«Le anime incompiute arrivavano alla sua porta dopo il tramonto.»
Orven forgiava corpi che duravano una sola notte.
Le anime incompiute arrivavano alla sua porta dopo il tramonto. Erano piccole luci senza volto. Non avevano mai respirato, ma portavano il ricordo di ciò che avrebbero potuto essere.
Orven costruiva per loro mani di rame, ossa di ferro sottile e un cuore di vetro. Fino all’alba potevano camminare, vedere il mare o abbracciare qualcuno. Poi il corpo si spegneva e l’anima tornava al vento.
Una notte arrivò una luce azzurra.
«Mi chiamo Nerys», disse. «Sono tuo figlio.»
Il martello cadde dalle mani di Orven.
Anni prima, sua moglie Avelis aveva perduto un bambino. Dopo quel giorno se n’era andata. Orven non aveva mai saputo il nome che voleva dargli.
«Che cosa desideri?» chiese.
«Restare.»
Per costruire un corpo permanente serviva il bronzo della Grande Campana, quella che proteggeva la città dagli spiriti del mare.

⁂
Nerys rimase nella fucina.
Imparò a muovere un piccolo corpo provvisorio. Aiutava Orven a ravvivare il fuoco e gli faceva domande.
«Mi avresti insegnato a nuotare?»
«Sì.»
«Mi avresti voluto bene se fossi stato cattivo?»
Orven esitò. «Avrei cercato di sì.»
Ogni risposta rendeva la luce più intensa.
La notte prima della partenza di Nerys, Orven salì sulla torre. Posò la mano sulla campana. Bastava staccarne un frammento.
Dal mare si alzarono figure bianche.
Il custode della torre lo fermò. «Se la campana tace, entreranno.»
«Quanto bronzo serve per proteggere la città?»
«Tutto.»
Orven guardò le case addormentate. Tornò alla fucina a mani vuote.
«Non vuoi che resti», disse Nerys.
«Lo voglio.»
«Allora prendilo.»
«Non posso comprare la tua vita con quella degli altri.»
La luce azzurra diventò scura. «Forse non sono tuo figlio.»
⁂
Nerys fuggì verso la torre.
Orven lo inseguì. Il piccolo corpo di rame si arrampicava lungo le scale con una forza impossibile. Quando toccò la campana, il metallo si incrinò.
Gli spiriti del mare entrarono in città.
Non attaccarono nessuno. Attraversarono le strade e si raccolsero sotto la torre. Erano migliaia di anime incompiute.
«La campana non le teneva fuori», disse Nerys. «Impediva loro di essere udite.»
Il custode confessò. Secoli prima la città aveva fuso la campana con il metallo destinato ai corpi delle anime. Il suo suono le scacciava perché nessuno fosse obbligato a ricordare le vite mancate.
Nerys strappò un frammento di bronzo.
«Con questo posso restare.»
Orven avrebbe potuto lasciarlo fare. La campana era già spezzata. Il danno compiuto.
Prese il frammento dalle sue mani.
«Sei venuto da me perché mi appartieni?»
La luce tremò. «Sono venuto perché eri l’unico che poteva liberarle.»
Nerys conteneva il ricordo del figlio di Orven, ma anche quelli di molti bambini mai nati. Aveva usato quel volto per essere amato.
«Mi dispiace», disse.
Orven lo abbracciò. Il rame era freddo.
«Non devi essere soltanto mio perché io ti ascolti.»

⁂
Orven fuse la campana.
Non costruì un corpo permanente per Nerys. Divise il bronzo in migliaia di piccoli cuori. Ogni anima ebbe una notte per entrare in città.
Alcune cercarono una famiglia. Altre il mare. Altre ancora vollero soltanto sentire il peso della pioggia.
Nerys trascorse la propria notte con Orven.
Andarono sulla spiaggia. Orven gli insegnò a nuotare, anche se il corpo di rame affondava e doveva essere tirato su con una corda. Risero fino all’alba.
«Adesso dove andrai?» chiese Orven.
«Non lo so.»
«Hai paura?»
«Sì.»
La luce uscì dal corpo e salì nel cielo insieme alle altre.
Anni dopo Avelis tornò. Non per ricominciare ciò che avevano perduto, ma per vedere la fucina. Orven le raccontò di Nerys.
Lei pianse e sorrise nello stesso momento.
Sulla torre non misero una nuova campana. Appesero migliaia di piccoli cuori di bronzo. Quando il vento veniva dal mare, suonavano tutti in modo diverso.
Orven non sapeva quale fosse quello di suo figlio.
Li ascoltava comunque.

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