono il mio fallimento.»

La pietra si fermò.

«Ho rubato. Posso restituire.»

L’apertura crebbe di un dito.

«Ho avuto paura. Posso chiedere aiuto.»

Un altro dito.

«Non so se riuscirò a salvare Mara.»

Il campo oltre la porta tremò.

«Ma posso fare bene il prossimo passo.»

La soglia si aprì.

Avarin la attraversò.

Non si trovò nel campo.

Era di nuovo nella strada di Veyra, davanti al rampicante secco. La notte non era trascorsa. La sacca era scomparsa. Nella mano stringeva una radice bianca, la stessa che aveva visto soltanto nei libri dei guaritori.

Sul muro erano incise poche parole.

LA VIA NON SOSTITUISCE IL CAMMINO.

Avarin bussò alla porta del maestro speziale.

Confessò il furto. Promise di lavorare fino a restituire ogni moneta. Poi gli mostrò la radice.

Il maestro impallidì.

«Dove l’hai trovata?»

«Alla fine di una strada che mi ha riportato qui.»

La radice non bastava a guarire Mara. Servivano altre erbe, dosi precise e mani esperte. Avarin chiamò i tre guaritori ai quali non aveva avuto il coraggio di rivolgersi. Uno disse di no. Il secondo non conosceva la febbre. La terza, Selyra, salì le scale con lui.

Lavorarono per nove giorni.

Mara peggiorò prima di migliorare. Avarin non dormì. Ogni volta che cercava una scorciatoia, Selyra gli faceva ricominciare la preparazione.

«Una cura fatta quasi bene è un veleno», diceva.

Il decimo mattino, Mara mosse un piede sotto le coperte.

Non corse tra le spighe. Non si alzò. Mosse soltanto un piede.

Avarin si sedette sul pavimento e pianse.

Molti mesi dopo sostenne l’esame dei guaritori. Non fu il migliore. Sbagliò il nome di due piante e dovette ripetere una prova. Quando gli consegnarono l’ago verde degli speziali, lo portò al maestro insieme all’ultima moneta restituita.

La porta bianca non comparve mai più.

A volte, però, Avarin passava davanti al muro e vedeva il rampicante muoversi senza vento.

Mara camminava al suo fianco con un bastone. Non era la ragazza perfetta apparsa nel campo. Era lenta. Aveva dolore quando pioveva e rideva quando lui cercava di sorreggerla senza che ce ne fosse bisogno.

«Dove conduceva davvero quella porta?» gli chiese un giorno.

Avarin guardò le pietre.

«Al primo passo che non volevo fare.»

Poi continuarono insieme lungo la strada più stretta.

avarin e mara sulla strada

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