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«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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Il pozzo che restituiva le voci

Il pozzo che restituiva le voci

«Quando tua madre ti chiederà di cantare, non fidarti di lei.»

Dopo il tramonto, nel villaggio di Eris nessuno poteva parlare.

Le parole pronunciate al buio cadevano nel vecchio pozzo. Anni dopo tornavano in superficie, cercavano la persona a cui erano destinate e cambiavano la sua vita.

Aerin aveva nove anni quando il pozzo pronunciò il suo nome.

La voce era la sua, ma adulta.

«Quando tua madre ti chiederà di cantare, non fidarti di lei.»

Il bambino corse a casa.

Sua madre Maelis custodiva il silenzio del villaggio. Ogni sera chiudeva le finestre e distribuiva tavolette di cera per comunicare senza voce.

Aerin scrisse ciò che aveva sentito.

Maelis lesse. Spezzò la tavoletta in due.

«Il pozzo mente», disse.

Era già buio.

Le sue parole scivolarono sul pavimento come gocce e sparirono tra le pietre.

aerin ascolta il pozzo

Da quella notte il pozzo parlò spesso.

La voce adulta insegnò ad Aerin dove trovare una chiave, quali stanze evitare e come leggere il libro nascosto di Maelis.

Il bambino scoprì che ogni cento anni il pozzo si riempiva di parole non tornate. Per svuotarlo serviva una voce giovane capace di cantare il suo vero nome. Chi cantava restava muto per sempre.

Sotto il testo c’era la data del prossimo rito.

Mancavano tre giorni.

«Tua madre ti ha cresciuto per questo», disse la voce dal pozzo. «Fuggi.»

Aerin preparò una sacca.

Prima di partire vide Maelis davanti al pozzo. Piangeva in silenzio. Teneva in mano un coltello e il libro dei custodi.

Sul bordo aveva inciso una frase.

NON LASCERÒ CHE PAGHI LUI.

Aerin si nascose.

Quella notte la terra tremò. Parole antiche uscirono dalle crepe. Insulti, promesse, ordini e confessioni riempirono le case. Le persone cominciarono a obbedire alle voci senza sapere da chi venissero.

Il pozzo era pieno.

Maelis condusse Aerin sul bordo.

«Devi cantare», disse.

Il bambino indietreggiò. La voce adulta gridò dal fondo.

«Ti ruberà la voce!»

Maelis si legò una corda alla vita. «Tu canterai soltanto la prima nota. Poi scenderò io.»

«Morirai.»

«Forse.»

Aerin capì che entrambe le voci dicevano una parte della verità. Sua madre voleva usarlo per aprire il pozzo. Voleva anche prendere il suo posto nel prezzo.

Guardò nell’acqua.

Vide se stesso adulto. Era muto. Viveva lontano dal villaggio e portava al collo una tavoletta. Aveva gettato l’avvertimento nel pozzo per salvare la propria voce, non il villaggio.

«Sei davvero me?» chiese Aerin.

L’uomo nell’acqua annuì.

«Allora sai soltanto quello che accade se ti ascolto.»

Il bambino prese il libro. Il vero nome del pozzo era scritto come una domanda, non come una parola.

CHE COSA NON AVETE AVUTO IL CORAGGIO DI DIRE?

Aerin non cantò il nome. Cantò la risposta.

Maelis confessò di avere paura di perderlo. Gli abitanti pronunciarono le scuse trattenute, gli amori nascosti, la rabbia mai affrontata. Le voci riempirono la melodia.

Il pozzo si aprì.

il canto delle voci liberate

Le parole tornarono ai loro proprietari.

Non imposero destini. Diventarono ricordi. Il pozzo si svuotò senza prendere la voce di Aerin e senza inghiottire Maelis.

Nell’acqua, l’uomo muto sorrise. Poi svanì insieme al futuro da cui era venuto.

Da allora a Eris si poté parlare anche dopo il tramonto. Non fu sempre un miglioramento. Le persone litigavano, dicevano sciocchezze e a volte desideravano il vecchio silenzio.

Maelis insegnò loro che una parola pronunciata poteva essere corretta, mentre una parola sepolta continuava a crescere da sola.

Molti anni dopo, Aerin tornò al pozzo con sua figlia.

Dal fondo salì una voce bambina.

«Papà, non fidarti di me quando ti dirò che va tutto bene.»

La figlia lo guardò spaventata.

Aerin si sedette sul bordo.

«Allora, quando arriverà quel giorno, ti farò una domanda in più.»

Il pozzo restituì la sua risata. Questa volta senza aspettare anni.

aerin e la figlia al pozzo

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