Il demone arrivò quando Serian pronunciò il proprio nome al contrario.
Le candele si spensero. Lo specchio della soffitta diventò nero e una mano emerse dal vetro. Aveva sei dita, tutte ornate da anelli d’argento.
«Serian Vael», disse una voce. «Figlio di Avelis. Apprendista delusa. Fratello assente. Uomo che non è diventato nulla.»
Serian strinse il libro delle evocazioni.
«Puoi cancellare il passato?»
Il demone uscì dallo specchio. Era alto e sottile. Indossava il viso che Serian avrebbe desiderato avere: più saldo, più bello, senza la cicatrice sul labbro.
«Posso cancellare ogni tuo fallimento.»
«Anche l’incendio?»
«Anche quello.»
Tre anni prima Serian aveva lasciato incustodito il forno dell’alchimista. Il fuoco aveva distrutto il laboratorio e bruciato le mani del suo maestro. Da allora nessuna corporazione lo accettava.
«Che cosa vuoi?»
Il demone sorrise con la sua bocca perfetta.
«Il tuo vero nome.»
Serian rise per la paura. «Lo hai appena detto.»
«Quello è il nome che ti hanno dato. Io voglio il nome con cui ti riconosci quando nessuno ti guarda.»
Sul vetro comparve una parola. Serian non riuscì a leggerla, ma seppe che gli apparteneva.
«Se te lo do, che cosa succede?»
«Non avrai più motivo di vergognarti.»
Il demone gli porse una penna.
Serian pensò alle mani fasciate del maestro. Alle porte chiuse. Alla madre che abbassava gli occhi quando qualcuno chiedeva di lui.
Firmò.

⁂
La mattina seguente, il laboratorio era intatto.
Il maestro aprì la porta con entrambe le mani sane. «Sei in ritardo.»
Serian guardò il forno. Nessun segno di fumo. Nessuna trave bruciata.
Il demone sedeva sul davanzale, invisibile agli altri.
«Un fallimento in meno», disse.
Serian tornò al lavoro. Nel giro di un mese superò l’esame degli alchimisti. Preparò un vetro che non si spezzava e una polvere capace di conservare il calore. La corporazione gli offrì una stanza nella torre.
Eppure qualcosa mancava.
Non ricordava come si spegneva un forno in fiamme.
Una sera una fiala cadde tra i carboni. Serian restò a guardare il fuoco che saliva. Fu il maestro a soffocarlo con una coperta.
«Dove avevi la testa?» gridò.
Serian non seppe rispondere.
Il demone comparve dietro di lui.
«Vuoi cancellare anche questo?»
«No.»
Il giorno dopo tutti conoscevano l’errore. Gli apprendisti ridevano. Il maestro gli tolse le chiavi del forno.
Serian resistette per due notti. Alla terza salì in soffitta.
«Cancellalo.»
Il demone strappò una lettera dalla parola nera sullo specchio.
La mattina, nessuno ricordava la fiala. Serian nemmeno.
Continuò così.
Fece sparire un esame fallito. Una promessa non mantenuta. La sera in cui non era andato a trovare la madre malata. Ogni volta il demone prendeva una lettera.
Serian diventò celebre. La città usava le sue lampade senza fiamma. I nobili cercavano i suoi elisir. Le persone lo indicavano per strada.
Lui si voltava, ma non capiva perché pronunciassero quel nome.
⁂
Sua sorella Elyra arrivò in inverno.
Portava una scatola di legno.
«La mamma è morta», disse.
Serian aspettò di provare dolore. Sentì soltanto un fastidio lieve, come per una stanza lasciata in disordine.
Elyra aprì la scatola. Dentro c’erano lettere, un cavallo di stoffa e una ciotola scheggiata.
«Ha conservato tutto.»
Serian prese il cavallo. «Di chi era?»
Elyra lo fissò.
«Tuo.»
Gli mostrò una lettera. La grafia era incerta.
Serian, oggi hai rotto la ciotola e hai confessato prima che me ne accorgessi. Sei tornato a incollare ogni pezzo. Ricordati che sei il bambino che torna.
«Non ricordo», disse.
Elyra vide il demone riflesso nella finestra. Impallidì.
«Che cosa hai fatto?»
«Ho sistemato la mia vita.»
«Hai cancellato la mamma?»
«Non lei. Solo le volte in cui l’ho delusa.»
Elyra gli diede uno schiaffo.
Serian alzò una mano. Per un istante volle colpirla. Non c’era alcun ricordo a fermarlo. Nessuna vergogna antica. Nessuna volta in cui aveva già visto la paura sul volto di qualcuno.
Il demone gli sussurrò all’orecchio.
«Posso cancellare anche questo momento.»
Serian abbassò il braccio.
Elyra indietreggiò. «Come ti chiami?»
«Lo sai.»
«Voglio che sia tu a dirlo.»
Serian aprì la bocca.
Non uscì alcun suono.

⁂
Quella notte il demone prese l’ultima lettera.
La parola sullo specchio scomparve.
«Ora sei libero», disse.
Serian guardò il proprio riflesso. Il viso non aveva più la cicatrice. Non aveva nemmeno un’espressione.
«Da cosa?»
«Da te.»
In strada suonarono le campane d’allarme. Una delle lampade senza fiamma era esplosa nella torre orientale. Il fuoco passava da una casa all’altra attraverso i condotti di calore inventati da Serian.
Il maestro entrò nella soffitta.
«Solo tu sai come fermarlo.»
Serian sfogliò i propri quaderni. Le formule erano scritte dalla sua mano, ma sembravano opera di uno sconosciuto.
«Non posso.»
Il demone rise. «Non hai mai fallito. Come potresti sapere cosa fare quando qualcosa va male?»
Serian guardò dalla finestra. Le persone correvano. Sul ponte, Elyra aiutava una bambina a rialzarsi.
«Ridammi il nome.»
«Dovrai riprendere tutto.»
«Sì.»
«Il fuoco. Tua madre. Le porte chiuse. Ogni vergogna.»
Serian afferrò il demone per il mantello. «Ridammelo.»
La creatura mostrò i denti.
«Non posso. Un nome ceduto si riconquista una scelta alla volta.»
Serian corse nella torre in fiamme.
Il calore gli bruciò il viso. Davanti al forno principale ricordò soltanto il vuoto. Poi vide una coperta sul pavimento.
La raccolse.
Soffocò il primo focolaio. Chiuse un condotto. Ruppe la propria lampada perfetta per raggiungere la valvola interna. Ogni gesto gli restituì qualcosa.
La fiala caduta.
La voce del maestro.
L’odore del primo incendio.
Il dolore tornò insieme alla conoscenza.
Quando raggiunse il nucleo della torre, il demone lo aspettava tra le fiamme.
«Sei ancora in tempo», disse. «Lascia bruciare la città. Cancellerò anche questa notte.»
Serian vide il comando che avrebbe isolato i condotti. Azionarlo avrebbe riversato il fuoco nella stanza in cui si trovava.
«Morirai», disse il demone.
«Forse.»
«E resterai l’uomo che ha provocato due incendi.»
Serian mise le mani sulla leva.
«Sono l’uomo che adesso la tira.»
Abbassò il comando.
⁂
Lo trovarono all’alba sotto una trave.
Era vivo. Le mani erano bruciate come quelle del maestro tre anni prima. La cicatrice sul labbro era tornata.
Elyra sedeva accanto al letto.
«Come ti chiami?» domandò.
Serian sentì ogni lettera rientrare al proprio posto.
Ricordò la ciotola. Il cavallo. La madre che sorrideva mentre lui incollava i frammenti.
«Serian Vael.»
Nello specchio della stanza, il demone si contorse. Gli anelli caddero dalle sei dita. Ogni errore ricordato apriva una crepa nel suo corpo.
«Puoi ancora liberartene», gridò.
Serian guardò le proprie mani fasciate.
«Non voglio essere libero da me.»
Lo specchio si spezzò.
La città non dimenticò l’incendio. La corporazione processò Serian per le lampade difettose. Lui raccontò ogni cosa, anche ciò che avrebbe potuto nascondere. Lavorò per anni a riparare i condotti e a risarcire le famiglie.
Non tutte lo perdonarono.
Quando tornò a insegnare, metteva una ciotola scheggiata sulla cattedra.
«Questa è la prima cosa che ho riparato», diceva agli apprendisti.
Un ragazzo indicò le crepe. «Non è tornata come prima.»
«Nemmeno io.»
Serian versò dell’acqua nella ciotola. Non ne uscì una goccia.
«Ma può ancora contenere qualcosa.»

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