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«Che cosa leggete, mio signore?» «Parole, parole, parole.» — William Shakespeare, Amleto

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0) Il Matto trovò una strada nel cielo

0) Il Matto trovò una strada nel cielo

«Ogni chiave è una porta che non ha ancora trovato il proprio muro. Non devi fermarti per sempre. Puoi fermarti per oggi.»

Eryan arrivò al margine del mondo con una rosa bianca tra i denti.

Non aveva denaro, mappa o scarpe adatte. Portava una sacca legata a un bastone e un mantello cucito con stoffe di sette colori. Un cane bianco lo seguiva da tre giorni. Eryan lo aveva chiamato Lume, anche se l’animale non sembrava interessato ad avere un nome.

Davanti a loro si apriva il Baratro di Sair.

Al di là, sospesa tra le nuvole, galleggiava un’isola coperta di alberi azzurri. Nessun ponte la collegava alla terra.

Eryan appoggiò un piede sul vuoto.

«Se lo fai, muori», disse una donna.

Sedeva sopra una roccia, avvolta in un mantello grigio. Aveva capelli neri tagliati all’altezza del mento e teneva sulle ginocchia una grande mappa.

«Hai già provato?» domandò Eryan.

«Non serve provare ogni modo possibile di morire.»

«Allora non puoi saperlo.»

Il cane abbaiò. Eryan fece un altro passo.

Il piede incontrò qualcosa.

Una lastra trasparente apparve sotto la suola. Poi una seconda, più avanti. Una strada di vetro si accese nel cielo.

La donna ripiegò lentamente la mappa.

«Quella via non esiste.»

«Adesso sì.»

Eryan le porse la rosa.

«Vieni?»

matto incontra la cartografa

La donna si chiamava Naelis. Disegnava strade per il re, ma non ne percorreva una da nove anni.

«Una mappa deve essere esatta», disse entrando sul ponte. «Tu la rendi impossibile.»

«Forse disegni soltanto ciò che è già successo.»

Il ponte si formava davanti ai piedi di Eryan e spariva alle loro spalle. Naelis avanzava guardando in basso. Lume correva tra loro e mordeva l’aria.

A metà del baratro, una campana suonò dentro le nuvole.

Il vetro si spezzò.

Eryan afferrò Naelis per il polso. Rimasero appesi a una lastra grande quanto una mano. Sotto non c’era nulla.

«Avevo ragione», disse lei.

«Non ancora.»

Eryan oscillò e lanciò la sacca verso una nube. Il bastone si conficcò nel vapore come in una parete. Una nuova lastra apparve.

«È folle.»

«Sì.»

«Non era un complimento.»

«Nemmeno la mia risposta.»

Riuscirono a salire. Naelis tremava. Eryan rise, ma appena vide il suo volto smise.

«Ti ho trascinata qui senza sapere se la strada avrebbe retto.»

«Sono venuta io.»

«Dopo che ti ho fatto credere che non esistesse pericolo.»

Eryan tolse il mantello e lo posò sulle sue spalle. Per la prima volta da quando era partito, guardò indietro.

La terra era lontana.

«Possiamo tornare», disse.

Naelis aprì la mappa. Il foglio era rimasto bianco nel punto del baratro. Prese una matita e disegnò due figure sospese nel cielo.

«No. Adesso voglio sapere dove conduce.»

matto sul ponte spezzato

Sull’isola non trovarono tesori.

C’era una casa senza porte. Dal camino usciva fumo. Attraverso le finestre videro una tavola apparecchiata per due persone.

Eryan bussò al muro.

Una gazza scese dal tetto e lasciò cadere ai suoi piedi una piccola chiave d’ottone. Al foro era legato un filo rosso.

«Ecco la porta», disse lui.

«Quella è una chiave.»

«Ogni chiave è una porta che non ha ancora trovato il proprio muro.»

Provò a inserirla tra due mattoni. La parete si aprì.

Dentro la casa li attendeva una donna anziana. Sul tavolo aveva posato una minestra calda.

«Siete in ritardo», disse.

«Ci conosci?» domandò Naelis.

«Conosco chiunque arrivi fin qui. Sono persone che hanno compiuto un passo senza sapere dove avrebbero messo il piede.»

Eryan sorrise. «Allora è casa mia.»

La vecchia indicò il ponte scomparso. «Puoi restare. Non avrai più bisogno di scegliere una direzione.»

Eryan guardò il letto morbido, il fuoco e il pane. Pensò a tutte le volte in cui aveva chiamato libertà il fatto di non appartenere a nessun luogo. Restare gli faceva più paura del baratro.

Naelis lo capì.

«Non devi fermarti per sempre», disse. «Puoi fermarti per oggi.»

Eryan appese la sacca alla parete.

«Soltanto per oggi.»

Rimasero tre mesi.

matto sulla strada di vetro

Quando ripartirono, Naelis aveva completato la prima mappa di una strada che cambiava ogni volta che qualcuno la percorreva.

Eryan portava ancora la sacca, ma dentro c’erano una tazza di Naelis, due matite e un pezzo di sapone. Oggetti inutili per chi fugge. Necessari per chi viaggia con qualcuno.

Attraversarono l’isola e trovarono una scala che scendeva dalle nuvole fino alla città di Veira.

Al mercato, un giovane prestigiatore faceva sparire monete da un tavolo. Aveva davanti una coppa, una lama, un bastone e un disco d’oro. Nessuno si fermava a guardarlo.

Eryan posò la chiave d’ottone tra gli oggetti.

«Questa non è mia», disse il giovane.

«Nemmeno la strada lo era.»

«Quanto vuoi?»

Eryan indicò Naelis. «Un trucco capace di farla ridere.»

Il giovane chiuse il pugno. Quando lo riaprì, la chiave era diventata una piccola rosa bianca.

Naelis rise.

Eryan si voltò per riprendere la chiave, ma il banco era già vuoto. Il prestigiatore la stringeva sotto il tavolo e fissava il filo rosso come se avesse appena riconosciuto qualcosa.

«L’hai persa», disse Naelis.

Eryan le offrì il braccio.

«No. Ha trovato un’altra porta.»

Lume corse avanti. Eryan e Naelis lo seguirono senza sapere dove sarebbero arrivati.

Questa volta, però, sapevano perché camminavano insieme.


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