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«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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La città che sognava lo stesso drago

La città che sognava lo stesso drago

«Ricordami.»

La prima notte, tutti sognarono un occhio.

Era grande come la piazza di Nariel. Restava chiuso sotto uno strato di terra. Le ciglia erano radici. A ogni respiro, le case tremavano.

La seconda notte videro il muso del drago.

La terza, le ali ripiegate sotto le fondamenta.

Al mattino nessuno parlava d’altro. I fornai disegnavano draghi sul pane. I bambini li graffiavano sui muri. Il Consiglio ordinò di non dormire, ma al tramonto l’intera città cadde nello stesso sogno.

Selyr fu la sola a sentire una parola.

«Ricordami.»

Si svegliò con terra sotto le unghie.

Suo padre, comandante delle guardie, la trovò davanti alla porta.

«Dove vai?»

«Sotto la città.»

«Non c’è nulla.»

Nel sogno, il drago aprì l’occhio.

il drago sotto la citta

Il Consiglio fece scavare nella piazza.

Dopo tre giorni gli operai trovarono una scaglia nera. Le campane suonarono. Il comandante Vaeran preparò lance, catene e una macchina capace di versare fuoco nelle gallerie.

«Se lo uccidiamo nel sonno, Nariel sarà salva», disse.

Selyr scese di nascosto nel pozzo degli scavi.

La galleria terminava davanti a una porta murata. Sulle pietre erano incisi centinaia di nomi. Molti erano stati raschiati via.

Quando Selyr li toccò, il sogno entrò nel giorno.

Vide soldati con l’insegna di Nariel inseguire famiglie disarmate. Vide la piazza piena di prigionieri. Vide un re ordinare che fossero condotti nelle gallerie e che gli ingressi venissero chiusi.

Tra i soldati c’era il nonno di Vaeran.

Il drago non viveva sotto la città.

Era la forma che avevano preso le urla dimenticate.

Selyr tornò in superficie. Il padre non volle ascoltarla.

«Sono immagini create dalla bestia.»

«Perché conosce il nome di tuo nonno?»

Vaeran la schiaffeggiò. Subito guardò la propria mano come se appartenesse a un altro.

«Domani lo uccideremo.»

Quella notte il drago si svegliò.

Nel sogno collettivo sollevò la testa. Le case caddero dal suo dorso come polvere. Davanti a lui c’era Selyr.

«Se ti uccidono, che cosa accadrà?» domandò.

Il drago aprì la bocca. Dentro non c’era fuoco. C’erano volti.

«Dormiranno senza di me.»

«E sarà un bene?»

«Non sapranno più riconoscere ciò che hanno fatto.»

Al mattino Vaeran accese la macchina.

Il fuoco scese nelle gallerie. Il drago urlò dentro ogni mente. Le persone caddero per strada.

Selyr corse alla campana maggiore. Invece di suonare l’allarme, cominciò a leggere i nomi copiati dalla porta.

Uno dopo l’altro.

Il fuoco rallentò.

Altri cittadini salirono sulla torre. Alcuni riconobbero un cognome. Altri un volto visto in sogno. Vaeran raggiunse la figlia con la spada.

Selyr pronunciò il nome di suo nonno.

Il comandante si fermò.

Nel sogno vide l’uomo togliersi l’elmo e aprire una delle gallerie per far fuggire tre bambini. Non era innocente. Non era soltanto colpevole. Aveva obbedito, poi aveva scelto di smettere.

Vaeran spense la macchina.

selyr legge i nomi

Il drago non lasciò Nariel.

Emersero soltanto le sue ali. Diventarono due colline scure ai lati della città. Sulle scaglie furono incisi i nomi restituiti.

Ogni anno, nella notte del sogno, gli abitanti dormivano nella piazza. Il drago mostrava loro una parte diversa del passato. Non sempre erano crimini. A volte apparivano gesti di coraggio, amori nascosti, persone che avevano diviso il pane.

Vaeran depose l’insegna di comandante. Passò il resto della vita a cercare gli ingressi murati.

Selyr divenne custode dei sogni.

Un bambino le chiese perché non avessero ucciso il mostro.

Lei posò la mano su una scaglia tiepida.

«Perché non era venuto per divorarci.»

Sotto la collina, un cuore enorme batté una volta.

«Era venuto per impedirci di diventarlo.»

ali del drago memoriale

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